III.

_Sommario:_ La quinta giornata. — Preparativi per la presa di

Porta Tosa. — Il prete che benedice i combattenti al ponte di

Porta Tosa. — In piazza del Verziere. — I feriti. — I _Martinitt_

dell’Orfanotrofio. — La bandiera alla _Madonnina_ del Duomo. —

La presa di Porta Tosa. — Di guardia su un tetto. — Il pittore

De Albertis. — L’aspetto della città nella notte dal 22 al 23.

— La ritirata degli austriaci. — Le vie di Milano e l’entusiasmo

pubblico all’annunzio della ritirata degli austriaci. — Gli abiti

detti alla _Lombarda_. — Nel Castello. — Partenza di un manipolo di

volontari con Luciano Manara. — Gli ostaggi. — Le notizie dei paesi

insorti in tutto il Lombardo-Veneto.

Sentivo dire che s’era pensato di dare l’assalto a Porta Comasina,

ma che colla morte del Borgazzi l’impresa fosse fallita; e che poi si

progettasse un assalto alla Porta Ticinese, ma la resistenza vigorosa

che vi si trovò, e varie altre circostanze che rendevano difficile

l’impresa, facessero mutar consiglio. Alla fine era prevalso il

progetto dell’assalto a porta Tosa.

Questo fatto, che è certamente uno dei più importanti della

rivoluzione, fu preparato e diretto con molte cautele, con ordine, e

con un piano predisposto. Ci furono un’ala destra e un’ala sinistra

di combattenti di fianco al corso, che si avanzavano attaccando le

truppe dei bastioni per distrarle dal punto centrale, ch’era la porta;

e contro la porta furono dirette, lungo il corso, le barricate mobili

con le quali si doveva alla fine prenderla d’assalto. I meglio armati,

e i più risoluti, avevano il comando dei vari gruppi di combattenti, ai

quali era affidata l’esecuzione di questo piano.

Le barricate mobili erano grandi cilindri, fatti di fascine legate con

corde, che venivano sospinte innanzi rotolandole, e dietro le quali

stavano i nostri combattenti. Le aveva pensate, e fatte eseguire,

Antonio Carnevali, già professore alla scuola militare di Pavia durante

il Regno napoleonico. Furono queste barricate che resero possibile

l’avanzarsi dei nostri sotto le fucilate d’un reggimento di fanteria, e

sotto la mitraglia d’una batteria, che difendevano la porta.

Trovandomi sulla piazza del Verziere assistetti alla costruzione d’una

di tali barricate; e più tardi, verso il mezzogiorno, spinto dalla

curiosità e dal desiderio di far qualcosa anch’io, mossi verso il ponte

di porta Tosa, per arrivare almeno fino all’imboccatura del corso.

Da lontano, nella direzione del bastione e della porta, si sentiva il

rumore continuo delle fucilate dei soldati, e dei colpi di carabina dei

nostri; e a brevi intervalli la mitraglia, rimbalzando sul selciato,

giungeva fino al _Naviglio_.

Il ponte, tra il Verziere e il tratto di strada che conduce al corso

di porta Tosa, era asserragliato da una forte barricata, alla cui

custodia stava un drappello di cittadini armati. Quand’io mi presentai

(ero un giovanetto mingherlino), non mi fecero neanche l’onore di

domandarmi dove volessi andare. Uno diede un’occhiata, sorridendo, a me

e al fioretto di cui ero armato, e mi fece un gesto che voleva dire di

lasciare il passo ad altri, e di tornare indietro.

Infatti non si lasciavano passare che persone armate di carabine o di

fucili, oppure popolani robusti, che venivano con fascine, con pali,

con corde, per rafforzare le barricate mobili.

Passare il ponte voleva dire andare al fuoco sotto la mitraglia, voleva

dire gettarsi in una mischia terribile, e affrontare la morte.

Mentre ero rimasto lì sui due piedi, un po’ mortificato, per essere

stato tacitamente dichiarato inabile, e guardavo l’affaccendarsi

affannoso di chi andava e di chi veniva, vidi che al di là

della barricata stava ritto un prete: aveva un crocifisso in

mano, e dava l’assoluzione in _articulo mortis_ ai combattenti,

che si inginocchiavano dinanzi a lui prima di andare al fuoco.

Quello spettacolo, grave e solenne nella sua semplicità, e tanto

caratteristico di quei giorni e di quel tempo, non si cancellò più

dalla mia memoria.

Passai quasi tutta la giornata nella piazza del Verziere e nelle strade

vicine, facendo anch’io un po’ di tutto, per quel che potevo nel limite

delle mie forze, aiutando a portar travi ed assi, sacconi e masserizie

per rinforzare le barricate. Poi c’era sempre qualche notizia o qualche

ordine da portare; o si era chiamati in un’osteria, o in un caffè, o in

qualche casa a fonder palle e a far cartucce. Intanto venivano a mano a

mano i feriti, portati nelle case o all’ospedale. Vidi tra questi, su

una barella, un bel giovane, squarciato dalla mitraglia; mi si disse

ch’era l’ingegnere Stelzi. Di tanto in tanto cadevano anche nella

piazza dei razzi, o _racchette_ come le chiamavano allora, che erano

ancora in uso nell’artiglieria austriaca.

Questi razzi molte volte riuscivano innocui; ma in quel giorno vidi

parecchi cittadini rimanerne feriti.

Andavano e venivano dal ponte dei piccoli e coraggiosi messaggeri,

che avevano libero il passo, e ch’erano gli alunni dell’Orfanotrofio,

detti dal popolo i _Martinitt_. Col loro mezzo i combattenti del corso

di porta Tosa comunicavano coi varî punti della città, e col Comitato

della difesa. Questi valorosi figlioli della beneficenza cittadina

erano argomento dell’ammirazione di tutti.

E tutti, ogni tanto, alzavano gli occhi in alto, nella direzione della

più alta guglia del Duomo, sulla quale sta la statua della Vergine, con

cui i milanesi sono in grande confidenza, come col genio tutelare della

casa, e la chiamano la _Madonnina_. Essa vede da tanti anni le nostre

gioie e i nostri dolori; situata sì in alto, pare più vicina al cielo,

al quale i milanesi amavano sperare che dicesse in quei momenti una

buona parola per loro. Quando, nella terza giornata della rivoluzione,

si vide sventolare in mano alla _Madonnina_ la bandiera tricolore,

nessuno dubitò più della vittoria. Da tutta la città si levò un grido

di trionfo e di gioia, come se la _Madonnina_ avesse fatto causa

comune con noi, e avesse preso Milano sotto la sua protezione[13]. E

ogni tanto si guardava in su, per assicurarsi che la bandiera della

_Madonnina_ sventolasse ancora.

Verso la sera della quinta giornata, le grida _vittoria, vittoria_,

fecero accorrere e affollare verso il ponte quanti erano in piazza,

e questa volta la barricata e i suoi custodi non valsero più a

trattenere la gente. Potei anch’io passare il ponte, e avanzarmi fino

all’imboccatura del corso.

La mitraglia non rimbalzava più; tutto il combattimento s’era ridotto

alla porta. Era stata presa, poi incendiata, poi ripresa dagli

austriaci, poi ancora dai nostri; ora bruciava. Gli austriaci si erano

ritirati, lateralmente, sui bastioni, e facevan fuoco sulla folla

che correva verso la porta. Le prime case del corso, in vicinanza

al bastione, ardevano, e le fiamme si elevavano alte nell’oscurità,

crepitando; il terrore di quello spettacolo era accresciuto dalle grida

della vittoria, dagli urli degli assalitori, e dai lamenti acuti dei

feriti, o di donne fuggenti. Ogni tanto qualche panico ricacciava e

disperdeva la folla, che poco dopo ritornava con nuovo furore.

Corsi a casa a confermare anch’io la gran notizia della presa di Porta

Tosa, chiamata da quel momento dal popolo Porta Vittoria (Decreto

6 aprile 1848), e trovai mia madre agitatissima, perchè ormai da

ventiquattro ore non s’era più veduto Emilio. Non lo rivedemmo che la

mattina seguente, e allora ci narrò le varie peripezie della giornata,

che gli avevano impedito di venire in via dei Durini.

Calata la notte, e cessato il fuoco a Porta Tosa, si principiò a

sentire un cannoneggiamento lontano, che pareva venisse dalle vicinanze

del castello. Ed ecco subito giungere ordini nelle case di sorvegliare

attentamente i tetti, le soffitte, i fienili, poichè pareva che

incominciasse un bombardamento più vigoroso.

Eccomi ancora di guardia su di un tetto, questa volta della via dei

Durini, passandoci una notte umida, fredda, appoggiato ad un fumaiuolo,

e ravvolto in una coperta di lana; nè la stanchezza nè il sonno mi

avrebbero potuto vincere dinanzi allo spettacolo spaventevole di quella

notte. Dalle parti del castello e lungo un tratto dei bastioni, si

vedeva una grande striscia di fuoco, che in vari punti si elevava con

fiamme alte e sinistre nella notte nerissima.

Erano incendi di case e colonne di fumo, era il fuoco dei battaglioni

austriaci e delle artiglierie, che assieme tiravano contro la città,

senza tregua, con un rumore indiavolato, che scoteva l’aria e la terra.

Era uno spettacolo cupo, grandioso, che la notte rendeva più misterioso

e spaventevole.

Tutti, come seppi poi, erano rimasti in piedi quella notte, compresi

da un muto terrore; tutti s’erano domandati ansiosamente se un corpo

d’insorti, o una avanguardia piemontese, fossero venuti a dar l’assalto

alle mura; o se principiassero l’incendio e il saccheggio della città.

Tutti erano trepidanti, silenziosi. Anche le campane a martello in

alcuni punti tacevano.

— «_Alt!_ chi sei tu?» chiesi a un tratto ad un’ombra bianca che si

avanzava verso di me pian piano, e facendo scricchiolare le tegole del

tetto.

— «Sono una sentinella, viva Pio IX!»

— «Parola d’ordine!»

— «_Augusto Anfossi_».

E chi mi rispose così venne a sedersi accanto a me, tutto ravvolto in

una coperta di lana bianca e con uno spadone antico a due mani sulla

spalla.

Riconobbi in lui quel guerriero che avevo già osservato più volte il

giorno prima al ponte di Porta Tosa, e che, pur accorrendo dove si

sentivano le fucilate, procurava che la sua coperta di lana facesse

sempre delle pieghe bizzarre con una certa pretesa artistica. Era un

giovanotto sui vent’anni.

Si principiò, io e lui, con l’almanaccare su quello strepito diabolico

e su quei fuochi. Il mio collega ne sapeva quanto me, ma soprattutto

ammirava le tinte purpuree incandescenti del cielo. E intanto prese

a narrarmi, con la voce rauca, e con un linguaggio un po’ slegato e

fantastico, i mille episodi della presa di Porta Tosa e di altri fatti

ai quali aveva preso parte, prima con un fucile che gli si era rotto,

poi con lo spadone, uno spadone antico, che diceva essere una bellezza.

Alla fine gli domandai:

— «Sei uno studente?»

— «Ma che!» mi rispose con una certa alterigia. «Sono un artista, un

pittore!»

— «Ed hai fatto molti quadri?» gli domandai.

— «No, ma ne ho già in mente tre... ed ora penso a un quadro... _la

scena di questa notte veduta da un tetto, la luce dll’alba, e il

bombardamento della città!_ che contrasto!... una cosa magnifica!

vedrai! che bellezza!»

— «Come ti chiami?»

— «Sebastiano De Albertis.»

Quell’amicizia, incominciata sul tetto, continuò; egli fece parecchi

quadri, non la scena veduta da un tetto, che gli diedero una

certa fama; fu garibaldino nel ’59 e dipinse delle scene militari;

rammentammo più volte la notte passata insieme, appoggiati ad un

fumaiuolo. La rammentammo anche pochi giorni prima che morisse,

trovandoci in una Commissione che preparava pel 50.º anniversario delle

Cinque Giornate quei festeggiamenti ch’egli non doveva vedere.

Alle tre dopo la mezzanotte tutto quel rumore diabolico improvvisamente

cessò. Seguì un silenzio profondo, ansioso, che durò un paio d’ore;

poi ad un tratto si sentirono delle grida lontane, che parevano degli

evviva; poi alcuni campanili incominciarono a sonare non a martello, ma

a festa; poi un rumore nuovo, come di voci allegre e di gente festosa,

scoppiava da ogni punto, cresceva, e saliva distinto fino a noi.

— Che c’è? Che sarà? — esclamammo noi due, e corremmo rapidamente in

strada.

In strada la gente scendeva da tutte le case. Non si sentiva più che un

grido: _Sono andati! Sono andati!_

Tutti si ripetevano l’un l’altro la grande notizia, tutti si

abbracciavano, si baciavano, piangevano; le porte, le finestre si

spalancavano; da ogni finestra sventolava una bandiera fatta coi tre

colori; molti vi accendevano dei lumi. Sono andati! Sono andati!

Oh, come descrivere a chi non l’ha veduta la gioia, la frenesia di

quell’ora!

Chi aveva sopportato i dolori e la vergogna della schiavitù provava ora

la fierezza del sentirsi libero, la confidenza nelle proprie forze, la

fede nel proprio avvenire. Nessuno avrà fatto l’analisi di tutto ciò in

quel momento, ma pure c’era tutto ciò in quel grido unanime, pieno di

gioia e di ebbrezza — _sono andati, sono andati!_ — che erompeva come

una voce sola.

— «_Giovanin Bongee_ è vendicato!» fu la prima parola che mi disse il

Correnti quando lo incontrai in quel giorno.

Dopo avere scambiato anch’io molti abbracci e molti baci, non solo con

mia madre, ma con quanti c’erano in casa Garnier, ritornai in fretta

a girandolare per le strade, spingendomi verso tutti quei posti dove

sentivo che c’erano stati i principali combattimenti. Dappertutto era

il medesimo spettacolo; dappertutto sventolavano drappi, tele, cenci

d’ogni qualità, purchè fossero bianchi, rossi e verdi; e la gente non

cessava dal contemplare, dall’inebbriarsi quasi di quei colori, simbolo

di tante speranze e di tanti dolori. Tutti portavano grandi coccarde

d’ogni foggia ai cappelli e sui vestiti; e dalle coccarde pendevano

medaglie col ritratto di Pio IX e col motto: _Italia libera, Dio lo

vuole_.

Nelle strade era uno scambiarsi continuo di saluti, di rallegramenti,

di abbracci, tra conoscenti e non conoscenti. A ogni passo c’era

qualche crocchio in cui si scambiavano notizie, o si narravano i fatti,

gli episodi di quei giorni; seppi allora che con quel grande strepito,

che ci aveva colpiti nella notte, gli austriaci avevano protetto la

loro ritirata.

Sentii anche che nelle corti del Castello si vedevano cose

raccapriccianti, pozze di sangue, cadaveri di uomini e di donne,

fucilati, mutilati.

_Sono andati! Sono andati!_ E in tutti era una festa, un entusiasmo

che pareva un delirio; tutti eran mossi da una smania di espandersi,

di affratellarsi, di affaccendarsi. Molti continuavano il lavoro alle

barricate, specialmente quelli che ne erano stati lontani nei giorni

antecedenti; le rinforzavano, e persino le abbellivano, gloriosi di

quell’opera cittadina, che in quel giorno pareva il presidio eterno

della comune libertà.

Non mancavano, anzi abbondavano, i tipi comici, che furono poi chiamati

gli _eroi della sesta giornata_, che andavano in giro facendo pompa

dei più strani costumi; con corazze antiche sul petto, con cappelli

piumati o morioni, con stivali di cuoio giallo, con armature ed

abiti da teatro. Queste strane fogge di _abbigliamenti patriottici_

continuarono, pur troppo, per molto tempo ancora; e anzi comparve una

moda nel vestire, chiamata alla _lombarda_, e che consisteva in un

camiciotto, o _blouse_, di velluto nero, di fabbrica nazionale, stretta

alla vita da una cintura di pelle da cui pendeva una daga o una spada;

colletto bianco, grande, rovesciato sulle spalle; calzoni corti di

velluto nero; stivali che arrivavano fino al ginocchio; cappello alla

calabrese con pennacchio; e una collana che scendeva sul petto, e da

cui pendeva un medaglione, ch’era di solito il ritratto di Pio IX.

Anche ad alcuni uomini serî non era sembrato strano, in quei primi

giorni, il vestire a un di presso così. E non era sembrato strano

neppure a Cesare Correnti, segretario generale del Governo Provvisorio,

chè appunto in quei giorni vidi anche lui vestito di velluto, alla

_lombarda_, con la fusciacca tricolore a tracolla, e una sciabola al

fianco.

Anche parecchie eleganti signore adottarono sulle prime questo

strano genere di abbigliamento, e trovarono modo di adoperare, quali

ornamenti delle _toilettes_, fusciacche tricolori, cappelli alla

calabrese, pistole, e persino, Dio glielo perdoni!, spade e sciabole di

cavalleria.

La festività, mezzo seria e mezzo comica, che seguì in Milano la

ritirata degli austriaci, si protrasse per parecchi giorni. Nessuna

stranezza stupiva, o pareva tale, usciti tutti come eravamo da quel

grande avvenimento, che superava ciò che di più strano poteva figurarsi

la nostra immaginazione.

Ci furono anche, ad onor del vero, delle manifestazioni e degli atti

più serî. Il 24 marzo un manipolo di giovani, ch’erano stati tra i più

valorosi durante la rivoluzione, sotto il comando di Luciano Manara,

uscivano dalla città inseguendo la retroguardia austriaca. Quei giovani

furono il primo nucleo di quel battaglione lombardo di circa ottocento,

che, dopo avere valorosamente combattuto a fianco dell’esercito

piemontese sui campi di Lombardia, e più tardi alla Cava in Piemonte,

chiudeva la sua breve e gloriosa vita militare decimato sugli spalti di

Roma.

Un altro gruppo di cittadini milanesi s’avviava intanto penosamente,

dietro i carriaggi austriaci, verso Verona: erano gli ostaggi.

In seguito all’assalto e alla presa del _Broletto_, eseguiti per ordine

del generale Wallmoden, sull’imbrunire del 18 marzo, erano stati presi

circa cinquanta cittadini, e condotti prigionieri in castello. Tra

questi, n’erano stati scelti una ventina quali ostaggi, al momento in

cui l’armata si ritirò, nella notte del 22 marzo[14].

Le truppe giunsero la sera del 23 marzo a Melegnano, conducendo seco

gli ostaggi, affidati alla custodia d’un Commissario di Polizia, un

tal De Betta. Furono rinchiusi in un camerone oscuro, ove poco dopo

si vide una luce sinistra, seguita da un colpo, e da un grido; uno

degli ostaggi cadde mortalmente ferito; era il conte Carlo Porro. Ne

fu incolpato il Commissario De Betta, che poi se ne scolpò, e attribuì

il colpo a un soldato, e a un caso fortuito. Il Porro morì il giorno

dopo, e fu una grave perdita. Cultore di scienze naturali, fu uno dei

fondatori del museo di Milano; cittadino autorevolissimo, era stato

in quei giorni uno dei dirigenti il movimento del paese, di cui era un

onore e una speranza[15].

Gli ostaggi furono condotti a Klagenfurt, e più tardi vennero scambiati

con prigionieri austriaci.

Così si chiudeva quel primo giorno di trionfo. I gridi di gioia

coprivano molti gemiti, e molte lacrime, come segue la sera d’ogni

trionfo; ma la gioia era tanta, che perfino gli afflitti gioivano, o

almeno erano più rassegnati nel dolore.

Intanto giungevano notizie da ogni parte della Lombardia e del Veneto.

Dappertutto era la stessa cosa; come in una polveriera dove si fosse

dato fuoco a una miccia, nel tempo stesso in ogni città, in ogni

borgata, in ogni villaggio, ognuno a suo modo aveva fatto la sua

rivoluzione, quasi vi fosse stata un’intesa, e con gli stessi caratteri

di concordia, di entusiasmo, e talora di imprevidenza generosa e

ingenua.

Le lezioni dell’esperienza vennero poi: inesorabili e dure; ma non

turbiamo quei momenti felici.

Ricordi di gioventù · 第 19 / 105 题