PERIODO SECONDO — IL CATACLISMA.

T. Svedio Clemente compone le differenze tra Pompeiani e Coloni —

Pompei si rinnova — Affissi publici — La flotta romana e Plinio

il Vecchio ammiraglio — Sua vita — La Storia Naturale e altre

opere. — Il novissimo giorno — Morte di Plinio il Vecchio — Prima

lettera di Plinio il Giovane a Tacito — Diversa pretesa morte di

Plinio il Vecchio — Seconda lettera di Plinio il Giovane a Tacito —

Provvedimenti inutili di Tito Vespasiano.

Pompei, dopo l’orribile guasto che aveva, pel tremuoto, toccato

nell’anno 63 di Cristo, dileguate mano mano le apprensioni, andava

rimettendosi a nuovo, facendosi, come già dissi, più bella.

A’ romani imperatori della famiglia Giulia, a Galba, Otone e Vitellio,

era nell’anno 70 dell’E. V. succeduta la serie de’ Flavj, e primo di

essi, Tito Flavio Vespasiano. Tra le cure della sua amministrazione

volse pure il pensiero a Pompei ed a delimitare i confini del

territorio della romana republica, occupato nel Pago Felice-Augusto

dalle tre coorti dei veterani, onde componevasi la militare colonia, e

togliere ogni pretesto, per i quali si rinnovassero i dissidj del tempo

di Publio Silla e le ribalde soperchierie, spedì Tito Svedio Clemente,

rinomato giureconsulto e tribuno. Studiò egli le rispettive ragioni

de’ cittadini e de’ coloni; vide la prepotenza di questi ultimi e la

violenza, nè bisognava di molto a capirla, poichè non vi fosse uom

dappoco o fanciullo che a prima giunta non la sentenziasse in quegli

avanzi di guerre astute e ladre; e così saviamente ogni cosa compose

e provvide a’ diritti de’ primi, che grati i decurioni elevarono la

sua statua sur un piedistallo, precisamente sul posto de’ diritti

acquistati e riconosciuti, presso la strada, cioè, dopo l’emiciclo

di Mammia sull’angolo della via che scorge alla villa di Cicerone,

scolpendovi a perenne ricordanza, la seguente onorifica iscrizione:

EX . AVCTORITATE

IMP . CÆSARIS

VESPASIANI . AVG.

LOCA . PVBLICA . A . PRIVATIS

POSSESSA . T . SVEDIVS . CLEMENS

TRIBVNVS . CAVSIS . COGNITIS . ET

MENSVRIS . FACTIS . REI

PVBLICÆ . POMPEJANORVM

RESTITVIT[80].

Il De Jorio die’ conto della statua di Svedio, dicendo che _accanto

al muro dell’angolo della strada, in livello molto superiore al suolo

antico si trovò una statua togata di marmo: nella mano sinistra teneva

un volume ed un anello al dito: la testa e le mani s’incontrarono

a piccola distanza: il pilastro che la sosteneva portava incastrata

l’iscrizione_[81].

Il benemerito E. Brizio seppe questa statua discernere per quella di T.

Svedio Clemente fra quelle collocate al Museo di Napoli: vi lesse la

sigla S nel castone dell’anello, significante forse _sigillum_, forse

Svedius, e descrive del personaggio che rappresenta: _il volto è d’uomo

avanzato in età, i capelli sono radi ed è calva la fronte; dalla faccia

si presume una complessione gracile del corpo_[82].

I duumviri stessi, a secondare le dette conciliazioni, e a prevenire

ulteriori dissidj e conflitti fra cittadini e coloni, provvidero a che

questi ultimi avessero ne’ pubblici spettacoli un posto che non avevano

prima, e l’iscrizione che questo provvedimento testifica, leggeremo nel

capitolo che tratterà de’ teatri.

Eliminati così gli inceppamenti che frappor si potevano al suo

risorgimento, Pompei lo veniva in ogni modo affrettando.

Presso il Foro Civile e la Basilica era maggiore la ressa degli operai

a sgomberare le rovine, a rinnovar le colonne: pietre vulcaniche e

travertino si venivano in que’ luoghi trascinando da’ giumenti; le

case, i templi, gli archi sollecitavano un medesimo lavoro; le vie

erano animate di carri e di popolo, gli Edili sorvegliavano le opere, i

cittadini profondevano l’oro e la fatica degli schiavi alle riparazioni

e come a Roma l’incendio appiccato da Nerone aveva recato il beneficio

di sgomberare di luride casupole e di sostituirvi palagi marmorei

di privati e publici sontuosi edificj, anche a Pompei il disastro

di sedici anni prima, dissipata la naturale paura che s’avesse a

rinnovare, aveva occasionato miglioramenti non pochi.

È così presto dimenticato il dolore e il pericolo corso, quando ogni

cosa sorride d’intorno!

Questo bel cielo che si distende sopra Pompei, questo azzurro mare che

ne bacia il clivo su cui si posa, quella lussureggiante vegetazione

che la circonda, questo aere molle che lusinga i sensi, questo monte

perfino che le sta di fianco, e lievemente fumigando, sembra ognuno

rassicurare che più non sia per ricominciare la sua lotta interna, nè

dare sfogo a furori esteriori, tutto consigliava, tutto persuadeva al

ritorno nelle graziose casette del passato, a ripopolare la gentile

città, a renderla più bella, più ornata, più delicata.

Pittori, accorsi da Grecia, vi istoriavano le pareti di leggiadri

appartamenti, e preparavano ne’ triclinj e nelle esedre fomiti

irresistibili alle lascivie dei commensali e vi compivano meraviglie

di arte; scultori ne adornavano gli impluvii, i tablini e gli atrii

di vaghissime statue e mosaici; artefici d’ogni maniera fornivano

le ricche suppelletili e gli xisti olezzavano di rose ed oleandri a

profumarne eziandio le camere terrene od ombreggiavansi di pianticelle

e d’arbusti esotici a miglior frescura di esse, e così ricorreva la

vita più giovanile e tumultuosa per le arterie tutte della graziosa

città.

I doviziosi dipingevano sulle muraglie delle case od all’ingresso della

città in caratteri rossi e neri affissi publici di appigionamento;

nè sarà privo di interesse qui trascrivere quello che Giulia Felice,

figlia di Spurio, fe’ pingere in rosso e fu rinvenuto intatto come

se fatto jeri, per chi concorrere voleva all’affitto per cinque anni

continui di tutti i suoi beni. Consistevano questi in un _bagno_,

in un _venereo_, o luogo di dissolutezze, ed in novecento taberne, o

botteghe, nelle quali si vendevano merci e gli artefici esercitavano

i loro mestieri, colle _pergole_, o balconi, sporti all’infuori

delle case e co’ _cenacoli_, o camere superiori per l’abitazione de’

mercanti, e si lasciava tempo ad aspirare alla condizione di tali beni

da’ sei agli otto d’agosto; apposta la condizione _si quis domi_ (o

_damnatum_) _lenocinium exerceat ne conducito_, espressa nelle sigle

iniziali, onde l’affisso si chiude; se pure non vogliasi assegnare ad

esse quella significazione che vi dà l’illustre Fiorelli, il quale così

ristabilirebbe la formula: _si quinquennium decurrerit locatio erit

nudo consensu_.

IN PRÆDIIS . IVLIÆ . SP . F . FELICIS

LOCANTVR .

BALNEVM . VENERIVM . ET . NONGENTUM . TABERNÆ . PERGVLÆ

CENACVLA . EX . IDIBUS . AVG . PRIMIS . IN . IDVS . AVG . SEXTAS

ANNOS . CONTINVOS . QVINQVE

S . Q . D . L . E . N . C .[83]

Altra iscrizione pure fu trovata sul pilastro di una casa, la qual

significa che nell’isola _Arriana Polliana di Gneo Alifio e Virginio

Maggiore, dalle prime idi di luglio_ (ossia otto di questo mese), _si

affittano le botteghe colle pergole ed i cenacoli equestri, convenendo

il conduttore della casa con Gneo Alfio Maggiore_.

INSVLA . ARRIANA

POLLIANA . GN . ALIFI . NIGIDI . MAI .

LOCANTVR . EX . I . IVLIIS . PRIMIS . TABERNÆ

CVM . PERGULIS . SVIS . ET . CŒNACVLA

EQVESTRIA . ET . DOMVS . CONDVCTOR .

CONVENITO . PRIMVM . GN . ALIFI

NIGIDI . MAI . SER .

La brevità del tempo concessa al concorso spiega la ricerca de’ locali

e la tornata affluenza della popolazione in Pompei.

E con essa la foga delle gazzarre e de’ publici divertimenti.

Plauto e Terenzio somministravano al Teatro Comico le loro

composizioni. Ovidio la sua _Medea_ e Seneca e i Greci tragedi le loro

opere al Teatro Tragico: il ludo de’ gladiatori ristabilito provvedeva

all’anfiteatro: i magistrati così di Pompei con siffatte lusinghiere

illecebre venivano richiamando le famiglie che sgomente l’avevano

abbandonata.

E i vicini traevano pur di nuovo alle sue feste; gli antichi usi, le

consuetudini prische, la voluttuosa vita, gli amori avevano come prima,

meglio di prima ripreso.

Venere Fisica vedeva nel suo tempio ripigliato il culto dalla

prediletta città cui dava anche il nome. Giove, Giunone ed Esculapio

accoglievano nei rispettivi loro templi voti e sagrificj, e l’egizia

Iside si rifaceva più venerata del bando cui era stata posta dall’Urbe

co’ suoi bugiardi e disonesti misteri.

La fama per ultimo aveva già susurrato la _buona novella_, che non

aveva ancora dichiarati credenti lungo tutte queste sponde, ma che

sapevasi come già percorresse le diverse provincie, a sostituir quella

fede che più non era profonda nei Numi, e ad abbattere quegli altri

altari, che ormai, più che dalla convinzione, erano dall’abitudine e

dal dovere frequentati, perchè quei riti erano collegati al modo di

vivere ed alle leggi connessi.

Era il prim’anno di Tito Vespasiano quando Pompei presentava tutto

questo superbo spettacolo di vita e di prosperità, — e siccome mi

avverrà di riferire tra breve l’immaturo fine di quel dottissimo e

celebre naturalista che fu Cajo Plinio il Vecchio, uopo è che a questo

punto informi il lettore del perchè l’illustre Comasco vi si avesse a

trovare.

Le due più importanti stazioni navali di Roma a’ tempi dell’impero,

riferisce Tacito avere Augusto stabilito a Ravenna ed a Miseno, dove

appunto ha principio, come sa il lettore, il bellissimo golfo di

Napoli. La flotta, _classis_, composta di triremi e di liburniche e di

altre navi, o imbarcazioni minori, a ruote od a semplici remi, era così

fra questi due punti principalmente distribuita.

Ora a comandante di quella parte di flotta romana ch’era di stazione

a Miseno, si trovava essere a que’ giorni Cajo Plinio Secondo, detto

Plinio il Vecchio.

Chi egli fosse giova conoscere, siccome il più importante personaggio

che figuri nella storia ricordato nel gravissimo evento che sto per

narrare, mercè le famose epistole lasciate dal nipote e indirizzate a

Tacito, il rinomato storico, e compirò questo debito sotto la maggior

brevità.

Cajo Plinio Secondo, a dispetto di chi lo volle di Verona[84], nacque

in Como — _Novocomum_ — l’anno 23 dell’Era Volgare, regnando in

Roma Tiberio. Suo padre fu Celere e sua madre Marcella. Datosi alle

lettere, non fu ramo di scienza cui non si fosse applicato, e dalla

assidua lettura degli autori latini e greci, solendo sempre prenderne

note, come è manifesto da quanto ne scrisse il di lui nipote e figlio

adottivo — Plinio il Giovine — potè trarne il profitto migliore. Fu un

vero miracolo di studj, considerando come perduto tutto quel tempo che

dava alle altre occupazioni. Così potè lasciare assai e assai opere,

delle quali la migliore e che si può considerare come l’enciclopedia

dello scibile antico, ci è rimasta ed è quella che si intitola _Naturæ

Historiarum_, divisa in XXXVI libri.

Essa fu da lui ordinata con certo metodo. Cominciò col contemplare il

mondo in generale; gli astri, le costellazioni, le comete, gli elementi

e le meteore, tutti i fenomeni celesti e terrestri passano rapidamente

sotto la sua penna. Descrive quindi la terra, cioè l’Europa, l’Africa

e l’Asia, e contiene codesta parte notizie e particolari importanti

sia per la geografia che per la storia. Segue la storia dell’uomo, poi

quella degli animali terrestri, degli acquatici, degli uccelli, degli

insetti e vie via discorrendo. Vi tien dietro il regno vegetale e vi si

tratta degli alberi stranieri, della gomma, della resina, de’ frutti,

de’ grani che servono alla alimentazione dell’uomo e per conseguenza

dell’agricoltura, del vino e della coltivazione della vigna e del

lino; degli arbusti e del loro uso nella medicina; de’ fiori, delle

api, del miele e della cera; degli usi differenti delle piante per

l’industria e per i farmaci, delle erbe che crescono senza mestieri

di coltura, di loro virtù e proprietà per certe malattie; de’ rimedj

tratti dagli animali e da’ pesci. Nove libri consacra alla materia

medica e riesce più completo di Dioscoride e di Galeno. Passa di poi

a’ minerali e metalli, di cui è per avventura il primo a trattare, nè

dimentica in tale proposito le acque medicinali e i sali. Si occupa da

ultimo delle materie impiegate dalle arti, de’ colori, delle terre, de’

marmi, delle pietre da fabbrica, e di quelle preziose; necessariamente

toccando della storia della pittura, della scultura, dell’architettura,

annestandovi digressioni curiose sul lusso de’ Romani, sulla

navigazione, il commercio ed altre interessantissime cose.

Quantità di notizie, profondità di studj e di filosofia e amenità di

forma sono pregi incontestabili di siffatta opera colossale, della

quale il celebre Buffon fa un elogio; abbenchè Geoffroy Saint Hilaire

l’abbia severamente giudicata una mera compilazione[85].

Svetonio ricorda di Plinio la _Storia delle Guerre Germaniche_,

compresa in venti volumi[86]; altri altre opere che lo attestano

indefesso e sapiente scrittore, e ne fanno ascendere il numero de’

volumi sino a cent’ottanta, scritti in minutissimo carattere.

Lo che non tolse che servisse dapprima nella cavalleria, che sostenesse

di poi continue e cospicue magistrature, stato essendo procuratore

altresì della Spagna, che fosse augure e da ultimo comandante, o, come

direbbesi in oggi, ammiraglio della flotta romana a Miseno.

È precisamente nel disimpegno di questa onorevolissima ed importante

carica che noi lo troveremo fra poco.

Spuntava l’alba dei primo giorno di novembre. — Una nebbia trasparente,

che non era delle solite d’autunno, distendevasi su tutto il golfo e

vi toglieva quell’ineffabile sorriso onde fu dal cielo privilegiato:

l’aria era straordinariamente greve e soffocante, nè spirava da veruna

parte alcun soffio di vento. Pur tuttavia, scendendo alla marina,

sarebbonsi vedute le onde disordinatamente mosse, come in ora di

tempesta. Chi andava colle idrie alle fontane per provveder l’acqua,

maravigliava di vederle gocciolare appena appena; la poche acque de’

pozzi avevano convertito in acre il loro gusto. Il Sarno medesimo, la

cui ricchezza in allora di onde non è bene argomentata dalla picciola

sua vena d’oggidì, parevasi per prodigio disseccato repentinamente.

Miasmi sulfurei e di _mofete_[87] si facevano sentire leggieri

dapprima, poi rendevansi più forti e dominavano, e la calma e affannosa

atmosfera era certo in contrasto coll’ora mattutina per consueto fresca

e pura; nè di tuttociò sapevansi indovinare le cagioni. Perocchè a

quanti fosse venuto in mente di rammentarsi il disastro del tremuoto

accaduto sedici anni addietro, e temuto avesse per quegli indizj non

fosse per rinnovarsi, rispondeva assicurando la tranquilla sommità del

vecchio Vesuvio, che sorrideva tranquillo; nè appariva perfino quella

bianca virgola di fumo che d’ordinario vedevasi liberare dalle sue

fauci.

Mano mano che il giorno avanzava l’aria facevasi più pesante, più

pallida e nebulosa la luce, maggiore ed affannosa la caldura; ma la

popolazione pompeiana era ben lunge ancora dal sospettare l’imminenza

d’un gravissimo male. V’hanno scrittori perfino che affermarono non

venissero per ciò que’ noncuranti cittadini rimossi dall’accorrere in

folla allo spettacolo dell’anfiteatro ch’era indetto per quel giorno.

E fra i sanguinosi combattimenti di gladiatori e di fiere li colse

improvvisa la collera del Vesuvio. La clessidra non aveva forse segnata

per anco un’ora dopo il meriggio. Un cupo mugolio rumoreggia sotterra e

sembra esso proceda da lunge, poi s’approssima mano mano, e ne traballa

il suolo, e prima che gli attoniti spettatori rivengano dalla sorpresa,

repenti spaventosi scoppi si odono dal lato della Porta Ercolano come

di tuoni e di folgori; una densissima e oscura nebbia invade il cielo e

l’aria si fa più bassa, e la notte più cupa sottentra al giorno. Tutti

sorgono da’ loro stalli e si precipitano in massa per gli ambulacri

e pei _vomitorj_, la calca urla, si preme e svia in quella oscurità,

fra clamori di uomini, strida di femmine, e nel trambusto v’ha chi

cade, chi sviene e rimane oppresso e schiacciato. Quel generale

frastuono è fatto maggiore e s’addoppia per l’eco che si ripete da una

estremità all’altra dell’arena[88]. Urlano agli inattesi fenomeni ne’

sotterranei, che fiancheggiano le porte principali dell’anfiteatro,

spaventate le fiere, e ne frangono i ferrati cancelli dandosi invano

alla fuga[89]; gemono i cani per le vie, mugghiano i bovi, nitriscono i

cavalli e tentano strapparsi alle greppie onde fuggirsene all’aperto.

Incomincia un grandinare di pomici e di lapilli; una pioggia fittissima

di ceneri e d’acqua bollente si rovescia a furia, mentre in qualche

parte cadono grossi basalti che sfondano, stritolano, uccidono dove

cadono.

Spesse folgori guizzano con odiosa luce ad illuminare l’orrore di

quella scena e rivelano la nera colonna di fumo che si leva dal cratere

del Vesuvio, pari a pino gigante, e i torrenti di lava incandescente

che si precipitan dal monte, che si fanno strada pei fianchi aperti

d’ogni parte e rovinano e scorrono a portar desolazione e lutto. Gli

alberi, al loro passaggio, crepitano, inceneriscono e scompajono in un

baleno; ogni vegetazione è arsa e distrutta.

[Illustrazione: La Catastrofe di Pompei. _Vol. I. Cap. V. Il

Cataclisma._]

I gemiti, le strida, gli ululati degli uomini rispondono alla generale

rovina e assordano miseramente la città; la disperazione regna per

le sue vie. Famiglie che fuggono verso il mare dove giunte gittansi

a furia sovra i fragili burchielli, già testimonj di letizie e di

voluttà, e vi trovano fra l’onde procellose la morte; mariti e padri

che vorrebbero trarre in salvo le mogli ed i figli; questi che in quel

bujo d’inferno vengono da altri accorrenti separati dai genitori:

richiami inutili, pianto disperato, orribili imprecazioni agli Dei.

I magistrati più nulla potevano e dividendo l’universale sentimento

della propria conservazione, provvedevano a sè medesimi: i sacerdoti,

tolta a stento qualche statua d’oro di nume, sottraevansi a’ templi: le

vestali, non curanti dei veli candidi e pudici, mescevansi atterrite

alla folla delirante e maledivan la Dea che le privava in quel punto

degli umani soccorsi. Vecchi che non reggono a’ passi della fuga e

s’accasciano rassegnati in attesa della morte; giovani che, pur volendo

involare gli antichi parenti, sono uccisi da’ proiettili del monte a

mezzo dell’atto pietoso; amanti che spirano nella reciproca assistenza

e nel primiero lor bacio[90]: confusione e caos terribile e peggiore

assai della morte, miscela orribile di urla, e d’omei, di atroci

bestemmie di uomini e di donne e di mugghj spaventosi di bestie, cozzo

di animali e d’uomini, sfascio di edificj e gragnuola incessante di

lapilli e nembi di ceneri sottili ed ardenti che invadono case, che

penetrano appartamenti e i più reconditi nascondigli, che soffocano il

respiro, che ricolmano e seppelliscono: puzzo acuto, insopportabile che

ti afferra e stringe le fauci, che istrozza: in una parola — rovina e

morte. —

Le torcie resinose che avvisavan taluni d’accendere a rompere

quell’atra notte, squassate qui e qua per le vie, pei crocicchi e

nel foro accrescevano l’orrore; nè valevano guari all’intento, chè la

pioggia bollente e gli inciampi d’ogni maniera le spegnevano, onde più

sgomentavansi e forviavansi i fuggenti.

Fra tanto lutto e terrore non mancarono scellerati uomini di penetrar

nelle case deserte e d’involarvi denaro e preziosità; ma vindice il

Vesuvio li puniva del sacrilegio, quando correvano di poi a salvarsi

colla infame preda.

Chi avrebbe in tanta confusione pensato allora a’ poveri prigioni?

Intento ognuno per sè, trepido e curante della propria esistenza o di

quella de’ più cari, chi avrebbe volto un pensiero al povero gladiatore

che stava ne’ ceppi del ludo ad espiare alcun fallo o a soddisfare il

capriccio dell’inflessibil lanista? Gli scavi pompejani discoprendo ed

il ludo e que’ ceppi, ci chiarì nelle ossa de’ piedi che ancor n’eran

costretti, come là quegli infelici avessero dovuto attendere l’estremo

fato, impotenti a difendersi dalla furia delle ceneri e della bollente

pioggia, impotenti a sottrarsene colla forza.

Ancor la sentinella che vegliava alla Porta Ercolano, all’ingresso del

Pago Augusto Felice, fedele alla avuta consegna, spirava impugnando

l’alabarda al suo posto, ed il suo scheletro rinvenuto diciotto secoli

dopo, attestò a’ posteri i rigori della militar disciplina che imponeva

Roma a’ soldati.

E tu pure, povera vedova di Marco Arrio Diomede, invano riparasti

nell’ampia _cella vinaria_ della tua casa co’ tuoi più cari, confidando

che là non ti avrebbe raggiunta l’ira dei numi! Venti scheletri si

sono rinvenuti colà, e tanta dovette essere la disperazione di que’

disgraziati, che le pareti, forse allora recenti, serbano tuttavia le

impronte loro.

Ben avevano detto i miseri Pompejani di credere quella fosse l’ora

dello sterminio totale dell’universo. Seneca, colla divinazione che è

propria del poeta, aveva dipinto alcun tempo prima, od almeno riassunto

tutto l’orrore di tal giorno in que’ versi:

_Trepidant, trepidant pectora magno_

_Percussa metu, ne fatali_

_Cuncta ruina quassata labent_

_Iterumque deos hominesque premat_

_Deforme chaos._[91]

Pochi furono i fortunati che giunsero a mettersi in salvo, fuggendo

per mare a Sorrento, a Neapoli o nelle isole adiacenti: così da’ pochi

fuggiaschi fu pur recata la dolorosa nuova a Miseno.

Tre giorni durò la spaventosa catastrofe ed a capo di essi voi avreste

cercato invano Pompei. La misera città era sepolta e scomparsa sotto

l’incredibile pioggia delle ceneri, e siffattamente scomparsa da non

sopravvivere pure la tradizione del luogo ove ella ebbe ad esistere,

se infino a mezzo il secolo scorso ebbe a invalere la credenza che là

fosse Pompei dove ora è Torre dell’Annunziata, che è quanto dire a due

miglia da dove venne poscia scoperta.

E con Pompei la vicina costiera era egualmente sparita. La più lontana

Stabia aveva patita la medesima sorte: Ercolano, Retina, Oplonti,

Tegiano e Taurania non esistevano egualmente più. I grossi torrenti

di candente lava, che al bagliore sinistro si vedevano vomitarsi dal

cratere e dagli aperti fianchi del Vesuvio, erano corsi sui monumentali

palagi delle ville di Cesare e dei Fabi e così le avevano ricolme da

stendere sovr’esse una pietra sepolcrale dello spessore di più metri.

Perfino il mare s’era ritratto d’alquanto dal poggio ove s’assideva

la spensierata città che descrivo, sì che al presente vi si vegga

interposto buon tratto di terreno: il cataclisma dunque era stato così

formidabile che mai a memoria d’uomini non fu poi visto l’eguale.

Plinio, il comandante della flotta a Miseno, non ebbe appena l’avviso

delle incominciate furie vesuviane, che vi era accorso sollecito,

e come poi miseramente vi perisse, vittima di quella scientifica

curiosità ch’egli ebbe di studiare il formidabile fenomeno, lascerò che

il lettore l’apprenda dall’epistola che il suo nipote e figlio adottivo

Cajo Cecilio Secondo detto Plinio il giovane, secolui e colla madre

convivente in Miseno, diresse a Tacito, l’illustre storico amico suo. A

tal uopo io la volgo nella nostra lingua, che congiuntamente all’altra

del medesimo pure a Tacito scritta, completeranno meglio il povero

racconto che della tremenda catastrofe ho io procurato di fare:

«Cajo Plinio a Tacito suo salute:

«Tu mi domandi ch’io ti scriva della fine di mio zio, onde ne possa

con maggiore verità tramandare a’ posteri. Ringrazio. Imperciocchè io

vegga che dove essa venga da te celebrata, si appresti alla morte sua

una gloria immortale. Quantunque infatti nello sterminio di bellissime

terre, egli, come i popoli e le città, sia rimasto, in così memorabile

evento ravvolto, da sopravvivere quasi eterno, e quantunque egli stesso

abbia molte e durature opere lasciate; molto tuttavia aggiungerà alla

popolarità del di lui nome la immortalità de’ tuoi scritti. Io certo

reputo avventurati coloro a’ quali è dato dal favore degli dei o di

compiere cose degne d’essere scritte o di scrivere cose degne di essere

lette; avventuratissimi poi quelli a’ quali e l’una cosa e l’altra

è concessa. Mio zio, mercè i proprj scritti e mercè i tuoi, sarà nel

novero di costoro. Laonde più volontieri m’accingo, anzi insisto a far

quello che tu mi imponi.

«Trovavasi egli a Miseno ed attendeva al personale comando della

flotta[92]. Erano le calende di Novembre[93], quasi all’ora settima,

quando mia madre gli mostra apparsa una nube d’inusitata grandezza e

specie. Accostumato a star bene alquanto al sole e quindi a bagnarsi

d’acqua fredda, aveva asciutto in letto e messosi poi a studiare,

domanda le pianelle e ascende in luogo da dove si potesse riguardar

ampiamente il prodigio. Una nube levavasi (che a chi da lontano

l’osservava non avrebbe indovinato da qual monte, che poi si conobbe

essere il Vesuvio), la cui somiglianza e forma nessuna altra arbore

meglio che un pino avrebbe raffigurata. Perocchè spingendosi in alto

come su lunghissimo tronco, si diffondeva per certi rami: credo che

ciò procedesse perchè sollevata da improvviso soffio s’allargava

poscia alla base, fors’anco vinta dal proprio peso, candida talvolta

e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse o terra

o cenere. Parve all’eruditissimo uomo che fosse il grande evento

meritevole di più vicino studio. Comanda allestirsi una liburnica[94] e

m’accorda, dove il voglia, seguirlo. Risposi amar piuttosto rimanermene

a studiare, ed egli stesso per avventura m’aveva commesso alcuna cosa

scrivere. Usciva di casa, quando gli si recarono alcune tavolette[95]

scritte. I classiarii di Retina[96], atterriti dall’imminente pericolo

(poichè quella borgata vi sottostasse, nè altra via di scampo vi fosse

che per le navi), supplicavano volesse sottrarli a tanto disastro.

Ei modifica la risoluzione e quel che aveva per amor di studio

incominciato, compie colla massima alacrità. Escono le quadriremi, vi

monta su egli stesso non per recar ajuto a Retina soltanto, ma a ben

molti altri, poichè popolata di gente fosse l’amenità della sponda.

S’affretta colà da dove fuggono gli altri ed in mezzo al pericolo

egli regola il corso e tien diritti i governali, così libero da

timore, da distinguere e disegnare tutte le fasi di quella sciagura

e tutte le figure come gli si paravano agli occhi. Già la cenere era

cascata sulle navi, quanto più s’accostavano, tanto più calda e più

densa; già anche le pomici e le pietre, nere, bruciate e spezzate

dal fuoco, già apertosi un improvviso guado e la ruina del monte

levarsi ostacolo al lido. Ristato alquanto, se dovesse dar addietro,

al timoniere che a ciò fare l’esortava, _i forti_, disse, _ajuta la

fortuna, raggiungi Pomponiano_. Questi era a Stabia, separato dal

seno frapposto, essendo che il mare, per l’aggirarsi e curvarsi delle

sponde, non vi si introducesse che a poco a poco. Quivi, quantunque

non fosse ancora vicino il pericolo, in vista nondimeno di esso

che col crescere si farebbe più presto, aveva portato sulle navi i

fardelli, in attesa di dover fuggire quando il vento contrario si fosse

acquetato; dal quale il mio zio invece assai favorito, colà sospinto,

abbraccia il trepidante, lo consola ed esorta e perchè colla propria

tranquillità meglio deponesse il timore, vuole essere trasportato nel

bagno; lavatosi, si pone a tavola e cena allegro od in sembianza di

allegro, lo che è più ancora. Intanto dal monte Vesuvio in più luoghi

divampavano larghissime fiamme ed alti incendj, il fulgore e chiarore

de’ quali veniva fatto maggiore dalle tenebre della notte. Egli per

rimedio al terrore andava dicendo quelle che ardevano essere le deserte

e solitarie ville abbandonate al fuoco dallo spavento de’ campagnuoli.

Allora si diede al riposo e riposò del più profondo sonno. Perocchè

il respiro, che per la corpulenza gli era più grave e sonoro, veniva

inteso da coloro che stavano sulla soglia. Ma lo spazio per il quale si

adiva all’appartamento, s’era per tal guisa di cenere mista a lapilli

cotanto colmo, che se più a lungo fosse rimasto nella camera, gliene

sarebbe stata negata la uscita. Riscosso, sorge e ritorna a Pomponiano

ed agli altri che avevano vegliato. Consultano in comune se debbano

restar in casa, o vagare all’aperto, perocchè la casa traballasse per

le frequenti scosse, e come scassinata dalle fondamenta, di qua e di

là ondeggiasse, e dell’uscir all’aperto si paventasse nuovamente il

ruinar de’ lapilli, comunque lievi ed esigui. Nel confronto de’ quali

pericoli si decise per codesto ultimo, in lui la ragione vincendo il

partito, negli altri la paura. Imposti de’ cuscini sulla testa, ne

li accomandano con fasce e ciò fu riparo contro quanto cadeva. Già

altrove il giorno, colà la notte più buja e densa d’ogni notte, la

qual tuttavia rompevano le molte faci ed i diversi lumi. A lui piacque

di portarsi al lido e da vicino riguardare se si potesse commettere

al mare, perchè mosso e procelloso perdurava. Quivi adagiandosi sovra

un disteso lenzuolo, una volta o due dimandò dell’acqua fresca e la

bevve. Poscia le fiamme e una puzza di zolfo, foriero delle fiamme,

volgono altri in fuga ed eccitano lui. Appoggiatosi a due si levò,

ma subitamente ricadde morto, impedito, siccome io argomento, il

respiro dalla più spessa caligine, onde gli si chiuse lo stomaco,

che già per natura aveva debole ed angusto e soggetto a frequenti

infiammazioni. Come fu ritornato il giorno (il terzo da quello che a

lui era stato l’ultimo), fu rinvenuto il di lui corpo integro, illeso

e ancor ricoperto de’ suoi indumenti, più simile la posa del corpo

ad uno che dorma, che non a defunto. Io colla madre eravamo sempre a

Miseno. Ma ciò nulla fa alla storia, nè tu bramasti sapere altro che

della morte di lui. Imporrò fine adunque; questo solo aggiungendo che

ho veracemente esposto tutto quello cui ho assistito o che ho udito

al momento, essendochè le cose vere tutte vengano ripetute. Tu le più

saglienti eleggi; perocchè altro sia una lettera, altro la storia;

altro è per l’amico, altro è scrivere per tutti. Addio.»

Così il nipote e figlio adottivo Cajo Plinio Cecilio Secondo narrò

la morte del grande naturalista ed ammiraglio della romana flotta;

ma per quanto autorevole la di lui testimonianza, non tolse che

differentemente altri la narrassero di poi.

Tra costoro, Svetonio, o quegli cui si vogliono attribuire le _Vite

degli Uomini illustri_, ci fa sapere come v’abbiano bensì certuni

che lo dicano oppresso dalla violenza della rena e delle faville,

ma ve n’abbia di altri ancora che ritengano essere stato da un servo

ammazzato, quando sentendosi soffocare per l’ardore, avevalo pregato

d’anticipargli la morte[97].

Il Rezzonico, accostandosi a quest’ultima opinione, la vorrebbe

confortare colla consuetudine de’ Romani di liberarsi con morte

volontaria da’ dolori della vita, e col sistema di filosofia di Plinio

il Vecchio, il quale non pare che avesse le più precise idee intorno

alla immortalità dell’anima[98].

Nè di diversa sentenza era per avventura messer Francesco Petrarca, se

potè nel _Trionfo della Fama_ introdurre il terzetto che riferisco,

mettendo per altro ancora in guardia il lettore contro quel, che io

reputo errore, come ho già precedentemente dimostrato, d’aver, cioè,

detto Plinio veronese:

Mentr’io mirava, subito ebbi scorto

Quel Plinio veronese suo vicino

A scriver molto, a morir poco accorto.

Tuttavia potrebbesi ritenere che il Cantore di Laura riputasse

egualmente essere stato poco l’accorgimento del vecchio Plinio di

esporsi sul lido del mare alle offese vesuviane, mentre ne fervevano

i furori, e che gli accagionarono la morte, anche senza ammettere la

morte datagli dal servo.

Ma all’illustre e severo storico non bastò lo intendere i casi del

vecchio Plinio; laonde pur quelli del giovine richiese, perocchè

avesse saputo costui essersi trovato ravvolto in quegli spaventosi

avvenimenti; epperò eccitava l’amico ad istruirnelo, ed io pensando

che pur un certo interesse provar dovrebbe il lettore a conoscerli, a

rendersi ben anco ragione dell’intero luttuoso quadro, dedurrò pur la

versione della seconda lettera che dall’argomento scrisse quell’egregio

all’amico.

«Cajo Plinio a Cornelio Tacito suo, salute:

«Tu dici essere tratto dalla lettera, che per tuo volere ti scrissi

intorno alla morte di mio zio, a desiderar di conoscere, quali timori

non solo, ma quali avventure altresì mi sieno toccate (ciò che del

resto m’ero posto per dirti e poi mi sono interrotto).

Benchè d’orror, nel rimembrarlo, frema

L’animo mio, principierò[99].

Partito lo zio, il restante tempo (poichè a ciò ero rimasto) io spesi

negli studj; poscia il bagno, la cena ed il sonno inquieto e breve. Per

molti giorni innanzi aveva preceduto il tremuoto; non ci parve notevole

gran che, perchè frequente nella Campania: ma quella notte[100] si

fe’ sentire talmente da credere che le cose tutte non si movessero

soltanto, ma crollassero. Irrompe nella mia camera mia madre, mentre

io stava per alzarmi e risvegliarla alla mia volta. Ci sedemmo nel

cortile della mia casa, che di poco spazio divideva la casa dal mare.

Non so se debba chiamare costanza od imprudenza: io non contava che

il diciasettesimo anno. Chieggo un volume di Tito Livio, e quasi per

ozio mi faccio a leggerlo e, come era il mio costume, a farne estratti;

quand’ecco un amico di mio zio, che non ha guari era a lui venuto dalla

Spagna[101], scorti me e mia madre seduti ed io anzi intento a leggere,

si pone a rimproverare la noncuranza di lei e la mia tranquillità;

contuttociò io non mi distolgo dal libro. Già era l’ora prima ed ancor

dubbia e quasi languida la luce; già crollate le case circostanti e

quantunque ci trovassimo in luogo aperto, pure essendo esso angusto,

grande e certo era il timore di rovina. Parve allora finalmente di

dover allontanarci dalla città. Ci segue attonito il volgo, e ciò

che nello spavento appare prudenza, al proprio antepone l’altrui

avviso, ed in gran numero essendo, preme ed incalza i fuggenti. Usciti

dall’abitato, ristemmo. Quivi assai cose che ti farebbero maravigliare,

e assai sbigottimento patimmo. Imperocchè i veicoli che avevam

comandato di condurci, quantunque in pianissimo campo, volgevansi in

opposta parte, e neppure rimanevano nello stesso luogo, malgrado con

grossi ciottoli si assicurassero. Il mare inoltre sembrava riassorbirsi

in sè medesimo e dal tremuoto indietro cacciarsi. Certo erasi inoltrata

la sponda, e molti animali del mare giacevan sull’asciutta arena.

Dall’altro lato una nube nera e spaventevole ravvolta da violenti

vortici di un vento di fuoco, si squarciava in lunghe figure di fiamme,

or pari alle folgori ed ora maggiori. Allora poi quello stesso amico

ch’era giunto dalla Spagna con maggior severità ed insistenza ci disse:

Se tuo fratello, se tuo zio vive, egli vuole che voi vi salviate; se

è perito, voi vuole superstiti: a che dunque ritardate a fuggire?

Rispondemmo che incerti di sua salvezza non ci reggesse l’animo di

provvedere alla nostra. Nè oltre si trattiene, via si precipita e

rapidamente si invola al pericolo; nè a lungo andò che quella nube

discendesse sulla costa e ricoprisse il mare. Aveva cinta e ravvolta

Caprea, e tolto alla vista Miseno, che si spinge avanti. Allora mia

madre a pregare, esortare ed ingiungere ch’io dovessi in qualunque

modo fuggire, poichè giovane lo potessi, non calere a lei il morire e

comechè grave d’anni e di corpo, pur che ella a me non fosse cagione

di morte. Io oppongo non volere scampare se non con lei, e quindi

presale la mano, la costringo ad affrettare il passo: ella obbedisce

a malincuore e sè accusa perchè a me cagione di ritardo. Già la

cenere arriva, comunque ancor rara: mi rivolgo; una densa caligine ci

incalzava alle spalle, e ci seguiva rasentando la terra, come torrente.

Pieghiam da lato, io dissi, frattanto che vediamo, onde sorpresi poi

nella via, la turba di chi ci accompagna non ci abbia nella oscurità

a rovesciare per terra. Appena c’eravamo seduti, che la notte piomba,

non come quando è senza luna o nuvolosa, ma come in luogo chiuso

sia estinto ogni lume; avresti udito ululati di femmine, stridere di

fanciulli e gridar di uomini: altri i parenti, altri i figli, altri

il consorte ricercar colle voci: si riconoscevano a queste: quelli

il proprio caso, questi lamentan l’altrui: v’eran di coloro che per

paura della morte, la morte invocavano. Molti alzavan la mano verso gli

dei, e parecchi negavano aver mai gli dei esistito e quella reputavano

essere la eterna e novissima notte. Nè mancarono di quelli che i veri

pericoli accrescevano con finti e simulati terrori. V’eran di coloro

che annunziavano venir da Miseno e averlo veduto ardere e comunque

mendaci, venivan creduti. Si rischiarò alquanto, ma a noi non parve il

giorno, ma il chiarore del fuoco che si avanzava; se non che questo si

arrestò più lontano: di nuovo tenebre, di nuovo cenere, molta e grave.

Questa noi, levandoci, scuotevamo di tratto in tratto, diversamente ne

saremmo stati, non che soverchiati, schiacciati dal peso. Mi potrei

vantare che un tanto frangente non mi abbia strappato un gemito e

neppure alterata la voce, se non avessi reputato a me misero di grande

consolazione il perire d’ogni cosa con me e con tutti. Finalmente

quella caligine diradata, si risolvette in fumo o nebbia, quindi si

fe’ giorno davvero ed anche il sole risplendette, comechè scolorito,

quale suol essere quando vien meno. Agli occhi ancor trepidanti si

presentarono mutate le cose, e, come per neve, oppresse da molta

cenere. Reduci a Miseno e ristorati alla meglio i corpi, passammo

la notte sospesi e dubbii fra la speranza e il timore, prevalendo il

timore. Imperocchè perfidiava il tremuoto e molti dementi[102] coi loro

spaventevoli vaticinj schernivano le proprie e le altrui sciagure. Noi

per altro allora, quantunque ammoniti dai passati, e nell’aspettazione

di venturi pericoli, non accogliemmo il partito di andarcene, finchè

non avessimo saputo dello zio. Queste particolarità, certamente non

degne d’essere registrate nella storia, leggi senza tenerne conto

nello scrivere, nè ad altri poi imputerai che a te stesso, se non ti

sembreranno pur in lettera convenienti. Addio.»

Tito Vespasiano Augusto, l’ottimo imperatore che deplorava perduto

quel giorno in cui non avesse accordata alcuna grazia[103], avuta

contezza del lagrimevole evento, non limitandosi, come scrive Svetonio,

a mostrare soltanto la sollecitudine d’un principe, ma spiegando tutta

la tenerezza d’un padre, prima con confortevoli editti, poi con reali

beneficj trasse agli infelici in ajuto e volle che, tratti per sorte

dal numero de’ consolari i procuratori, questi avvisassero a’ modi di

temperare tante sciagure e soccorrere a quelle popolazioni littorane

ch’erano rimaste senza tetto e fortuna, disponendo allora che alla

ricostruzione delle rovinate città, od a sollievo de’ superstiti

venissero impiegati i beni di coloro ch’erano periti nella eruzione del

Vesuvio, senza lasciare eredi, che altrimenti sarebbero stati devoluti

al fisco[104]; ma diligentemente esaminati essi i luoghi, non parve

loro sano consiglio il disotterrare le sepolte città, che altra volta

avrebbero potuto subire per conformi cataclismi una medesima sorte, e

ne fu però abbandonato ogni pensiero.

Intervenne per tal guisa a Pompei quel che veggiamo in mezzo agli

uomini tuttodì accadere. Lagrime e desolazione, rincrescimento della

vita, e giuri di lutto perpetuo onorano i primi giorni delle tombe

più predilette: poi il pianto si terge, si accolgono i conforti, si

rassegna a vivere, si dimentica, si ride e si danza forse nella camera

stessa dove il più caro de’ nostri ha dolorato poco prima ed è morto.

Sulle ceneri di Pompei i superstiti hanno arato, e seminato, crebbero

alberi, crebbero vigneti e sorsero cascinali, e le generazioni che si

vennero succedendo narrarono l’evento come di cosa assai assai lontana

e chi sa forse che non siasi da molti creduto ben anco che la fama e

gli scrittori avessero esagerato parlando di Pompei come di celebre

città della Terra di Lavoro.

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 24 / 56 题