Le Curie, il Calcidico e le Prigioni.
Origine ed uso delle Curie — Curie di Pompei — Curia o Sala del
Senato — Il Calcidico — Congetture di sua destinazione — Forse
tempio — Passaggio per gli avvocati — Di un passo dell’_Odissea_
d’Omero — Eumachia sacerdotessa fabbrica il Calcidico in Pompei
— Descrizione — Cripta e statua della fondatrice — Le Prigioni
di Pompei — Sistema carcerario romano — Le Carceri Mamertine
— _Ergastuli_ per gli schiavi — _Carnifex_ e _Carnificina_ —
Ipotiposi
È opinione di molti che in Pompei, se le cause di maggior momento
venissero come in Roma trattate nella Basilica, quelle di minor
importanza fossero giudicate nelle sale o Curie, come con linguaggio
forense appellavansi, pur conservato fino a’ nostri giorni, in cui
curia e curiali significano tuttavia luoghi di giudizio e persone
addette agli stessi. Che il luogo poi delle Curie fosse alle cause
minori disposto è rivelato altresì dal valore della parola stessa.
Essa indicava la parte minore del popolo romano, che Romolo appunto
distribuì dapprima in tre tribù e le tribù suddivise poscia in dieci
curie ciascuna, così chiamate, secondo ne fa fede Tito Livio, dai nomi
delle donne sabine che vennero dai Romani rapite[301]. Queste curie,
nella dissepolta città, si vedono presso l’entrata della Basilica, di
cui si giudicarono dipendenza e che furono scoperte nell’anno 1814. Il
fabbricato, essendo di mattoni rossi e di essi intera la costruzione,
fu ritenuto che fosse opera posteriore, o rifatta dopo il tremuoto
del 63. Ciò che per altro più probabile appare, è che non fossero
ristaurate che dopo il 63; perocchè, nota opportunamente a questo
riguardo il signor Bréton, non trovandosi esse nell’asse del Foro,
dovessero necessariamente essere anteriori al Foro stesso; senza di che
infatti sarebbero state coordinate al medesimo.
Il fondo di esse sale è semi-circolare, vi sono nicchie e vi sono
podii, se han potuto giovare a farle ritenere siccome luoghi sacri
addetti a’ magistrati incaricati appunto di conoscere e giudicare di
quelle minori cause.
Appajono tutte di forma rettangolare, le mura dovevano essere già state
rivestite di marmo, e Dyer, senza recar prove di sorta, vorrebbe nella
seconda sala che vi fosse stato un tesoro pubblico; forse ciò indotto
a credere dalla sola circostanza che in essa si rinvennero de’ vuoti
forzieri in pietra e qualche moneta d’oro e d’argento.
Queste tre sale, o curie, non vanno tuttavia essere confuse colla
Curia, più propriamente così designata in quel monumento scoperto
dal 1817 al 1818, che è nelle Guide con questo nome indicata, o
coll’altro eziandio di _Sala del Senato_. Malgrado il significato
superiormente riferito che alla voce curia solevasi dare da’ Romani;
nondimeno s’adoperava da essi altresì a chiamare il luogo del Senato;
onde Varrone ne fornisce la diversa definizione: _curia, ubi Senatus
rempublicam curat_[302].
È un edificio codesto di Pompei, come le altre minori curie,
semi-circolare, molto aperto dal lato del Foro: decorata ne è la gran
sala, o _senaculum_, di stalli elevati, di nicchie e di colonne e certo
un giorno deve essere stata anche di statue.
Bonucci opina che in questo recinto l’ordine dei Decurioni tenesse le
proprie adunanze pubbliche, non già forse un _comitium_, o luogo in
cui il popolo votasse nelle elezioni dei magistrati; perocchè il piano
delle sue rovine non risponda a quei dati che di un luogo di comizj
ci forniscono gli scrittori dell’antichità; mentre l’ipotesi di esso
Bonucci e d’altri molti venuti nella stessa sentenza s’accordi colla
speciale sua situazione sul Foro, giusta quanto è scritto al capo II,
del Lib. V. _De Architectura_ di Vitruvio. _Ærarium_, scrive egli,
_carcer, curia, foro sunt conjungenda, sed ita uti magnitudo symmetriæ
eorum foro respondeat. Maxime quidem curia imprimis est facienda
ad dignitatem municipii sive civitatis... Præterea præcigendi sunt
parietes mediis coronis ex intestino opere aut albario ad dimidiam
partem altitudinis. Quæ si non erant, vox ibi disputantium elata in
altitudinem intellectui non poterit esse audientibus: cum autem coronis
præcincti parietes erunt, vox ab imis morata prius quam in aera elata
dissipabitur, auribus erit intellecta_[303].
Dipendenza della Basilica, a quanto ne riferisce il medesimo Vitruvio,
è il Calcidico; e però ne tengo qui partitamente parola.
_Basilicarum loca adiuncta foris quam calidissimus partibus oportet
constitui, ut per hiemem sine molestia tempestatum se conferre in eas
negotiatores possint!.... Sin autem locus erit amplior in longitudine,
Calcidica in extremis partibus constituantur, ut sunt in Julia
Aquiliana_[304].
.{369}
Se ho già, nel Capitolo de’ Templi, parlando di quel probabile di
Cerere, messa fuori una congettura che il Calcidico di Pompei potesse
aver servito alle cerimonie sacre a quella divinità, e dissi alla
meglio qualche ragione che non mi parve po’ poi troppo cattiva: ora per
altro, indipendentemente da quella congettura che abbandono volontieri
agli archeologi, seguendo e la detta autorità di Vitruvio e l’uso che
al Calcidico hanno diversamente assegnato gli illustratori tutti,
giusta eziandio la fattane riserva, ne tratterò a questo punto più
diffusamente.
A che veramente servir dovesse il Calcidico, non è nè sì prestamente,
nè con giustezza irrecusabile facilmente detto.
Perocchè taluni pretesero trovarne la destinazione, decomponendone il
nome di greca origine ὰπὸ τῶ χαλκω καὶ δικης, cioè dal rame e dalla
giustizia, e però ne fecero fuori una zecca; ma Filandro, citato nelle
note della traduzione di Vitruvio dal Galiani, che confessa aver egli
creduto per un tempo essere stati i calcidici passeggi per comodo degli
oratori e degli avvocati, quelli che con vocabolo francese noi diremmo
ora _sale dei passi perduti_; si arresta poi a credere che fossero così
dette invece da quel che leggesi in Pompeo Festo, essere cioè nominata
Calcidica una specie di edifizio dalla città di Calcide nell’Eubea.
Tito Livio nomina un tempio di bronzo di Minerva detto
_Calciaecon_[305]; Cornelio Nipote, nella Vita di Pausania, lo ricorda
in quelle parole: _ædem Minervæ quæ Calciaecus vocatur_; ma Leon
Battista Alberti, che è il più antico de’ critici in questa materia,
vorrebbe i calcidici essere stati una galleria traversale, posta ai
lati del tribunale delle basiliche, dando così all’edificio la forma di
un T.
«La verité, osserva saviamente Bréton, et en cela nous sommes
d’accord avec le savant architecte florentin Bechi, qui a publié
une dissertation sur la question qui nous occupe, la verité nous
parait être dans ce passage de Vitruve (che riferii più sopra) _sin
autem locus erit amplior in longitudine, chalcidica in extremis
constituantur_. L’incertitude est venue d’une fausse interpretation
de ce passage; on en a traduit les premiers mots: _mais si le terrain
le permet_.... Ce n’est pas rendre la pensée de l’auteur. Vitruve a
fixé par des régles le rapport de la longueur de la basilique avec sa
largeur, et c’est alors qu’ il ajoute: _mais si le terrain est trop
long_ (en proportion de la largeur) _on construira_ à l’extrémité _des
chalcidiques_.
«Il est evident que Vitruve indique ici d’une manière positive que le
chalcidique était une grande salle précédant la basilique et non pas
une addition latérale, comme le veut L. B. Alberti, puisque en adoptant
sa supposition, le chalcidique aurait elargi le plan de la basilique au
lieu de diminuer sa longueur.»[306]
Ed io, senza pregiudizio, ripeto sempre, dell’opinione emessa intorno
al tempio di Cerere, per quanto riguarda la specialità del Calcidico
di Pompei, nella tesi generale de’ Calcidici, m’accosto volontieri a
questa sentenza. L’uso poi superiormente accennato di passeggio degli
oratori e de’ _pragmatici_ o causidici, può giustificare il perchè
siensi chiamati anche _Causidiche_.
Nelle controversie per altro de’ significati di questo genere di
edificj, non posso lasciar di rilevare un’altra leggierezza di parecchi
illustratori, che preferirono copiarsi l’un l’altro, anzichè ricorrere
a consultarne le fonti.
Furonvi taluni, e tra gli altri il Bonucci e il medesimo Bréton,
che riferendone la parte storica, pretesero ritrovar menzione del
Calcidico, — oltre nel fatto della casa reale di Tebe, in cui Merope
nel Calcidico appunto sarebbesi condotta coll’ascia alla mano per
uccidere Egisto mentre dormiva credendolo l’assassino di suo figlio
— anche nel vigesimo terzo canto dell’_Odissea_, dove Omero, dicon
essi, fa ad Euriclea, nutrice d’Ulisse, traversare il _Calcidico_,
per correre ad annunciare a Penelope l’arrivo dello sposo di lei. Io
ricorsi, per ciò constatare, al testo greco e propriamente al primo
verso di quel canto trovai bensì la parola υπερωιοθεν e poco più sotto
l’altra ὑπερῶον, che significano la parte superiore della casa, — ciò
che forse latinamente può dirsi _cœnaculum_, — ma nullamente consacrata
la parola _calcidico_; ciò che non poteva quindi avvalorare d’autorità
alcuna la pretesa d’Ausonio, copiato senza più dai detti illustratori,
che quella parte superiore di casa fosse il calcidico.
Gli è per questo che più sapientemente il mio illustre amico
cav. dottor Paolo Maspero, nella sua nuova e superba versione
dell’_Odissea_, che già fin dal cominciar di quest’opera m’avvenne di
circondare di meritati encomj, così tradusse i primi versi del canto
XXIII:
Ma gongolando alle _superne stanze_
Salìa la buona vecchia annunciatrice
Del ritorno d’Ulisse alla regina;
ed il secondo passo in cui ricorre la medesima parola, rendendo il
senso intimo del Poeta, usò la parola _talamo_, la qual significa a
un tempo e letto nuziale e la stanza nella quale esso sta[307], ad
indicare la più precisa parte delle stanze superne da cui procedeva la
casta moglie:
. . . . in questo dire,
Dal _talamo_ scendea fra sè pensando
Se lo straniero interrogar da lunge,
O se corrergli incontro ella dovesse
E la mano stringendogli, baciarne
La fronte e gli occhi.
Tale, a mio credere, è la più verace e filosofica interpretazione del
greco d’Omero qual venne fatta per parte del mio dotto amico; abbenchè,
in quanto al resto, egli m’abbia poi confessato che, pur raccogliendo
tutti i dati disseminati per il poema, non fosse giunto a potersi
nella mente mai ricostruire il palazzo d’Ulisse; comunque egli avesse
potuto raffigurarsi e vasta la corte che s’apriva dopo la porta e
ampia la sala ove banchettavano così numerosi i Proci e dai succitati
passi fosse indotto a ritenere l’esistenza di un piano superiore,
ove tenevasi Penelope in disparte da quei dilapidatori del patrimonio
dell’assente marito suo e concorrenti alla sua mano.
Dopo ciò e più propriamente intrattenendomi del Calcidico pompejano,
ripeto qui ancora, come esso sia stato eretto con denaro di Eumachia
sacerdotessa publica, unitamente ad una cripta ed ai portici dedicati
alla Concordia ed alla Pietà Augusta, giusta quel che ne fa sapere
l’iscrizione più addietro da me riferita, scoperta sull’architrave di
marmo del Calcidico; onde vengano congiuntamente designati eziandio col
nome di Edificio di Eumachia.
Esso è di forma rettangolare e l’architettura è romana; l’ordine però
delle sue parti è corintio.
Il Calcidico è una specie di spazioso vestibolo, ornato di nicchie
e doveva essere stato, secondo le rimaste vestigia, rivestito di
marmi e sorretto da sedici pilastri. Da esso si accede ai portici
interni formati da quarantotto colonne di marmo pario di squisito
lavoro, che per quattro lati circondano una spaziosa corte, ossia
quell’_impluvium_, dove già ebbi a rilevare quelle vasche o piuttosto
pietre, non incavate per altro profondamente, che parecchi credettero
aver servito a’ tintori, _fullones_, a’ quali si vorrebbe fosse
deferita la lavatura delle biancherie sacerdotali, e che a me invece
servirebbero per afforzare ognor più la congettura espressa intorno
alla possibilità che il luogo fosse invece sacro alla dea Cerere.
Una magnifica nicchia era nel fondo della corte e vi era collocata
dentro la statua della Concordia, o piuttosto della Pietà Augusta, cui
la sacerdotessa Eumachia aveva l’edificio dedicato. Una tale statua fu
rinvenuta rovesciata, senza testa però e conservando ancora le dorature
miste alla porpora tutt’all’intorno del laticlavio, o fimbrie della
veste.
La Cripta è forse la grande galleria, o secondo ordine di portici
più interni e meglio riparati dall’intemperie delle stagioni, e le
cui pareti eran, come quelle del portico, decorati di pitture in cui
campeggiavano i colori rosso e giallo assai adoperati nei dipinti di
Pompei. In una nicchia quadrata di questa galleria vi fu trovata una
bellissima statua di marmo raffigurante Eumachia medesima, erettale a
titolo d’onoranza da’ Tintori, che portata al Museo, è ora sostituita
da una copia. Essa venne al certo eseguita di naturale, avendo la testa
i caratteri tutti d’un ritratto: la sua fisonomia è grave e triste, e
le vesti ond’è mirabilmente palliata serbano tuttavia le tracce dei
colori rosso e verde de’ quali erano esse dipinte. Sul basamento si
legge questa iscrizione:
EVMACHIÆ L . F .
SACERD . PVBL .
FVLLONES[308].
È questa per avventura la circostanza che portò i più a credere che
l’intero edificio d’Eumachia fosse luogo dedicato al collegio de’
Tintori o negozianti di stoffe e di lane, che si pretende aver avuto
in Pompei una grande importanza, per l’estensione che avevano de’ loro
commerci.
E v’han di coloro che a cosiffatti dati ed appoggiati eziandio al voto
di coloro che ho superiormente citato, spingonsi ad argomentare più in
là, volendo che l’edificio intero di Eumachia non dovesse essere che
un palazzo tutto ed esclusivamente dedito all’industria pompejana, o
in altri termini, una specie di moderna Borsa pompejana, dove tutti
i negozianti traessero a’ loro commerci e a stipularvi contratti;
quivi in estate rimanendo all’aperto sotto il portico e nell’inverno
ricoverando nella Cripta. Ed entrati una volta in codesta supposizione,
spiegano che vi siedesse perfino il tribunale di commercio
nell’emiciclo al piede della statua della Concordia, colà innalzata
appunto per pacificare i dissensi de’ negozianti. I grossi massi di
pietra ancor sussistenti nella corte sarebbero state le tavole, sulle
quali essi avrebbero spiegate le loro merci; le nicchie dovevano
essere le tribune de’ giurati e così vie via discorrendo d’ogni altra
particolarità che applicar si vorrebbe a’ determinati usi della Borsa.
Ma mi sia lecito allora il domandare a costoro: perchè avrebbe Eumachia
sacerdotessa rivolto il suo pensiero e il denaro a tale uso e a codeste
persone del commercio; e che di comune aver si poteva fra questi
chiassosi uomini e la malinconica statua della fondatrice del luogo?
Ad ogni modo non potrà essere inopportuno ai fautori di qualunque
opinione di osservare come una porta segreta ponesse in comunicazione
questo edificio di Eumachia col vicino tempio, sacro secondo alcuni
a Mercurio, secondo altri a Quirino e ch’io inclinando a dividere la
sentenza dei primi, tenni sacro a Mercurio.
Questo monumento controverso nella sua destinazione dal Calcidico,
venne sterrato dal 1819 al 1821 e vi si trovarono ad un tempo
presso due scheletri d’uomini, di cui l’uno, all’elmo, doveva essere
indubbiamente soldato.
Ecco tutto quanto mi paja poter dire intorno a questo edificio che si
denomina da Eumachia e che dalla sua fondatrice, come risulta dalla
iscrizione da me riferita, fu pur appellato Calcidico, e intorno al
significato del quale si sono tanti scrittori dicervellati.
Il quadro di tutto ciò che spetta alla amministrazione della giustizia
e quindi della Basilica, che ne era il principal tempio, si completa
ora col dire delle Prigioni.
Ho mostrato già come il carcere fosse tra le pene corporali che
s’infliggessero a’ delinquenti colla catena a’ polsi ed a’ piedi:
ho pur tocco di quella prigione in Pompei, che trovasi sotto il
tribunale della Basilica, la quale esiste e vedesi tuttavia, e dove
l’accusato stava in pendenza del giudizio attendendo la sentenza;
ora brevemente ricordo come presso alla porta del Foro, sotto il suo
portico occidentale, si ritrovi un gruppo di costruzioni rovinate
che si ritorcono sulla Via or appellata de’ _Soprastanti_, che per la
situazione loro nel Foro, per avervi riconosciuto in esse parecchie
camerette prive di finestre, non che per la scoperta di qualche
scheletro umano, ha fatto ravvisare in esso le prigioni.
Non presentando esse tuttavia particolarità alcuna interessante, per
quanto riguarda alla materialità del luogo, molto più che non sono a
un di presso che un mucchio di rovine; e d’altra parte non apparendo
conformi a quel sistema di detenzione che le leggi e le consuetudini
romane avevano introdotto, mi basta l’averne fatto cenno, dispensandomi
dall’intrattenerne ulteriormente il lettore e dall’indagarne le
differenti ragioni.
Piuttosto, mi chiama l’indole del mio libro a qui soggiungere qualche
generale nozione sulla natura e gradazioni di prigioni, _carceres_,
secondo il sistema romano, pur propagato e adottato nel restante delle
province conquistate e massime là dov’erano state dedotte colonie
militari.
Di tre sorta o gradi erano le prigioni e venivano applicati a seconda
delle persone e de’ reati e in un solo edificio accumulavansi di
sovente tutti e tre questi gradi.
Il primo grado era quello della detenzione pei colpevoli di minori
delitti e per i condannati ad una prigionia comune a tempo, e dicevasi
_custodia communis_. Naturalmente questo grado di carcere non importava
grande e vigorosa severità di trattamento: non aveva la stretta
custodia, nè la privazione della luce: concedendosi a chi ne fosse
punito il passeggiare e l’aria e di non essere tenuto in catene. Doveva
appartenere a questo grado la detenzione nella colonia d’Aquino, alla
quale Ottone sobbarcò Cornelio Dolabella, _non per peccato alcuno,
ma per essere in lista de’ gran casati_[309], se Tacito, nel Lib. I,
c. 58 della sua Storia, potè giudicarla _neque arcta custodia, neque
obscura_.
In quegli edificj carcerari in cui tutti i tre gradi di carcere
esistevano cumulati, il primo ne occupava il piano superiore; come
puossi anche riscontrare in Roma nelle carceri costruite da Anco
Marzio e Servio Tullio presso il Foro maggiore e che, riparate più
tardi dal Pretore Lucio Pinario Mamertino, dal nome di quest’ultimo le
denominarono _Carcer Mamertinus_.
Sotto un tal piano, a livello del terreno, eravi il _carcer interior_,
o di secondo grado, e chiamavasi di stretta custodia, _arcta custodia_,
in cui il condannato stava in catene, e fors’anco attendeva il tempo
della esecuzione della pena capitale. A questo carcere non accedevasi
per porte, ma per aperture anguste praticate nel soffitto. — Parmi
che a questo genere di carcere alluder volesse Cicerone, quando nella
seconda Orazion sua contro Lucio Sergio Catilina, verso la fine, uscì
a dire: _Sentiet in hac urbe esse carcerem, quem vindicem nefariorum et
manifestorum scelerum majores nostri esse voluerunt_[310].
Così da questa carcere interna, o da altra cella terrena, per
una angusta botola praticata nel pavimento, scendevasi al _carcer
inferior_, o sotterraneo, ed era il terzo grado di carcere, formato a
mo’ di fornice; ma non ora propriamente luogo di detenzione, ma sì di
supplizio; perocchè ivi il reo venisse calato soltanto per subire la
pena, se condannato a morte.
Pare poi che in Roma, come tutte le fucine fumassero e le incudini
stancassero i fabbri a foggiar catene:
_Maximus in vinclis ferri modus, ut timeas ne_
_Vomer deficiat, ne marræ et sarcula desint_[311];
molte così dovessero essere le carceri, se Giovenale, nella stessa
Satira III, potè rimpiangere i tempi in cui a Roma una carcere sola, la
mamertina, potesse bastare:
_Felices proavorum atavos, felicia dicas_
_Sæcula, quæ quondam sub regibus atque tribunis_
_Viderunt uno contentam carcere Romam!_[312]
Esisteva poi una sorta di prigione, denominata _ergastulum_; ma era
dessa piuttosto d’uso privato che publico, perocchè solesse essere
un’attinenza di fattorie campagnuole di ricchi proprietarj, in
cui questi tenevano castigati gli schiavi, o guardati coloro che,
presentando alcun pericolo di ribellione o di efferatezza, si fosse
costretti a tener sempre in catene.
Tra questi erano coloro che destinavansi alle dure fatiche de’
campi, ed è strano a tal riguardo che Columella, il quale lasciò un
eccellente trattato intorno alla cosa rustica, abbia in esso lasciato
raccomandazione che siffatti ergastoli avessero ad essere costruiti
sotto terra: come se fosse stata la medesima cosa quanto raccomandare
al buon massajo che i grani si avessero pel meglio a conservare in
profonde fosse praticate entro terra.
Fu già invalsa presso molti la opinione che la custodia delle carceri
fosse in Roma deferita a Triumviri Capitali: ma pare che ciò non fosse.
Questi triumviri, detti anche _Nocturni_, perchè loro ufficio speciale
fosse pure di vegliare alla notturna sicurezza contro i grassatori e
i perturbatori della pubblica quiete, avevano al proprio seguito otto
littori, armati de’ soliti fasci e delle scuri, come si ha da quel
passo della commedia _Amphitirionis_ di Plauto:
. . . . . . . . . . . . . _ita_
_Quasi incudem me miserum octo validi cædant_...[313]
è più verisimile che fossero preposti alla cura della custodia delle
carceri, ma non alla diretta custodia, la quale piuttosto, ed è anche
più probabile, spettasse al Carnefice, _Carnifex_, lo che è stabilito
pure dalla sinonimia delle due espressioni _in carcerem trahere_
e _ad carnificem trahere_ che gli antichi usarono promiscuamente e
nel medesimo senso e che significarono entrambe _condurre alcuno in
prigione_.
Il summentovato Plauto, nell’altra sua commedia intitolata _Rudens_,
adopera con tale significazione, la seconda frase _ad carnificem
trahere_:
_Jube illos in urbem ire obviam ad portum mihi,_
_Quos mecum duxi, hunc qui ad carnificem traderent_
_Post huc redito, atque agitato hic custodiam_[314].
Il _carnifex_ era poi anche il boja, o esecutore pubblico, onde il
senso conservato pur da noi alla parola carnefice, ed era quello
che infliggeva la tortura e la flagellazione a’ rei e giustiziava
i condannati con lo strangolarli mediante un canapo o corda. Da lui
quindi pigliava nome il luogo dove questi tormenti e queste esecuzioni
compivansi, _carnificina_, cioè quel carcere sotterraneo, sottostante a
tutte le altre celle della prigione di cui ho detto più sopra.
Col trattar delle prigioni, si chiude l’argomento del Foro, nel quale,
amo dire anco una volta, si compendiasse tutta la vita pubblica de’
tempi più gloriosi di Roma, e più specialmente del secolo ottavo della
sua fondazione, nel quale seguì pure l’avvenimento del Cristianesimo e
la catastrofe pompejana che è soggetto dei nostri studj.
Nella vaghezza d’ogni edificio ed opera circostante del Foro di Pompei
abbiam veduto insieme, o lettore, in minori proporzioni, quanto in
maggiori si trovasse nel Foro Romano. In Pompei, cioè, abbiam trovato
quasi in un’ampia corte, recinta tutta all’intorno, i più importanti
monumenti, come sono tre templi, la Basilica, le Curie e le Prigioni,
e chiusa da’ cancelli agli sbocchi e decorata da archi, da colonne e
da statue, essere il centro degli affari e della agitazione cittadina.
Aggiungetevi coll’immaginazion vostra la restaurazione della parte
demolita dal tremuoto o dall’eruzione, il concorso di uomini togati
e di schiavi, di magistrati e di operai, di matrone dalle lunghe
stole, di liberte e di donne del popolo; rammentatevi il suono del
maestoso idioma del Lazio e prestategli un cotal po’ di quell’accento
meridionale che pur nell’idioma italiano vi fa distinguere dal lombardo
o dal toscano il napoletano, e voi, senza grande sforzo, vi sarete
capacitati del vero stato e delle condizioni di Pompei al momento della
sua distruzione.
A me, sorretto dalla memoria delle antiche storie e de’ classici
scrittori e de’ poeti di Roma antica, percorrendo fra i più concitati
sussulti del cuore le vie dissepolte di Pompei, davanti le macerie
e gli avanzi solenni di questi pubblici edificj, quest’opera di
immaginosa ricostruzione riuscì agevole e spontanea. Fu per poco, se
nel varcar la soglia della Basilica, non udissi le arringhe degli
avvocati, nel rasentar le colonne del Foro non mi togliessi per
reverenza il cappello al passar delle maestose figure di Pansa e di
Olconio e non mi commovessi alla passione di questo giovane innamorato,
che lungi dall’aver guasto il cuore dalla general corruzione, così io
credessi vedere graffire sentimentalmente sulla muraglia:
_Scribenti mi dictat amor monstratque Cupido_
_Ah! peream sine te si Deus esse velim_[315].