_Sommario:_ La quinta giornata. — Preparativi per la presa di
Porta Tosa. — Il prete che benedice i combattenti al ponte di
Porta Tosa. — In piazza del Verziere. — I feriti. — I _Martinitt_
dell’Orfanotrofio. — La bandiera alla _Madonnina_ del Duomo. —
La presa di Porta Tosa. — Di guardia su un tetto. — Il pittore
De Albertis. — L’aspetto della città nella notte dal 22 al 23.
— La ritirata degli austriaci. — Le vie di Milano e l’entusiasmo
pubblico all’annunzio della ritirata degli austriaci. — Gli abiti
detti alla _Lombarda_. — Nel Castello. — Partenza di un manipolo di
volontari con Luciano Manara. — Gli ostaggi. — Le notizie dei paesi
insorti in tutto il Lombardo-Veneto.
Sentivo dire che s’era pensato di dare l’assalto a Porta Comasina,
ma che colla morte del Borgazzi l’impresa fosse fallita; e che poi si
progettasse un assalto alla Porta Ticinese, ma la resistenza vigorosa
che vi si trovò, e varie altre circostanze che rendevano difficile
l’impresa, facessero mutar consiglio. Alla fine era prevalso il
progetto dell’assalto a porta Tosa.
Questo fatto, che è certamente uno dei più importanti della
rivoluzione, fu preparato e diretto con molte cautele, con ordine, e
con un piano predisposto. Ci furono un’ala destra e un’ala sinistra
di combattenti di fianco al corso, che si avanzavano attaccando le
truppe dei bastioni per distrarle dal punto centrale, ch’era la porta;
e contro la porta furono dirette, lungo il corso, le barricate mobili
con le quali si doveva alla fine prenderla d’assalto. I meglio armati,
e i più risoluti, avevano il comando dei vari gruppi di combattenti, ai
quali era affidata l’esecuzione di questo piano.
Le barricate mobili erano grandi cilindri, fatti di fascine legate con
corde, che venivano sospinte innanzi rotolandole, e dietro le quali
stavano i nostri combattenti. Le aveva pensate, e fatte eseguire,
Antonio Carnevali, già professore alla scuola militare di Pavia durante
il Regno napoleonico. Furono queste barricate che resero possibile
l’avanzarsi dei nostri sotto le fucilate d’un reggimento di fanteria, e
sotto la mitraglia d’una batteria, che difendevano la porta.
Trovandomi sulla piazza del Verziere assistetti alla costruzione d’una
di tali barricate; e più tardi, verso il mezzogiorno, spinto dalla
curiosità e dal desiderio di far qualcosa anch’io, mossi verso il ponte
di porta Tosa, per arrivare almeno fino all’imboccatura del corso.
Da lontano, nella direzione del bastione e della porta, si sentiva il
rumore continuo delle fucilate dei soldati, e dei colpi di carabina dei
nostri; e a brevi intervalli la mitraglia, rimbalzando sul selciato,
giungeva fino al _Naviglio_.
Il ponte, tra il Verziere e il tratto di strada che conduce al corso
di porta Tosa, era asserragliato da una forte barricata, alla cui
custodia stava un drappello di cittadini armati. Quand’io mi presentai
(ero un giovanetto mingherlino), non mi fecero neanche l’onore di
domandarmi dove volessi andare. Uno diede un’occhiata, sorridendo, a me
e al fioretto di cui ero armato, e mi fece un gesto che voleva dire di
lasciare il passo ad altri, e di tornare indietro.
Infatti non si lasciavano passare che persone armate di carabine o di
fucili, oppure popolani robusti, che venivano con fascine, con pali,
con corde, per rafforzare le barricate mobili.
Passare il ponte voleva dire andare al fuoco sotto la mitraglia, voleva
dire gettarsi in una mischia terribile, e affrontare la morte.
Mentre ero rimasto lì sui due piedi, un po’ mortificato, per essere
stato tacitamente dichiarato inabile, e guardavo l’affaccendarsi
affannoso di chi andava e di chi veniva, vidi che al di là
della barricata stava ritto un prete: aveva un crocifisso in
mano, e dava l’assoluzione in _articulo mortis_ ai combattenti,
che si inginocchiavano dinanzi a lui prima di andare al fuoco.
Quello spettacolo, grave e solenne nella sua semplicità, e tanto
caratteristico di quei giorni e di quel tempo, non si cancellò più
dalla mia memoria.
Passai quasi tutta la giornata nella piazza del Verziere e nelle strade
vicine, facendo anch’io un po’ di tutto, per quel che potevo nel limite
delle mie forze, aiutando a portar travi ed assi, sacconi e masserizie
per rinforzare le barricate. Poi c’era sempre qualche notizia o qualche
ordine da portare; o si era chiamati in un’osteria, o in un caffè, o in
qualche casa a fonder palle e a far cartucce. Intanto venivano a mano a
mano i feriti, portati nelle case o all’ospedale. Vidi tra questi, su
una barella, un bel giovane, squarciato dalla mitraglia; mi si disse
ch’era l’ingegnere Stelzi. Di tanto in tanto cadevano anche nella
piazza dei razzi, o _racchette_ come le chiamavano allora, che erano
ancora in uso nell’artiglieria austriaca.
Questi razzi molte volte riuscivano innocui; ma in quel giorno vidi
parecchi cittadini rimanerne feriti.
Andavano e venivano dal ponte dei piccoli e coraggiosi messaggeri,
che avevano libero il passo, e ch’erano gli alunni dell’Orfanotrofio,
detti dal popolo i _Martinitt_. Col loro mezzo i combattenti del corso
di porta Tosa comunicavano coi varî punti della città, e col Comitato
della difesa. Questi valorosi figlioli della beneficenza cittadina
erano argomento dell’ammirazione di tutti.
E tutti, ogni tanto, alzavano gli occhi in alto, nella direzione della
più alta guglia del Duomo, sulla quale sta la statua della Vergine, con
cui i milanesi sono in grande confidenza, come col genio tutelare della
casa, e la chiamano la _Madonnina_. Essa vede da tanti anni le nostre
gioie e i nostri dolori; situata sì in alto, pare più vicina al cielo,
al quale i milanesi amavano sperare che dicesse in quei momenti una
buona parola per loro. Quando, nella terza giornata della rivoluzione,
si vide sventolare in mano alla _Madonnina_ la bandiera tricolore,
nessuno dubitò più della vittoria. Da tutta la città si levò un grido
di trionfo e di gioia, come se la _Madonnina_ avesse fatto causa
comune con noi, e avesse preso Milano sotto la sua protezione[13]. E
ogni tanto si guardava in su, per assicurarsi che la bandiera della
_Madonnina_ sventolasse ancora.
Verso la sera della quinta giornata, le grida _vittoria, vittoria_,
fecero accorrere e affollare verso il ponte quanti erano in piazza,
e questa volta la barricata e i suoi custodi non valsero più a
trattenere la gente. Potei anch’io passare il ponte, e avanzarmi fino
all’imboccatura del corso.
La mitraglia non rimbalzava più; tutto il combattimento s’era ridotto
alla porta. Era stata presa, poi incendiata, poi ripresa dagli
austriaci, poi ancora dai nostri; ora bruciava. Gli austriaci si erano
ritirati, lateralmente, sui bastioni, e facevan fuoco sulla folla
che correva verso la porta. Le prime case del corso, in vicinanza
al bastione, ardevano, e le fiamme si elevavano alte nell’oscurità,
crepitando; il terrore di quello spettacolo era accresciuto dalle grida
della vittoria, dagli urli degli assalitori, e dai lamenti acuti dei
feriti, o di donne fuggenti. Ogni tanto qualche panico ricacciava e
disperdeva la folla, che poco dopo ritornava con nuovo furore.
Corsi a casa a confermare anch’io la gran notizia della presa di Porta
Tosa, chiamata da quel momento dal popolo Porta Vittoria (Decreto
6 aprile 1848), e trovai mia madre agitatissima, perchè ormai da
ventiquattro ore non s’era più veduto Emilio. Non lo rivedemmo che la
mattina seguente, e allora ci narrò le varie peripezie della giornata,
che gli avevano impedito di venire in via dei Durini.
Calata la notte, e cessato il fuoco a Porta Tosa, si principiò a
sentire un cannoneggiamento lontano, che pareva venisse dalle vicinanze
del castello. Ed ecco subito giungere ordini nelle case di sorvegliare
attentamente i tetti, le soffitte, i fienili, poichè pareva che
incominciasse un bombardamento più vigoroso.
Eccomi ancora di guardia su di un tetto, questa volta della via dei
Durini, passandoci una notte umida, fredda, appoggiato ad un fumaiuolo,
e ravvolto in una coperta di lana; nè la stanchezza nè il sonno mi
avrebbero potuto vincere dinanzi allo spettacolo spaventevole di quella
notte. Dalle parti del castello e lungo un tratto dei bastioni, si
vedeva una grande striscia di fuoco, che in vari punti si elevava con
fiamme alte e sinistre nella notte nerissima.
Erano incendi di case e colonne di fumo, era il fuoco dei battaglioni
austriaci e delle artiglierie, che assieme tiravano contro la città,
senza tregua, con un rumore indiavolato, che scoteva l’aria e la terra.
Era uno spettacolo cupo, grandioso, che la notte rendeva più misterioso
e spaventevole.
Tutti, come seppi poi, erano rimasti in piedi quella notte, compresi
da un muto terrore; tutti s’erano domandati ansiosamente se un corpo
d’insorti, o una avanguardia piemontese, fossero venuti a dar l’assalto
alle mura; o se principiassero l’incendio e il saccheggio della città.
Tutti erano trepidanti, silenziosi. Anche le campane a martello in
alcuni punti tacevano.
— «_Alt!_ chi sei tu?» chiesi a un tratto ad un’ombra bianca che si
avanzava verso di me pian piano, e facendo scricchiolare le tegole del
tetto.
— «Sono una sentinella, viva Pio IX!»
— «Parola d’ordine!»
— «_Augusto Anfossi_».
E chi mi rispose così venne a sedersi accanto a me, tutto ravvolto in
una coperta di lana bianca e con uno spadone antico a due mani sulla
spalla.
Riconobbi in lui quel guerriero che avevo già osservato più volte il
giorno prima al ponte di Porta Tosa, e che, pur accorrendo dove si
sentivano le fucilate, procurava che la sua coperta di lana facesse
sempre delle pieghe bizzarre con una certa pretesa artistica. Era un
giovanotto sui vent’anni.
Si principiò, io e lui, con l’almanaccare su quello strepito diabolico
e su quei fuochi. Il mio collega ne sapeva quanto me, ma soprattutto
ammirava le tinte purpuree incandescenti del cielo. E intanto prese
a narrarmi, con la voce rauca, e con un linguaggio un po’ slegato e
fantastico, i mille episodi della presa di Porta Tosa e di altri fatti
ai quali aveva preso parte, prima con un fucile che gli si era rotto,
poi con lo spadone, uno spadone antico, che diceva essere una bellezza.
Alla fine gli domandai:
— «Sei uno studente?»
— «Ma che!» mi rispose con una certa alterigia. «Sono un artista, un
pittore!»
— «Ed hai fatto molti quadri?» gli domandai.
— «No, ma ne ho già in mente tre... ed ora penso a un quadro... _la
scena di questa notte veduta da un tetto, la luce dll’alba, e il
bombardamento della città!_ che contrasto!... una cosa magnifica!
vedrai! che bellezza!»
— «Come ti chiami?»
— «Sebastiano De Albertis.»
Quell’amicizia, incominciata sul tetto, continuò; egli fece parecchi
quadri, non la scena veduta da un tetto, che gli diedero una
certa fama; fu garibaldino nel ’59 e dipinse delle scene militari;
rammentammo più volte la notte passata insieme, appoggiati ad un
fumaiuolo. La rammentammo anche pochi giorni prima che morisse,
trovandoci in una Commissione che preparava pel 50.º anniversario delle
Cinque Giornate quei festeggiamenti ch’egli non doveva vedere.
Alle tre dopo la mezzanotte tutto quel rumore diabolico improvvisamente
cessò. Seguì un silenzio profondo, ansioso, che durò un paio d’ore;
poi ad un tratto si sentirono delle grida lontane, che parevano degli
evviva; poi alcuni campanili incominciarono a sonare non a martello, ma
a festa; poi un rumore nuovo, come di voci allegre e di gente festosa,
scoppiava da ogni punto, cresceva, e saliva distinto fino a noi.
— Che c’è? Che sarà? — esclamammo noi due, e corremmo rapidamente in
strada.
In strada la gente scendeva da tutte le case. Non si sentiva più che un
grido: _Sono andati! Sono andati!_
Tutti si ripetevano l’un l’altro la grande notizia, tutti si
abbracciavano, si baciavano, piangevano; le porte, le finestre si
spalancavano; da ogni finestra sventolava una bandiera fatta coi tre
colori; molti vi accendevano dei lumi. Sono andati! Sono andati!
Oh, come descrivere a chi non l’ha veduta la gioia, la frenesia di
quell’ora!
Chi aveva sopportato i dolori e la vergogna della schiavitù provava ora
la fierezza del sentirsi libero, la confidenza nelle proprie forze, la
fede nel proprio avvenire. Nessuno avrà fatto l’analisi di tutto ciò in
quel momento, ma pure c’era tutto ciò in quel grido unanime, pieno di
gioia e di ebbrezza — _sono andati, sono andati!_ — che erompeva come
una voce sola.
— «_Giovanin Bongee_ è vendicato!» fu la prima parola che mi disse il
Correnti quando lo incontrai in quel giorno.
Dopo avere scambiato anch’io molti abbracci e molti baci, non solo con
mia madre, ma con quanti c’erano in casa Garnier, ritornai in fretta
a girandolare per le strade, spingendomi verso tutti quei posti dove
sentivo che c’erano stati i principali combattimenti. Dappertutto era
il medesimo spettacolo; dappertutto sventolavano drappi, tele, cenci
d’ogni qualità, purchè fossero bianchi, rossi e verdi; e la gente non
cessava dal contemplare, dall’inebbriarsi quasi di quei colori, simbolo
di tante speranze e di tanti dolori. Tutti portavano grandi coccarde
d’ogni foggia ai cappelli e sui vestiti; e dalle coccarde pendevano
medaglie col ritratto di Pio IX e col motto: _Italia libera, Dio lo
vuole_.
Nelle strade era uno scambiarsi continuo di saluti, di rallegramenti,
di abbracci, tra conoscenti e non conoscenti. A ogni passo c’era
qualche crocchio in cui si scambiavano notizie, o si narravano i fatti,
gli episodi di quei giorni; seppi allora che con quel grande strepito,
che ci aveva colpiti nella notte, gli austriaci avevano protetto la
loro ritirata.
Sentii anche che nelle corti del Castello si vedevano cose
raccapriccianti, pozze di sangue, cadaveri di uomini e di donne,
fucilati, mutilati.
_Sono andati! Sono andati!_ E in tutti era una festa, un entusiasmo
che pareva un delirio; tutti eran mossi da una smania di espandersi,
di affratellarsi, di affaccendarsi. Molti continuavano il lavoro alle
barricate, specialmente quelli che ne erano stati lontani nei giorni
antecedenti; le rinforzavano, e persino le abbellivano, gloriosi di
quell’opera cittadina, che in quel giorno pareva il presidio eterno
della comune libertà.
Non mancavano, anzi abbondavano, i tipi comici, che furono poi chiamati
gli _eroi della sesta giornata_, che andavano in giro facendo pompa
dei più strani costumi; con corazze antiche sul petto, con cappelli
piumati o morioni, con stivali di cuoio giallo, con armature ed
abiti da teatro. Queste strane fogge di _abbigliamenti patriottici_
continuarono, pur troppo, per molto tempo ancora; e anzi comparve una
moda nel vestire, chiamata alla _lombarda_, e che consisteva in un
camiciotto, o _blouse_, di velluto nero, di fabbrica nazionale, stretta
alla vita da una cintura di pelle da cui pendeva una daga o una spada;
colletto bianco, grande, rovesciato sulle spalle; calzoni corti di
velluto nero; stivali che arrivavano fino al ginocchio; cappello alla
calabrese con pennacchio; e una collana che scendeva sul petto, e da
cui pendeva un medaglione, ch’era di solito il ritratto di Pio IX.
Anche ad alcuni uomini serî non era sembrato strano, in quei primi
giorni, il vestire a un di presso così. E non era sembrato strano
neppure a Cesare Correnti, segretario generale del Governo Provvisorio,
chè appunto in quei giorni vidi anche lui vestito di velluto, alla
_lombarda_, con la fusciacca tricolore a tracolla, e una sciabola al
fianco.
Anche parecchie eleganti signore adottarono sulle prime questo
strano genere di abbigliamento, e trovarono modo di adoperare, quali
ornamenti delle _toilettes_, fusciacche tricolori, cappelli alla
calabrese, pistole, e persino, Dio glielo perdoni!, spade e sciabole di
cavalleria.
La festività, mezzo seria e mezzo comica, che seguì in Milano la
ritirata degli austriaci, si protrasse per parecchi giorni. Nessuna
stranezza stupiva, o pareva tale, usciti tutti come eravamo da quel
grande avvenimento, che superava ciò che di più strano poteva figurarsi
la nostra immaginazione.
Ci furono anche, ad onor del vero, delle manifestazioni e degli atti
più serî. Il 24 marzo un manipolo di giovani, ch’erano stati tra i più
valorosi durante la rivoluzione, sotto il comando di Luciano Manara,
uscivano dalla città inseguendo la retroguardia austriaca. Quei giovani
furono il primo nucleo di quel battaglione lombardo di circa ottocento,
che, dopo avere valorosamente combattuto a fianco dell’esercito
piemontese sui campi di Lombardia, e più tardi alla Cava in Piemonte,
chiudeva la sua breve e gloriosa vita militare decimato sugli spalti di
Roma.
Un altro gruppo di cittadini milanesi s’avviava intanto penosamente,
dietro i carriaggi austriaci, verso Verona: erano gli ostaggi.
In seguito all’assalto e alla presa del _Broletto_, eseguiti per ordine
del generale Wallmoden, sull’imbrunire del 18 marzo, erano stati presi
circa cinquanta cittadini, e condotti prigionieri in castello. Tra
questi, n’erano stati scelti una ventina quali ostaggi, al momento in
cui l’armata si ritirò, nella notte del 22 marzo[14].
Le truppe giunsero la sera del 23 marzo a Melegnano, conducendo seco
gli ostaggi, affidati alla custodia d’un Commissario di Polizia, un
tal De Betta. Furono rinchiusi in un camerone oscuro, ove poco dopo
si vide una luce sinistra, seguita da un colpo, e da un grido; uno
degli ostaggi cadde mortalmente ferito; era il conte Carlo Porro. Ne
fu incolpato il Commissario De Betta, che poi se ne scolpò, e attribuì
il colpo a un soldato, e a un caso fortuito. Il Porro morì il giorno
dopo, e fu una grave perdita. Cultore di scienze naturali, fu uno dei
fondatori del museo di Milano; cittadino autorevolissimo, era stato
in quei giorni uno dei dirigenti il movimento del paese, di cui era un
onore e una speranza[15].
Gli ostaggi furono condotti a Klagenfurt, e più tardi vennero scambiati
con prigionieri austriaci.
Così si chiudeva quel primo giorno di trionfo. I gridi di gioia
coprivano molti gemiti, e molte lacrime, come segue la sera d’ogni
trionfo; ma la gioia era tanta, che perfino gli afflitti gioivano, o
almeno erano più rassegnati nel dolore.
Intanto giungevano notizie da ogni parte della Lombardia e del Veneto.
Dappertutto era la stessa cosa; come in una polveriera dove si fosse
dato fuoco a una miccia, nel tempo stesso in ogni città, in ogni
borgata, in ogni villaggio, ognuno a suo modo aveva fatto la sua
rivoluzione, quasi vi fosse stata un’intesa, e con gli stessi caratteri
di concordia, di entusiasmo, e talora di imprevidenza generosa e
ingenua.
Le lezioni dell’esperienza vennero poi: inesorabili e dure; ma non
turbiamo quei momenti felici.