NOTE:

[1] Epist. _Ex Ponto_. Lib. II. ep. III.

Il primo ei fu che me sì audace rese

Da commettere i miei carmi alla Fama;

Egli all’ingegno mio guida cortese.

[2] Veggasi al Canto XII l’_Odissea_ d’Omero, così egregiamente

tradotta in versi dal chiarissimo cav. dottor Paolo Maspero, da oscurar

di molto la fama della versione di Ippolito Pindemonte.

[3] Già Casina Reale, avente a lato sinistro il Castel dell’Ovo che

si avanza in mare, donata da Garibaldi dittatore ad Alessandro Dumas;

ma rivendicata poscia — non da Garibaldi — venne venduta e convertita

nell’attuale _Albergo di Washington_, tra i primarj della città.

[4] _Naturalis Historiæ_, Lib. III.

[5] _Hortensii villa quæ est ad Baulos, Cicero Acad. Quæst._ Lib. 4.

[6] Ενθα διὲ Κιμμερἰων ανδρων δῆμοστε πὀλιστε, che si tradurrebbe

letteralmente: Qui poi sono degli uomini Cimmerj, il popolo e la città.

[7] Lib. 1. 6; Dionigi d’Alicarnasso, IV; Aulo Gellio, 1. 19.

[8] _Georgica_ L. II. v. 161. Questi versi suonerebbero nel nostro

idioma:

O fia che il porto qui rammenti e l’opre

Al Lucrin lago aggiunte, e il corrucciato

Flutto ch’alto vi mugge; ove lontano

Respinto il mar, la Giulia onda risuona

E dove dentro dell’Averno i gorghi

S’intromette il Tirreno infuriato.

[9] Virgil. _Georg._ L. I. v. 468.

[10] _Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa._

Napoli 1854. Edizione di soli cento esemplari fatta a spesa di Alberto

Detken.

[11] _Le Case ed i Monumenti di Pompei disegnati e descritti._ Napoli,

in corso di publicazione.

[12] _Pompei._ Seconda edizione, Firenze 1868. Successori Le Monnier.

[13] _Inscriptions gravée au trait sur les murs de Pompei._

[14] Sono gli uomini di questo villaggio che vengono più specialmente

reclutati per la difficile e perigliosa pesca del corallo sulle coste

di Barberia, e così possono ricondursi di poi in patria con un bel

gruzzolo di danaro.

[15] La misurazione dell’elevazione del Vesuvio sopra il livello del

mare varia nelle scritture dei dotti che la vollero fissare. Nollet

nel 1749 la disse di 593 tese; Poli nel 1791 di 608 tese; il colonnello

Visconti nel 1816 di 621; Humboldt dopo l’eruzione del 1822 la rinvenne

di 607 tese, e nel settembre 1831 l’altezza della punta più alta

del cono risultò di tese 618. La tesa, antica misura di Francia, era

lunga sei piedi; la nuova tesa francese si chiama doppio metro e per

conseguenza contiene 6 piedi, 1 pollice, 10 linee. Siffatta varietà di

misure non da altro procede che dagli elevamenti e dalle depressioni,

le quali si avvicendano secondo le diverse eruzioni.

[16] «Ricerche filosofico istoriche sull’antico stato dell’estremo ramo

degli Appennini che termina dirimpetto l’isola di Capri.»

[17] «Partito Ercole di poi dal Tevere, seguendo il lido italiano si

condusse al Campo Cumeo, nel quale è fama essere stati uomini assai

forti, ed a cagione di loro scelleratezze, appellati giganti. Lo stesso

Campo del resto, denominato Flegreo, dal colle che vomitando sovente

fuoco a guisa dell’Etna sicula, ora si chiama Vesuvio, e conserva molte

vestigia delle antiche arsioni.»

[18] _Storia degli Italiani_, Tom. 1, pag. 99. Torino 1857.

[19] Nella vita di Marco Crasso.

[20] Anno 1674, pag. 146.

[21] _Ragguaglio dell’incendio del Vesuvio._ Napoli 1694.

[22] L’eguale fenomeno si avverò sul Vesuvio nella eruzione del

79. Ecco le parole di Plinio: Nubes (incertum procul intuentibus

ex quo monte; Vesuvium fuisse postea cognitum est) oriebatur: cujus

similitudinem et formam non alia magis arbor, quam pinus expresserit.

Nam longissimo velut trunco elato in altum, quibusdam ramis

diffundebatur, etc. _Epist. XVI. Lib. VI._

[23] _Prodromo della Mineralogia Vesuviana._ Napoli 1825.

[24] _Horatius_, Lib. 1. Od. 3. _In Virgilium Athenas proficiscentem._

Gargallo traduce, o a meglio dire, parafrasa così:

Ov’è maggior l’ostacolo,

Più impetuosa ed avida

L’umana razza avventasi

Ad ogni rischio impavida.

[25] Vedi i dispacci telegrafici e giornali dell’ultima settimana del

dicembre 1869.

[26] Vedi _Descrizione del Vesuvio di Logan Lobley_.

[27] _Sylv._ 2

«Nè allettin più del Pompejano Sarno

Gli ozii.»

[28] _Satir._ Lib. II. Sat. 1. v. 35. Così traduce Tommaso Gargallo:

Io, che s’appulo son, se non lucano,

Dir non saprei, perchè tra due confini

L’aratro volga il venosin colono,

Colà spedito (come è vecchia fama)

Cacciatine i Sabini.

[29] Secondo Esiodo, Gerione era il più forte di tutti gli uomini

nell’isola d’Eritia presso Gade o Cadice sulla costa della Spagna.

I poeti venuti di poi ne hanno fatto un gigante con tre corpi, che

Ercole combattendo uccise, menandone seco i buoi. Coloro i quali ridur

vorrebbero tutta la scienza mitologica ad un solo principio, cioè, al

culto antico della natura, pretesero Ercole un essere allegorico e non

significar altro che il Sole. Questa impresa vinta su Gerione sarebbe

il decimo segno che il sole trascorre, vale a dire i benefizj d’esso

che, giunto al segno equinoziale del Toro, avviva tutta la natura e

consola tutte le genti. Vedi _Dizionario della Mitologia di tutti i

Popoli_ di Gio. Pozzoli e Felice Romani. Milano presso Gio. Pirotta.

[30] La Mitologia chiama i Dioscuri figliuoli di Giove e afferma

essere il soprannome di Castore e Polluce. Glauco fu il primo che così

li chiamò, quando apparve agli Argonauti nella Propontide (_Filostr.

Paus._). È stato dato questo nome anche agli Anaci, ai Cabiri, e ai

tre fratelli che Cicerone (_De Natura Deorum_ 3, c. 53) chiama Alcone,

Melampo ed Eumolo. Sanconiatone conserva l’identità dei Dioscuri

coi Cabiri, che Cicerone vuol figli di Proserpina. Ritornerò su tale

argomento nel capitolo _I Templi_.

[31] _Titi Livii Historiarum._ Lib. VII c. XXIX.

[32] I Feciali erano sacerdoti, l’uffizio de’ quali corrispondeva

a un di presso a quello degli Araldi d’armi. Essi dovevano

trovarsi particolarmente presenti alle dichiarazioni di guerra, ai

trattati di pace che si facevano, ed avvertivano a che i Romani

non intraprendessero guerre illegittime. Allorchè qualche popolo

avea offeso la Republica, uno de’ Feciali si portava da quello per

chiedergli riparazione: se questa non era accordata subito, gli si

concedevano trenta dì a deliberare, dopo i quali legittima si teneva la

guerra. E questa dichiaravasi col ritornare il Feciale sulla frontiera

nemica e piantarvi una picca tinta di sangue. Anche i trattati si

facevano da un Feciale, che durante le negoziazioni veniva appellato

_pater patratus_, per l’autorità che egli aveva di giurare pel popolo.

Vegliavano pure al rispetto degli alleati, annullavano i trattati di

pace che giudicavano nocivi alla Republica, e davano in mano ai nemici

coloro che li avevano stipulati.

[33] Secondo la più probabile opinione, Caudio era situato dove ora

il borgo Arpaja, e le Forche Caudine in quell’angusto passo donde si

discende ad Arienzo, specialmente nel sito che si chiama pur oggi le

_Furchie_.

[34] Ora _Lucera delli Pagani_, nella Puglia Daunia, volgarmente

_Capitanata_, provincia di Foggia, nel già reame di Napoli.

[35] Tito Livio; Lib. IX, c. XXXVIII.

[36] Dante, _Paradiso_ c. VII. 47. Qui parla il Poeta di Manlio

Torquato che comandò, come più sopra narrai, la morte del figliuolo per

inobbedienza, e parla di Quinzio Cincinnato.

[37] Vellei Paterculi, _Historiæ_ Lib. II. c. XIII.

[38] _Bell. Civ._ Lib. I. c. 94.

[39] _De Legibus_, II. 2.

[40] _Roma Illustrata_, Ant. Thisli J. C. Amstelodami.

[41] _Veglie storiche._ Milano 1869, presso A. Maglia.

[42] Sallustio, _Bellum Catilinarium_, c. XVII: «_Lucio Tullo, Marco

Lepido consulibus, Publius Autronius et Publius Sulla, designati

consules, legibus ambitus interrogati, pœnas dederunt. Post paullo,

Catilina pecuniarum repetundarum reus, prohibitus erat consulatum

petere, quod inter legitimas dies profiteri nequiverit_». La legge

Calpurnia dell’àmbito, prodotta dal console Calpurnio Pisone nell’anno

686, era che chi avesse colle largizioni o capziosamente conseguito il

magistrato, dovesse lasciarlo e pagare una multa pecuniaria. Catilina

era stato escluso dal chiedere il consolato, perchè _reo repetundarum_,

che noi diremmo di concussione, cioè di ripetizione di cose, la cui

restituzione si esige da colui che, magistrato, abbia spogliato la

provincia. Essendosi i legati d’Africa querelati assai gravemente di

Catilina, ne veniva pubblicamente accusato da Publio Clodio.

[43] _Quid ergo indicat, aut quid affert, aut ipse Cornelius, aut

vos, qui ab eo hæc mandata defertis? Gladiatores emptos esse, Fausti

simulatione, ad cœdem, ac tumultum. Ita prorsus: interpositi sunt

gladiatores, quos testamento patris videmus deberi._ Cic. _Pro. P.

Sulla_ cap. XIX.

[44] Id. ibid. cap. XXI.

[45] Questi erano i triumviri deputati a trasportare, o come meglio

direbbesi con frase latina, a dedurre le colonie, chiamati perciò

patroni di esse.

[46] La Clientela venne istituita da Romolo, onde avvincere in

nodo d’affetto maggiore e d’interessi i patrizi e i plebei. Questi

eleggevano i loro _patres_ per esserne protetti, e ai _patres_ correva

debito di proteggere i _colentes_; interdetto ad entrambi di accusarsi

avanti i tribunali, nè mai essere nemici; pena a chi infrangesse la

legge di aver mozzo il capo, vittima sacra a Plutone. La purezza dì

questa istituzione durò buona pezza: poi degenerò come ogni umana cosa.

[47] In Toscana l’aveva alle falde degli Appennini e dalla regione in

cui era situata si dicea Tusci; in Romagna l’aveva sul litorale del

Mediterraneo fra le due città di Laurento e di Ostia, e per esser più

vicina a quella città chiamavala Laurentino e l’abitava nel verno; in

Lombardia due ne possedeva lungo le ridenti sponde del Lario una nel

paesello di Villa e si nomava Commedia, e l’Amoretti nel suo _Viaggio

ai tre laghi_ credette riconoscerla nel luogo ove v’ha la villeggiatura

dei signori Caroe, pretendendosi persino di vederne tuttora i ruderi

contro l’onde del lago; l’altra, detta Tragedia, in altra località

che forse fu presso Bellagio. Lo che valga a rettifica dell’opinione

volgare che crede la Commedia fosse dove ora è la _Pliniana_,

così detta unicamente perchè vi si trovi la fonte da lui descritta

nell’ultima Epistola del libro IV e dell’opinioni di taluni scrittori

che la assegnano in altra parte del lago. Alla Pliniana, venne

fabbricato da Giovanni Anguissola, altro degli uccisori di Pier Luigi

Farnese, nè prima di lui vi si riscontrarono ruderi che accusassero

antecedenti edificazioni. Della prima, in Toscana, fa una magnifica

descrizione nella lettera 6 del lib. V; della seconda in Romagna, nella

lettera 17 del lib. II.

[48] _Plures iisdem in locis villas possidebcat, adamatisque novis,

priora negligebat._ Lett. 7 a Caccinio, lib. III. Silio Italico morì

anzi in una sua villa sul tenere di Napoli.

[49] Da una fiera e passionata invettiva contro Cicerone, che

Quintiliano attribuisce senz’altro a Sallustio di lui nemico (_Instit.

lib. IV_), tolgo il seguente brano che ricorda appunto le villa sua in

Pompei: «Vantarti della congiura soffocata? Meglio dovresti arrossire

che, te console, sia stata messa la republica sottosopra. Tu in casa

con Terenzia tua deliberavi ogni cosa e chi dannare nel capo e chi

multar con denaro, a seconda del capriccio. Un cittadino ti fabbricava

la casa, un altro la villa di Tusculo, un altro quella di Pompei, e

costoro ti parevano buoni; chi pel contrario non ti avesse giovato, era

quegli un malvagio che ti tramava insidie nel Senato, che t’assaliva in

casa, che minacciava incendiar la città. E vaglia il vero, qual fortuna

avevi e quale or possiedi? quanto arricchisti col procacciarti cause?

Come ti procurasti le splendide ville? col sangue e colle viscere de’

cittadini; supplichevole coi nemici, altero cogli amici, riprovevole in

ogni fatto. Ed hai cuore di dire _o fortunata Roma nata te console_?

Infelicissima che patì pessima persecuzione, quando nelle mani avesti

giudizi e leggi. E nondimeno non ti stanchi di rintronarci le orecchie

_cedan l’armi alla toga_, alla favella i lauri, tu che della Republica

pensi altra cosa in piedi ed altra seduto, banderuola non fedele a

vento alcuno.» Ognuno comprenderà quanta ira partigiana ispirasse

questa invereconda tirata. Fra’ luoghi in cui Cicerone parla del suo

Casino, ve ne ha uno nell’epistola 3, lib. 7 al suo amico M. Mario, che

villeggiava in Pompei.

[50] Ovidio nei _Fasti_, I. 614, canta:

_Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur_

_Templa, sacerdotum rite dicata manu_

_Hujus et augurium dependet origine verbi,_

_Et quodcumque sua Jupiter auget ope._

[51] Cap. XVII.

[52] Tacito nel libro XV degli _Annali_ c. XVII non fa che accennare

sotto quest’anno un tanto disastro: «Un terremoto in Terra di Lavoro

rovinò gran parte di Pompeja, terra grossa.»

[53] Canto VI. v. 45 e segg.

[54] Aulo Gellio trova la etimologia del municipio _a munere

capessendo_; più propriamente forse il giureconsulto Paolo: _quia

munia civilia capiant_. E l’uno e l’altro accennano al diritto o dono

conferito della cittadinanza, a differenza di quelle altre località che

erano solo _fœderatæ_, ricevute dopo vinte e a condizione inferiore,

che non acquistavano la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la

capacità di testare a pro’ d’un romano cittadino, o d’ereditarne, nè

l’inviolabilità della persona.

[55] Gargallo traduce al solito infedelmente:

Manchin seimila o sette al _censo equestre_,

E prode, onesto sii, probo, facondo,

Plebe sarai.

Orazio nel suo primo verso non disse censo equestre, ma sì

_quadringentis_: perchè il Gargallo non potè dire _quattrocento_?

Avrebbe egli pure fatto sapere come il poeta che traduceva, che il

censo equestre era di quattrocentomila.

[56] Il laticlavo era una striscia di porpora che orlava la toga

di porpora, scendendo dal petto fino a’ ginocchi. Essa era alquanto

larga a distinzione della striscia de’ cavalieri, che però dicevasi

augusticlavo. Come basterebbe oggi dire porporato per intendersi

cardinale, allora dicevasi _laticlavius_ per senatore; onde leggesi in

Svetonio (in _August._, c. 38): _binos laticlavios præposuit_, per dire

_due senatori_.

[57] Trattato dell’_Onore del Bisellio_.

[58] Fabretti, Inscr. 3. 324. e 601. Gruter., 475, 3.

[59]

D’oro lucente altri ricchezze aduni

E molti di terreno jugeri tenga.

Lib. 1 _Eleg._ 1.

[60] Vol. I. Appendice VI.

[61] Tutti i mulattieri con Agato Vajo si raccomandano a C. Cuspio

Pansa Edile. — Il Collega Giulio Polibio fece.

[62] Vedi Plinio epistola 12 del lib. II: _Implevi promissum,

priorisque epistolæ fidem exsolvi, quam ex spatio temporis jam

recipisse te colligo. Nam et festinanti et diligenti tabellario dedi._

Vedi anche dello stesso Plinio l’epistola 17 del lib. III e 12 del VII

e la nota alla prima lettera del suo volgarizzatore Pier Alessandro

Paravia. Venezia Tip. del Commercio 1831.

[63] _Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano_ di Edoardo

Gibbon. Cap. II. — Vedi anche Plin. _Stor. Natur._ III. 5. S. Agostino

_De Civitate Dei_ XIX. 7. Giusto Lipsio _De Pronuntiatione linguæ

latinæ_, c. 3.

[64] Vita di Claudio, c. 6.

[65] Op. cit. cap. II.

[66] Tra i papiri latini si conta un frammento di poema sulla guerra di

Azio.

[67] Milano, 1822.

[68] _Ad retia sedebam: erant in proximo non venabulum aut lancea,

sed stilus et pugillares._ Così Plin. loc. cit. Vedi anche Boldetti,

_Osserv. sopra i Cimelii_, l. 2, c. 2.

[69]

Sardoniche, smeraldi, diamanti,

E diaspri egli porta in un sol dito.

V. II.

[70] Svetonio, in _Nerone_, II.

[71] Plutarco, _Vita di Lucullo_.

[72] Plin. XIV. 6.

[73] Eccone la traduzione del cav. P. Magenta:

Ecco il Vesuvio, di pampinose

Frondi or or verde, ed ove in tumidi

Vasi spremeansi uve famose.

Ecco il bel clivo, che anteponea

Sin Bacco a Niso, su cui de’ Satiri

Lo stuol le danze testè movea.

Desso era il seggio più a Vener caro

Dello Spartano, desso era il poggio

Che col suo nome Ercol fe’ chiaro.

[74]

Questa che ognor di verde erba si veste,

Che agli olmi avvince le festanti viti,

D’ulivi attrice, alla coltura, al gregge

Troverai pronta e al vomere paziente,

Questa terra ubertosa ara la ricca

Capua e l’abitator delle fiorenti

Del Vesèvo pendici.

[75] _Histor. Natur._ Lib. XXXI, c. 7.

[76] Id. ib., c. 8. _Laudantur et Clazomenæ garo, Pompeiique, et

Leptis_.

[77] _Satir._ Lib. II. sat. 8.

[78]

_Ma ingente il cucinier mucchio consumi_

_Di pepe e aggiunga indi falerno vino_

_Al garo arcano._

Lib. 7. epig. 27.

Sostituii la mia versione a quella del Magenta, perchè non comprese che

cosa fosse il garo, ch’ei tradusse per _aceto_, non avvertendo che ad

esso mal si sarebbe allora potuto applicare l’aggettivo _secreto_.

[79]

_Del nobil garo ora lasciva ho sete._

Lib. 13. ep. 77.

[80] _Avuta autorità dall’imperatore Cesare Vespasiano Augusto i luoghi

pubblici da’ privati posseduti Tito Svedio Clemente tribuno, ventilate

le cause ed eseguite le misure, restituì alla republica de’ Pompejani._

[81] _Guida di Pompei_, pag. 27.

[82] _Giorn. degli Scavi._ Luglio e Agosto 1863, pag. 228.

[83] _Ne’ possedimenti di Giulia Felice, figlia di Spurio, si affittano

dalle prime idi di agosto alle seste idi per cinque anni continui un

bagno, un venereo, e novecento botteghe colle pergole e co’ cenacoli.

Se taluno esercitasse in casa (o il condannato) lenocinio, non è

ammesso alla conduzione._

La formula invece, quale è ristabilita dal sen. Fiorelli, vorrebbe

dire: _se trascorrerà il quinquennio, la locazione ai riterrà

tacitamente rinnovata_.

Altri poi, leggendo aggiunta alla iscrizione surriferita anche le

parole SMETTIVM . VERVM . ADE, pretendono interpretare le sigle in

questione nella seguente maniera: _si quis dominum loci ejus non

cognoverit, — se alcuno non conosca il padrone di questo luogo, si

rivolga a Smettio Vero_.

[84] Veggasi: _Della Patria dei due Plinii, Dissertazione di Pier

Alessandro Paravia indirizzata al cav. Ippolito Pindemonte_, edita

nell’appendice al Volgarizzamento delle _Lettere di Plinio il Giovane_

dello stesso Paravia, già altre volte da noi citato. Il Paravia prova,

a non più lasciar ombra di dubbio, i Plinii essere stati di Como.

[85] _Essai de Zoologie Générale_, par. I. 1, 5.

[86] _De Viris Illustribus._

[87] «Le _mofete_, scrive Giuseppe Maria Galanti, formano molti

fenomeni curiosi. Terminate le grandi eruzioni sogliono esse

manifestarsi sotto le antiche lave e ne’ sotterranei, e qualche volta

hanno infettata tutta l’atmosfera. Non sono che uno sviluppamento

di acido carbonico. Circa quaranta giorni dopo l’ultima grande

eruzione del 1822 comparvero le _mofete_ nelle cantine ed altri luoghi

sotterranei delle adiacenze del Vulcano. L’aria mofetica cominciava

all’altezza del suolo superiore, e spesso infettava anche l’aria

esterna. In alcuni sotterranei si manifestarono rapidamente, in altri

lentamente: dove durarono pochi giorni e dove sino a due mesi. Dopo

l’eruzione del 1794 molte persone perirono per mancanza di precauzione

contro queste _mofete_. Esse si sviluppano più assai nei luoghi dove

terminano le antiche lave, cioè nei luoghi prossimi alla _pedementina_

del Vulcano, forse perchè il gas acido carbonico che si svolge in copia

nell’interno del Vulcano, si fa strada negli interstizi delle lave,

le quali partono tutte dal focolare vulcanico.» _Napoli e Contorni_,

1829. — Vedi anche _La storia de’ fenomeni del Vesuvio_ di Monticelli e

Covelli. Napoli, 1843.

[88] Quest’eco esiste anche adesso, e lo si esperimenta sempre da chi

visita l’anfiteatro.

[89] Presso l’Anfiteatro venne trovata la carcassa di un leone.

[90] Due scheletri si conservano ancora d’una povera madre e della sua

figliuola, cadute insieme l’una a lato dell’altra e turgido tuttavia

era il fianco della prima. L’ingegnoso artificio dell’illustre Fioretti

ha saputo strappare al muto involucro, — formato intorno ad esse dalle

ceneri assodate, — la straziante storia de’ loro estremi patimenti.

Egli versando del gesso liquido nelle impronte lasciate da quelle

sventurate vittime, potè ottenere la testimonianza di quelle ultime

loro crispazioni che rivelano la disperazione dell’agonia ch’esse

avevano sofferto.

[91] Sen. _Thiest._ 828. Tradurrei:

Da supremo spavento i petti affranti,

Temon che scossa da fatal rovina

Ogni cosa trabocchi e ancor sui numi

E su’ mortali il caos informe piombi.

[92] Per disposizione d’Augusto, come ho più sopra avvertito, una

legione romana stanziava colla flotta a Miseno e così vegliava a difesa

della città stessa. Vedi Tacito, _Ann._ IV, 5. Svetonio in Aug. XLIX, e

particolarmente Veget. _De Re Militari_, V. I.

[93] Il testo dice _Nonum Kalend. Septembris_, ma è evidentemente

errata una tale lezione, come è manifesto dalla storia e da quanto

io medesimo son venuto esponendo; sì che non potesse essere a’ 24 di

agosto, come dovrebbe interpretarsi, ritenendosi la lezione del testo,

invece del 1 di novembre. Il Paravia, a rincalzo di questa lezione che

è pur la sua, annota: «che parmi di avere altrove (_Esercitaz. scient.

e lett. dell’Ateneo di Venezia._ To. I. f. 366.) con sufficienti

ragioni dimostrato che quella lezione vuol essere assolutamente

errata, e che tutto induce a credere che debbasi invece a leggere

_Nov. Kal._, cioè alle calende di novembre; anche per accordare col

_n. a._ l’abbreviazione di Dione, il qual dice che questa eruzione del

Vesuvio accadde _Autumno iam ad exitum vergente_; lo che non può certo

intendersi de’ 24 di agosto.»

[94] Liburnica appellavasi una nave leggierissima e velocissima,

derivandone il nome dai Liburni, popolo dell’Illiria, che di tali navi

una volta servivasi alle proprie piraterie. Esse alla battaglia d’Azio

avevano avuto la superiorità sulle galere triremi.

[95] Il testo dice _Codicillos_. Avanti l’invenzione della carta

dicevansi _codicilli_ le tavolette spalmate di cera su cui scrivevasi

collo stilo. Veggasi il Forcellini a questa parola e più addietro

quanto ne scrissi nel precedente capitolo.

[96] Classiarii, ossia soldati delle navi, _classis_ significando

flotta. Io ho seguito in questo passo la lezione adottata dal Lemaire

nella sua edizione _Plinii Cæcilii Secundi Epistolarum_, Parisiis

1822, poichè mi parve la più ragionevole, migliore di quella di coloro

che vorrebbero si traducesse: «_ricevè un biglietto di Retina, moglie

di Cesio Basso (poichè la sua villa vi era sottoposta, nè si poteva

scampar che per acqua), il pregava a liberarla da tanto pericolo._»

Pier Alessandro Paravia, traduttore, d’altronde egregio, delle lettere

di Plinio, in una sua nota a questo passo, ammettendo le varie lezioni,

si maraviglia di quel che io pure credo, dicendo: «_Basti, che di

questa Retina si fa da taluni un paese, quando io con buone ragioni,

per quel che mi sembra, ho creduto di dover sostenere che sia essa una

donna._» Oh che? Il Paravia non pensò che Retina appunto fosse un paese

alle pendici del Vesuvio travolto sotto le lave e ceneri di tal monte

con Ercolano, Pompei, Oplonte, Stabia, Tegiana e Taurania? Poco presso

all’antica Retina ora sta Resina, come su Ercolano sta Portici e su

Oplonte la Torre dell’Annunziata.

[97] _Vi pulveris ac favillæ oppressus est, vel, ut quidam existimant,

a servo suo occisus, quem æstu deficiens, ut necem sibi maturaret,

oraverat._

[98] _Disquisitiones Plinianæ._

[99] Plinio qui cita il verso di Virgilio, spiccandolo al principio del

Lib. II dell’_Eneide_, vers. 12:

_Quamquam animus meminisse horret_

_Incipiam._

Io ho osato sostituire la traduzione di mia fattura a quella di Annibal

Caro, che pur avrei amato recare, come quella che universalmente è

tenuta in miglior conto, ma essa non mi parve in questo passo felice;

eccola:

(Benchè lutto e dolor mi rinovelle,

E sol de la memoria mi sgomente)

Io lo pur conterò.

Se male m’apposi, me lo perdonino i lettori.

[100] Quella stessa della morte di Plinio il Vecchio.

[101] Plinio il Vecchio, dall’impero di Nerone a quello di Vespasiano,

era stato in Ispagna procuratore di Cesare.

[102] _Lymphati_, scrive Plinio: così pure chiamavansi dai Romani i

pazzi, e la pazzia tenevasi per _sacra_, attribuendosi a chi n’era

preso la facoltà di predir l’avvenire.

[103] _Atque etiam recordatus quondam super cœnam quod nihil cuiquam

tote die præstitisset, memorabilem illam meritoque laudatam vocem

edidit: «Amici, diem perdidi»._ Svetonius in _Titum_, c. VIII.

[104] Svet loc. cit.

[105] _Descrizione delle rovine di Pompei._ Napoli, Da’ torchi del

Framater, 1831.

[106] Deca Terza, vol. terzo, pag. 11 dell’ediz. di Venezia, per G.

Battaggiu, 1823.

[107] A lui si debbono il palazzo reale di Caserta, architettato dal

Vanvitelli, il teatro San Carlo, per non dir di tante altre grandiose

opere, degne non che di un re di piccolo reame, di possente imperatore;

ma fu pur egli che osò far arrestare in Parlamento un membro di esso,

ed inoltre era un Borbone.

Poichè ho accennato al palazzo di Caserta, che si pretende essere

la reggia più sontuosa che esista in Europa, m’unirò anch’io

ai voti espressi dall’universale in quella provincia che, cioè,

l’Amministrazione della Real Casa, meglio sentendo la propria dignità,

non abbia a cederlo al Demanio. Vendere quella proprietà sarebbe

un’offesa a quel sentimento delle popolazioni che la Monarchia certo

non ha interesse a scalzare.

[108]

Tempo trarrà quanto è sotterra a luce.

v. 24, traduzione di Gargallo.

[109] Part. I, Cap. 399. «Noi speriamo che questa etimologia non sarà

scambiata per un delirio, se si vuol ben considerare che la parola

orientale Hercul, cioè _monte arso_ che si incontra ad ogni passo dal

promontorio di Miseno a quello di Sorrento, da cui derivò pur il nome

d’_Ercolano_, ci indica evidentemente la storia delle devastazioni

vulcaniche alle quali questa contrada andò soggetta da’ tempi più

rimoti. Nelle epoche successive i Greci e gli Italiani, sì poetici

nelle loro idee e nelle loro sensazioni, attribuirono alle intraprese

di _Ercole_ gli effetti straordinarj de la natura ed elevarono templi

al semidio là dove non esistevano altro che le traccie del fuoco.» Vedi

addietro il _Capitolo II_.

[110]

«La diletta Pompeja alle saline

D’Ercole presso.»

[111] _Æneid._ Lib. VII, 738:

E fu re de’ Sarrasti, e de le genti

Che Sarno irriga.

Traduzione di Annibal Caro.

Popoli Sarrasti eran quelli che stavano intorno al promontorio

Sorrentino, cioè i Campani orientali, gli Irpini e i Picentini.

[112] Appiano, parlando delle mura di Cartagine, le dice triplici, con

torri, fornici e casematte, stalle per elefanti, celle per cibi, ecc.

«_Murum fuisse triplicem, quorum quisque alius 30 cubitos esset, absque

loricis et turribus. Quæ turres 200 pedum spatio inter se distabant

et 4 contignationes singulæ habebant. Ipsi muri fornicati et capaces:

et duplici quasi contignatione facti: in quorum parte ima elephanti

300 stabulari poterant, et adjunctæ iis cellæ ac repositoria ad cibos:

super eos 4000 equi, item cum receptaculis pabuli hordeique Viris ipsis

ibidem diversoria et habitacula, pedibus 20000, equitibus 4000. Atque

hic bellicus apparatus in solis mœnibus erat._»

[113] _Marci Vitruvii Pollionis De Architectura Libri Decem._ Ve ne

hanno infinite edizioni: commendevole assai quella curata da Gio.

Gottlieb Schneider di Sassonia. Lo Stabilimento Privilegiato Nazionale

di G. Antonelli di Venezia publicò quest’opera tradotta dal marchese

Berardo Galiani col testo a fronte. 1851.

[114] Mi ricorda infatti aver letto un’eguale osservazione in un

racconto pompejano di Theophile Gautier, dal titolo _Arria Marcella_.

Parlando egli della porta che conduce alla Via delle Tombe, e che è

questa appunto detta di Ercolano, così si esprime: «Cette porte en

briques, recouverte de statues et dont les ornements ont disparu, offre

dans son arcade interieure deux profondes rainures destinées à laisser

glisser une herse, comme un donjon du moyen âge à qui l’on aurait cru

ce genre de défense particulier. Qui aurait soupçonné Pompei, le ville

græco-latine, d’une fermeture aussi romantiquement gothique? Vous

figurez vous un chevalier romain attardé, sonnant du cor devant cette

porte pour se faire lever la herse, comme un page du quinzième siècle?»

_Un trio de Romans_, Paris, Victor Lecou, 1852.

[115] _Ruines de Pompei._ T. II, p. 101.

[116] Bull. Inst. 1865. p. 184. 1867. p. 87.

[117] _Giornale degli Scavi._ Nuova Serie. N. 5, dicembre 1868.

[118] «I Censori provvedevano nella città a selciare colla arena le

vie, e fuori della città a gittarvi ghiaja ed a praticarvi i margini.»

[119] V. _Giornale degli Scavi_, N. 2, settembre 1868.

[120] _Orat. pro M. Fontejo._ Si sa che M. Fontejo Pretore, dopo

d’avere per un triennio successivo alla pretura, amministrata la

Gallia, reduce a Roma, a petizione de’ Galli, venne accusato da M.

Pletorio in due azioni. Difendendolo nella seconda Cicerone, questi nel

dire dell’accusa che riguardava le vie, così ricorda la Domizia: _Cum

majoribus reip. negotiis impediretur; et cum ad remp. pertineret, viam

Domitiam munire, legatis suis primariis viris, C. Annio Bellieno, et C.

Fontejo negotium dedit._ — _Via Domitiana_, della quale è l’argomento

mio, è il titolo del terzo componimento di Stazio del lib. IV delle

_Sylvæ_, e così è ancor un dato maggiore a conforto di quel che dico di

questa via.

[121] Vien ricordato da Stazio che la via Appia fosse la regina delle

vie in que’ versi:

. . . . _qua limite noto_

_Appia longarum teritur regina viarum_,

e vi accenna Orazio nel parlar della Via Numicia che dinota prossima

all’Appia:

_Brundusium Numici melius via ducat, an Appi._

_Epist._ Lib. I.

[122] «La terza via da Reggio, traversando i Bruzi, i Lucani e il

Sannio conduceva nella Campania e metteva alla Via Appia.»

[123] In _Sympos._

[124] _Pudor me habet alimontia illa proferre mysteria, quibus in

Liberi honorem Patris phallos subrigit Græcia._ Vedi anche il Vossio

alla voce _Fascinum_.

[125] _Non vuo’ persi apparati_, ecc. Lib. 1, Od. XXXVIII.

[126] Capit. III.

[127]

Una bianca m’apprese a odiar le brune.

[128]

Odii, ma torni. Io, non richiesto, l’amo.

Venere Fisica Pompejana scrisse.

[129]

Altri ama, altri è amato; io non me ’n curo.

[130]

Chi non se ’n cura, ama.

[131]

Venga ognun che ama: col bastone io voglio

Romper le coste a Venere e fiaccarla.

La sua parola mi ferisce il core....

Nè poterle il baston spezzar sul capo!

[132] Auge ama Arabieno. Mete Cominia commediante ama di cuore Cresto;

sia ad entrambi propizia Venere Pompejana e vivano sempre concordi.

[133] Pirro al collega Cajo Ejo salute. Di malanimo io udii che tu sia

morto: statti sano adunque.

[134] Soave vinaja ha sete; prego che abbia sete di più. _Sitit_ per

_sitiat_ accusa la volgarità di chi scrisse.

[135] Fu portata via un’urna da vino dalla bottega — A chi la

restituirà — Verranno dati — Sessantacinque sesterzj: e se il ladro —

taluno arresterà — avrà il doppio — Januario qui abita.

[136] «Quando il zampone è cotto, se lo si appresta al commensale, non

solo il gusterà, ma ne leccherà il vaso e la pentola.» — _Olla_ era

infatti un ampio vaso di assai ordinario uso, più comunemente d’argilla

cotta. La forma essendo di fondo piatto, di lati rigonfi, bocca larga

ed avente coperchio, corrisponde a quel vaso stesso che i Lombardi

chiamano egualmente olla, ma serviva all’uso della moderna pignatta.

_Cacabum_, di cui se ne trovò un originale in bronzo negli scavi

pompejani, era pur un vaso per cuocere carni e vegetali, più spesso

d’argilla cotta. Di poco differiva dall’olla; non aveva però il fondo

piatto, ma tondo, onde mettevasi al fuoco sul treppiede, _tripus_; la

bocca si restringeva ed ai lati aveva manichi.

[137]

Barbaro è quei che non m’invita a cena.

[138] Cap. 33.

[139] Cosmo è d’una nequizia grandissima.

[140] Perchè tu fai quotidianamente lo stesso.

[141] Così tradusse senza riguardo quel sommo che fu Vincenzo Monti:

Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti;

E le due serpi vi dipingi, e al piede;

Pisciate altrove, è sacro il luogo, o putti.

[142] L’ira di Giove, di Giunone e de’ dodici Dei a chi avrà pisciato

qui o sporcato. De Rich, _Dizion. Antich._ voc. _Anguis_.

[143] _Ultimi giorni di Pompei._ Capitolo II.

[144] _Pompeja_, par Ernest Bréton. Paris, L. Guerin et C. éditeurs,

1869, p. 134.

[145] _Pompeii_, p. 133.

[146] Così al Lib. V. 25, _Honorem ob eam munificentiam ferunt matronis

habitum, ut pilento, ad sacra ludosque, carpentis festo profestoque

uterentur_.

[147]

Cui le sacre carrette ivano appresso

Coi santi simulacri e con gli arredi,

Che traean per le vie le madri in pompa.

Così traducea Annibal Caro; ma per la migliore intelligenza della mia

citazione, meglio varrebbe tradurre letteralmente:

Nelle molli pilente i sacri arredi

Traean per la città le caste madri.

[148]

Era, e i noti il dicean serici veli,

Il cocchio del berton mezzo fallito.

Lib. IV. 8. Trad. di M. Vismara. Il Poeta prende la parte per il tutto,

chiamando _serici carpenti_, ciò che il traduttore chiamò serici veli

del cocchio. Nella qual ultima parola non si ha riprodotto il nome

proprio e speciale del cocchio, cioè il carpento.

[149] Vedi Imp. Giulian. Cod. 12. 51. 4. e gli Imperatori Valentiniano,

Valente e Graziano ibid. 7.

[150]

Meglio ne porti sovra il docil collo

L’esseda belga imposta.

Qui son tratto a ricordare la definizione degli odierni _omnibus_ fatta

col seguente verso onomatopeico:

_Maxima rhedarum patet hic, patet hac, patet illac_

_Omnibus._

[151] «Il tribuno della plebe facevasi condurre nell’esseda.»

[152]

O l’onda azzurra colla pinta nave

Solcammo, o tratti dalla svelta rota

Dell’esseda noi fummo.

[153]

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 54 / 56 题