CAPITOLO VI.

Gli Scavi e la Topografia.

I Guardiani — Un inconveniente a riparare — Ladri antichi — Vi

fu una seconda Pompei? — Scoperta della città — Rinvenimento

d’Ercolano — Preziosità ercolanesi — Impossibilità d’una intera

rivendicazione alla luce di Ercolano — Scavi regolari in Pompei —

Disordini e provvedimenti — Scuola d’antichità in Pompei — C. A.

Vecchi — Topografia di Pompei — Le Saline e le Cave di Pomici — Il

Sarno.

Ora che il lettore mi ha cortesemente seguìto nel racconto della

sventurata città, entrando in essa dal lato della antica porta di

Ercolano, mi chiederà dapprima chi sia costui che nel consegnare la

tessera d’ingresso, che abbiam pagata due lire, ci si è posto come un

amico a’ fianchi, dopo averci graziosamente salutato? Vestito come

una giovane recluta in bassa tenuta, se il vedeste ne’ dì festivi e

nelle occasioni più solenni, di poco differenzia nell’uniforme dallo

spigliato bersagliere del nostro esercito, e se non ne divide il

carattere, ha però discipline proprie e severe, ed è, per così dire,

alla sua volta irreggimentato.

Egli è altro de’ guardiani della mesta città, il cicerone che ci sarà

guida nella nostra curiosa peregrinazione.

L’illustre commendatore Fiorelli, — col quale ho voluto che il

lettore facesse sin dalle prime pagine di questo libro, e conservasse

poi sempre la preziosa conoscenza, perchè egli sia il benemerito

sopraintendente degli scavi pompeiani, — ha, e per la custodia di

questi scavi e di quelli d’Ercolano, come per la cura del Museo

napoletano, delle antiche preziosità del Chiostro di S. Martino e di

tal altra interessante reliquia del passato, esistente nella provincia

di Napoli, creato un corpo di guardiani, gente tutta onesta e fidata,

ch’egli assegna a questa o a quella località, che vi appare abbastanza

compresa ed istrutta dell’importanza del proprio ufficio e della

storia di ciò che vigila ed addita a’ frequenti visitatori. V’han di

quelli cui famigliari son le lingue inglese, francese e tedesca, e il

forestiere però cui s’accompagna l’intelligente guardiano, trova in

lui un amico che gli apprende con franca disinvoltura ogni destinazione

antica di que’ luoghi e di quegli oggetti e gli fa intendere ben anco

nel disimpegno del proprio ufficio _lo dolce suon della sua terra_.

Il Guardiano del commendatore Fiorelli, dopo di essere stato tre

o quattro ore con voi, d’avervi colle sue indicazioni e racconti

trasfuso tutto l’interesse per la risorta città, si rifiuterà, con

piglio di naturale cortesia e senza un’ombra di sacrificio, oppur

di affettazione, di ricevere il beveraggio che tenterete di fargli

accogliere e ve lo farà con sì grande sincerità che sarete quasi mossi

a fargliene le scuse, quasi che la vostra offerta fosse stata una

mancanza alle regole della delicatezza e della urbanità.

Le discipline sull’argomento imposte dall’esimio soprintendente

sono severe e ferme: una mancanza del Guardiano varrebbe il suo

licenziamento. E noi plaudiamo ad ordini siffatti. Nulla di più

incomodo e imbarazzante pel forestiero, ignaro forse de’ costumi ed

abitudini del paese, che di por mano alla borsa per le mancie, le

quali teme o che sieno eccessive, ovver che sieno al di sotto della

convenienza o dell’uso. Imponete a lui pure una tassa per l’ingresso,

ma pagate voi il cicerone, e liberate noi da ogni fastidio. Dateci

adunque de’ guardiani da voi eletti, obbedienti a doveri, legati a

discipline e noi ci troveremo così a nostro bell’agio.

E così ha fatto appunto il Fiorelli.

Ma perchè non appaja ch’io, in grazia di facili entusiasmi, vegga

qui tutto bello e tutto buono, non lascerò d’additare un non dubbio

inconveniente. Presso a tanto ordine e vigilanza, vicino a tanta

severità e previdenza, non è possibile deplorare l’esistenza d’un

commercio o monopolio che trovate presso gli ingressi — non dirò delle

piccole Guide a stampa, che credo dettate da intelligenti persone,

che sono esatte e bastevoli a dichiarare quanto importa di conoscere

al momento e che formano anzi altro titolo di lode per il detto

signor Fiorelli, da cui furono per avventura rivedute — ma sì delle

copie d’oggetti pompejani e di fotografie di diversi monumenti della

città o di cose artistiche rinvenute, che a voi s’offrono a prezzi

troppo forti e che per la brama di portar con voi un ricordo della

interessante peregrinazione e delle care impressioni vi guardate dal

rifiutare. E fossero almeno le fotografie, che pagaste due lire l’una,

fatte bene; ma no; quando siete a casa vostra vi trovate d’aver nella

pressa acquistato indecenti sgorbj e gettato del denaro in buon dato,

perchè per poco che uomo senta l’amor dell’arte e dell’antico, per poco

che risenta d’interesse nel vedere questa città, rado addiviene che

s’incontri, come a me è accaduto d’udire da un francese che Pompei non

fosse che _un tas des briques et des moëllons inutiles_, e che però non

comperi una dozzina almeno di vedute fotografate.

Provvegga dunque il commendatore Fiorelli a cacciare codesti

profanatori, od almeno a far bandire codesta vera profanazione dal suo

tempio.

Toltomi dalla coscienza, cui faceva groppo, questo unico appunto,

perocchè a vero dire non si vorrebbe che la bella vostra si potesse

d’una minima nota censurare per chicchessia, seguiamo senz’altro i

passi dell’onesto guardiano, al quale tarda del pari di addentrarci nei

misteri di que’ ruderi solenni e silenziosi.

Nel presentarsi tuttavia subito alla nostra vista una lunga via,

fiancheggiata da case prive di tetto e smantellate, nel vedervi

crocicchi, nello scorgere la estesa massa dei fabbricati già scoperti,

vinta appena la sorpresa dolorosa che di voi si è impadronita avanti

a tanta rovina, voi correte collo sguardo a misurare tutta quanta la

vastità di Pompei, ed a chiedere e come e quando si fosse messo sulla

traccia di una sì grande scoperta e si avesse posto poscia la mano

all’opera così imponente degli scavi

Il Guardiano vi direbbe tutto questo in due parole: voi da me

pretendete di più; io mi cingo pertanto la giornea.

Quando il cataclisma che v’ho narrato fu accaduto, taluno de’

superstiti pompejani, come doveva essere naturale, fe’ ritorno alla

scena del disastro doloroso e per forza d’induzioni avrà cercato

d’indagare dove fosse stato il luogo dei _calcidico_ de’ templi, ove

serravasene il tesoro, la Casa del Questore che, amministrando la

publica pecunia, avrà saputo, al par de’ suoi successori nella bisogna,

pensare un cotal poco anche al proprio gruzzolo; le magioni dei ricchi

ove là anche dovevano esistere _di aurei e di sesterzj_ in abbondanza e

gli arredi preziosi e i muliebri gingilli, vasi murrini, amuleti d’oro,

idoletti e monili, anelli e contigie d’ogni maniera, e praticandovi

fori ed aperture ha procacciato penetrarvi a bottinare. Così accadde

che nelle odierne escavazioni molti luoghi apparissero già frugati ed

espilati, tra cui la summentovata _Casa del Questore_, dove nell’atrio

vennero bensì trovate, erette sopra uno zoccolo laterizio incrostato

di marmo, due casse di legno foderate di rame e fasciate di ferramenta

ed ornamenti di bronzo, ma non contenevano che sole quarantacinque

monete d’oro e cinque d’argento; mentre presso i doviziosi pompejani

e presso uomo di quell’officio assai e assai più sarebbesi ripromesso

di rinvenire. La fretta e la paura d’impensati crolli avranno impedito

l’intera sottrazione.

Avvenne parimenti in più luoghi di riconoscere infatti come più d’uno

di questi più o meno legittimi cercatori di ricchezze fosse rimasto

schiacciato sotto le rovine che forse profanava, stringendo ancora

la borsa, e i pregevoli effetti che s’era appropriato, vittima della

propria insana cupidigia.

Ma queste indagini per i gravi pericoli cui esponevano o furono presto

abbandonate, così che le sovvenute generazioni smarrirono, come già

dissi, persin le traccie dell’infelice città; o fu vero quel che

trovo scritto dall’architetto Gaspare Vinci, ma che non so da altri

confermato, che «i Pompejani rimasti senza patria ebbero ben presto a

fondarne una seconda non lungi dalla prima. Fabbricarono delle case,

sul principio pe’ soli agricoltori, quindi si formò un villaggio.

Questo continuò a denominarsi Pompei: fu abitato per molto tempo: ma

in fine altra catastrofe, simile a quella che aveva estinta l’antica

Pompei, fece cessare per sempre anche la nuova»[105].

Toccai già come molti additassero essere stata Pompei là dove sorse

di poi _Torre dell’Annunziata_, che pare invece abbia occupato l’area

di Oplonte; or dirò com’altri la collocassero nel sito di _Scafati_

sulla moderna riva del Sarno, tratti appunto in inganno da ciò che si

sapesse avere un tal fiume lambito il piede alla sventurata città, e

quelli pure, come il Capaccio e il Pellegrino, che si mostravano edotti

dell’esistenza di rovine nel luogo appellato _Civita_, le scambiassero

per quelle di Taurania, mentre fossero precisamente di Pompei.

I posteri adunque l’avevano, come già dissi, interamente dimenticata;

la popolare tradizione, che sì sovente ripara l’obblio e l’ignoranza

delle età, non l’aveva tenuta meritevole pur d’un ricordo!

Ma fu vero che anche questa parte d’Italia venisse crudelmente

profanata, istupidita e tiranneggiata dalla barbarie straniera. Goti

e Visigoti, Longobardi e Franchi, Svevi ed Angioini, Aragonesi e

Francesi e vie via una colluvie d’invasori l’avevano corsa e ricorsa e

se l’erano disputata: chi ne avrebbe pensato, allorchè in forse erasi

sempre della vita e degli averi?

I primi indizj che s’ebbero della sepolta Pompei rimontano a’ tempi

di Alfonso I re di Napoli e forse intorno all’anno 1592. Un Nicola

di Alagni, conte di Sarno, volendo condurre un acquidotto, traendo

l’acqua dal fiumicello pompejano fino a Torre dell’Annunziata, faceva

scavare in certa località, quando l’architetto Domenico Fontana a un

tratto si vide tra le pareti di un tempio, che poi si riconobbe d’Iside

e trovò case, cripte, portici ed altri monumenti. Là si riscontrano

tuttavia spiragli del Sarno che vi trascorre sotto. Contuttociò non

fu ancora sufficiente ammonimento a designare le rovine della città

di Pompei, nè eccitamento a proseguire nell’opera della scoperta.

Perocchè monsignor Francesco Bianchini, nella sua _Storia Universale

provata con monumenti_[106], parlando degli scavi nello stesso terreno,

praticati nel 1689, e com’egli dice, _alle radici del monte Vesuvio,

in lontananza di un miglio in circa del mare_, recando, a maggiore

autorità una nota di Francesco Pinchetti, ch’ei chiama _architetto

celebre in Napoli per la sua professione e molto più per il museo

sceltissimo ed antichità erudite da sè raccolte_, fa chiaro che il

Pinchetti e altri con lui reputassero come le lapidi romane e le

osservazioni sue istituite sulla natura dei varj suoli scavati, fossero

fatte _nel loco dove era la villa di Pompeo_. Esso monsignor Bianchini

nondimeno non restò di soggiungere un proprio _dubbio_ che, cioè,

le iscrizioni vedute dal Pinchetti, e da lui non ancora, potessero

spettare invece alla città di Pompei, e non ad una villa del magno

Pompeo e de’ di lui figliuoli; _perciocchè la villa di quella famiglia

e di quel massimo capitano, da Loffredo si giudica non essere stata

sotto al Vesuvio, ma piuttosto verso Pozzuolo, non molto discosta dal

lago Averno_.

La storia quindi degli scavi non parte che dal 1748, quando alcuni

agricoltori, avendo fatto delle fosse per piantagione d’alberi, si

imbatterono nelle mura di un edifizio e in una statua di bronzo.

Siffatta notizia portata a cognizione di Carlo III, regnante allora,

principe d’alti concepimenti, comunque despota per eccellenza[107], —

desti già la sua attenzione e l’interesse della scoperta da poco tempo

fatta di Ercolano, — come aveva fatto per gli scavi di questa città,

fece pur acquisto di tutto il terreno su cui quegli agricoltori avevano

lavorato e casualmente scoperta Pompei e posto mano ad intraprendere

escavazioni, gli venne dato di ottenerne i vagheggiati risultamenti.

La sorte eguale con Pompei avuta dalla città di Ercolano nella

sciagura e il destino quasi identico e contemporaneo delle escavazioni,

reclamano che una breve parola io dica qui dell’occasione fornita di

una tale resurrezione intorno ad Ercolano. La storia di questa città

sorella e quella de’ suoi scavi completa quella di Pompei: è quasi

impossibile il tenerle onninamente divise: l’una all’altra soccorre

indubbiamente.

Neppur d’Ercolano sapevasi la precisa ubicazione. Emanuele di Lorena,

principe di Elbeuf, venuto, a capo dell’esercito imperiale contro

Filippo V, in Napoli nell’anno 1713, innamoratone del cielo e del

clima, e già sposo alla figliuola del principe di Salsa, prese ad

erigersi a Portici una villa; un contadino, levato dalla escavazione

d’un pozzo alcuni marmi, avendoglieli offerti, fu il primo indizio

che lo guidasse sulle traccie della sepolta città ed estesi subito gli

scavi, non corse guari che rinvenisse iscrizioni romane ed osche, un

tempio con ventiquattro colonne, ed altrettante statue in giro, una

statua d’Ercole ed una di Cleopatra. Eureka! fu gridato da lui e dai

dotti; Ercolano è risorta.

I primi capolavori di bronzo e di marmo ritornati alla luce, proprietà

di chi li aveva trovati, andarono ad arricchire musei stranieri;

non così per altro che i moltissimi rinvenuti di poi non valessero

a costituire tutta una preziosissima raccolta in Napoli di pitture,

di vetri, di medaglie, di utensili, di busti e principalmente delle

due sole statue equestri in marmo che l’antichità ci abbia trasmesso:

quelle dei Balbo, padre e figlio. E a mille si trovarono i papiri più

greci che latini; in questi come nelle arti più ricca Ercolano che non

Pompei; onde ne nacque l’idea della creazione d’un’academia la quale

illustrasse i monumenti dell’antico che si sarebbero rinvenuti negli

scavi e che si intitolò _Ercolanese_.

Il re Carlo III, fin dalla prima scoperta, ad impedire che le antiche

preziosità che si sarebbero diseppellite passassero all’estero, con

grave nocumento del paese, s’affrettava a ricomprare dal principe

di Elbeuf quella proprietà, e spingendo con sollecitudine i lavori

di escavazione, era egli che aveva ottenuta la certezza che fosse

quell’antica città d’Ercolano.

Ma quegli scavi tornavano difficili, anzi pericolosi. Su quella città

non era stato un lieve sepolcro di ceneri e di scorie soltanto, come

in Pompei, che il Vesuvio aveva posto, ma uno greve e di lava e di

lapilli infuocati; onde quel sepolcrale coperchio, dello spessore

in più luoghi perfino di venti metri, aveva cotanto persuaso di sua

solidità, da far credere che fosse tutta una vera roccia vulcanica e

non lasciar sospettare che mai si celasse al di sotto, che le sorvenute

generazioni vi avevano confidenti fabbricato su tutta una città ed un

villaggio, Portici e Resina e sulle sontuose ville di romani guerrieri,

eretto inconsapevolmente palagi eleganti di artisti di canto e d’altri

facoltosi. Intraprese le escavazioni, era stato mestieri, non come

in Pompei, far uso della marra, per liberare i sottoposti edificj,

ma della mina, nè si potè agire che colle maggiori cautele, perocchè

a chi scenda e penetri dentro gli scavi ercolanesi rechi sorpresa e

spavento l’udirvi sovra del capo il rumoreggiar de’ carri e degli

omnibus che animano la graziosa Portici ed anzi paresse necessità

di nuovamente interrare più luoghi frugati ad impedire il disastro

di rovine, privando le moli sovrastanti de’ loro antichi e naturali

sostegni. Laonde l’intera scoperta d’Ercolano e il ricupero di tutte le

preziosità che nasconde non sarà mai possibile sin quando non vengano

abbattute le belle case e villeggiature di Portici, nè io sarò mai per

dire che metta proprio conto di pur ciò desiderare.

Non a torto quindi il medesimo monarca s’era sollecitato a recare in

sua proprietà anche il terreno sotto cui tutto creder faceva ascondersi

Pompei, acciò non fosse frodato il paese di quanto vi si sarebbe potuto

trovare ed a commettere l’esecuzione su più conveniente scala delle

ricerche e degli scavi, resi essi più agevoli dalla men dura materia

che li copriva, perocchè quivi non si trattasse che di rimuovere gli

strati di ceneri commiste alle pomici, oltre quella superficie che vi

si era sopra distesa e che già avea servito alla coltivazione.

A riguardo di queste due nobili città rivenute al giorno, potevasi dire

suggellato il vaticinio dal Venosino espresso nell’Epistola sesta del

libro I a Numicio:

_Quidquid sub terra est in apricum proferet ætas_[108].

Se non che parve che una vera, regolare e non interrotta prosecuzione

di tali scavi pompejani non avesse incominciato che nel 1799 e così

vennero di poi alacremente condotti, che siasi oggimai presso alla

scoperta di una metà della città, essendo tornate alla luce e mura

e porte, e archi e vie molte, e templi e basiliche, e fori e terme,

anfiteatro e teatri, case e tombe, in una parola tutta la parte più

interessante, tale dovendo ritenersi appunto e per essere quella che si

distendeva lungo la marina e che doveva però essere indubbiamente la

meglio ricerca per la sua animazione prodotta dal porto e da’ publici

ufficj che si adivano e per la frescura che procacciava il mare e

perchè in fatti vi si rinvennero i più cospicui edifici tanto publici

che privati.

Se le escavazioni progredivano con certa regolarità, non vi si

portavano nondimeno per lo addietro tutte quelle cautele, le quali

valessero a tutelarle e difenderle dalla cupidigia di molti, dalla

smania di tutti di posseder qualcosa di quanto si veniva scoprendo.

Coi lavoratori stipendiati mescevansi troppo spesso estranei che

s’appropriavano quel che potevano ascondersi e portar via: lucernette

ed idoletti, gingilli e monete, cose preziose e volgari vennero così

in copia asportati ed erano occasioni a tanto disperdimento l’accesso

publico e il commercio che in Napoli e ne’ paesi prossimi a Pompei se

ne faceva apertamente. Non v’ebbe di tal guisa publico o privato museo

d’antichità in tutta Europa che non possedesse alcuna reliquia antica

di questa città.

Ma per buona ventura fu posto freno e impedimento a ciò. Il

commendatore Fiorelli — il cui nome ho già più volte citato e lodato,

nè sarà l’ultima questa che l’avrò a ricordare, poichè esso si

connetta necessariamente ad ogni discorso che di Pompei si faccia

— giunto alla direzione e sovr’intendenza degli scavi, ottenne dal

Governo che venisse limitato l’ingresso libero in Pompei ne’ soli

giorni di festa; che pur in questi fosse il publico sorvegliato da’

guardiani da lui istituiti; che a’ forestieri e visitatori degli altri

giorni, imponendosi una tassa di lire due si convertisse il prodotto

a vantaggio degli scavi, e severi ordini si bandirono che vietarono

l’appropriarsi del benchè minimo oggetto, fosse pure una lampadetta di

terra cotta, o qualche piccolo vaso lagrimatorio; disposto avendo che

tutto, nulla eccettuato, s’avesse a trasportare nel Museo Nazionale di

Napoli a cui egli è tuttora preposto. Così l’egoismo privato più non

detrae agli studj del publico.

In Pompei stessa venne un antico edificio acconciato a scuola

d’antichità, comunque non vi sia ora più d’uno studioso che vi dimori.

Colà nondimeno vi si accolgono oggetti di ogni maniera trovati e

tutte le publicazioni che trattano di Pompei, o vi hanno qualche

attinenza. Il Giornale degli Scavi ne publica mano mano l’elenco, in

un con dottissime dichiarazioni di iscrizioni, di edificj o d’altre

cose che si vengono ritrovando. Augusto Vecchi, il bravo patriοta e

soldato delle italiane battaglie, più mesi soggiornando, solitario

nella risorta città, pensò e scrisse il suo libro che denominò Pompei

e intitolò a’ Mani de’ Pompejani, e in cui colla potenza della sua

fantasia ravvivò le morte generazioni e le morte cose, riconducendo i

lettori all’epoca del novissimo giorno pur da me storicamente descritto

e tenendo conto il più fedele che possibile fosse del vero nell’opera

sua di romanziero.

Il lavoro di ciascun giorno per parte degli operaj adoperati dalla

Amministrazione, sebbene proceda lento, conduce nonostante sempre

alla scoperta di interessanti cose e la fortuna corona spesso il

desiderio di chi fa gli onori agli illustri personaggi che traggono

a visitare Pompei, nelle felici invenzioni di oggetti preziosi che

poi figurano nelle bacheche del napoletano Museo. Io pure assistetti

all’opera della marra e dello sterramento di una casa pompejana,

coll’agitazione prodotta dal desiderio e dal timore insieme che i morti

abitatori di essa emergessero da quelle ceneri, e formai voto che il

Governo stanziasse maggiori fondi a tai lavori: ma chi può attendersi

che in Italia si volga ancora il pensiero e le cure alle arti,

quando l’imperizia o peggio de’ governanti ha già tanto pesato sui

contribuenti?

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 25 / 56 题