Gli Scavi e la Topografia.
I Guardiani — Un inconveniente a riparare — Ladri antichi — Vi
fu una seconda Pompei? — Scoperta della città — Rinvenimento
d’Ercolano — Preziosità ercolanesi — Impossibilità d’una intera
rivendicazione alla luce di Ercolano — Scavi regolari in Pompei —
Disordini e provvedimenti — Scuola d’antichità in Pompei — C. A.
Vecchi — Topografia di Pompei — Le Saline e le Cave di Pomici — Il
Sarno.
Ora che il lettore mi ha cortesemente seguìto nel racconto della
sventurata città, entrando in essa dal lato della antica porta di
Ercolano, mi chiederà dapprima chi sia costui che nel consegnare la
tessera d’ingresso, che abbiam pagata due lire, ci si è posto come un
amico a’ fianchi, dopo averci graziosamente salutato? Vestito come
una giovane recluta in bassa tenuta, se il vedeste ne’ dì festivi e
nelle occasioni più solenni, di poco differenzia nell’uniforme dallo
spigliato bersagliere del nostro esercito, e se non ne divide il
carattere, ha però discipline proprie e severe, ed è, per così dire,
alla sua volta irreggimentato.
Egli è altro de’ guardiani della mesta città, il cicerone che ci sarà
guida nella nostra curiosa peregrinazione.
L’illustre commendatore Fiorelli, — col quale ho voluto che il
lettore facesse sin dalle prime pagine di questo libro, e conservasse
poi sempre la preziosa conoscenza, perchè egli sia il benemerito
sopraintendente degli scavi pompeiani, — ha, e per la custodia di
questi scavi e di quelli d’Ercolano, come per la cura del Museo
napoletano, delle antiche preziosità del Chiostro di S. Martino e di
tal altra interessante reliquia del passato, esistente nella provincia
di Napoli, creato un corpo di guardiani, gente tutta onesta e fidata,
ch’egli assegna a questa o a quella località, che vi appare abbastanza
compresa ed istrutta dell’importanza del proprio ufficio e della
storia di ciò che vigila ed addita a’ frequenti visitatori. V’han di
quelli cui famigliari son le lingue inglese, francese e tedesca, e il
forestiere però cui s’accompagna l’intelligente guardiano, trova in
lui un amico che gli apprende con franca disinvoltura ogni destinazione
antica di que’ luoghi e di quegli oggetti e gli fa intendere ben anco
nel disimpegno del proprio ufficio _lo dolce suon della sua terra_.
Il Guardiano del commendatore Fiorelli, dopo di essere stato tre
o quattro ore con voi, d’avervi colle sue indicazioni e racconti
trasfuso tutto l’interesse per la risorta città, si rifiuterà, con
piglio di naturale cortesia e senza un’ombra di sacrificio, oppur
di affettazione, di ricevere il beveraggio che tenterete di fargli
accogliere e ve lo farà con sì grande sincerità che sarete quasi mossi
a fargliene le scuse, quasi che la vostra offerta fosse stata una
mancanza alle regole della delicatezza e della urbanità.
Le discipline sull’argomento imposte dall’esimio soprintendente
sono severe e ferme: una mancanza del Guardiano varrebbe il suo
licenziamento. E noi plaudiamo ad ordini siffatti. Nulla di più
incomodo e imbarazzante pel forestiero, ignaro forse de’ costumi ed
abitudini del paese, che di por mano alla borsa per le mancie, le
quali teme o che sieno eccessive, ovver che sieno al di sotto della
convenienza o dell’uso. Imponete a lui pure una tassa per l’ingresso,
ma pagate voi il cicerone, e liberate noi da ogni fastidio. Dateci
adunque de’ guardiani da voi eletti, obbedienti a doveri, legati a
discipline e noi ci troveremo così a nostro bell’agio.
E così ha fatto appunto il Fiorelli.
Ma perchè non appaja ch’io, in grazia di facili entusiasmi, vegga
qui tutto bello e tutto buono, non lascerò d’additare un non dubbio
inconveniente. Presso a tanto ordine e vigilanza, vicino a tanta
severità e previdenza, non è possibile deplorare l’esistenza d’un
commercio o monopolio che trovate presso gli ingressi — non dirò delle
piccole Guide a stampa, che credo dettate da intelligenti persone,
che sono esatte e bastevoli a dichiarare quanto importa di conoscere
al momento e che formano anzi altro titolo di lode per il detto
signor Fiorelli, da cui furono per avventura rivedute — ma sì delle
copie d’oggetti pompejani e di fotografie di diversi monumenti della
città o di cose artistiche rinvenute, che a voi s’offrono a prezzi
troppo forti e che per la brama di portar con voi un ricordo della
interessante peregrinazione e delle care impressioni vi guardate dal
rifiutare. E fossero almeno le fotografie, che pagaste due lire l’una,
fatte bene; ma no; quando siete a casa vostra vi trovate d’aver nella
pressa acquistato indecenti sgorbj e gettato del denaro in buon dato,
perchè per poco che uomo senta l’amor dell’arte e dell’antico, per poco
che risenta d’interesse nel vedere questa città, rado addiviene che
s’incontri, come a me è accaduto d’udire da un francese che Pompei non
fosse che _un tas des briques et des moëllons inutiles_, e che però non
comperi una dozzina almeno di vedute fotografate.
Provvegga dunque il commendatore Fiorelli a cacciare codesti
profanatori, od almeno a far bandire codesta vera profanazione dal suo
tempio.
Toltomi dalla coscienza, cui faceva groppo, questo unico appunto,
perocchè a vero dire non si vorrebbe che la bella vostra si potesse
d’una minima nota censurare per chicchessia, seguiamo senz’altro i
passi dell’onesto guardiano, al quale tarda del pari di addentrarci nei
misteri di que’ ruderi solenni e silenziosi.
Nel presentarsi tuttavia subito alla nostra vista una lunga via,
fiancheggiata da case prive di tetto e smantellate, nel vedervi
crocicchi, nello scorgere la estesa massa dei fabbricati già scoperti,
vinta appena la sorpresa dolorosa che di voi si è impadronita avanti
a tanta rovina, voi correte collo sguardo a misurare tutta quanta la
vastità di Pompei, ed a chiedere e come e quando si fosse messo sulla
traccia di una sì grande scoperta e si avesse posto poscia la mano
all’opera così imponente degli scavi
Il Guardiano vi direbbe tutto questo in due parole: voi da me
pretendete di più; io mi cingo pertanto la giornea.
Quando il cataclisma che v’ho narrato fu accaduto, taluno de’
superstiti pompejani, come doveva essere naturale, fe’ ritorno alla
scena del disastro doloroso e per forza d’induzioni avrà cercato
d’indagare dove fosse stato il luogo dei _calcidico_ de’ templi, ove
serravasene il tesoro, la Casa del Questore che, amministrando la
publica pecunia, avrà saputo, al par de’ suoi successori nella bisogna,
pensare un cotal poco anche al proprio gruzzolo; le magioni dei ricchi
ove là anche dovevano esistere _di aurei e di sesterzj_ in abbondanza e
gli arredi preziosi e i muliebri gingilli, vasi murrini, amuleti d’oro,
idoletti e monili, anelli e contigie d’ogni maniera, e praticandovi
fori ed aperture ha procacciato penetrarvi a bottinare. Così accadde
che nelle odierne escavazioni molti luoghi apparissero già frugati ed
espilati, tra cui la summentovata _Casa del Questore_, dove nell’atrio
vennero bensì trovate, erette sopra uno zoccolo laterizio incrostato
di marmo, due casse di legno foderate di rame e fasciate di ferramenta
ed ornamenti di bronzo, ma non contenevano che sole quarantacinque
monete d’oro e cinque d’argento; mentre presso i doviziosi pompejani
e presso uomo di quell’officio assai e assai più sarebbesi ripromesso
di rinvenire. La fretta e la paura d’impensati crolli avranno impedito
l’intera sottrazione.
Avvenne parimenti in più luoghi di riconoscere infatti come più d’uno
di questi più o meno legittimi cercatori di ricchezze fosse rimasto
schiacciato sotto le rovine che forse profanava, stringendo ancora
la borsa, e i pregevoli effetti che s’era appropriato, vittima della
propria insana cupidigia.
Ma queste indagini per i gravi pericoli cui esponevano o furono presto
abbandonate, così che le sovvenute generazioni smarrirono, come già
dissi, persin le traccie dell’infelice città; o fu vero quel che
trovo scritto dall’architetto Gaspare Vinci, ma che non so da altri
confermato, che «i Pompejani rimasti senza patria ebbero ben presto a
fondarne una seconda non lungi dalla prima. Fabbricarono delle case,
sul principio pe’ soli agricoltori, quindi si formò un villaggio.
Questo continuò a denominarsi Pompei: fu abitato per molto tempo: ma
in fine altra catastrofe, simile a quella che aveva estinta l’antica
Pompei, fece cessare per sempre anche la nuova»[105].
Toccai già come molti additassero essere stata Pompei là dove sorse
di poi _Torre dell’Annunziata_, che pare invece abbia occupato l’area
di Oplonte; or dirò com’altri la collocassero nel sito di _Scafati_
sulla moderna riva del Sarno, tratti appunto in inganno da ciò che si
sapesse avere un tal fiume lambito il piede alla sventurata città, e
quelli pure, come il Capaccio e il Pellegrino, che si mostravano edotti
dell’esistenza di rovine nel luogo appellato _Civita_, le scambiassero
per quelle di Taurania, mentre fossero precisamente di Pompei.
I posteri adunque l’avevano, come già dissi, interamente dimenticata;
la popolare tradizione, che sì sovente ripara l’obblio e l’ignoranza
delle età, non l’aveva tenuta meritevole pur d’un ricordo!
Ma fu vero che anche questa parte d’Italia venisse crudelmente
profanata, istupidita e tiranneggiata dalla barbarie straniera. Goti
e Visigoti, Longobardi e Franchi, Svevi ed Angioini, Aragonesi e
Francesi e vie via una colluvie d’invasori l’avevano corsa e ricorsa e
se l’erano disputata: chi ne avrebbe pensato, allorchè in forse erasi
sempre della vita e degli averi?
I primi indizj che s’ebbero della sepolta Pompei rimontano a’ tempi
di Alfonso I re di Napoli e forse intorno all’anno 1592. Un Nicola
di Alagni, conte di Sarno, volendo condurre un acquidotto, traendo
l’acqua dal fiumicello pompejano fino a Torre dell’Annunziata, faceva
scavare in certa località, quando l’architetto Domenico Fontana a un
tratto si vide tra le pareti di un tempio, che poi si riconobbe d’Iside
e trovò case, cripte, portici ed altri monumenti. Là si riscontrano
tuttavia spiragli del Sarno che vi trascorre sotto. Contuttociò non
fu ancora sufficiente ammonimento a designare le rovine della città
di Pompei, nè eccitamento a proseguire nell’opera della scoperta.
Perocchè monsignor Francesco Bianchini, nella sua _Storia Universale
provata con monumenti_[106], parlando degli scavi nello stesso terreno,
praticati nel 1689, e com’egli dice, _alle radici del monte Vesuvio,
in lontananza di un miglio in circa del mare_, recando, a maggiore
autorità una nota di Francesco Pinchetti, ch’ei chiama _architetto
celebre in Napoli per la sua professione e molto più per il museo
sceltissimo ed antichità erudite da sè raccolte_, fa chiaro che il
Pinchetti e altri con lui reputassero come le lapidi romane e le
osservazioni sue istituite sulla natura dei varj suoli scavati, fossero
fatte _nel loco dove era la villa di Pompeo_. Esso monsignor Bianchini
nondimeno non restò di soggiungere un proprio _dubbio_ che, cioè,
le iscrizioni vedute dal Pinchetti, e da lui non ancora, potessero
spettare invece alla città di Pompei, e non ad una villa del magno
Pompeo e de’ di lui figliuoli; _perciocchè la villa di quella famiglia
e di quel massimo capitano, da Loffredo si giudica non essere stata
sotto al Vesuvio, ma piuttosto verso Pozzuolo, non molto discosta dal
lago Averno_.
La storia quindi degli scavi non parte che dal 1748, quando alcuni
agricoltori, avendo fatto delle fosse per piantagione d’alberi, si
imbatterono nelle mura di un edifizio e in una statua di bronzo.
Siffatta notizia portata a cognizione di Carlo III, regnante allora,
principe d’alti concepimenti, comunque despota per eccellenza[107], —
desti già la sua attenzione e l’interesse della scoperta da poco tempo
fatta di Ercolano, — come aveva fatto per gli scavi di questa città,
fece pur acquisto di tutto il terreno su cui quegli agricoltori avevano
lavorato e casualmente scoperta Pompei e posto mano ad intraprendere
escavazioni, gli venne dato di ottenerne i vagheggiati risultamenti.
La sorte eguale con Pompei avuta dalla città di Ercolano nella
sciagura e il destino quasi identico e contemporaneo delle escavazioni,
reclamano che una breve parola io dica qui dell’occasione fornita di
una tale resurrezione intorno ad Ercolano. La storia di questa città
sorella e quella de’ suoi scavi completa quella di Pompei: è quasi
impossibile il tenerle onninamente divise: l’una all’altra soccorre
indubbiamente.
Neppur d’Ercolano sapevasi la precisa ubicazione. Emanuele di Lorena,
principe di Elbeuf, venuto, a capo dell’esercito imperiale contro
Filippo V, in Napoli nell’anno 1713, innamoratone del cielo e del
clima, e già sposo alla figliuola del principe di Salsa, prese ad
erigersi a Portici una villa; un contadino, levato dalla escavazione
d’un pozzo alcuni marmi, avendoglieli offerti, fu il primo indizio
che lo guidasse sulle traccie della sepolta città ed estesi subito gli
scavi, non corse guari che rinvenisse iscrizioni romane ed osche, un
tempio con ventiquattro colonne, ed altrettante statue in giro, una
statua d’Ercole ed una di Cleopatra. Eureka! fu gridato da lui e dai
dotti; Ercolano è risorta.
I primi capolavori di bronzo e di marmo ritornati alla luce, proprietà
di chi li aveva trovati, andarono ad arricchire musei stranieri;
non così per altro che i moltissimi rinvenuti di poi non valessero
a costituire tutta una preziosissima raccolta in Napoli di pitture,
di vetri, di medaglie, di utensili, di busti e principalmente delle
due sole statue equestri in marmo che l’antichità ci abbia trasmesso:
quelle dei Balbo, padre e figlio. E a mille si trovarono i papiri più
greci che latini; in questi come nelle arti più ricca Ercolano che non
Pompei; onde ne nacque l’idea della creazione d’un’academia la quale
illustrasse i monumenti dell’antico che si sarebbero rinvenuti negli
scavi e che si intitolò _Ercolanese_.
Il re Carlo III, fin dalla prima scoperta, ad impedire che le antiche
preziosità che si sarebbero diseppellite passassero all’estero, con
grave nocumento del paese, s’affrettava a ricomprare dal principe
di Elbeuf quella proprietà, e spingendo con sollecitudine i lavori
di escavazione, era egli che aveva ottenuta la certezza che fosse
quell’antica città d’Ercolano.
Ma quegli scavi tornavano difficili, anzi pericolosi. Su quella città
non era stato un lieve sepolcro di ceneri e di scorie soltanto, come
in Pompei, che il Vesuvio aveva posto, ma uno greve e di lava e di
lapilli infuocati; onde quel sepolcrale coperchio, dello spessore
in più luoghi perfino di venti metri, aveva cotanto persuaso di sua
solidità, da far credere che fosse tutta una vera roccia vulcanica e
non lasciar sospettare che mai si celasse al di sotto, che le sorvenute
generazioni vi avevano confidenti fabbricato su tutta una città ed un
villaggio, Portici e Resina e sulle sontuose ville di romani guerrieri,
eretto inconsapevolmente palagi eleganti di artisti di canto e d’altri
facoltosi. Intraprese le escavazioni, era stato mestieri, non come
in Pompei, far uso della marra, per liberare i sottoposti edificj,
ma della mina, nè si potè agire che colle maggiori cautele, perocchè
a chi scenda e penetri dentro gli scavi ercolanesi rechi sorpresa e
spavento l’udirvi sovra del capo il rumoreggiar de’ carri e degli
omnibus che animano la graziosa Portici ed anzi paresse necessità
di nuovamente interrare più luoghi frugati ad impedire il disastro
di rovine, privando le moli sovrastanti de’ loro antichi e naturali
sostegni. Laonde l’intera scoperta d’Ercolano e il ricupero di tutte le
preziosità che nasconde non sarà mai possibile sin quando non vengano
abbattute le belle case e villeggiature di Portici, nè io sarò mai per
dire che metta proprio conto di pur ciò desiderare.
Non a torto quindi il medesimo monarca s’era sollecitato a recare in
sua proprietà anche il terreno sotto cui tutto creder faceva ascondersi
Pompei, acciò non fosse frodato il paese di quanto vi si sarebbe potuto
trovare ed a commettere l’esecuzione su più conveniente scala delle
ricerche e degli scavi, resi essi più agevoli dalla men dura materia
che li copriva, perocchè quivi non si trattasse che di rimuovere gli
strati di ceneri commiste alle pomici, oltre quella superficie che vi
si era sopra distesa e che già avea servito alla coltivazione.
A riguardo di queste due nobili città rivenute al giorno, potevasi dire
suggellato il vaticinio dal Venosino espresso nell’Epistola sesta del
libro I a Numicio:
_Quidquid sub terra est in apricum proferet ætas_[108].
Se non che parve che una vera, regolare e non interrotta prosecuzione
di tali scavi pompejani non avesse incominciato che nel 1799 e così
vennero di poi alacremente condotti, che siasi oggimai presso alla
scoperta di una metà della città, essendo tornate alla luce e mura
e porte, e archi e vie molte, e templi e basiliche, e fori e terme,
anfiteatro e teatri, case e tombe, in una parola tutta la parte più
interessante, tale dovendo ritenersi appunto e per essere quella che si
distendeva lungo la marina e che doveva però essere indubbiamente la
meglio ricerca per la sua animazione prodotta dal porto e da’ publici
ufficj che si adivano e per la frescura che procacciava il mare e
perchè in fatti vi si rinvennero i più cospicui edifici tanto publici
che privati.
Se le escavazioni progredivano con certa regolarità, non vi si
portavano nondimeno per lo addietro tutte quelle cautele, le quali
valessero a tutelarle e difenderle dalla cupidigia di molti, dalla
smania di tutti di posseder qualcosa di quanto si veniva scoprendo.
Coi lavoratori stipendiati mescevansi troppo spesso estranei che
s’appropriavano quel che potevano ascondersi e portar via: lucernette
ed idoletti, gingilli e monete, cose preziose e volgari vennero così
in copia asportati ed erano occasioni a tanto disperdimento l’accesso
publico e il commercio che in Napoli e ne’ paesi prossimi a Pompei se
ne faceva apertamente. Non v’ebbe di tal guisa publico o privato museo
d’antichità in tutta Europa che non possedesse alcuna reliquia antica
di questa città.
Ma per buona ventura fu posto freno e impedimento a ciò. Il
commendatore Fiorelli — il cui nome ho già più volte citato e lodato,
nè sarà l’ultima questa che l’avrò a ricordare, poichè esso si
connetta necessariamente ad ogni discorso che di Pompei si faccia
— giunto alla direzione e sovr’intendenza degli scavi, ottenne dal
Governo che venisse limitato l’ingresso libero in Pompei ne’ soli
giorni di festa; che pur in questi fosse il publico sorvegliato da’
guardiani da lui istituiti; che a’ forestieri e visitatori degli altri
giorni, imponendosi una tassa di lire due si convertisse il prodotto
a vantaggio degli scavi, e severi ordini si bandirono che vietarono
l’appropriarsi del benchè minimo oggetto, fosse pure una lampadetta di
terra cotta, o qualche piccolo vaso lagrimatorio; disposto avendo che
tutto, nulla eccettuato, s’avesse a trasportare nel Museo Nazionale di
Napoli a cui egli è tuttora preposto. Così l’egoismo privato più non
detrae agli studj del publico.
In Pompei stessa venne un antico edificio acconciato a scuola
d’antichità, comunque non vi sia ora più d’uno studioso che vi dimori.
Colà nondimeno vi si accolgono oggetti di ogni maniera trovati e
tutte le publicazioni che trattano di Pompei, o vi hanno qualche
attinenza. Il Giornale degli Scavi ne publica mano mano l’elenco, in
un con dottissime dichiarazioni di iscrizioni, di edificj o d’altre
cose che si vengono ritrovando. Augusto Vecchi, il bravo patriοta e
soldato delle italiane battaglie, più mesi soggiornando, solitario
nella risorta città, pensò e scrisse il suo libro che denominò Pompei
e intitolò a’ Mani de’ Pompejani, e in cui colla potenza della sua
fantasia ravvivò le morte generazioni e le morte cose, riconducendo i
lettori all’epoca del novissimo giorno pur da me storicamente descritto
e tenendo conto il più fedele che possibile fosse del vero nell’opera
sua di romanziero.
Il lavoro di ciascun giorno per parte degli operaj adoperati dalla
Amministrazione, sebbene proceda lento, conduce nonostante sempre
alla scoperta di interessanti cose e la fortuna corona spesso il
desiderio di chi fa gli onori agli illustri personaggi che traggono
a visitare Pompei, nelle felici invenzioni di oggetti preziosi che
poi figurano nelle bacheche del napoletano Museo. Io pure assistetti
all’opera della marra e dello sterramento di una casa pompejana,
coll’agitazione prodotta dal desiderio e dal timore insieme che i morti
abitatori di essa emergessero da quelle ceneri, e formai voto che il
Governo stanziasse maggiori fondi a tai lavori: ma chi può attendersi
che in Italia si volga ancora il pensiero e le cure alle arti,
quando l’imperizia o peggio de’ governanti ha già tanto pesato sui
contribuenti?