V.

_Sommario:_ Primi timori e prime inquietudini. — Il Ministro

Wessemberg offre la _pace al Mincio_. — Ripulsa del Governo

Provvisorio. — Carlo Alberto e i suoi generali. — Armamenti

affrettati. — Offerte generose delle principali famiglie milanesi

e lombarde al Governo Provvisorio. — Cattive notizie. — Allarmi.

— Agitazione pubblica. — Nomina del Comitato di difesa. — Fanti,

Maestri, Restelli. — Mobilitazione della Guardia Nazionale. — Mio

fratello Emilio si arruola tra i volontari di Garibaldi, da poco

venuto d’America. — Mia madre parte da Milano con me e con mio

fratello Enrico.

I bei giorni della pubblica felicità cominciavano a tramontare. I loro

ultimi raggi sereni erano stati, alla fine di maggio, il combattimento

di Goito e la resa di Peschiera. Quei fatti erano stati accolti con uno

scoppio di gioia che ricordava il 22 marzo.

Ma vennero presto a turbarla le brutte notizie della sconfitta di

Curtatone e di Montanara, dei combattimenti dubbiosi di Rivoli, della

defezione del re di Napoli, del ritiro delle truppe papaline, e poco

dopo della caduta di Vicenza. La vittoria è un gran talismano, e guai

a chi se la lascia sfuggire: noi ne facevamo in quei giorni la prima

dolorosa esperienza.

A quegli indizî che la fortuna cominciava ad abbandonarci, si vedeva

già in tutti un’inquietudine, un turbamento, che rannuvolavano

gli animi. Andava vieppiù crescendo un vago malcontento; sorgevano

accuse e sospetti su tutto e su tutti; le opinioni e le discussioni,

specialmente politiche, si facevano più aspre.

Le fantasie fino ad allora inebriate dai felici successi, richiamate

improvvisamente alla realtà, cercavano la spiegazione dei loro

disinganni con le ipotesi più strane. Si principiava ad almanaccare su

possibili tradimenti, e a cercare i traditori e le spie.

Incominciava così quella discordia degli animi, quell’eccitazione

morbosa, quella strana disposizione a negare i fatti per accogliere

ogni più strana fantasticheria; incominciava insomma quell’agitazione

nella opinione pubblica, che aggravò i nostri disastri e lasciò lunghe

e dolorose conseguenze.

Cagione di sospetti e di accuse era stata in quei giorni anche la voce

corsa che il Governo Provvisorio e Carlo Alberto avessero avviato

trattative con l’Austria ad ottenere la Lombardia fino al Mincio. I

fatti smentirono la diceria, ma i sospetti continuarono.

La verità era ben diversa. Come è noto, nella seconda metà di giugno il

Governo austriaco, in seguito a ufficî fatti dall’Inghilterra, erasi

dimostrato propenso ad avviare delle trattative di pace con Carlo

Alberto e col Governo Provvisorio sulla base della cessione della

Lombardia, e il barone Wessemberg, ministro degli affari esteri, ne

aveva fatto la formale proposta con un dispaccio ufficiale diretto al

Governo Provvisorio di Milano.

Questo con una Nota nobilissima, forse più generosa che meditata, aveva

respinta l’offerta, dicendo che non voleva fare d’una causa italiana

una causa lombarda; poi aveva incaricato uno de’ suoi membri, Antonio

Peretta, che si trovava al campo, di informarne il Re Carlo Alberto.

I nemici del Governo Provvisorio negarono allora la ripulsa data e il

documento del Wessemberg, ma ora tutto ciò è noto.

Il Re, che conosceva la iniziativa inglese, ascoltò la lettura della

Nota del Governo Provvisorio; ascoltò in silenzio e pensieroso le

ragioni, che l’avevano ispirata e che il Beretta gli espose: si

contentò di rispondergli, con molta nobiltà e con finezza, queste

parole: — _La risposta del Governo Provvisorio è degna della città

delle Cinque Giornate_, — e lo congedò invitandolo a passare in una

stanza vicina ove erano radunati alcuni generali e lo Stato Maggiore.

I generali furono più espliciti, e meno riguardosi del Re. Dissero al

Beretta che il Governo Provvisorio dimostrava di ignorare affatto la

realtà delle cose; gli dimostrarono che il maresciallo Radetzki aveva

nel frattempo raddoppiate le sue forze con truppe nuove venutegli da

poco, mentre l’esercito piemontese era affaticato e diminuito senza

la speranza di rinforzi, poichè tutte le riserve erano al campo.

I generali poi si lagnavano che i soccorsi dei vari Stati italiani

fossero venuti a mancare, e che la Lombardia stessa non avesse dato

tutto ciò che si sperava da essa; infine conclusero dicendo che se

il maresciallo Radetzki avesse fatto un energico movimento offensivo,

l’esercito piemontese non sarebbe più stato in grado di respingerlo.

Il Beretta riferiva subito tutto ciò al Governo Provvisorio, e le

sue lettere sono ora conservate nell’archivio milanese del Museo del

Risorgimento.

Intanto che il Governo Provvisorio non accoglieva le trattative per

la pace, anche Radetzki, che aveva avuto l’ordine dal suo Governo di

prestarsi alla conclusione d’un armistizio, si adoperava vigorosamente,

perchè tale progetto fosse respinto; e mandava a Vienna il generale

Schwarzenberg per dimostrare all’Imperatore ch’egli si riprometteva in

breve di respingere l’esercito piemontese e di rientrare a Milano.

Così non ebbe allora che pochi giorni di vita, tra le ripulse d’ambo le

parti e gli sdegni dei patrioti più accesi, quel progetto della _pace

al Mincio_, che dovevamo poi vedere effettuato dopo undici anni di

sventure e di dolori per l’Italia.

Quegli armamenti, che sarebbero stati preziosi un mese prima, venivano

allora affrettati alla meglio, e si vedevano, pur troppo tardi,

partire pel campo alcuni corpi di truppe che si erano andati lentamente

formando. Partiva, tra questi, un reggimento di fanteria arruolato a

spese del Duca Uberto Visconti di Modrone, che n’era il colonnello;

reggimento bene equipaggiato, ma composto di gente raccogliticcia, poco

istruita e con l’aria poco militare.

Altre famiglie dell’aristocrazia milanese avevano contribuito con

nuove offerte generose alle spese di guerra, e tra l’altre ricordo la

famiglia ducale Litta che aveva allestita a proprie spese una batteria

completa d’artiglieria. Ma tutto ciò non era accompagnato da quei

vigorosi provvedimenti governativi che sarebbero stati richiesti dalle

circostanze. Queste non erano abbastanza valutate nè dal Governo, nè

dal paese.

Un nuovo e maggior senso di timore e di scoraggiamento cominciava,

sul finire del luglio, ad agitare sempre più gli animi. Ogni giorno

arrivavano soldati, feriti o ammalati, dagli ospedali delle città

più vicine al campo, che ne rigurgitavano. Avevano l’animo depresso;

diffondevano notizie scoraggianti, e si vedeva che anche fra le truppe

piemontesi il morale era scosso, e la fiducia diminuita.

Negli ultimi giorni del mese di luglio si sparse a un tratto la

notizia d’una grande battaglia e d’una grande vittoria. Poi si disse

che la battaglia continuava; e il giorno dopo incominciarono a girare

sommessamente alcune cattive notizie, alle quali nessuno credeva,

ma che lasciavano tutti in un certo allarme e in una penosa ansietà.

Allora non c’erano telegrafi e le notizie non arrivavano così presto,

nè precise.

L’ansietà cresceva ogni ora, e le notizie di fatti disgraziati

venivano da ogni parte ad accrescerla; notizie confuse, contraddette,

confermate, che suscitavano negli uni commozione e dolore; in altri

disperazione e furore.

Da quel momento fu un continuo succedersi di cattive notizie, di

allarmi, di recriminazioni, di progetti inconsulti; le sole voci

ascoltate, eran quelle che denunziavano misteriosi tradimenti.

Ogni volta che si fermava una carrozza alla porta del Palazzo Marino,

e ne scendeva un uffiziale, o qualche altro che avesse l’aria di

venire dal di fuori, la folla accorreva sulla piazza di San Fedele, e a

grandi grida si chiedeva che i membri del Governo venissero al balcone

a dar notizie che fossero, caso mai, allora arrivate. Il Governo,

la cui autorità andava indebolendosi ogni giorno più, cedeva a tutti

i desideri della piazza: e così ogni momento si vedeva qualcuno del

Governo stesso, o qualche segretario, che veniva a leggere dal balcone

lettere e dispacci.

In mezzo a tanta serietà di avvenimenti non mancavano allora le scene

più comiche. Fra il balcone del palazzo e la piazza si incrociavano

dei dialoghi, succedevano dei battibecchi. Un giorno il conte Cesare

Giulini, stanco d’aver dovuto uscire sul balcone troppe volte, gridò

alla folla indispettito: — A questo modo non si governa! — _E ti

governa no, mincion_ (E tu non governare, minchione) — gli rispose una

voce dalla piazza. Quest’episodio lo raccontava poi, ridendo, il conte

Giulini stesso.

Il pericolo si faceva intanto d’ora in ora più grave, e il Governo

Provvisorio deliberò l’istituzione d’un _Comitato di pubblica difesa_

che fosse centro di tutti i provvedimenti straordinari richiesti dalla

gravità del momento. Il 28 luglio venivano nominati membri del Comitato

il generale Manfredo Fanti, l’avvocato Francesco Restelli e il dottor

Pietro Maestri; tre oneste e intelligenti persone, e a quel tempo

tutti e tre repubblicani. Anche questa circostanza non era fatta per

rafforzare tra le diverse autorità civili e militari quella fiducia e

quella concordia ch’erano tanto necessaria in quei supremi momenti.

Il Comitato di pubblica difesa emanò rapidamente decreti sopra decreti,

di finanza, di difesa e d’ordine pubblico. Ma siccome non è coi decreti

dell’ultim’ora che si mutano le sorti preparate da lunghi errori, così

quei provvedimenti farraginosi dovevano riuscire inefficaci in mezzo

al trambusto e alla confusione generale. Il Comitato aveva decretato

l’arresto e il giudizio statario per coloro che diffondevano _notizie

infondate e allarmanti_; ma il pubblico credeva più alle notizie

allarmanti e infondate che alle minaccie del Comitato.

Il Governo Provvisorio fu allora, e poi, accusato di debolezza e di

incapacità, e soprattutto da parte di quelli che avevano maggiormente

contribuito a scuoterlo e a indebolirlo. Composto di egregie persone,

indicate dalla pubblica opinione per la loro rispettabilità, per

l’ingegno, per l’onestà, se non fu sempre pari all’ufficio suo, bisogna

pur dire che anche l’intero paese fu inferiore a ciò che le circostanze

esigevano. Il Governo Provvisorio ebbe le qualità e i difetti dei

propri concittadini di quel tempo. Il governare in un modo diverso,

e cioè con mano più vigorosa, rimorchiando tutta la corrente delle

illusioni d’allora, sarebbe stato pressochè impossibile. Ci sarebbe

voluta una mente unica e possente che si fosse levata al disopra di

tutti. Ma quella mente non ci fu, nè gli avvenimenti la fecero sorgere.

Tra i molti atti patriottici che onorarono i membri del Governo

Provvisorio, voglio qui rammentarne uno, che pochi ricordarono, e che

ne rispecchia a un tempo le qualità e i difetti. Il Governo stretto

da difficoltà finanziarie, e non sapendo provvedere coraggiosamente a

una finanza che rispondesse ai più forti bisogni, cercò di supplirvi

con un progetto nobile e generoso. Non riuscendogli di trovare un

prestito, anche in piccole proporzioni, per le spese urgenti, pensò

di iniziare una sottoscrizione tra i principali proprietari di

Milano e di Lombardia, i quali coi loro beni offrissero una garanzia

ipotecaria per un prestito di dodici milioni. La sottoscrizione, in

capo della quale erano i nomi di Casati, Borromeo, e di altri membri

del Governo Provvisorio, raggiunse subito la somma domandata, sicchè

il Governo potè affidare al banchiere Carlo Brot, ginevrino stabilito

a Milano, amico della casa Rothschild, l’incarico di procurare il

collocamento di quei beni ipotecari. Il signor Brot stava compiendo la

sua missione a Parigi, quando vennero a troncarla le sfortune della

guerra. Alcune lettere del signor Brot, che si trovano al Museo del

Risorgimento, fanno fede di questo atto che certamente onora assai i

membri del Governo Provvisorio e molti tra i principali possidenti di

Lombardia[16].

Gli ultimi atti del Governo Provvisorio e i primi del Comitato di

difesa, che gli succedette, dimostravano chiaramente la verità delle

notizie allarmanti che arrivavano dal campo, e della gravità degli

avvenimenti. Alla fiducia, alla spensieratezza succedevano l’allarme

e lo spavento che d’ora in ora si diffondevano per la città, dandole

un aspetto agitato e sinistro. La gente seria, di ogni condizione

e d’ogni età, andava ad arrolarsi nella Guardia Nazionale mobile,

accorreva nelle campagne ad apparecchiare la leva in massa, o faceva

del suo meglio per aiutare il Governo nei suoi estremi provvedimenti.

I ciarloni e gli arruffoni, che nei momenti gravi non mancano

mai, schiamazzando, chiedendo disposizioni violente, impossibili,

accrescevano il disordine e la discordia. Parecchi, presi dal panico,

lasciavano la città.

In quei giorni mio fratello Emilio era partito per Bergamo, con alcuni

suoi amici, per arrolarsi in un corpo di volontari che Garibaldi,

venuto da poco dall’America, stava riunendo. I garibaldini non

portavano allora la camicia rossa, che doveva venire inaugurata dodici

anni dopo dai Mille; avevano un modesto cappotto grigio, e solo gli

ufficiali, ch’eran quel manipolo che Garibaldi aveva condotto con sè da

Montevideo, vestivano un’elegante tunica rossa, con paramani e risvolti

verdi, tutta ornata di bottoncini d’oro.

«Ecco un giovane che vuol morire con noi,» aveva detto Garibaldi

presentando Emilio a Giacomo Medici, ch’era capitano d’una di quelle

compagnie. E così Emilio fu arrolato.

Chi avrebbe detto all’uno e all’altro, in quei momenti di sciagura e di

speranze perdute, che si sarebbero ritrovati accanto un giorno, l’uno

Generale e l’altro Commissario del Re di Piemonte, varcando il Ticino,

e sulla via del trionfo?

Il mio zio e tutore Giovanni Borgazzi venne una mattina da mia madre

e la persuase a lasciar Milano, su cui si avanzava ormai rapidamente

l’esercito austriaco. Così fu decisa la partenza; e non c’era tempo

da perdere, perchè il pericolo cresceva d’ora in ora, e ogni indugio

poteva rendere più pericoloso il partire che il rimanere.

Come descrivere l’angoscia di quei momenti! Eppure alla severa scuola

del dolore la generazione di quel tempo, e la nuova che le succedeva,

dovevano imparare quelle virtù che sole potevano dar loro una Patria.

Ricordi di gioventù · 第 24 / 105 题