_Sommario:_ Primi timori e prime inquietudini. — Il Ministro
Wessemberg offre la _pace al Mincio_. — Ripulsa del Governo
Provvisorio. — Carlo Alberto e i suoi generali. — Armamenti
affrettati. — Offerte generose delle principali famiglie milanesi
e lombarde al Governo Provvisorio. — Cattive notizie. — Allarmi.
— Agitazione pubblica. — Nomina del Comitato di difesa. — Fanti,
Maestri, Restelli. — Mobilitazione della Guardia Nazionale. — Mio
fratello Emilio si arruola tra i volontari di Garibaldi, da poco
venuto d’America. — Mia madre parte da Milano con me e con mio
fratello Enrico.
I bei giorni della pubblica felicità cominciavano a tramontare. I loro
ultimi raggi sereni erano stati, alla fine di maggio, il combattimento
di Goito e la resa di Peschiera. Quei fatti erano stati accolti con uno
scoppio di gioia che ricordava il 22 marzo.
Ma vennero presto a turbarla le brutte notizie della sconfitta di
Curtatone e di Montanara, dei combattimenti dubbiosi di Rivoli, della
defezione del re di Napoli, del ritiro delle truppe papaline, e poco
dopo della caduta di Vicenza. La vittoria è un gran talismano, e guai
a chi se la lascia sfuggire: noi ne facevamo in quei giorni la prima
dolorosa esperienza.
A quegli indizî che la fortuna cominciava ad abbandonarci, si vedeva
già in tutti un’inquietudine, un turbamento, che rannuvolavano
gli animi. Andava vieppiù crescendo un vago malcontento; sorgevano
accuse e sospetti su tutto e su tutti; le opinioni e le discussioni,
specialmente politiche, si facevano più aspre.
Le fantasie fino ad allora inebriate dai felici successi, richiamate
improvvisamente alla realtà, cercavano la spiegazione dei loro
disinganni con le ipotesi più strane. Si principiava ad almanaccare su
possibili tradimenti, e a cercare i traditori e le spie.
Incominciava così quella discordia degli animi, quell’eccitazione
morbosa, quella strana disposizione a negare i fatti per accogliere
ogni più strana fantasticheria; incominciava insomma quell’agitazione
nella opinione pubblica, che aggravò i nostri disastri e lasciò lunghe
e dolorose conseguenze.
Cagione di sospetti e di accuse era stata in quei giorni anche la voce
corsa che il Governo Provvisorio e Carlo Alberto avessero avviato
trattative con l’Austria ad ottenere la Lombardia fino al Mincio. I
fatti smentirono la diceria, ma i sospetti continuarono.
La verità era ben diversa. Come è noto, nella seconda metà di giugno il
Governo austriaco, in seguito a ufficî fatti dall’Inghilterra, erasi
dimostrato propenso ad avviare delle trattative di pace con Carlo
Alberto e col Governo Provvisorio sulla base della cessione della
Lombardia, e il barone Wessemberg, ministro degli affari esteri, ne
aveva fatto la formale proposta con un dispaccio ufficiale diretto al
Governo Provvisorio di Milano.
Questo con una Nota nobilissima, forse più generosa che meditata, aveva
respinta l’offerta, dicendo che non voleva fare d’una causa italiana
una causa lombarda; poi aveva incaricato uno de’ suoi membri, Antonio
Peretta, che si trovava al campo, di informarne il Re Carlo Alberto.
I nemici del Governo Provvisorio negarono allora la ripulsa data e il
documento del Wessemberg, ma ora tutto ciò è noto.
Il Re, che conosceva la iniziativa inglese, ascoltò la lettura della
Nota del Governo Provvisorio; ascoltò in silenzio e pensieroso le
ragioni, che l’avevano ispirata e che il Beretta gli espose: si
contentò di rispondergli, con molta nobiltà e con finezza, queste
parole: — _La risposta del Governo Provvisorio è degna della città
delle Cinque Giornate_, — e lo congedò invitandolo a passare in una
stanza vicina ove erano radunati alcuni generali e lo Stato Maggiore.
I generali furono più espliciti, e meno riguardosi del Re. Dissero al
Beretta che il Governo Provvisorio dimostrava di ignorare affatto la
realtà delle cose; gli dimostrarono che il maresciallo Radetzki aveva
nel frattempo raddoppiate le sue forze con truppe nuove venutegli da
poco, mentre l’esercito piemontese era affaticato e diminuito senza
la speranza di rinforzi, poichè tutte le riserve erano al campo.
I generali poi si lagnavano che i soccorsi dei vari Stati italiani
fossero venuti a mancare, e che la Lombardia stessa non avesse dato
tutto ciò che si sperava da essa; infine conclusero dicendo che se
il maresciallo Radetzki avesse fatto un energico movimento offensivo,
l’esercito piemontese non sarebbe più stato in grado di respingerlo.
Il Beretta riferiva subito tutto ciò al Governo Provvisorio, e le
sue lettere sono ora conservate nell’archivio milanese del Museo del
Risorgimento.
Intanto che il Governo Provvisorio non accoglieva le trattative per
la pace, anche Radetzki, che aveva avuto l’ordine dal suo Governo di
prestarsi alla conclusione d’un armistizio, si adoperava vigorosamente,
perchè tale progetto fosse respinto; e mandava a Vienna il generale
Schwarzenberg per dimostrare all’Imperatore ch’egli si riprometteva in
breve di respingere l’esercito piemontese e di rientrare a Milano.
Così non ebbe allora che pochi giorni di vita, tra le ripulse d’ambo le
parti e gli sdegni dei patrioti più accesi, quel progetto della _pace
al Mincio_, che dovevamo poi vedere effettuato dopo undici anni di
sventure e di dolori per l’Italia.
Quegli armamenti, che sarebbero stati preziosi un mese prima, venivano
allora affrettati alla meglio, e si vedevano, pur troppo tardi,
partire pel campo alcuni corpi di truppe che si erano andati lentamente
formando. Partiva, tra questi, un reggimento di fanteria arruolato a
spese del Duca Uberto Visconti di Modrone, che n’era il colonnello;
reggimento bene equipaggiato, ma composto di gente raccogliticcia, poco
istruita e con l’aria poco militare.
Altre famiglie dell’aristocrazia milanese avevano contribuito con
nuove offerte generose alle spese di guerra, e tra l’altre ricordo la
famiglia ducale Litta che aveva allestita a proprie spese una batteria
completa d’artiglieria. Ma tutto ciò non era accompagnato da quei
vigorosi provvedimenti governativi che sarebbero stati richiesti dalle
circostanze. Queste non erano abbastanza valutate nè dal Governo, nè
dal paese.
Un nuovo e maggior senso di timore e di scoraggiamento cominciava,
sul finire del luglio, ad agitare sempre più gli animi. Ogni giorno
arrivavano soldati, feriti o ammalati, dagli ospedali delle città
più vicine al campo, che ne rigurgitavano. Avevano l’animo depresso;
diffondevano notizie scoraggianti, e si vedeva che anche fra le truppe
piemontesi il morale era scosso, e la fiducia diminuita.
Negli ultimi giorni del mese di luglio si sparse a un tratto la
notizia d’una grande battaglia e d’una grande vittoria. Poi si disse
che la battaglia continuava; e il giorno dopo incominciarono a girare
sommessamente alcune cattive notizie, alle quali nessuno credeva,
ma che lasciavano tutti in un certo allarme e in una penosa ansietà.
Allora non c’erano telegrafi e le notizie non arrivavano così presto,
nè precise.
L’ansietà cresceva ogni ora, e le notizie di fatti disgraziati
venivano da ogni parte ad accrescerla; notizie confuse, contraddette,
confermate, che suscitavano negli uni commozione e dolore; in altri
disperazione e furore.
Da quel momento fu un continuo succedersi di cattive notizie, di
allarmi, di recriminazioni, di progetti inconsulti; le sole voci
ascoltate, eran quelle che denunziavano misteriosi tradimenti.
Ogni volta che si fermava una carrozza alla porta del Palazzo Marino,
e ne scendeva un uffiziale, o qualche altro che avesse l’aria di
venire dal di fuori, la folla accorreva sulla piazza di San Fedele, e a
grandi grida si chiedeva che i membri del Governo venissero al balcone
a dar notizie che fossero, caso mai, allora arrivate. Il Governo,
la cui autorità andava indebolendosi ogni giorno più, cedeva a tutti
i desideri della piazza: e così ogni momento si vedeva qualcuno del
Governo stesso, o qualche segretario, che veniva a leggere dal balcone
lettere e dispacci.
In mezzo a tanta serietà di avvenimenti non mancavano allora le scene
più comiche. Fra il balcone del palazzo e la piazza si incrociavano
dei dialoghi, succedevano dei battibecchi. Un giorno il conte Cesare
Giulini, stanco d’aver dovuto uscire sul balcone troppe volte, gridò
alla folla indispettito: — A questo modo non si governa! — _E ti
governa no, mincion_ (E tu non governare, minchione) — gli rispose una
voce dalla piazza. Quest’episodio lo raccontava poi, ridendo, il conte
Giulini stesso.
Il pericolo si faceva intanto d’ora in ora più grave, e il Governo
Provvisorio deliberò l’istituzione d’un _Comitato di pubblica difesa_
che fosse centro di tutti i provvedimenti straordinari richiesti dalla
gravità del momento. Il 28 luglio venivano nominati membri del Comitato
il generale Manfredo Fanti, l’avvocato Francesco Restelli e il dottor
Pietro Maestri; tre oneste e intelligenti persone, e a quel tempo
tutti e tre repubblicani. Anche questa circostanza non era fatta per
rafforzare tra le diverse autorità civili e militari quella fiducia e
quella concordia ch’erano tanto necessaria in quei supremi momenti.
Il Comitato di pubblica difesa emanò rapidamente decreti sopra decreti,
di finanza, di difesa e d’ordine pubblico. Ma siccome non è coi decreti
dell’ultim’ora che si mutano le sorti preparate da lunghi errori, così
quei provvedimenti farraginosi dovevano riuscire inefficaci in mezzo
al trambusto e alla confusione generale. Il Comitato aveva decretato
l’arresto e il giudizio statario per coloro che diffondevano _notizie
infondate e allarmanti_; ma il pubblico credeva più alle notizie
allarmanti e infondate che alle minaccie del Comitato.
Il Governo Provvisorio fu allora, e poi, accusato di debolezza e di
incapacità, e soprattutto da parte di quelli che avevano maggiormente
contribuito a scuoterlo e a indebolirlo. Composto di egregie persone,
indicate dalla pubblica opinione per la loro rispettabilità, per
l’ingegno, per l’onestà, se non fu sempre pari all’ufficio suo, bisogna
pur dire che anche l’intero paese fu inferiore a ciò che le circostanze
esigevano. Il Governo Provvisorio ebbe le qualità e i difetti dei
propri concittadini di quel tempo. Il governare in un modo diverso,
e cioè con mano più vigorosa, rimorchiando tutta la corrente delle
illusioni d’allora, sarebbe stato pressochè impossibile. Ci sarebbe
voluta una mente unica e possente che si fosse levata al disopra di
tutti. Ma quella mente non ci fu, nè gli avvenimenti la fecero sorgere.
Tra i molti atti patriottici che onorarono i membri del Governo
Provvisorio, voglio qui rammentarne uno, che pochi ricordarono, e che
ne rispecchia a un tempo le qualità e i difetti. Il Governo stretto
da difficoltà finanziarie, e non sapendo provvedere coraggiosamente a
una finanza che rispondesse ai più forti bisogni, cercò di supplirvi
con un progetto nobile e generoso. Non riuscendogli di trovare un
prestito, anche in piccole proporzioni, per le spese urgenti, pensò
di iniziare una sottoscrizione tra i principali proprietari di
Milano e di Lombardia, i quali coi loro beni offrissero una garanzia
ipotecaria per un prestito di dodici milioni. La sottoscrizione, in
capo della quale erano i nomi di Casati, Borromeo, e di altri membri
del Governo Provvisorio, raggiunse subito la somma domandata, sicchè
il Governo potè affidare al banchiere Carlo Brot, ginevrino stabilito
a Milano, amico della casa Rothschild, l’incarico di procurare il
collocamento di quei beni ipotecari. Il signor Brot stava compiendo la
sua missione a Parigi, quando vennero a troncarla le sfortune della
guerra. Alcune lettere del signor Brot, che si trovano al Museo del
Risorgimento, fanno fede di questo atto che certamente onora assai i
membri del Governo Provvisorio e molti tra i principali possidenti di
Lombardia[16].
Gli ultimi atti del Governo Provvisorio e i primi del Comitato di
difesa, che gli succedette, dimostravano chiaramente la verità delle
notizie allarmanti che arrivavano dal campo, e della gravità degli
avvenimenti. Alla fiducia, alla spensieratezza succedevano l’allarme
e lo spavento che d’ora in ora si diffondevano per la città, dandole
un aspetto agitato e sinistro. La gente seria, di ogni condizione
e d’ogni età, andava ad arrolarsi nella Guardia Nazionale mobile,
accorreva nelle campagne ad apparecchiare la leva in massa, o faceva
del suo meglio per aiutare il Governo nei suoi estremi provvedimenti.
I ciarloni e gli arruffoni, che nei momenti gravi non mancano
mai, schiamazzando, chiedendo disposizioni violente, impossibili,
accrescevano il disordine e la discordia. Parecchi, presi dal panico,
lasciavano la città.
In quei giorni mio fratello Emilio era partito per Bergamo, con alcuni
suoi amici, per arrolarsi in un corpo di volontari che Garibaldi,
venuto da poco dall’America, stava riunendo. I garibaldini non
portavano allora la camicia rossa, che doveva venire inaugurata dodici
anni dopo dai Mille; avevano un modesto cappotto grigio, e solo gli
ufficiali, ch’eran quel manipolo che Garibaldi aveva condotto con sè da
Montevideo, vestivano un’elegante tunica rossa, con paramani e risvolti
verdi, tutta ornata di bottoncini d’oro.
«Ecco un giovane che vuol morire con noi,» aveva detto Garibaldi
presentando Emilio a Giacomo Medici, ch’era capitano d’una di quelle
compagnie. E così Emilio fu arrolato.
Chi avrebbe detto all’uno e all’altro, in quei momenti di sciagura e di
speranze perdute, che si sarebbero ritrovati accanto un giorno, l’uno
Generale e l’altro Commissario del Re di Piemonte, varcando il Ticino,
e sulla via del trionfo?
Il mio zio e tutore Giovanni Borgazzi venne una mattina da mia madre
e la persuase a lasciar Milano, su cui si avanzava ormai rapidamente
l’esercito austriaco. Così fu decisa la partenza; e non c’era tempo
da perdere, perchè il pericolo cresceva d’ora in ora, e ogni indugio
poteva rendere più pericoloso il partire che il rimanere.
Come descrivere l’angoscia di quei momenti! Eppure alla severa scuola
del dolore la generazione di quel tempo, e la nuova che le succedeva,
dovevano imparare quelle virtù che sole potevano dar loro una Patria.