D’ogni bell’arte Italia antica madre

e che se potemmo dare mentita nel passato a chi Italia aveva detto

nome geografico e nulla più, non era stato che per ciò solo che mai non

avevamo perduto lo scettro dell’Arti Belle.

Discorso dell’origine, del progresso e dello stato attuale delle

escavazioni, quantunque il perimetro della città non sia peranco

interamente sterrato; pure dai fatti esperimenti fu dato misurarne

l’estensione che si computa a circa quattro miglia, compresi i

sobborghi, ed è concesso di fornirne la topografia.

Pompei venne costruita su di una collina digradante al mare che in

passato la circondava da due lati e ne costituiva quasi una penisola.

Se si riguarda alla pietra su cui si fonda e che è di natura vulcanica,

anzi direbbesi antichissima lava, si avrebbe argomento a credere

che il terribile incendio del Vesuvio del 79 fosse stato ne’ tempi

caliginosi della storia preceduto da altri non minori cataclismi, pei

quali la lava o fosse fin qui fluita da quel formidabile serbatojo, o

avesse trovato altri aditi divisi dal cratere per uscire ad allagare la

circostante pianura; seppure questa collina stessa non fosse una bocca

vulcanica pari ad altre che si veggono attorno al Vesuvio. Strabone

portò l’egual congettura, constatando prima la sterilità della vetta

cinericcia del Vesuvio, poi le sue profonde caverne e le diverse

spaccature, e reputò doversi per avventura attribuire al suo fuoco e

alle sue ceneri la miracolosa fertilità, per la quale va la Campania

distinta.

Ma più specialmente catastrofi non di molto dissimili toccate a’ paesi

circostanti, sia per tremuoti come in quello memorabile da me riferito

del 63 di Cristo, sia per eruzioni ed anche a Pompei, lo attesterebbe

il nome stesso della città, se è vero quel che afferma la _Dissertatio

Isagogica_ di C. Rosini, che essa venisse chiamata dapprima _Pompìa_,

e che ciò significhi _fuoco spento_[109]. Nella _Via delle Tombe_

inoltre vennero trovati in qualche luogo negli scavi, esistenti sotto

le costruzioni di romana origine, avanzi di altre precedenti opere

muratorie d’epoca assai remota e oggetti d’origine etrusca. Dalla parte

opposta a Napoli, da cui dista forse una quindicina di chilometri,

ho già detto che il seno che vi formava il mare ed entro cui aveva la

propria foce il Sarno, avesse costituito naturalmente un porto capace

di molte navi, anzi, secondo alcuni, perfino di una intera flotta e che

giovava ai bisogni non della sola Pompei, ma di Acerra e di Nola, onde

per i legni che scendevano o risalivano di continuo codeste sponde,

avesse ragione Strabone di designarlo come un importante porto e di far

della città un vero emporio, molto più che, navigabile allora il Sarno,

avesse preferenza sui porti di Stabia e d’Ercolano, per il vantaggio

che offriva del trasporto delle merci che giungevano nell’interno del

territorio.

Più in là del porto e verso Stabia — ed or direbbesi verso la via che

scorge a Castellamare, città che sorge appunto sulle rovine di Stabia,

fatte prima da Silla e compiute poi dal Vesuvio — erano le _Saline di

Ercole_, di cui si veggono oggi pur le vestigia nel luogo detto Bottaro

e la palude a cui fa cenno L. G. Moderato Columella, non che il verso

seguente che ne fa gradevole menzione:

_Quæ dulcis Pompeja palus vicina salinis,_

_Herculeis_....[110]

e più presso la città le cave delle pomici e delle moli olearie,

ricordate quelle da Vitruvio, da Catone queste.

Ora il mare s’è ritratto di oltre un miglio e fu proprio, come nel

precedente capitolo ho detto, nell’occasione del cataclisma che

ho descritto: nè senza del resto così formidabili avvenimenti, può

constatarsi questo ritrarsi del mare anche altrove. Ravenna, che fu

principale stazione navale de’ Romani al tempo di Augusto; e Pisa,

che pur nel medio evo fu città marinara e insigne tanto da misurarsi

col naviglio amalfitano e genovese, distano oggi di molte miglia dal

mare. Venezia ha già veduto abbassarsi il proprio estuario: chi sa che

un giorno non appaja una favola la sua fondazione sulle palafitte di

Rialto e dove furono le lagune non iscorra più la bruna e misteriosa

gondola, ma venga in quella vece tratto dal pigro bove l’aratro?

Il Sarno, ho pur detto, che, dappoichè non aveva più a bagnare la viva

Pompei, ammencite le sue acque, si fosse ridotto alla condizione di

umile ruscello; la sua vasta imboccatura è segnata ora dal luogo che si

denomina la _valle_ e la sua antica importanza che aveva già prestato

orgogliosamente il suo nome a’ popoli Sarrasti, come ne lasciavan

ricordo que’ versi di Virgilio, che parlando di Ebalo, dice com’ei

comandasse

_Sarrastes populos, et quæ rigat æquora Sarnus_[111]

or appena si rileva da chi, rimembrando i passi de’ latini prosatori

e poeti che ne ripeterono i vanti, ne richiede contezza; sì che di lui

ad egual ragione dir si potria quello che il Sebeto, da cui Napoli si

designa, ebbe ad esser chiamato da Metastasio:

Quanto ricco d’onor, povero d’onde.

[Illustrazione: Porta d’Ercolano a Pompei. _Vol. I. Cap. VII.

Le Mura, ecc._]

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 27 / 56 题