CAPITOLO VII.

Le Mura. — Le Porte. — Le Vie.

Le Mura, loro misura e costruzione — Fortificazioni — Torri —

Terrapieno e casematte — Le Porte — Le Regioni e le Isole — Le Vie

— I Marciapiedi — Il Lastrico e la manutenzione delle Vie — La Via

Consolare e le vie principali — Vie minori — Fontane publiche —

Tabernacoli sulle Vie — Amuleti contro la _jettatura_ — Iscrizioni

scritte o graffite sulle muraglie — Provvedimenti edili contro le

immondezze — Botteghe — Archi — Carrozze — Cura delle vie.

Poichè abbiamo, nella narrazione de’ suoi eventi, dimostrato quanta

importanza si avesse Pompei e come fosse fatta emporio commerciale per

ragion del suo capace porto e del suo fiume e convegno d’ogni industria

prodotta dalle vicine città della Campania; era ben naturale che si

avesse ben anco tutti que’ presidj che ne tutelassero la sicurezza

interna; molto più che essa avesse preso parte a tutte le lotte ed a

tutti i commovimenti guerreschi, da determinarvi lo stabilimento d’una

colonia militare che davvicino la vigilasse e tenesse in soggezione.

Ella era dunque recinta di solide mura, atta a respingere assalti

esterni e fra le prime opere d’escavazione, quella fu appunto di

sterrare le mura onde conoscere la circonferenza dell’intera città

e la sua configurazione. Così evitavansi eziandio inutili scandagli

all’infuori di essa ed inutili spese. Fu lavoro codesto compiuto

dall’anno 1812 al 1814.

Giravano prima codeste mura tutt’all’intorno, misurando oltre due

miglia e producendo una figura di elissi, l’asse maggiore della quale,

che percorre dalla porta Ercolanea all’Anfiteatro, misura ottocento

passi geometrici, mentre l’asse minore che è dalla porta Nolana

al _quartiere de’ soldati_, o _Foro Nundinario_ ne misura soltanto

quattrocento; ma negli ultimi tempi di sua esistenza, e precisamente

ne’ giorni di Augusto, le mura dalla parte della marina, demolite,

vennero sostituite da edifici.

Di eccellente, se non sempre di uniforme costruzione, poichè formata

di due muri eretti con macigni vesuviani ed ottimo cemento, venivano,

giusta il sistema più in uso a que’ tempi di fortificazione, a tratti a

tratti munite di torri quadrate, onde dovessero valere di salda difesa.

Non era con tutto ciò, siccome dissi, uniforme in tutta la cinta la

costruzione: il muro di essa che riguardava la città può reputarsi

dell’altezza di trentaquattro palmi, mentre di venticinque fosse quello

che sorgeva verso l’esterna campagna. Nello spazio che tra l’un muro

e l’altro intercedeva di forse venti e più piedi e che latinamente

denominavasi _agger_, eravi adattato un gran terrapieno capace di molti

soldati, i quali per le grandi gradinate praticate a certi intervalli

potevan giungere sul ciglio delle mura per offenderne all’uopo gli

assalitori.

Le torri, che dal lato di settentrione erano meno frequenti, perchè

riuscendo alla collina meno facile tornavano la sorpresa e l’attacco

nemico, costuivansi di tre piani, come del resto può essere osservato

in altre città dove sieno superstiti congeneri costruzioni tanto

dell’epoca romana che del medio evo: ne sussistono tuttavia le

gradinate di comunicazione, e se ne usciva poi in tempo d’assedio alle

impensate sortite per certe anguste e dissimulate porte, appellate

_posternæ_, le quali si aprivano al piede di esse.

Sulle pietre di certa parte delle mura, dove la costruzione non è

curata così come in altre parti, si riscontrano ancora caratteri oschi

ed etruschi, indizj pur essi meritevoli di studio per la lingua usata

in Pompei, almeno nel parlar volgare, e potrebbero essere altresì

marche per norma della loro collocazione; quantunque la profondità

colla quale sono incise possa dar luogo a ritenere esserne stato ben

differente lo scopo. Ad ogni modo la natura di siffatti caratteri può

valere all’induzione circa l’epoca della costruzione, che doveva però

essere necessariamente d’assai anteriore alla guerra sostenuta contro

Lucio Cornelio Silla, a respingere i violenti assalti del quale queste

opere validissime di difesa avevano non poco giovato i Pompejani; se

pure non vogliansi attribuire all’epoca remotissima degli Etruschi

e degli Osci; taluni essendo che punto non esitino a qualificare

recisamente d’origine pelasgica queste mura.

Fra l’un muro e l’altro e lungo tutto il terrapieno summentovato

eranvi fabbricate ordinatamente, l’una all’altra di fronte, camere ed

androni, siccome nelle fortezze odierne si veggono casematte, assai in

uso del resto a que’ tempi in simil genere di fortificazione[112], a

ricovero de’ soldati e ad uso di caserme; avvedimenti codesti, i quali

congiuntamente alla rilevante altezza delle mura, accusano l’importanza

non solo della piazza, ma permettono altresì di sospettare che di ben

maggiori avvenimenti guerreschi di quelli dalla storia memorati potesse

Pompei essere stata teatro.

Ma colle mura non finivano i baluardi di difesa di questa città, le

quali non ne proteggevano che quelle sole parti che si presentavano

più esposte, e non erano, cioè, tutelate o dalla profondità della

valle, come verso il lato d’Ercolano, o dalla elevatezza della collina.

Perocchè da un’altra parte avesse eziandio il mare e da un’altra ancora

il Sarno copioso di acque; sì che per quei tempi presentar potesse

Pompei veramente l’aspetto e l’importanza d’una piazza fortificata

dei nostri giorni, e fornir tutte le ragioni altresì d’avervi i Romani

dedotta una colonia militare.

Della maniera di fortificazione usata in Pompei, secondo ho più sopra

alla meglio intrattenuto il lettore, Vitruvio, nella sua famosa opera

che tratta della architettura de’ suoi tempi, ne parla nel capo V del

Libro I, e dà i tecnici particolari, a’ quali chi della materia si

diletta, può con utilità rivolgersi, poichè ad altro ora mi chiama

l’argomento[113].

Per più porte si entrava in Pompei: otto ne han distinte gli scavi

che si vennero fin qui operando, due delle quali veggonsi tuttavia

egregiamente conservate colla loro antica selciatura, e sono la Porta

Ercolano, tutta di materiale laterizio con intonaco senza ornamenti, a

meno che la sua vetustà non li abbia fatti rovinare, e la Porta Nolana,

che menava a Nola, denominata tal Porta anche Isiaca, perchè presso vi

fosse il tempio consacrato ad Iside e ne sussistono intatte le forti

muraglie fatte di grossi massi vulcanici e con vôlta superiore.

Le altre sei porte appena si distinguono: esse hanno stipiti in grandi

massi riquadrati, e si aprivano: l’una tra l’Anfiteatro ed il Foro

Nundinario o quartiere de’ soldati, e si chiamava Porta Stabiana,

perchè conducente alla città di Stabia; l’altra fra l’anfiteatro e

la Porta Nolana, che per la vicinanza del fiume doveva per avventura

chiamarsi Porta del Sarno; la terza era detta Nocera, la quarta

di Capua, e così chiamavansi perchè mettevan capo alle vie per cui

s’andava a quelle città; la quinta, che sorgeva fra la porta di Nola

e quella d’Ercolano, era detta del Vesuvio, perchè in più diretta

corrispondenza con questo monte; la sesta appellavasi della Marina. La

scoperta di quest’ultima porta venne fatta nel 1863, mercè le sapienti

ed esatte ricerche del commendatore Fiorelli. Innanzi a tale scoperta,

era generale opinione che questa parte della città che discendeva

al mare, come anche vi faceva cenno la sensibile pendenza del suolo,

fosse sempre stata priva del muro di cinta e specialmente dalla porta

d’Ercolano fino a quella di Stabia; ora la interessante scoperta del

Fiorelli ha somministrato le più irrecusabili prove come Pompei fosse

tutta quanta fortificata, e forse nelle ulteriori investigazioni e

scavi verrà dato di conoscere ben anco se il muro che congiungeva le

due suddette porte sia stato distrutto dalle funeste conseguenze della

guerra.

Questa porta della Marina era posta sotto la protezione di Minerva,

e la statua in terra cotta di questa dea, che vedesi ancora entro una

nicchia a destra di chi entra, l’attesta.

Nella Porta d’Ercolano sono praticate tre arcate, quella di mezzo per

i carri e le due laterali per i pedoni: essendo la principale arteria,

come vedrem più avanti, era questo un ottimo accorgimento alla miglior

sicurezza della vita ed a scanso di disordini d’ogni sorta.

È poi degnissima di osservazione il vedersi in questa Porta alle

relative spalliere correrne tutto il lungo certe incavature destinate

a ricevere la grossa imposta di legno, o saracinesca, che dal piano

superiore si calava per chiudere; perocchè generalmente si reputasse

fin qui che simil genere di fortificazione fosse il trovato de’ bassi

tempi e medievali, ed ora invece colla scoperta di questa Porta di

Pompei si abbia la irrefragabile prova che i vecchi castelli feudali

non avessero fatto colle loro saracinesche che applicare quanto già gli

antichi avevano praticato[114].

Finalmente è dato distinguere pur adesso il Vallo col gran fossato

nella profondità di venti a trenta piedi con altro muro opposto, il

quale serve di parapetto e controscarpa, novella testimonianza di più

antica militare importanza, e nel quale i Pompejani degli ultimi tempi

avevano publica e bella passeggiata.

Ora mi resta a compiere l’osservazione, per così dire, generale

sulla struttura della città, di far menzione della sua interna

divisione per quartieri o regioni, della sua suddivisione in isole

o comprensorii di case isolate. Una carta iconografica degli Scavi

del 1868 unita alla _Nuova Serie del Giornale degli Scavi_ e che

può dirsi una Pianta di Pompei, dimostra questa città divisa in

nove regioni, delle quali non apparirebbe scavata interamente che

la settima, buona parte della sesta, un’isola della prima, una della

nona e cinque della ottava ed una, cioè l’anfiteatro, della seconda.

La regione settima vedesi ripartita in quattordici isole, della

seconda delle quali è fornita una pianta, e la sesta ne ha sterrate

undici. Tutte le isole poi avevano una propria denominazione, desunta

forse dal principale suo proprietario, siccome è manifesto dalla

epigrafe, che ho già riportata e che per la prima volta venne edita

dal Mazois[115], che ne apprese denominarsi _Insula Arriana Polliana_,

quella ove trovavansi ad affittare le botteghe, colle pergole ed i

cenacoli equestri di Gneo Alifio Nigidio Maggiore. Argomentando da

questa nomenclatura, il chiarissimo archeologo De Petra crede potersi

denominare l’_insula_ prima della _regio_ prima _Popidiana Augustiana_,

perchè il proprietario principale della casa che in essa si trova,

finora appellata del _Citarista_, risulta dalle graffite epigrafi

publicate dal Zangemeister[116] essere stato _Lucio Popidio Secondo_,

coll’aggiuntogli nome di _Augustiano_, forse per un sacerdozio di

Augusto da lui esercitato[117]. Con siffatto criterio non sarà forse

impossibile negli ulteriori disterramenti giungere a discoprire la più

parte delle denominazioni, delle _insulæ_ di tutte le regiones.

Entrati nella città, ho già detto in addietro la profonda e solenne

impressione di dolore che subito vi produce. Queste vie deserte e mute,

fiancheggiate da edifizj scoperti di tetto e smantellati, diroccati la

massima parte interamente del loro piano superiore; questo lungo ordine

di case da un lato e dall’altro succedentisi, numerizzate e recanti

qui e qua affissi in caratteri rossi e neri di spettacoli, di pigioni,

di raccomandazioni, di voti, di annunzj industriali, o iscrizioni

bizzarre; questi emblemi sovrastanti alle tabernæ o botteghe e queste

pitture che talvolta ne decorano la fronte; questi solchi che vedete

profondamente impressi nella pur solida pietra vesuviana onde tutte le

strade pompejane sono lastricate lasciati dal trascorrere de’ frequenti

veicoli, vi fanno credere e persuadere che l’immane cadavere sia caldo

tuttavia, che il suo cuore abbia dato appena il suo palpito supremo,

che questa città soltanto jeri fosse piena di vita e di azione. Un

sentimento adunque di sublime pietà s’indonna di voi dinanzi a tanta

rovina, come precisamente se la catastrofe fosse l’opera appena della

precorsa notte.

Chiama poi specialmente la nostra osservazione il vedere come tutte

le vie sieno da ambe le parti costeggiate da un rialzo o marciapiede.

Non essendo ampie, questo sistema, adottato del resto anche altrove in

tutte le vie consolari e militari, rendeva più facile la circolazione

a piedi: perocchè l’un margine valesse a chi andava, l’altro a chi

veniva: entrambi poi ad evitare l’urto delle ruote dei carri e delle

bighe o d’altri plaustri e quello dei cavalli che tenevano il mezzo. Il

qual mezzo della via, per laterali rialzi, costituiva quasi un letto

di torrente, e giovava appunto al trascorrimento delle acque piovane,

le quali in tempi d’acquazzoni o di lunghe piogge, atteso anche il

declivio della città che degradava, come più volte dissi, al mare e che

però precipitavansi dalla parte più alta, convertendosi in torrente,

avrebbero altrimenti rese impraticabili le vie e innondate ben anco le

abitazioni.

A tale effetto si riscontrano di tratto in tratto in questo mezzo delle

vie come degli spiragli quadrati protetti da inferiate, per i quali

le dette acque piovane mettevansi, rivelando altresì come di sotto

vi fossero opportuni condotti che poi sfogavansi nel Sarno; tal che

l’edilizia d’allora nulla avrebbe di certo ad imparare dalla moderna,

alla quale si può francamente affermare essere stata in cotali opere

maestra.

L’abate Domenico Romanelli, nel suo _Viaggio a Pompei_, osservò

eziandio in tutto il corso principale della città _nel rialto di queste

viottole_, com’egli chiama i marciapiedi, alcuni forami che servivano

senza fallo per attaccarvi i bestiami, se taluno avesse dovuto

trattenersi, ovvero entrare nelle botteghe o nelle case; a un dipresso

come in Firenze e altrove vedonsi per lo stesso scopo infissi ancora

nelle muraglie de’ più cospicui palazzi de’ grossi anelli in ferro od

in bronzo artisticamente lavorati, ond’esservi accomandati, cioè, i

palafreni de’ cavalieri visitatori.

L’inglese che visita Pompei se ne parte adunque con una disillusione

di più per l’amor proprio del suo paese e massime de la sua Londra.

Egli che sin a quel giorno ha per avventura attribuito ad esso il

vanto dei provvidi marciapiedi delle sue vie, s’accorge invece esserne

stato preceduto da quasi diciotto secoli da Pompei, tanto piccola in

comparazione della sua popolosa capitale. _Oh shocking!_

Per transitare poi dall’un marciapiede all’altro, senza l’incomodo

della scossa che si riceve dallo scendere l’uno e dalla fatica dello

ascendere l’altro, fatica pure sensibile in un clima meridionale, a’

capi delle vie trovansi collocati uno o più grossi macigni a superficie

piana nel mezzo, i quali essendo all’altezza de’ marciapiedi, servivano

come di transito o ponte. Quei macigni sono poi collocati in modo che

i carri e le bighe possano fra gli spazj laterali trovar passaggio

alle ruote loro. Di tal guisa, anche in tempo di pioggia era lecito

attraversar la via senza entrare nel grosso letto delle acque che tra i

due rialzi scorrevano come gore o torrenti.

Ho già ricordato come il lastricato di queste vie si costituisse

di larghi massi di pietra del Vesuvio, i quali sebbene appajono

irregolari, cioè tagliati ad esagoni, ottagoni e trapezj e quasi

disordinatamente posati, pure per virtù di un tenacissimo cemento

che vi sembra pietrificato, si uniscono abbastanza bene per guisa,

che anche adesso, dopo i molti anni da che sono scoperti, vi sia

ben conservato. La base su cui posano è formata di altro strato

di acciottolato e di arena, com’era uso generale degli antichi che

siffatto metodo chiamavano _sternere_; onde dal participio di questo

verbo, stratum, ne derivò alle vie la denominazione di stratæ, e

la nostra parola italiana strada. Tito Livio fa menzione di codesto

sistema di viabilità in quel passo: _Censores vias sternendas silice in

urbe, et extra urbem glarea substernendas, marginandasque_[118].

In parecchie delle vie vedesi per certi tratti codesto selciato

assai sconnesso e negletto, ma tale nondimeno da lasciar credere

che possa essere ciò stato l’effetto o del tremuoto o dell’ultimo

cataclisma. Nondimeno vi si ravvisa a prima giunta la trascuratezza

di sua antica manutenzione, e in verità me ne feci argomento di

sorpresa da che a più dati avessi raccolto prove di sommo encomio per

l’antica edilizia pompejana; ma un articolo dell’egregio F. Salvatore

Dino me ne diè plausibilissima ragione, avendo rammentato come la

manutenzione delle vie (munire vias) incombesse, per la legge Giulia

Municipale che fu il fondamento delle costituzioni comunali italiche,

ai proprietarj delle case per quel tratto che stava a queste davanti.

Non essendo quindi a cura del Municipio la conservazione delle

strade, la negligenza e l’impotenza dei detti proprietarj produceva

quegli sconci spesso dannosi al traffico ed al passaggio cittadino.

Dove da un lato erano publici edifici, la spesa della manutenzione

dividevasi tra il proprietario da un lato e il comune dall’altro e

da siffatto obbligo che era tra i tanti _munera publica et privata_,

non poteasi alcuno esentuare e gli edili a cui apparteneva questa

parte dell’amministrazione comunale avevano tali facoltà, che nel

caso in cui quell’obbligo non si compisse, potessero indirettamente

costringere i cittadini alla sua esecuzione. Così nella citata legge

Giulia era prescritto che se alcun proprietario non attendeva alla

conservazione della rispettiva parte di strada, l’edile la desse in

appalto, annunziandola dieci giorni prima e naturalmente le spese che

occorrevano venivano fornite in proporzione da’ proprietarj caduti in

contravvenzione[119]. Altrettanto dicasi dei margini. Della giustizia

delle quali osservazioni se ne può avere una prova nel riscontro delle

vie peggiormente tenute avanti le case meno belle.

Due strade principali intersecavano Pompei: l’una verso settentrione

che immettevasi nella via _Popiliana_ e conduceva a Nola: l’altra

si distaccava dalla _Domiziana_ in Napoli — non _Domizia_ come la

più parte scrive, perocchè questa, testimonio Cicerone, fosse nelle

Gallie[120] — passava per Ercolano ed Oplonte ed attraversando la città

riusciva per la porta Isiaca lungo il Sarno e metteva capo a Nocera.

[Illustrazione: Via Consolare. _Vol. I. Cap. VII. Le Mura,

ecc._]

Grandi e piccole sono le vie sinora scoperte: la _Consolare_ è tra le

prime. Era questa la via che ora accennai staccarsi dalla Domiziana e

percorrendo la suindicata località formava una diramazione della famosa

via Appia, detta la regina delle vie[121], la quale assunse il nome da

Appio censore e partendo dalla Porta Capena di Roma, o piuttosto dal

Settizonio, e giù giù, comunicava colla Domiziana, giusta la memoria

lasciataci da Strabone: _Tertia via a Regio per Brutios et Lucanos et

Samnium in Campaniam ducens, atque in Appiam viam_[122]. Di questa,

fuori della città, come la Latina e la Valeria, non se ne hanno più che

pochi ed appena discernibili avanzi. La più parte tuttavia di questi

appartiene alla seconda.

Più anguste erano le vie di Pompei dal lato occidentale e più

irregolari: presso al Foro ed a’ teatri appajono più larghe e diritte,

come infatti lo esigeva la maggiore affluenza di gente che per quelle

traeva.

Come tali vie interne della città si chiamassero in antico non oserei

qui affermare: l’indagine sarebbe troppo ardua: la denominazione che

si hanno di presente ebbero dalle particolarità che vi si ritrovarono.

La _Via dell’Abbondanza_, a cagion d’esempio, chiamata dapprima _Via

de’ Mercanti_, per la continuità delle botteghe che vedevansi dall’uno

e dall’altro lato succedersi, mutò di poi nome a causa della figura

scolpita sulla prima fontana che vi si incontra. Questa via doveva

essere chiusa da porta dal lato del Foro, perchè tuttavia si osservano

nel pavimento i buchi occupati dagli arpioni e i piombi che li

suggellavano. La _Via del Lupanare_, dove erano la fabbrica del sapone

e le case di Sirico, di cui a suo luogo m’avverrà di dire, ricevette

la denominazione dal luogo destinato a’ piaceri sensuali, che in essa

vi è, e il cui uso è anche di troppo attestato da pitture e iscrizioni

graffite le più indecenti. La _Via d’Augusto_ le è contigua; quella

_della Fortuna_ ha il tempio dedicato a questa volubile Diva; quella

_del Mercurio_, quella _delle Terme_, ove appunto sono i bagni publici,

e quella delle _Tombe_ o _de’ Sepolcri_, sono le principali fin qui

scoperte. Delle minori, o vicoli, nominerò alcune. Il viottolo _de’

Dodici Dei_, — _Dii Majorum Gentium_ — dove sull’angolo vedesi una

pittura rappresentante le dodici grandi divinità, che Ennio nominò in

questi due versi:

_Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,_

_Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo._

Al disotto sono dipinti due serpenti, come in guardia d’un altare sacro

agli Dei Lari, epperò dagli antichi appellato _Lararium_: il viottolo

_del Calcidico_, quello _del Balcone pensile_, dall’unico balcone che

ancor si vede sorretto da molti sostegni per conservarlo, e quello fra

la _Via Stabiana_ e il _Vicolo Tortuoso_.

In ogni via eranvi poi fontane publiche, a cui l’acqua proveniva dalle

più alte sorgenti del Sarno; così distribuivasi essa eziandio per

le case più agiate, nelle quali veggonsi ancora condotti di piombo

ramificati ascosamente dentro le pareti. Alle fontane pubbliche

ricorreva ognuno ad attinger acqua con idrie, anfore e _sitellæ_,

ed esse veggonsi pur adesso a vergogna delle nostre città, le quali

risentono troppo spesso del difetto di ciò che dovrebbe entrare non

unicamente nei modi consueti d’alimentazione, ma ben anco dell’igiene

publica. Napoli e Firenze, a mo’ d’esempio, città insigni sotto ogni

riguardo, più che altre, da lungo tempo sentono indarno il desiderio

d’aver migliori e copiose acque, perchè i municipj in luogo di

sollecitamente provvedervi, perdonsi in progetti e discussioni e così —

solito vezzo nostro — nella vista del meglio si trascura il bene.

Sui canti ed a’ quadrivj eranvi altari a divinità tutelari, e già

ricordai talun esempio; egualmente poi a’ costumi pagani, anche i

cristiani si informarono e si vennero per le vie pur delle città più

popolose erigendo tabernacoli, dipingendo madonne e santi, che per

altro la civiltà moderna va facendo scomparire per rilegarli unicamente

nelle chiese. I Pompejani avevano assai divozione per quei loro numi

famigliari e ritraevano per ogni loro necessità auspicj da quella

esposizione publica e profondevano venerazione; perocchè i pregiudizj

e le superstizioni abbiano sempre nella bassa Italia, qualunque la

religione, attecchito.

Nè a questo solo il sentimento religioso e superstizioso de’ pompejani

si limitava; ma creduli a’ maleficj e fatucchierie, reputavano ovviarvi

altresì con appendere amuleti.

Fin sulle botteghe pompejane sculti o dipinti veggonsi ancora i

_phalli_, sconci emblemi, diremmo adesso, ma usitati e frequenti

allora, perchè si tenessero siccome efficaci talismani contro le male

influenze, o come chiamerebbesi odiernamente nell’Italia Meridionale,

dove son tuttavia quelle ubbie radicate, contro la _jettatura_. I

_phalli_ dovevano, nell’intendimento de’ Pompejani, come adesso de’

Napolitani i corni di bufalo o di corallo, allontanare ogni disastro

da’ commerci e valer di propizio augurio; e così vi aggiungevano fede,

che lavorati in corallo od in ambra, in oro, argento o bronzo, si

portassero pure da fanciulli e da vergini donzelle sospesi al collo

siccome fanno, per ragione d’ornamento, le nostre donne oggidì con

medaglioni ed altrettali gingilli. Questi emblemi non è dunque vero

che valessero sempre a designare i ricetti della prostituzione; onde

uno di essi può vedersi su d’un pilastro dell’albergo di Albino, del

quale ho già parlato, e certo non ad altro scopo che d’essere talismano

onde tener lontano da’ viaggiatori e dal luogo dato all’industria

i mali influssi del _fascino_ o _mal occhio_. Che poi a scongiurare

maleficj e fascini si adoprassero oggetti turpi e ridicoli, fra cui

il _phallus_, l’apprendiamo da Plutarco[123]; e S. Agostino nel libro

7, c. 24 _De Civitate Dei_, ci fa sapere come l’osceno emblema venisse

persino recato inalberato su di un’asta in processione per le campagne

con grande pompa in onore e nelle feste di Bacco[124]. Altri amuleti

ritrovati negli scavi rappresentavano scarabei, uccelli, testuggini e

pesci.

Io già toccai in un antecedente capitolo, parlando delle costumanze

pompejane, come si solesse per le vie, nè più nè meno che si pratica

odiernamente da noi, scrivere ne’ luoghi più frequentati annunzi

ed affissi di proposte di pigioni e sollecitazioni di voti, sia a

proprio vantaggio, sia a quello di talun candidato alle cariche più

elevate, e recai a prova diverse iscrizioni di questi generi: dissi

che altrettanto si usasse, per avvertire spettacoli publici e ne recai

pure esempio trascrivendo taluno di siffatti avvisi rinvenuti sulle

muraglie esterne delle case in caratteri rosso o nero; ora mi rimane

ad accennare come la pratica servisse altresì ad altre più curiose

bizzarrie.

Era questa l’abitudine di oziosi, di cui certamente abbondar doveva

Pompei, di amanti, che per avventura non avevano tutto l’agio che

si ha adesso di far pervenire alla fanciulla amata l’espressione de’

proprj sentimenti, di soldati o gladiatori petulanti, di scrivere o

graffire con qualche punta su’ muri o motti o sentenze o dichiarazioni

d’amore o stupide insolenze. Gli scavi han pure fatto rivivere

tuttociò e facilmente si posson leggere tuttavia queste iscrizioni

d’ogni colore e sapore, come se solo jeri fossero state scritte o

graffite. Nè sicuramente furono poche quelle che vennero lette sia

nella lingua osca, che sembra essere stata la volgarmente parlata, come

già m’espressi, sia nella latina, se valsero a materia d’illustrazione

ad uomini assai dotti, per opere speciali, quale quella del Garrucci

dal titolo appunto di _Inscriptions gravées au trait sur les mures

de Pompei_ e l’altra del Fiorelli _Monumenta epigraphica pompejana ad

fidem archetyporum expressa_, le quali già m’avvenne di menzionare al

principio di questo mio libro.

Non s’è inoltre dimenticato certo il lettore dell’episodio per me

narrato in addietro della contesa seguita nell’Anfiteatro tra Nocerini

e Pompejani: anche in quella occasione ho già segnalato come il mal

animo paesano si disfogasse con una caricatura e con una iscrizione

sulle mura esterne della via di Mercurio. Tutto ciò addimostra come

fosse lo scrivere sulle muraglie entrato nelle abitudini di tutti e per

tutto.

Annunzj, indicazioni ed epigrafi d’ogni natura, scritte o graffite

per lo più da persone incolte, abbondano di scorrezioni: peggio poi in

que’ versi di Virgilio, di Properzio e di Ovidio che trovansi riferiti

con errori o varianti. Al qual proposito non lascerò per altro di fare

un rilievo: che, cioè, fra tutti questi saggi di popolare erudizione

non si rinvenga una sola citazione di Orazio. Poeta quant’altri mai di

castigato gusto e di immortale fama, non può dar motivo a giustificare

una tale impopolarità in Pompei, se non in questa considerazione

che per l’indole appunto più peregrina ed elevata de’ suoi carmi non

riuscisse per avventura troppo alla mano per persone del volgo, come

potrebbesi, a cagion d’esempio, trovar a’ dì nostri alcun riscontro

nel Giusti, più noto agli studiosi che non al volgo de’ lettori. Il

Bulwer invece, a cui non poteva certo essere sfuggita del pari una tale

osservazione, nel suo bellissimo romanzo _L’ultimo giorno di Pompei_,

al quale per altro voglionsi perdonare talune scortesie mordaci

all’indirizzo degli Italiani moderni, che sarebbonsi da lui potute

lasciare nella penna e la sua storia non ne avrebbe certo patito e

avrebbe anzi per noi camminato meglio; il Bulwer, dissi, al banchetto

di Glauco, fa che cantori e suonatori eseguiscano l’ode di Orazio

da lui medesimo musicata: _Persicos odi, puer, apparatus_[125]; ma

Glauco era un giovine greco _a cui il cielo era stato largo di tutti

i suoi beni.... gli aveva dato la bellezza, la salute, la ricchezza,

l’ingegno, un’origine illustre, un cuor di fuoco e un’anima piena di

poesia_[126], e a lui però dovean essere famigliari anche i versi del

Venosino.

Un giovinetto, esempi grazia, aveva graffito questo verso su d’un muro:

_Candida me docuit nigras odisse puellas_[127],

e tosto sotto una donna, o tal altro bizzarro spirito; ricattandosi

dell’ingiuria lanciata alla ragazza bruna; soggiunge:

_Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo._

_Scripsit Venus physica Pompejana_[128]

Un amante, mosso dal dispetto, scriveva:

_Alter amat, alter amatur; ego fastidio_[129]

Un arguto vi scrive sotto questo commento, forse non luogo dal vero:

_Qui fastidit amat_[130]

Un altro, meno galante di quel primo dispettoso innamorato, incide sul

muro questi distici che erroneamente alcuni dissero di Ovidio:

_Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas_

_Fustibus et lumbis debilitare bene._

_Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus_....

_Quas ego non possem caput illud frangere fuste_[131].

Ecco invece una dichiarazione d’amore: _Auge amat Arabienum; Methe

Cominiœs atellana amat Chrestum corde: sit utreisque Venus Pompejana

propitia et semper concordes veivant_[132].

Altrove uno scherza con questa lettera:

_Pyrrus c. Hejo contegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum:

itaque vale_[133].

Sulla basilica, ove rendevasi giustizia, fu scritto: _quot pretium

legi?_ come sarebbe a chiedere: quanto si venda la giustizia.

Su d’un venditorio di vino si legge:

_Suavis vinaria sitit, rogo valde sitit_ (sic)[134].

In altro luogo un tal Januario, o Gennaro, annunzia così una perdita, o

piuttosto un furto sofferto:

_Urna vinicia periit de taberna_

_Si eam quis retulerit_

_HS lxv: sei furem_

_Quis abduxerit_

_Dabit decumum_

_Januarius hic habitat_[135]

Un pizzicagnolo invece proclama di tal modo i suoi zamponi:

_Ubi perna cocta est si convivæ apponitur_

_Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum_[136].

Volete ora insolenze ed ingiurie? Ve n’hanno anche per questi gusti;

pigliatevene due saggi:

_Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est_[137].

E in altro luogo, Oppio facchino è tacciato di ladroncello:

_Oppi embolari fur furuncule._

Ho tradotto _embolari_ per facchino, perchè altri pure così

interpretarono; ma avverto che se v’era la _emboliaria_, la quale era

un’attrice che usciva sulla scena tra gli atti d’una rappresentazione

per tenere divertito l’uditorio col recitargli qualche maniera

d’interludio; non ripugna che egual officio avesse un uomo e quindi

l’Oppio dell’iscrizione fosse emboliario e non facchino dal greco

vocabolo ἔμβολιον latinizzato.

Questo vezzo di scrivere sulle muraglie all’indirizzo di alcuno o per

alcun fatto e del quale conservasi pur tuttavia qualche tradizione, era

sì comune a quei giorni, che il lettore rammenterà di certo quel passo

di Cicerone, che nella terza Verrina accenna per appunto alle molte

satire che i Siciliani scrivevano contro l’amica di Verre, la famosa

Pipa, sulle pareti del tribunale e fin sopra la testa del pretore:

_De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput

scribebantur_[138].

D’altre iscrizioni graffite meno vereconde non parlo: scusabili in

Pompei, non lo sarebbero ora agli orecchi de’ lettori; non ommetterò

tuttavia queste brevi, perchè presentano qualche somiglianza col

moderno italiano:

_Cosmus nequitiæ magnissimæ_[139]

è scritto da uno, e da un altro vi si esclama:

_O felice me!_

Un terzo poi soggiunge:

_Itidem quod tu factitas cotidie_[140]

Avverrà che altrove, in altri successivi capitoli, io riferisca qualche

altra publica iscrizione, richiedendolo l’argomento: per ora basti che

il lettore abbia più d’una prova che anche certe infamie che si ponno

da taluni credere importate dalle licenze d’una stampa fescennina

e sovversiva, l’umanità le sapeva commettere egualmente e con

soddisfazione di sufficiente publicità anche assai e assai tempo prima

dell’invenzione di Panfilo Castaldi e di Guttemberg.

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 28 / 56 题