traduce Gargallo: ma come non si nominano _Essede, pilente_ e
_petoriti_?
[154]
Alle mule i petoriti già avvinti
Troverai pronti.
[155]
Le cornipede mule agili traggono
I petoriti a cui vennero avvinte.
[156] Plin. _His. Nat._ 34, 17, 48.
[157] Capit. V. pag. 200. Firenze, Chiari, 1845.
[158]
Breve era il proprio censo
Ricco il comun, nè portico
Privato ergeasi immenso, ecc.
Trad. Gargallo.
[159] _Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit._ Petron.
_Satyricon_ c. 44.
[160] Juven. II. 149.
«Che vi sien mani e sotterranei regni
Pur non credono i bimbi, in fuor di quelli
Che non ancor si lavan nel catino.»
[161] In _Agricola_ 4. 6.
[162] _De Bello Gallico_, VI. 17.
[163] _Giornale degli Scavi_, maggio, giugno 1869.
[164] Libro IV. Cap. IX.
[165]
«Ecco le quattro are:
Dafni, a te due, e due altari a Febo.»
_Egloga V._
[166] _Monuments inédits d’antiquité figurée_, tav. XXVI. 2.
[167] Id. Lib. I. cap. VII.
[168] Nel _Convito_. Vedi anche l’epigramma XIII di Teocrito.
[169]
Mille per lei si dicono
Arti d’amor trovate,
Che prima in mezzo agli uomini
Vivevano ignorate.
[170]
Per tre notti continue
Gli spensierati cori,
Scelti fra tanto numero,
Coronati di fiori,
Correr vedresti lieti
Pe’ tuoi boschi e mirteti.
[171] Latinamente _Calyptra_, e quindi anche in italiano caliptra,
essendo voce derivata dal greco, ed era, secondo Vesto, genere di
abbigliamento muliebre, o più precisamente, come si vede in questa
pittura, un velo o zendado.
[172] Vedi il precedente Capitolo VII.
[173] _Giorn. Scavi_ di luglio e agosto 1869.
[174] _Questioni Pompejane_, p. 72.
[175] _Das Templum_, p. 207.
[176] _Inscr. Neap._ 2199.
[177] _Pompeji_ Tom. I, p. 101.
[178] Marco Porcio figlio di Marco, Lucio Sestilio figlio di
Lucio, Gneo Cornelio figlio di Gneo, Aulo Cornelio figlio di Aulo,
quadrumviri, fecero erigere questo monumento per decreto dei decurioni.
[179] Lucio Sepunio Sandiliano figlio di Lucio, Marco Erennio Epidiano
figlio di Aulo, duumviri di giustizia, fecero erigere a loro spesa
questo monumento.
[180] «Marco Olconio Rufo duumviro di giustizia per la terza volta
e Cajo Egnazio Postumo duumviro di giustizia per la terza volta, per
decreto dei decurioni, ricomprarono per tremila sesterzi il diritto di
chiudere le finestre ed ebbero cura di erigere un muro privato fino
alle tegole pel _collegio de’ Venerei corporati_.» Di questi Venerei
parlano altre iscrizioni pompeiane, e che poi si dicessero corpi e
corporati se ne ha un esempio in Dimmaco, Lib. XI ep. 103. Coerarunt
certo per _curarunt_. L’interpretazione surriferita, accettata pure dal
De Mazois, non viene accettata dal Bréton, che nelle abbreviature COL
. VEN . COR . invece di leggere COLLEGII . VENEREORVM . CORPORATORVM,
crede non potersi leggere che così: COLONIE . VENERIÆ . CORNELIÆ,
perchè, dice egli, la parola _corporatio_ non potrebbesi tradurre per
comunità, mentre significa _corpulenza_. _Pompeja_, pag. 59. Bréton
però erra nel negare la significazione data dal Mazois e da altri alla
parola _corporatus_. Se questo participio passivo del verbo _corporare_
(ridurre in corpo) può significare formato di più sostanze, significa
anche membro di un corpo morale, come venne anche adottata la parola
_corporazione_ in questo senso dalla lingua nostra. Veggasi poi
all’uopo il Grutero, _Inscript._ 45, 8; 406, 5.
[181] _Bull. Inst._ 1866, p. 11, citato dal chiarissimo Brizio nel
_Giorn. Scavi_, settembre e ottobre 1869.
[182] L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al
Foro; ma in modo tale che la grandezza loro sia proporzionata a quella
del Foro. Traduz. Berardi, _De Architectura_. Lib. V. C. II.
[183] _Descr. delle Rovine_ di Pompei, Napoli 1832, p. 135.
[184] «Spurio Turannio Proculo Gelliano figlio di Lucio nipote di
Spurio, pronipote di Lucio della tribù Fabia, prefetto de’ Fabbri per
la seconda volta, prefetto de’ curatori dell’alveo Tiberino, prefetto
e propretore di giustizia nella città di Lavino, padre patrato del
popolo di Laurento per segnar l’alleanza; secondo i libri sibillini,
co’ pretori de’ sacri principii del popolo romano, de’ quiriti e del
nome Latino che si conservavano presso la città di Laurento, Flamine,
Diale, Marziale, Salio, Presule, Augure, Pontefice, Prefetto della
Corte Getulia e tribuno militare della Legione X, cui fu dato il luogo
per decreto dei decurioni.»
[185] V. Giusto Lipsio, _De Milit. Roman._ Lib. V.
[186] Non più speranza di libertà esiste se non nei principii de’
vostri accampamenti.
[187] Dione I, XL; e Valerio Massimo I, 3.
[188] Lib. 1. _Eleg._ 8. Così parmi tradurre:
O Nilo, o padre, oh, come posso io d’onde
Tu proceda narrar, e come e dove
Misterioso il capo tuo s’asconde?
Per te, la terra tua, s’anco non piove,
Dal ciel non fia che l’acque mai sospiri,
Nè l’erba chieda le rugiade a Giove.
T’inneggia e cole come onora Osiri
La strania gioventù, nè per te fia
Che Menfi il bove a ricercargli giri.
Osiri, il primo cui la man venìa
Componendo l’aratro industrïosa
E col ferro solcò la terra pia.
Ei pur fu primo ch’ebbe in grembo ascosa
Alla terra inesperta la semente
E colse ignote frutta ardimentosa.
E insegnò come a’ pali la recente
Vite si debba maritar, le frondi
Toglier soverchie coll’acciar tagliente.
Opra è di lui s’anco da’ piedi immondi
I tumefatti grappoli pigiati,
I sapor elargiron più giocondi.
Tanto licor la voce a’ modulati
Canti piegò e le membra ancor non use
Addestrò a’ moti armoniosi e grati.
Bacco per lui tutte le gioje infuse
In petto degli affranti agricoltori,
Ov’eran pria tolte le angosce chiuse,
Bacco sollievo degli afflitti cuori,
Ancor che invendicato il pie’ trascini
La sonante catena infra i dolori.
Non teco, Osiri, son tristi destini
E mesto volto; ma le danze e i canti
e i lievi amor’ t’allietano i cammini.
Son teco i fior più varii ed olezzanti,
E d’eriche la fronte redimita,
Le crocee palle[189] a’ brevi pie’ cascanti,
Le tirie vesti e il suon de la gradita
Tibia son teco e la leggiera cesta
Sola de’ tuoi mister sacri istruita.
Questa è la cesta misteriosa che si portava ne’ sacrificj d’Osiride,
in memoria del cofano in cui fu chiuso da Tifone, il famoso Re egizio.
«Quando Osiride, scrive Plutarco, fu di ritorno da’ suoi viaggi, Tifone
gli tese insidia, avendo indotto nella sua trama altri settantadue
uomini, senza tener conto di una regina d’Etiopia, che si chiamava
Azo, partecipe e complice della congiura, ed avendo segretamente
presa la misura del corpo di Osiride, fece fare un cofano della stessa
lunghezza, maravigliosamente bello, quadrato e squisitamente lavorato,
il quale ordinò recare nella sala in cui banchettava la brigata. Ognuno
si compiacque ammirar sì bell’opera e stimarla, e Tifone fingendo
celiare, disse darebbela volentieri a colui che il corpo avesse eguale
alla misura di un tal cofano. Tutti della compagnia, l’un dopo l’altro,
lo provarono, ma non fu trovato ben proporzionato, nè eguale ad
alcuno. Finalmente Osiride vi entrò e s’adagiò, ed allora i congiurati
accorrendo vi imposero il coperchio e assicurandolo con chiodi, vi
sparsero sopra piombo fuso e portaronlo al fiume, gettandolo pel
confluente del Nilo, che si chiama Janitico, dentro il mare; onde fino
oggidì questa bocca è esecrabile agli Egizj e la chiamano abbominevole.
_De Iside et Osiride._»
[189] _Palla_ chiamavasi una sopravveste lunga, ampia e fluente propria
della donna onesta; eguale al peplo greco.
[190] Traduco io ancora:
Che fa, Delia, la tua Iside intanto,
Che fa per me? Che giova a me che l’arie
Abbi a stancar de’ sistri tuoi cotanto?
E ch’io rammenti le pietose e varie
Lustrazïoni e le frequenti offerte
E le tue notti caste e solitarie?
Vieni e m’aita, o Dea, corri solerte:
De’ tuoi templi le tavole votive
Le mie speranze di guarir fan certe.
[191]
Chi non sa che i Pittori Iside ingrassa?
[192]
Ecco il tristo anniversario
Per gli amanti e pei mariti:
Cinque e cinque notti Cinzia
Già passò fra i sacri riti.
Mal ne venga a quella Inachide,[193]
Che alle vaghe Ausonie donne
Queste infauste cerimonie
Da l’adusto Nil portonne.
Quella Dea, che spesso vedove
Degli amanti fa le piume,
Quella Dea qualunque siasi,
Sarà sempre un triste Nume.
Lib. II. _Elegia_ XXXIII. Trad. di Michele Vismara.
[193] Io, figlia di Inaco, amata da Giove, convertita in giovenca e
finalmente divenuta Iside.
[194] _Annali_ II, 85. V. anche Giuseppe _Antichità_ I, XVIII, c. 3.
[195] _Decad. Imp. Rom._ Vol. I, cap. II.
[196]
Da Meroe la sacra onda recava
Per ispargere d’Isi il tempio...
[197] _Histoire pittoresque des Réligions._ T. II, p. 185. Paris,
Pagnerre 1845.
[198] Vedi anche Macrobius: _Saturnaliorum_ lib. I. cap. 20, 21; e
l’opera _Des Divinités Egyptiennes_. Paris, Lacroix, 1866, p. 161, e
Dupuis, _Origines de tous les cultes_, T. III. p. 218 in cui si danno
eguali spiegazioni — In Plutarco _De Iside et Osiride_.
[199] _Epig._ lib XII. 29.
Coi lini e i sistri involasi
Lo schiomato drappel
Se Ermogene si accosta al sacro ostel.
Trad. Magenta.
Come la _Dea linigera_ ricordata da Ovidio nel l. delle _Metamorfosi_
(v. 747) significava Iside; così _linigeri_ venivan detti certi suoi
preti, che andavano a capo raso, onde Marziale li chiamò calvi, e nudi
fino alla vita o coperti da indi in giù di una lunga sottana di lino.
V. anche Giovenale, _Sat._ VI, 533.
[200] Sveton., _in Claudium_.
[201] _Collana degli antichi storici greci volgarizzati._ Erodoto è
tradotto dal corcirese Andrea Mustoxidi. Lib. II, p. 300.
[202] Il Mazzoldi nelle sue _Origini Italiche_ provò con isplendida
erudizione che il culto d’Iside è d’origine italica. Vol. II.
[203] Cap. XIV.
[204]
D’Iside profanavi, io ben rammento,
Il delubro, d’Ausidio assai più empio,
Testè e di Ganimede il monumento.
E della Buona Dea l’asilo e il tempio
Profanavi di Cerere (e in qual loco
Non faria donna del pudor suo scempio?).
_Mia traduzione._
[205] «Numerio Popidio Celsino figlio di Numerio restituì dalle
fondamenta col suo denaro il tempio d’Iside dal tremuoto rovinato. I
Decurioni per si fatta liberalità, essendo egli d’anni sessanta, lo
ascrissero graziosamente nel loro numero.»
[206] «Lucio Cecilio Febo pose, concedendone il luogo i Decurioni.»
[207] _Lettisterni_, letti triclinari su cui ponevansi le statue
degli Dei, a’ quali in data cerimonia religiosa, offerivasi sontuoso
banchetto.
_Patere_ eran vasi usati a contenere il vino con cui era fatta
una libazione, versandolo dalla patera sulla testa della vittima o
sull’ara. Le qualità comuni eran di argilla, le più preziose di bronzo,
d’argento ed altresì d’oro, sommamente e squisitamente ornate; talora
con manico, più spesso liscie.
_Lebeti_, vasi profondi a ventre pieno e rigonfio, (Ovidio
_Metamorfosi_, XII. 243) di bronzo e di metalli preziosi e destinati ad
esser tenuti sotto le mani o i piedi per raccogliere l’acqua lustrale
che un domestico versava sopra essi da un boccale, _gutturnium_, prima
e dopo il pasto.
_Accerre_, come i turiboli, erano incensieri. Orazio ne fa cenno nel
libro III delle _Odi, Ode ottava, a Mecenate_.
_Prefericoli_. Secondo Festo, eran vasi di metallo senza manico e
largamente aperti di sopra, atti a tenere i sacri utensili portati in
processione in certe solennità religiose.
_Simpuli._ Ramajoli, o chiccherine con lungo manico, adoperati nei
sagrifizj a prendere il vino in piccole quantità da qualche vaso, per
libazioni.
_Mallei._ Grossi magli di legno, di cui servivansi i beccai e i popi
nei sagrifizj per atterrare il bue prima che il _cultrarius_ gli
tagliasse la gola.
_Secespiti._ Sorta di coltelli pei sagrifizi con una gran lama di ferro
aguzza e manico rotondo.
_Cultri._ Coltelli di cui servivasi il _cultrarius_, o ministro del
sacerdote, che ammazzava la vittima.
_Litui_ eran le verghe degli Auguri curve in cima, come a un di presso
i pastorali dei vescovi cattolici, che ne tolsero il modello dalla
pagana liturgia.
_Crotali._ Specie di strumento musicale particolarmente adoperato
nel culto d’Iside e Cibele per accompagnarsi alle danze religiose. Si
componevano di due canne fesse pel mezzo o di due pezzi di legno o di
due metalli incavati congiunti con un manico diritto. Se ne teneva uno
per mano e se ne battevano i due pezzi come le nacchere spagnuole o
castagnette napoletane.
_Aspergilli._ Parola non dell’antichità, ma degli antiquari, ad
indicare gli aspersorj per le purificazioni, massime avanti i sagrificj
agli Dei infernali (Cic. _Leg._ II. 10; Ovid. _Fast._ v. 679; Virg.
_Æneid._ IV. 635) — Vedi _Dizion. delle Antichità Greche e Romane_ di
Antony Rich. Milano 1869.
[208] Così traduco:
De’ sistri suona
La nilotica riva e la zampogna
Egizia guida i farii salti, ed Api
Colle corna dimesse intanto mugge.
Pharos, onde forse si appellarono e quelle sacre danze e i cori dei
sacerdoti e delle sacerdotesse della egizia Dea, è il nome di un’isola
poco lungi dalla città di Alessandria.
[209] Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.
[210] «Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia
Celsa.»
[211] _Napoli e Contorni._ Pag. 360.
[212] Vedi Cap. II. pag. 47.
[213] Amm. Marcell. Lib. 22.
[214] _Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli_, alla voce
_Esculapio_.
[215] _Questioni Pompejane_, p. 74.
[216] _Corp. inscrip. regni Neapol. N._ 2189.
[217] Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò
trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’
nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove
Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.
[218] _Pompeii_, p. 115.
[219] _Pompeii_, p. 117.
[220] _Poesie_ di Alessandro Guidi, _La Fortuna_. Milano 1827.
[221] «Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della
giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi,
eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il
tempio alla Fortuna Augusta.»
[222] _Pompeii_ I. 95.
[223] «Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»
[224] «Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore,
Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando
di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli
Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»
[225] «Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio
Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri
della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione
del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree
venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le parole
_ministorum, basis, marmorias, poniret_ in luogo di _ministrorum,
bases, marmoreas, ponere_, devonsi evidentemente attribuire alla
ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.
[226] Tacito _Annales_, 1, 15 e 54. V. anche Reines _Inscr._ 1, 12.
[227] Petronio, _Satyricon_ 30, 2. Orelli, _Inscript._ 3959.
[228] Pag. 43.
[229] Virgil. _Æneid._ XII. 170:
«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»
[230] Phædr. 1. 17:
«Una pecora (bidente) vide entro una fossa
Giacente un lupo.»
[231] Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non
traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:
«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)
Placare i Numi.»
[232] Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato,
perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza
tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri
osci, che suona latinamente così: _Nitrebes ter meddixtuticus septo
conclusit_, cioè: Nitrebio tre volte _Meddixtuticus_ chiuse con questo
recinto.» Il _Meddixtuticus_ era il supremo magistrato di Pompei, e lo
aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta
dalle due voci _meddix_, giudice, curatore, imperante, e _tuticus_,
magno, sommo. Ennio così ricorda il _Meddix_:
_Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter._
Tito Livio nel lib. 22 delle sue _Storie_, c. 19, rammenta Cneo Magio
di Atella come _Meddixtuticus_ in quelle parole: _Præerat Statius
Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat_;
e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio
che copriva la stessa carica: _Meddixtuticus, qui summus magistratus
apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat_. Siccome poi il Rosini
nella sua _Dissertatio Isagogica_ (pag. 38), riferisce un’iscrizione
ercolanese in cui son nominati _L. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus
etc._; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino
magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di
guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi: _Saggi di lingua
etrusca_. Tom. 2, pag. 609.
[233] Forcellini, _Totius Latinitatis Lexicon_. Voc. _Bidentalis_. Cita
a prova due iscrizioni edite dal Grutero.
[234] _Satyra_ 6 del Lib. II.
In tribunal ti prega
Roscio, pria delle due, trovarti seco
Per domani.
Trad. Gargallo.
Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto dire
_puteale_ invece di _tribunale_.
[235] _Orlando Furioso_, c. XII. st. 1 e 2.
[236]
«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»
_Eun._ act. 4, sc. 5, v. 6.
[237]
Misero me che sol le patrie frondi
Sotto il tuo sguardo ottenni e il cereale
Del calcidico serto ambito dono,
Lib. V, 4, 226. _Epicedion in Patrem_.
Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par
di essi traduco: «Aristide in _Eleus_ scrive, essere stata la prima
gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio
al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio
nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami
piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e
dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delle _Selve_,
Selva 8, 50.)
[238] Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e
di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla
Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.
[239]
Fui già pedal di fico, inutil legno,
Quando tra il farne un scanno od un Priapo,
Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.
Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelli
Altissimo terror.
Trad. di Gargallo.
[240]
..... i Lari a noi guardano ognora
Le anguste vie, del nostro aver custodi.
Ovid. _Fast._ Lib. II.
[241] Vedi Svetonio, _Aug._ 31; Plauto, _Mercat._ v. 2, 24; Tibullo I,
1, 20 e 10, 15.
[242] Reco nella nostra lingua:
Taluni usciti da parente, esatto
Osservator del sabato, non altro
Adoran che le nubi e il firmamento
E tra l’umana e la suina carne,
Da cui s’astenne il genitor, non fanno
Divario alcun, ben presto circoncisi.
Usi poi nello spregio aver di Roma
Le leggi, apprendon il giudaico dritto
E quanto ad essi nel volume arcano
Lasciò Mosè, religïosamente
Osservano. Non essi al vïandante
Che il suo Dio non adora, additeranno
Il cammin, nè all’infuor del circonciso
La ricercata fonte; e n’è ragione
Che nel settimo giorno il padre loro
Nello sciopro si tenne e negli offici
Della vita non ebbe alcuna parte.
[243] Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.
[244] _Veglie Storiche di Famiglia._ Milano, 1869. Vol. I, p. 16.
[245]
Della città la parte è qui che il nome
Prende del bove.
[246]
I Portator’ di simboli nel foro
S’adunano pescario.
[247] Lib. VII. Così traduce Magenta:
Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,
O d’Etruria il castaldo o il tusculano,
O quel tre miglia da costì lontano,
Tutto ciò la Subura a me produce.
[248]
Di Cesare son questi i fori, ei disse,
Questa è la via che dai sacrati luoghi
Assume il nome.
_Tristium_, Lib. III.
[249] «Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche
per consenso degli Dei».
[250]
Poi mi getto a dormir senza pensiere
Di dovermi levar insiem col sole,
E Marsia riveder.
Trad. Gargallo.
[251] Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.
[252] «Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al
suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri
sancirono.»
[253] _De Architectura_, lib. 1, c. 7.
[254] V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.
[255] Lib. V. c. 1 e 2.
[256] Pompei descritta da Carlo Bonucci: _Foro Civile_.
[257] Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese
dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando
l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli
era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e
viceversa.
[258] A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale,
pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri,
Marco Pilonio Rufo.
[259] A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte
quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo,
prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.
[260] A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato
della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’
Decurioni.
[261] A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della
giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col
danaro publico.
[262] A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della
giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.
[263] «Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per
otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono
poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi
e riportassero con maggior concorso di popolo gli _sciti_ e _consulti_
(voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si
potevano da tutti conoscere.»
[264] «A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»
[265] Lib. VII c. 70.
[266] Così parmi di dover tradurre:
«Possano i Numi esterminar chi primo
L’ore inventò, chi primo in questa nostra
Città poneva un quadrante solare!
Lo sciagurato m’ha per mio malanno
Tagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevo
Ne’ miei giorni d’infanzia altro orologio
Che lo stomaco mio, ed era quello
Il migliore, il più esatto ad avvertirmi,
A men che nulla da mangiar vi fosse.
Ora, quantunque la cucina piena,
Non si serve la tavola che quando
Al sol talenta, e di tal guisa avviene
Che dall’istante in cui la città intera
Da’ quadranti solar’ venne segnata,
Quasi tutta la gente non si vegga
Che scarna trascinarsi ed affamata.»
[267] I. _Sylv._ I. 29.
Quivi i Giulii delubri venerati,
Del belligero Paolo indi la reggia
Sublime.
[268] _Satyra_ IV. Lib. I.
Del foro
Nel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogo
S’ode più grata risonar la voce)
Recitan molti i loro scritti.
Trad. Gargallo.
[269] _Satyra_ III. Lib. I.
Ecco a tutti i cantor vizio comune;
Pregati, non c’è capo che s’inducano
A cantar tra gli amici: non pregati,
Non la finiscon mai.
Id. ibd.
[270] _Æneid._ Lib. VIII:
E come pria cader vedrai le stelle,
Porgi solennemente a la gran Giuno
Preghiere e voti.
Trad. del Caro.
[271]
Convien pregar perchè la mente sia
Sana nel corpo sano.
[272] «La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime,
non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.
[273]
Poichè del dì la miglior parte è scorsa,
Quel che avanza cercate allegramente
Di ben esercitar le vostre membra.
[274] _Satyra_ V Lib. I. Sermonum:
Al giuoco Mecenate,
A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuoco
De la palla a’ cisposi e agli indigesti
Certo non fa buon pro.
Trad. Gargallo.
[275] Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno
davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.
[276] Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la
ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.
[277]
Con i clienti ei dissipa
La prima e second’ora mattutina;
L’altra ai rauci causidici destina.
Sino alla quinta s’occupa
In varie cure; alla quiete è data
La sesta; ogni opra a settima è cessata.
L’ottava della nitida
Palestra basta agli esercizii e sprona,
Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]
Alta, Eufemo, è la decima
Ora a’ miei libri, quando per tua cura
Le dapi eterne al ventre suo misura.
_Epig._ Lib. IV. 8. Trad. Magenta.
[278] I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel
capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.
[279] «Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le
trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle
transazioni.»
[280] «Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il
nome di patriarcato.»
[281]
Nefasto è allor che taccionsi i tre stili
Del pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,
In cui lice trattar cause civili.
Nè creder già che il giorno quanto è vasto
Sua ragion serbi: talor fasto fia
La sera quel che al mattin fu nefasto.
Che quando fatto il sagrificio sia,
Può di tutto parlarsi; e al pronunziare
Si apre al nobil pretor libera via.
Trad. di G. B. Bianchi.
[282]
Quando grida il Liburno: olà correte,
Egli già siede.
[283] _I tre stili, tria verba_, sono le tre seguenti formule
del pretore: _Do, Dico, Addico_; ed ecco, secondo il Sigonio,
il significato di queste parole: «Il Pretore _dicebat_ ex. gr.
_aliquem liberum esse_. _Addicebat_ v. g. ad un’altra famiglia come
nell’adozione. _Dabat_, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici,
poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»
[284]
Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchi
Ecco assalirmi. «In tribunal ti prega
Roscio pria delle due trovarti seco
Per domani.» I notai, Quinto, per oggi
Preganti di tornar: l’affar rammenta
Ch’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.
Fa che Mecena a queste tavolette
Ponga il suggel. _Mi proverò;_ le dici,
Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.
Trad. Gargallo.
[285]
Fugge intanto il ribaldo, e me abbandona
Sotto il coltel. Quand’ecco l’avversario
Gli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimo
Dove? dove? gli introna ad alta voce.
E a me — Mi faresti tu da testimonio?
Allor subito subito l’orecchio
Gli presento, strascinalo in giudizio;
Di qua, di là rumor.
Trad. Gargallo.
[286] Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però
sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.
[287]
«Ai Triumviri andrò e i vostri nomi
Denunzierò.»
_Asinar._ I. 2. 4.
[288]
Nè la bianca benda
La composta ricopra onesta chioma,
Nè la stola che a pie’ lunga discenda.
_Epist. ex Ponto_ III. 3, 51. Art. Am. 1, 31.
[289]
Vergogna egli è che due, testè già amanti,
Veggansi avversi divenir d’un tratto:
Odia Venere tali litiganti.
Sovente avvien che sia processo fatto
A chi s’adora, ma trïonfa amore,
Se un odio acerbo non dettò quell’atto.
Un dì assistetti a giovane amatore:
Stava l’amante sua nella lettica,
Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.
«Che principio al processo ora s’indica,
Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —
Ma restò muto nel veder l’amica.
L’una tabella e l’altra allor gli uscìa
Dalle mani, per correre all’amplesso,
Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!
Meglio è così ch’ora ne sia concesso
Ambo in pace partir, anzi che al foro
Dal talamo passar per un processo.
E sia per tanto la sentenza loro:
«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»
_Remed. Amor._ v. 659-671,
mia traduzione.
[290]
Se de’ suffragi suoi libero avesse
Il popolo a venir, qual mai ribaldo
Seneca preferir dubiteria
Un istante a Neron, al cui supplicio
Vi vorrebbe più assai che d’un serpente,
D’una scimia e d’un sacco?
Mia trad.
[291]
A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,
Si spezzeran in fede mia le gambe.
[292] «È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il
farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il
sospenderlo in croce?» _Cicero, Orat. In Ver._
[293]
A far baldoria andrai
Fiaccola in mezzo a quei che per la gola
Ritti e fitti all’uncin fumano ed ardono.
Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.
[294] «Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per
mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»
[295]
Ei diverrà l’adultero di Roma,
Tremando ognor ch’abbia a pagar il fio
Del maritale onor dovuto a l’onta:
Nè credersi vorrà più fortunato
De l’astrifero Marte, a non lasciarsi
Coglier mai nella rete. Ira gelosa
Vendetta più crudel talor ne trae
Che quella dalle leggi al reo prescritta:
Uno uccide col ferro, un altro sbrana
Con sanguigno staffil: ci ha sin di quelli
Che sviscerar si sentono per altra
Bocca che per l’usata, un mugil vivo.
Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.
[296]
Oh allor te misero ti colga il danno,
Che stretti i piedi, dentro le viscere
Rafani e mugili ti cacceranno.
_Carmen_ XV.
[297] Dufour. _Storia della Prostit._ Vol. I. Cap. XV.
[298]
Una gran causa trattasi nel foro
D’un amico e vuo’ essergli avvocato.
_Epidicus._ Act. III. x. W.
[299]
Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,
Per veder, lasso alfin, di palme intesti,
De le tue scale onor, verdi festoni.
Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutello
Ben magro, di pelamide salate
Qualche bariglioncin, viete cipolle
(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,
Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.
Che se quattro comparse un aureo in saldo
T’abbian valuto, pattüita usanza
Parte di quello a’ curïali addice.
— Emilio ottien più del dover; e a noi
Qual merito si dà di maggior opra? —
N’è cagion la superba ne l’androne
Quadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestre
Sua statua la cagion. Vè come, assiso
Su feroce destrier, del curvo astile,
Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;
Già medita fra sè pugne e trofei.
Così sossopra va Pedon: Matone
Va fallendo così: ne fia diversa
Di Tongillo la fin, c’usa lavarsi
Con immenso alicorno, e col seguace
Suo treno inzaccherato infesta il bagno;
O il collo a Medi gestator premendo,
In lettiga a lung’aste il foro scorre;
Vasi argentei e mirrini, e ville, e servi
Sceso a comprar. Quel suo piratic’ostro
Di tirio stame a pro di lui fidanza.
Pur queste appariscenze a lor son lucro:
La porpora dà prezzo; le ametiste
Dàn prezzo a l’Orator: compie a costoro
E strombettar, ed ostentare un censo
Maggior del vero: omai già più non serba
A lo splendor confin prodiga Roma.
I bisnonni orator tornino al mondo:
Sesterzi chi darìa, se grossa gemma
Non gli vedesse sfolgorar dal dito?
In prima in prima il litigante adocchia
Se otto servi ti portino: se diece
Ti circondino intorno; se una seggiola
Ti tenga dietro, ed i togati avanti.
Quindi arringando Paolo fea pompa
D’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzo
Maggior che Cosso e Basilo arringava:
Va di rado facondia in cenci avvolta.
E quando il duol di lacrimosa madre
Lice a Basilo esporre? e chi su’ rostri
Soffre un Basilo udir, benchè facondo?
Te Gallia accolga, o meglio, di causidici
Nutricatrice l’Africa, se agogni
Espor la lingua mercenaria a prezzo.
[300] «Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual
può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le
leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo
soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per
aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno
colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina),
io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.» _De
Oratore_ Lib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.
[301] Lib. 1, c. 13.
[302] «La curia, dove il Senato cura la republica.»
[303] L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al
foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella
del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere
all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza
altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici
o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi
in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli
ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici
attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da
quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.
[304] Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più
caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza
sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del
bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto
come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio, _De
Architect._ Lib. V. e I
[305] Dec. IV, c. 36.
[306] _Pompeja._ Pag. 125 in nota.
[307] L’usò il Salvini nella versione dell’_Iliade_ per camera degli
sposi:
Egli scese nel talamo odorato
Di cedro e in alto soffittato.
[308] Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.
[309] Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il
quale le voci _arcta_ ed _obscura_ rende per prigionia nè _stretta_ nè
_dubbia_.
[310] «Sentirà esistere in questa città una carcere, la quale vollero i
maggiori nostri che fosse vendicatrice degli uomini malvagi e delle più
aperte scelleratezze» c. 12.
[311] Juvenal. Sat. III:
Tante son le maniere onde si foggia
Per ceppi il ferro, da temer che manchi
Al vomere ed al sarchio ed alla marra.
[312] Vers. 312-314. Traduco:
Ben felici puoi dir gli avi, beata
Puoi appellar l’antica età, quand’era
Da’ suoi Re e dai Tribuni governata
Che un carcer sol bastava a Roma intera.
[313]
Così gli otto littor’ d’incude al pari
Me infelice martellino.
Atto I. Sc. I. 7.
[314]
Comanda a quei che meco ho qui condotti
Per essere _al carnefice_ affidati
Che a me dalla città vengano al porto
Incontro; poi qua di ritorno, tienli
Ben custoditi.
Atto III. Sc. VI. 18.
[315]
«Io vo scrivendo come amor mi spira[316],
E pera io pur, se di mutarmi in Dio,
Senza di te, la volontà m’attira.»
[316] Dopo dell’Innamorato Pompejano, scrisse pur l’Allighieri in
questo verso il medesimo concetto.