NOTE.

[6] Ecco come il Cattaneo racconta la visita avuta da alcuni

giovani la mattina del 18 marzo:

«La sera del 17 marzo, uno degli amici miei, che veniva all’istante

dalla casa del conte O’ Donnel, Vice-presidente del governo,

avendomi annunziato che una nuova sedizione in Vienna ci apportava

l’abolizione della Censura, deliberai tosto, di pôr mano pel dì

seguente alla pubblicazione d’un giornale. Parevami propizio

il momento d’indirizzare i cittadini a estorcere immantinente

all’attonito governo quanto più si potesse di armamenti o di

libertà; e recarci sopratutto in poter nostro i nostri soldati.

Conveniva metterci in grado di dar principio alla lega italica con

mani guarnite, sicchè il vicino regnante, fattosi costituzionale

da troppo pochi dì e solo per nostro amore, ci fosse alleato se

voleva, ma non padrone. Ricordo nuovamente che l’impresa dei

cittadini comprendeva il conquisto dell’indipendenza insieme

e della libertà. Una indipendenza servile, una indipendenza

all’austriaca o alla russa, non mi pareva cosa da farsi se non per

disfarla da capo. Per siffatte mezze imprese non mi pareva lecito

insanguinare la patria.

«Avevo appena finito di scrivere in fretta il mio primo foglio,

quando poco dopo l’alba due amici vollero entrare da me,

ragguagliandomi che il podestà Casati dopo mezzodì doveva recarsi

dal Municipio al governo, per dimandare a nome del popolo alcune

concessioni; volevano essi avere l’avviso mio su ciò ch’era per

loro a farsi, nel quasi inevitabile evento di un conflitto. Questa

smania di correre immantinente alla forza, quando nulla si era

fatto per possederla e ordinarla, mi pareva troppo favorevole al

nemico, che sapevamo presto e bramoso. «Il Podestà farà mitragliare

i cittadini, io dissi: egli va da cieco dove lo spingono; ma voi

con che forze volete assalire una massa di ventimila uomini, che

si è preparata di lunga mano a fare un macello, e lo desidera?

Quanti combattenti avete? — «Quei giovani non avevano a mano che

qualche dozzina d’altri cacciatori.» — «Non vedete, risposi, che vi

vogliono parecchie migliaia d’uomini bene armati e ben comandati?»

— «Mi dissero che tutta la città si sarebbe mossa, e che si avevano

pronti quarantamila fucili. — «Questi quarantamila fucili li avete

visti?» — «Non li abbiamo visti; ma sappiamo che il Comitato

direttore li aspettava di Piemonte.» — «Andate dunque prima a

vedere se sono arrivati; andate al comitato-direttore. E siete

poi certi che questo comitato vi sia» — «Senza dubbio; tutti ne

parlano.» — «— Ebbene, vedrete che infine non avremo nè comitato,

nè fucili. Io conosco da un pezzo codesti ciambellani; hanno una

fede cieca in Carlo Alberto, e saranno corrisposti come al solito.

Carlo Alberto non ama la libertà; e non può amarla. Bisogna pigliar

tempo per armarci, e perchè tutta l’Italia si metta in grado

d’aiutarci; non ci vuol meno che tutta l’Italia. Andiamo adagio;

non cacciamo in bocca al cannone un popolo disarmato, finchè almeno

non ci mettono alla assoluta necessità della difesa» — Li amici

se ne andarono poco di me contenti. Ne vennero altri; e si fecero

li stessi discorsi; altri m’invitarono a non so quale adunanza,

a due ore, nella Galleria; io intanto portavo a uno stampatore il

mio manoscritto.» _Dell’insurrezione di Milano nel 1848, e della

successiva guerra, Memorie di C. Cattaneo_ (Bruxelles, Società

Tipografica, 1849, pag. 29-31).

[7] La sera del venerdì 17 marzo, Cesare Correnti raccomandò agli

amici di trovarsi la mattina seguente in casa del dottor Attilio

De Luigi, in via Disciplini. Ci andarono Achille Maiocchi, Daverio

Perroni, Guido Borromeo, Giovanni Pezzotti, Anselmo Guerrieri

Gonzaga, Pietro Bonetti, Achille Griffini, Alberico Gerli, Giovanni

e Gaetano Cantoni, Giuseppe Finzi, i fratelli Lazzati, ed altri.

Correnti quando ebbe intorno gli amici disse loro non potersi

più ormai differire lo scoppio della rivoluzione; essere ormai

necessario anticiparlo, e propose perciò si facesse il giorno

seguente, il 18 marzo, per le vie di Milano una dimostrazione,

armata questa volta, per affrontare gli austriaci, se questi

assalissero i cittadini. Alle parole del Correnti soffocammo

un grido di gioia, disse il Gerli, ci stringemmo le mani, e ci

separammo. La mattina seguente eravamo tutti in casa del De Luigi,

all’ora fissata, e dopo breve discussione si convenne di affidare

il Governo provvisorio al Municipio, con facoltà di aggregarsi chi

volesse; intanto il Podestà Casati doveva chiedere a O’ Donnel,

Vice Governatore in assenza dello Spaur, che la Polizia fosse

affidata al Municipio, e si conchiuse di accompagnare il Podestà al

palazzo di Governo per ottenere quanto si chiedeva.

(La _Rivoluzione Lombarda_ del 1848-59, di _Vittore Ottolini_, pag.

60).

[8] «Riuniti in piccola brigata, scrive Emilio Dandolo, nel suo

libro sui _Volontari Lombardi_, passavamo delle ore ad imparare

gli esercizi militari. La notte ci trovava raccolti in qualche

cameretta remota a fondere palle e a preparare cartucce. Ogni

nostro giardino, ogni nostro cortile racchiudeva, in fosse, casse

di munizioni procacciate dai nostri risparmi, a quella nostra età

oltremodo penosi.»

Tra quei giovani ricordiamo i fratelli Croff, i fratelli Broggi,

Gerolamo e Alessandro Borgazzi, Manara, i fratelli Dandolo,

Fioretti, Testa, i fratelli Mancini, Lodovico Trotti, Saule

Mantegazza, Carlo De Cristoforis, Bussi, e qualche altro che non

rammentiamo. Tutti furono alle barricate. — Era sempre con loro

Angelo Fava. —

In via Rugabella, nel giardino di casa Valerio, i fratelli Lazzati

ed altri avevano nascoste delle armi. Carlo Alberto vi mandò un

carico di polveri nelle Cinque Giornate, che non fu possibile far

penetrare in città.

[9] Il _Comitato di difesa_ si trasformò in un _Comitato di

guerra_ di cui era presidente il conte Pompeo Litta, già capitano

d’artiglieria al seguito di Napoleone I, e ne erano membri

Cattaneo, Cernuschi, Clerici, Terzaghi, Carnevali, Lissoni, Cerani,

Torelli.

Ricordi di gioventù · 第 13 / 105 题