_Sommario:_ La dimostrazione del non fumare. — La sera del 1.º
gennaio. — In casa di mia nonna. — Provocazioni militari. —
Feriti e morti. — Le riunioni continue in casa Correnti. — Il
caffè della _Peppina_ e quello della _Cecchina_. — Carlo Cattaneo
contrario alla rivoluzione. — L’attitudine dell’aristocrazia. — La
rivoluzione di Parigi del 24 febbraio. — La rivoluzione di Vienna
del 13 marzo. — Grande dimostrazione a Milano per chiedere le
riforme. — Il 18 marzo incomincia la rivoluzione. — Ciò che vedo in
via Monforte e presso la colonna di S. Babila. — Giovani armati. —
Luciano Manara e i suoi amici. — Angelo Fava e Carlo Cattaneo.
Il Governo, le Autorità militari e la Polizia di Milano cominciavano
a perdere la bussola, e la pazienza. Da Vienna venivano alle Autorità
locali ordini rigorosi ingiungenti la resistenza e la forza; i militari
e la Polizia anelavano a menar le mani.
La prima occasione, o, meglio, il primo pretesto, l’ebbero dalla
dimostrazione del non fumare. Questa cominciò, come ho detto, il
primo gennaio. La prima giornata passò lietamente. La gente scendeva
in strada, passeggiava, per vedere la dimostrazione, e i cittadini
incontrandosi, si ammiccavano anche senza conoscersi, per congratularsi
reciprocamente che nessuno, proprio nessuno, avesse il sigaro o la
pipa in bocca. La sera, in tutte le case, in tutti i caffè non si parlò
d’altro; e non si fumò.
Ma il giorno dopo, ch’era una domenica, la faccenda cominciò a farsi
seria. Le strade erano percorse da ufficiali e da soldati in gran
numero, che fumavano, fin con due sigari in bocca per ciascuno, per
aver l’aria ancor più provocatrice; e una folla, che andava crescendo,
li seguiva, e tratto tratto li fischiava.
Un ufficiale, il conte Neipperg, figlio di Maria Luigia Duchessa di
Parma, il quale con aria provocante se ne stava fumando sulla porta
del caffè Martini, di fronte al Teatro la Scala, dopo una colluttazione
con alcuni aveva ricevuto uno schiaffo. Il Podestà Casati, che si dava
d’attorno per raccomandare ai cittadini la prudenza, e alle guardie di
Polizia la moderazione, s’era trovato in mezzo a un gran tafferuglio, e
sulle prime era stato arrestato anch’esso.
Quelle prime avvisaglie non dovevano essere che il preludio dei fatti
ben più gravi che seguirono poi.
La sera del 3 gennaio mi trovavo in casa della nonna, con mia madre.
Vi si discorreva del fumare, e delle dimostrazioni della giornata. Nè i
miei zii, nè altri, in casa della nonna, avevano mai fumato; la nonna,
che si avvicinava ai novant’anni, diceva di credere che due de’ suoi
figli avessero fumato quand’erano ufficiali nell’armata Napoleonica,
ma ne parlava come d’una scappata giovanile, scusabile tra gli orrori
della campagna di Russia: approvava quindi la dimostrazione del non
fumare, ma non capiva perchè mai il Governo non fosse dello stesso
parere. Quando entra mio fratello Emilio, col fare concitato, e con
gravi notizie. Veniva dal centro della città per avvisare la mamma, e
per tranquillarla, sul proprio conto, nel tempo stesso.
Bande di soldati si erano sparse per la città, ubbriachi, fumando e
provocando quanti incontravano. Qua e là la folla li circondava, ed
essi sfoderavano le sciabole, gettandosi sui cittadini inermi. C’erano
già stati parecchi feriti, e vicino alla Galleria De Cristoforis
era stato ucciso, con un colpo di sciabola sulla testa, il vecchio
Consigliere d’Appello Manganini. In ogni punto della città accadevano
atti di violenze soldatesche, e fatti di sangue; si parlava già di
parecchi morti, e d’un centinaio di feriti tra i cittadini.
Il giorno dopo si seppe che quella sera stessa, un gruppo di cittadini,
tra i quali c’erano Carlo d’Adda, Cesare Giulini, Enrico Besana,
Manfredo Camperio e il Podestà Casati, erano entrati nel Palazzo
Marino, dove alloggiava il Ficquelmont, per esporre lo stato della
città, e protestare con vive parole contro l’eccidio che vi accadeva.
Il Governatore, alla sua volta, ne incolpava le provocazioni, e
il d’Adda gli aveva risposto: «Forse che il cuoco del conte di
Ficquelmont, ch’è tra gli uccisi, era d’accordo con noi per provocare
gli austriaci?».
La città rimase sdegnata, ma non atterrita. Le proteste d’ogni
ordine di cittadini, e le dimostrazioni si succedettero con maggiore
insistenza e con maggiore entusiasmo, fino a che il 22 febbraio il
Governatore Spaur pubblicò la legge marziale, che iniziava un periodo
di severe repressioni e legalizzava le violenze militari.
Giovanetto qual ero, e di solito non uscendo di casa solo, avevo
però veduta qualcuna delle dimostrazioni, e m’ero trovato anche in
mezzo a qualche tafferuglio; ma poi tornavo a casa, per non tenere in
agitazione mia madre. Mio fratello Emilio ci prendeva invece una parte
attivissima. Egli faceva il primo anno degli studi legali universitari
privatamente in Milano; i suoi professori però solevano dire a mia
madre, e al nostro tutore, lo zio don Giovanni Borgazzi, che questo
loro scolare era un giovane di molto ingegno, ma che non aveva la testa
a casa, e che pensava molto più alla rivoluzione che alla filosofia del
diritto.
Le notizie di quei giorni, e i propositi pei giorni seguenti, le
discussioni sulle idee e sui fatti che si andavano svolgendo, li
sentivo in casa Correnti, dove andavo con mio fratello quasi ogni sera.
Ricordo ancora vivamente quelle serate interessanti, talora commoventi,
piene di entusiasmo e di fede, che furono la mia prima scuola di
patriottismo e di politica.
Nello studio del Correnti, in via della Spiga, ch’era tutto un
disordine di libri ammucchiati e di carte sparse, c’era ogni sera
un andirivieni di molte persone, che venivano a portar notizie,
a riceverne, a discutere sui fatti d’ogni giorno, a preparare le
dimostrazioni, e a raccogliere la parola d’ordine per gli altri crocchi
d’amici, che si radunavano in altre case o in altri ritrovi. In mezzo
a tutti Cesare Correnti era, come già dissi, un vero capo di Stato
Maggiore; era, nel gruppo de’ suoi amici, la mente direttiva, ed aveva
su tutti un assoluto predominio. Egli lo esercitava nello spingere
all’azione e nel mantenere la concordia tra le diverse correnti
d’opinioni che si agitavano intorno a lui. Occorreva che un’alta
idealità patriottica predominasse in tutti alle singole opinioni ed
ai partiti; e verso questa idealità il Correnti infiammava gli animi
costantemente.
In questo suo lavoro di propaganda e di disciplina, che possiamo dire
rivoluzionarie, aveva trovato un forte contradditore in Carlo Cattaneo.
Il Cattaneo era certamente, a quei tempi, uno dei cittadini più
cospicui di Milano. I suoi studi economici, studi non coltivati allora
da molti a Milano, e il suo _Politecnico_, gli davano notorietà ed
autorità; la sua casa era un centro di studiosi, filosofi, economisti,
giuristi, della scuola del Romagnosi. Aveva il carattere altero e
sdegnoso, e, per un certo orgoglio d’intelletto, si teneva lontano
dalle opinioni dei più. Pregato più volte di prender parte alle
manifestazioni patriottiche che si andavano apparecchiando nei primi
mesi del 1848, egli vi si era sempre rifiutato, considerandole quasi
come ragazzate. Le sue opinioni lo conducevano per una strada affatto
diversa, sulla quale, a dir vero, era pressochè solo.
Era repubblicano, federalista. Sognava un’Italia divisa in varie
repubbliche, per arrivare alle quali era disposto ad intendersi coi
Principi italiani, e anche forestieri, salvo a strappar poi loro a
una a una tutte le libertà. Credeva possibile di accomodarsi a questo
modo anche con l’Austria pel Lombardo-Veneto, e sognava un’autonomia,
amministrativa e in parte militare, come esiste oggi in Ungheria.
Seguendo questa utopia, egli aborriva soprattutto dall’idea di chiamare
Carlo Alberto a farsi condottiero della guerra per l’indipendenza
italiana, la cui conseguenza sarebbe stata la formazione di un forte
stato monarchico nell’alta Italia. Repubblicano e democratico,
non vedeva in tale concetto che una cospirazione di nobili e di
conservatori.
Udii dire in casa Correnti che Alessandro Manzoni, interrogato su
questo disparere, rispose: «Oggi tutto è utopia, ma tra l’utopia bella
dell’unità e quella della federazione, sto per l’utopia _bella_.»
Più volte il Correnti, col mezzo di amici comuni, aveva cercato di
persuadere il Cattaneo, e di smoverlo; ma sempre inutilmente. Egli
guardava d’alto in basso i giovani cospiratori, e questi, naturalmente,
se ne lagnavano, e non lo amavano. Molti anzi lo criticavano
aspramente, e il Cattaneo li chiamava _ragazzi_.
Le intelligenze colla parte aristocratica il Correnti le coltivava
col mezzo di amici suoi, ch’erano Cesare Giulini, Carlo Porro, Carlo
d’Adda, Anselmo Guerrieri. Vedeva di frequente il Podestà Casati,
essendo professore d’uno dei figli; l’altro figlio era all’Accademia
militare di Torino. Le adesioni erano larghe, e risolute. Le famiglie
aristocratiche milanesi, che nel 1815 avevano accolto con qualche
favore il governo austriaco, sia per la poca simpatia verso il
regime napoleonico, sia pei buoni ricordi tradizionali lasciati in
Lombardia dal governo di Maria Teresa, ora, disilluse ed irritate, se
ne staccavano sempre più, si schieravano risolute nell’opposizione, e
guardavano al Piemonte.
La rivoluzione di Parigi del 24 febbraio, e il movimento liberale che
andava manifestandosi in ogni punto d’Europa, spingevano anche Milano
alla rivoluzione.
L’eccitazione degli animi cresceva ogni giorno, e parecchie famiglie
di impiegati e di ufficiali austriaci, sbigottite, si disponevano alla
partenza.
Primi a partire, sul principio del marzo, furono il de Ficquelmont
e il Vicerè, colle famiglie, diretti a Bolzano. Ficquelmont, mandato
come un fine diplomatico, aveva scoperto che i Milanesi si annoiavano.
Era vero, ma non era tutto. Il Vicerè Raineri, zio dell’Imperatore
Ferdinando, aveva due figlie, di cui una era andata sposa al Principe
di Piemonte Vittorio Emanuele, e cinque figli maschi. Noi giovanetti
quando s’incontravano a passeggio i cinque arciduchi, impalati, seri,
con una gran tuba, e con un gran precettore, si rideva, e ci parevano
anche molto brutti.
In compenso era molto bella la madre, l’arciduchessa Elisabetta,
sorella di Carlo Alberto. Sulla bella Viceregina, e sul brutto Vicerè,
correvano vari pettegolezzi di Corte, di cui giungeva l’eco fino a noi
ragazzi.
Anche il Governatore Spaur, dopo aver proclamato la legge marziale, se
n’era andato.
«_Fanno fagotto, fanno fagotto_», diceva la gente, tutta ilare, e
fregandosi le mani. Ma rimanevano Radetzki, con l’Hübner, col Vice
Governatore O’Donnel e col barone Torresani, direttore della Polizia.
— Non avevano quindi fatto _fagotto_ i personaggi più importanti. A
Radetzky, che da parecchio tempo aveva dato l’allarme a Vienna, erano
stati a mano a mano rinforzati i presidi in Italia fino a 80.000
uomini, e con lui c’erano i generali Walmoden, Carlo Schwarzenberg,
Clam Gallas, Wohlgemuth, Wöcher, Schönhals. La guarnigione di Milano
era stata portata a diciottomila uomini.
C’era da riflettere, ma per fortuna nessuno rifletteva. Non rifletteva
che Carlo Cattaneo, il quale ad alcuni amici che s’erano recati ancora
da lui la sera prima della rivoluzione perchè si unisse a loro, aveva
dato un reciso rifiuto[6]. Egli si disponeva invece a pubblicare un
giornale, il _Cisalpino_; nel nome c’era il programma.
C’era, invece, in tutti il presentimento di grandi novità e di grandi
avvenimenti, che nessuno sapeva precisare, ma di cui tutti parlavano.
A un tratto si sparse intorno la notizia d’una rivoluzione scoppiata
a Vienna il 13 marzo. La commozione fu grande e generale in Milano, e
sebbene non si sapesse nulla di preciso, pure tutti si agitavano e si
chiedevano: «E noi cosa si fa?» Ma poco dopo corse la parola d’ordine,
che si dovesse fare una grande dimostrazione per chiedere le riforme,
sostenendola, dicevano i più animosi, anche con le armi.
* * *
Alcune sere prima del 18 marzo, essendo andato da Correnti ci trovai
qualcosa di insolito. Gli amici che vedevo a intervalli erano più
numerosi, anzi ce li vidi pressochè tutti, e tutti avevano il fare
misterioso, il piglio agitato, risoluto. Si scambiavano domande
e informazioni, poi se ne andavano, senza trattenersi un po’ in
chiacchiere, come facevano le altre sere. Pareva che ciascuno avesse
fretta di recarsi ad altri convegni, e sentivo specialmente nominare
due noti caffè, il caffè della _Peppina_ e il caffè della _Cecchina_.
Sapevo che il caffè della Peppina, situato in via del Cappello,
era un ritrovo di artisti, di professionisti e di cospiratori, che
chiamerei democratici. Tra quelli che ci andavano sentivo nominare
De Luigi, Maestri, Gerli, Cantoni, Tagliaferri, Pezzotti, Lazzati,
Gadda, Brioschi, Finzi. Il caffè della Cecchina era una specie di Club
situato in alcuni mezzanini del caffè Martini, di fronte al teatro la
Scala, frequentato da molti giovani tra i più noti, come i fratelli
Giovanni e Carlo d’Adda, Guido Borromeo, Cesare Giulini, Giovanni
Curioni, Carlo Taverna, Alessandro Porro, i fratelli Guy, i fratelli
Prinetti, i fratelli Jacini, Simonetta, Camperio, Manara, Besana, i
Mainoni, giovani eleganti e dell’alta società. Questi due caffè erano,
di solito, il quartiere generale delle dimostrazioni, soprattutto
da quando il Casino dei Nobili, situato ove ora c’è la Società
Patriottica, era stato chiuso per ordine della Polizia.
Nelle ultime sere che precedettero il 18 marzo non vidi il Correnti.
Mio fratello Emilio, che allora ci andava subito dopo pranzo, quella
sera aveva l’aria un po’ misteriosa anche lui. La mattina seguente
essendomi imbattuto in uno degli amici più fidi del Correnti, il
giovane ingegnere Angelo Tagliaferri, e avendogli domandato che novità
ci fossero, egli mi rispose sotto voce: Aspettiamoci per sabato un
grande avvenimento. Il sabato atteso era il 18 marzo[7].
Gli amici del Cattaneo vollero fare un nuovo tentativo presso di lui,
ma inutilmente; furono respinti di nuovo. Si separarono, e decisero per
la rivoluzione.
Intanto si venne a sapere che erano arrivati da Vienna dispacci al
governo con decreti che abolivano la censura, annunziavano una legge
sulla libertà della stampa, e convocavano pel 3 luglio gli Stati e le
Congregazioni Provinciali. Si seppe ancora che il Podestà e il Delegato
avevano convocato d’urgenza il Consiglio Comunale e il Consiglio
Provinciale.
Abbiamo veduto fin qui quali fossero le disposizioni dei più, nelle
classi dirigenti; ma che cosa ne pensava il popolo? Il popolo non aveva
modo d’esprimersi; non c’erano riunioni, non c’erano giornali che ne
manifestassero, anche velatamente, l’opinione. Eppure il sentimento
nazionale andava gradatamente svegliandosi, e faceva strada in tutti.
Gli ultimi fatti, il sangue sparso in settembre nelle dimostrazioni
per l’Arcivescovo, e in quelle del 3 gennaio, le dimostrazioni continue
che chiamavano il popolo ogni tanto in istrada, avevano fatto scendere
fino ad esso quell’agitazione contro gli austriaci che partiva dalle
classi superiori. Il terreno era buono; il governo poliziesco e
gretto, la diversità del linguaggio, mantenevano la divisione, creavano
l’impopolarità.
Dopo il 1815 era scomparsa quella vantata bonarietà, di cui c’era la
tradizione dai tempi di Maria Teresa, di fronte all’alterigia spagnuola
e alla prepotenza francese, e che aveva fatto parere ai nostri bisnonni
meno odioso il governo austriaco. Ma gli austriaci ora erano in uggia
a tutti, e su loro si riversavano tutti i motteggi popolari. Col nome
di _tedeschi_ si chiamavano gli oppressori, dal soldato semplice a
Radetzki, dal poliziotto all’Imperatore. _Abbasso i tedeschi_ voleva
dire tante cose, che coi tedeschi non hanno a che fare; la distinzione
venne più tardi. _Fuori i tedeschi_, voleva dire fuori il governo
dell’Austria, era il grido dell’indipendenza e della libertà. Era un
grido chiaro, accetto a tutti, senza distinzioni, nè discussioni; e in
quel grido stava il secreto dell’umanità e della fraternità.
Dunque _fuori i tedeschi_, ossia gli _austriaci_, e con questo grido si
scese in istrada.
La mattina del 18, tra le dieci e le undici, una gran folla, stipata in
piazza del Duomo, si metteva in colonna per recarsi al Broletto, sede
del Municipio, a chiedere al Podestà e alle autorità cittadine che si
mettessero alla testa del popolo per muovere insieme al palazzo del
Governatore, e chiedere le Riforme.
E la colonna, ossia un’innumerevole folla, si mosse, inondando le vie,
e levando un alto rumore, come un mare in burrasca.
Con questo primo atto incomincia la rivoluzione delle _Cinque
Giornate_; rivoluzione che ha i suoi episodi in ogni via della città,
già narrati e descritti da testimoni oculari e dai molti che hanno
scritto su quel grande avvenimento. Non è quindi la storia delle
_Cinque Giornate_ che io rifarò; io mi propongo soltanto di scrivere
alcuni episodi veduti da me, che, si noti, ero un giovanetto, e quello
che in quei giorni sentivo dire intorno a me.
Fin dalle prime ore del mattino mio fratello Emilio, ch’era ritornato
da Correnti, rientrando aveva detto alla mamma e a me che in quel
giorno ci sarebbe stata una grande dimostrazione, la quale avrebbe
potuto finire anche con la rivoluzione. La povera mamma raccomandò a
Emilio la prudenza, e le si velaron gli occhi di lacrime. Principiò da
quel giorno nel suo cuore, ch’era grande, la lotta tra l’amor di patria
e l’amor infinito per i suoi figli; lotta che per tanti anni doveva
essere piena di dolorosi contrasti e costarle molte ansietà e molte
lacrime. Povera mamma!
All’annunzio datomi da Emilio pensai di mettermi subito anch’io in
istato di guerra. Uscii di casa un po’ di soppiatto, poichè fino
allora, secondo gli usi del tempo, io non avevo che una libertà
limitata, e corsi a comperarmi due piccole pistole innocue, e un gran
cappello alla calabrese. Poi, rientrato, tolsi da un cassetto una
coccarda tricolore, alquanto vistosa, che mi aveva regalata pochi
giorni prima una cuginetta, e la cucii in secreto sul davanti del
cappello. Con ciò, dal canto mio, ero pronto agli avvenimenti. E gli
avvenimenti non tardarono a presentarsi.
Era mezzogiorno. Un rumore, da prima cupo e lontano, ma che
avvicinandosi pareva quello d’una folla in festa, che battesse le mani
e gridasse degli evviva entusiastici, clamorosi, ci chiamò tutti, noi e
i vicini, ai balconi e alle finestre, le quali si andavano spalancando
in ogni casa. Era la _dimostrazione_ che arrivava, preceduta dalle
carrozze dell’Arcivescovo, del Podestà e del Municipio, avviandosi al
palazzo del Governo.
Noi abitavamo in via della Cerva, al primo piano della casa che fa
angolo con quella parte di via Monforte che conduce alla chiesa di S.
Babila.
Spinto dalla curiosità e dal desiderio di far qualcosa anch’io, scesi
in istrada e mi avviai verso la folla che procedeva in colonna serrata.
Nell’uscire, m’ero trovato sul pianerottolo con un inquilino del
secondo piano, il dottor Restelli, il quale scendeva le scale insieme
ad un altro giovane medico, il dottor Angelo Tizzoni: l’uno e l’altro
avevano il fucile in ispalla, e furono i due primi armati che vidi
unirsi alla _dimostrazione_ così detta _pacifica_.
M’ero appena messo tra la folla, quando alcuni vedendo questo
giovanetto con una così grande coccarda tricolore (nessuno ancora
l’aveva al cappello), cominciarono ad attirare l’attenzione su me
con qualche _bravo ragazzo!_ e con qualche _evviva la coccarda!_
Detto fatto, parecchi tra quelli che m’eran vicini mi presero tra le
braccia e mi sollevarono in alto, provocando una piccola dimostrazione
speciale in mio favore. Anzichè stare in alto io mi sarei sprofondato.
Mi dibattevo, e pregavo mi si lasciasse andare. Ma fu inutile, e fui
portato in trionfo per un centinaio di passi. Una sola faccia riconobbi
in quel momento tra le moltissime che vedevo rivolte a me, ed era la
faccia di Carlo Tenca, che rideva e mi ammiccava con benevolenza.
Quando, ad un tratto, a liberarmi venne il rumore d’un colpo di fucile;
mi si lasciò cadere, e ruzzolai per terra. Il mio trionfo era finito;
ero salito e caduto precipitosamente, come succede nelle rivoluzioni.
La folla si era arrestata. Si sentì dapprima un rumore assordante
di voci, anzi di urli, che venivano dalle vicinanze del palazzo del
Governo; poi la folla cominciò a retrocedere, come presa da un panico;
poi quegli urli diventarono più vicini e distinti, e non s’udiva più
che il grido: _all’armi! all’armi!_
Mi tirai dietro la porta d’una casa, per non farmi travolgere dalla
folla. Poco dopo vidi rovesciare, presso il ponte di S. Damiano, un
carro di botti vuote che vi stava fermo, e si principiò la prima
barricata tra un baccano indiavolato. Poi sentii suonare a stormo
le campane della vicina chiesa di S. Damiano; poi il rumore secco di
alcune fucilate; poi un grido: _evviva i morti!_ alto, terribile, che
parmi ancora di riudire oggi mentre scrivo, dopo tanti anni.
In breve la via Monforte rimase deserta, e rasente al muro mi diressi
in fretta verso la chiesa di S. Babila, fino alla colonna da cui ha
principio il corso Venezia, chiamato allora di _Porta Orientale_, e
popolarmente _Porta Renza_.
Mi fermai alquanto a contemplare lo spettacolo così nuovo, e che tanto
entusiasmava, delle bandiere tricolori che ornavano ogni finestra.
Erano bandiere improvvisate quella mattina, bandiere fantastiche,
fatte di coperte, di scialli, di cenci, purchè fossero bianchi,
rossi e verdi. E dalle finestre le signore gettavano alla folla, che
applaudiva, coccarde e nastri tricolori.
Tra quella folla agitata parecchi erano già armati con fucili da
caccia; alcuni avevano delle carabine o qualche fucile militare
introdotto dal Piemonte. Tra quegli armati riconobbi parecchi giovani
miei amici, o di mia conoscenza, tra i quali Lodovico Trotti, i
fratelli Mancini, Emilio Morosini, i fratelli Dandolo, Luciano Manara,
Carlo De Cristoforis, e mio cugino Minonzio, che diventò poi, quasi
vent’anni dopo, colonnello e capo di stato maggiore del generale
Cialdini.
Questi giovani, in unione con altri, sotto la guida di Luciano Manara,
avevano fatto venir secretamente dei fucili dal Piemonte, e durante
l’inverno si erano esercitati tutt’insieme e di nascosto al maneggio
delle armi ed avevano preparate munizioni e cartucce[8]. Quei giovani
valorosi, entusiasti d’amor patrio, ed ispirati nel tempo stesso a
idee mistiche e religiose, prima di scendere in istrada armati, erano
andati, circa in trenta, in una chiesa a ricevere l’assoluzione quali
_morituri_ da un buon prete, il coadiutore Sacchi. Li conduceva un
barnabita, il padre Piantoni, e il precettore dei Dandolo, il prof.
Angelo Fava. Corsero poi alle barricate, e furono primi tra i più
audaci nei principali combattimenti per cinque giorni.
Educatore ed ispiratore di alcuni di quei giovani, specialmente dei
Dandolo e del Morosini, era il Fava, che diventò poi, durante il
Governo Provvisorio, capo della pubblica sicurezza in Milano, e più
tardi Segretario Generale al Ministero dell’Istruzione Pubblica in
Torino. Quella mattina era sceso in istrada coi suoi alunni; io lo
intravidi dal piazzale di S. Babila in mezzo a una folla che ad un
tratto sbucò precipitosa dalla via Bagutta. Quella folla veniva dalla
via Monte Napoleone sospinta dalla truppa, che poco prima aveva fatto
fuoco su di essa.
Molti anni dopo, ricordando col Fava alcuni fatti delle Cinque
Giornate, e dicendogli che l’avevo visto sbucare da via Bagutta dopo
le fucilate di via Monte Napoleone, egli mi raccontò questo episodio:
«In via Bagutta mi ero imbattuto pochi minuti prima in Carlo Cattaneo.
Io ero stato tra quelli che nei giorni prima della rivoluzione avevano
cercato di persuaderlo ad essere con noi. Egli mi aveva opposto un
costante rifiuto. Avevo a lungo discorso con lui, rimanendo e l’uno e
l’altro nelle nostre opinioni e nei nostri propositi. La rivoluzione,
secondo lui, era un errore, e sopra tutto un’impresa impossibile. Ma
ora la rivoluzione era scoppiata, e non c’era più da discutere. — Dove
vai, Cattaneo? — gli dissi — vieni con me! — Dove vado? — mi rispose —
_Quando i ragazzi hanno il sopravvento, gli uomini vanno a casa!_ — e
mi voltò le spalle».
Ma a quello scatto improvviso seguì poi la riflessione: il Cattaneo
aveva la mente troppo alta per ostinarsi in un rifiuto sdegnoso e
inerte. Chiamato dopo tre giorni in Municipio lo vediamo a capo d’un
_Comitato di difesa_ con Enrico Cernuschi, con Giorgio Clerici, con
Giulio Terzaghi prender parte risoluta ed energica alla rivoluzione[9].
Intanto la rivoluzione era incominciata e da per tutto sorgevano
barricate; dai portoni delle case uscivano carrozze ch’erano subito
rovesciate; dalle finestre venivano gettate tavole, sedie, materasse
e masserizie d’ogni sorta; il selciato e le pietre dei marciapiedi
venivano messi sossopra, tutto era ammucchiato con febbrile attività,
e ogni strada in pochi momenti era asserragliata da barricate che
sorgevano a poca distanza l’una dall’altra.
Ero fuori di casa ormai da parecchie ore, e pensai di rientrare per
non lasciare troppo a lungo in agitazione la mia buona mamma. Emilio
non rientrò che a notte inoltrata ed eravamo in non poca agitazione
per lui; egli era stato lungamente trattenuto con Lodovico Trotti in
una delle vie che fiancheggiavano la piazza del Duomo poichè sulla
Cattedrale c’erano i cacciatori tirolesi che facevano fuoco su quanti
cercavano di attraversare la piazza.
Emilio ci raccontò i fatti a cui aveva preso parte, o che aveva udito
da altri; ci narrò che gli austriaci avevano assalito e preso il
Broletto, facendo molti prigionieri tra i nostri e conducendoli in
Castello quali ostaggi; ci disse i nomi di alcuni di questi, e i nomi
dei primi caduti, tra i quali il nostro antico Direttore di scuola,
il Boselli, che era stato ucciso a colpi di baionetta sulla porta del
Broletto.