CAPITOLO PRIMO

Il Vesuvio.

La Carrozzella napoletana — La scommessa d’un Inglese — Il valore

di uno schiaffo — Pompei! — Prime impressioni — Il Vesuvio —

Temerità giustificata — Topografia del Vesuvio — La storia delle

sue principali eruzioni — Ercole nella Campania — Vi fonda Ercolano

— Se questa città venisse distrutta contemporaneamente a Pompei — I

popoli dell’Italia Centrale al Vesuvio — Combattimento di Spartaco

— L’eruzione del 79 — Le posteriori — L’eruzione del 1631 e quella

del 1632 — L’eruzione del 1861 e un’iscrizione di V. Fornari —

L’eruzione del 1868 — Il Vesuvio ministro di morte e rovina, di

vita e ricchezza — Mineralogia — Minuterie — Ascensioni sul Vesuvio

— Temerità punita — Pompejorama.

Il mattino era bello ed io l’avevo salutato coll’inno migliore del

cuore; perocchè avessi divisato d’irmene in qualunque modo a visitare

la Rovine Pompejane.

Un egregio giovane, che vorrei nominare, mi dovea essere compagno nella

vagheggiata escursione; e puntuale infatti egli venne colla carrozzella

a levarmi dall’albergo.

Alla _carrozzella_ napolitana, permetta il lettore che io dedichi

qualche riga: essa è tanta parte dell’esistenza di laggiù, essa è

anche un gradevole ricordo per me che me ne sono tanto servito. Le

vie della grande città sono ogni ora, di giorno e di notte, percorse,

attraversate da migliaja di carrozzelle; i forestieri e la gente

del paese se ne valgono egualmente per accorciare le distanze e ne

è incentivo la poca spesa; tanto gli è vero il proverbio dei nostri

vicini: _rien qui ruine plus que le bon marché_.

La carrozzella è il brougham di Milano, la cittadina di Firenze:

con questo di divario che essa è sempre scoperta, come il più spesso

domandi la mitezza del clima: è insomma un calessino ad un cavallo,

leggiero e d’uniforme modello. È più che decente veicolo, e di ciò

vuolsi dar ampia lode a quel solerte Municipio che, a bandir la vecchia

e incommoda carrozzella, privilegiò la nuova di un aumento di prezzo,

portando la corsa da quaranta a sessanta centesimi.

La carrozzella va, vola, guizza fra la vettura blasonata e l’omnibus,

fra i carri e il curricolo campestre, sbiadita immagine del pittoresco

curricolo antico messo omai in abbandono, fra un gruppo di persone

ed un altro impedimento, senza che mai urti od offenda, perocchè i

cocchieri di Napoli, a parte la foggia del loro vario vestire, che

talvolta accusa l’avanzo del lazzarone, sono i primi cocchieri del

mondo.

Essi han per altro una caratteristica tutta propria: rado o mai avverrà

ch’essi, come i cocchieri d’altrove e come ne sarebbe il dovere, si

accontentino della mercede che loro si dà. Avreste voi generosamente

a pagar quattro volte quella portata dalla tariffa, che vi direbbero

egualmente, sporgendo la mano e come un ritornello:

— _Uscellenza, per la bottiglia?_

Un inglese faceva un giorno l’eguale rilievo davanti a’ suoi amici

napoletani, i quali forse per pudore municipale, richiamavanlo in

dubbio. L’inglese fido al vezzo del suo paese, propose, a prova del

proprio assunto, una scommessa e fu accettata. Entrò adunque nella

prima carrozzella che gli occorse, ed al suo fianco sedette uno di

quegli amici. Tennero breve la corsa: l’inglese, giunto al luogo che

aveva designato, scendendo, porgeva cinque franchi al cocchiere, cioè

più di otto volte quel che doveva secondo la tariffa; ma non per questo

il cocchiere, portando la mano al cappello, ristava dall’abituale

domanda:

— Uscellenza! per la bottiglia! — e la scommessa fu vinta dall’inglese.

In ricambio questi valenti automedonti, come tutti i buoni figli

di quel popolo, sono passivi ai più acerbi rimbrotti, anche se

talvolta essi vengano commentati col rovescio della mano. Esempio. Un

forestiero, al par di me, si era fatto accompagnare in carrozzella alla

stazione della strada di ferro per andare a Pompei. Là venuto a contesa

col cocchiere, che pretendeva essere stato impiegato a servizio d’ora e

non di corsa, si era lasciato andare ad applicargli uno schiaffo, quasi

a perorazione della sua filippica: il cocchiere si tenne allora per

pago e se ne andò. All’ora del ritorno, alla ferrovia le carrozzelle

attendevano numerose gli arrivati, i cocchieri facevano chioccare

la scuriada, urlavano le loro proferte. Fra di essi vi era pure il

cocchiere della contesa del mattino, il quale vista la sua pratica

vivace, lieto del rivederla, come fosse una conoscenza amica, per

adescarlo ad entrare di nuovo nella sua carrozzella,

— Signorino, gridò; uscellenza, venite qui! Io sto quello _quaglione_

(ragazzo) de lo schiaffo di stamattina.

Il richiamo non riuscì vano: il forestiere sorrise a quel nuovo genere

di raccomandazione, lui preferì e riparò così il troppo lesto suo

procedimento del mattino.

Ora ritorno alla mia carrozzella.

Percorremmo con essa Santa Lucia, passammo dinanzi il Real Palazzo e il

Gran Teatro e per la Porta del Carmine, famosa un dì per l’insurrezione

di Masaniello, uscimmo alla stazione della ferrovia che da Napoli,

passando per Pompei, mette capo ad Eboli.

Non s’era posto in movimento ancora il traino, che già una pioggerella

veniva, come una beffa al mio inno di un’ora prima, inopinatamente a

sbattere nei vetri del vagone; ma non fu infatti che una celia, perchè

non eravamo ai Granili, che già essa con mia grande soddisfazione aveva

cessato.

Dopo tre quarti d’ora all’incirca, s’arrestò il convoglio, e scendemmo

al grido propagato dei conduttori:

Pompei!

Provai un palpito più frequente a quel nome, come l’avrà a un di

presso provato il fido Acate, quando dalla prora del suo naviglio

che recava il pio Enea e i penati profughi da Ilio, vide e salutò

_Italiam! Italiam!_ e posto piede in terra, diedi collo sguardo una

buona ricercata allo intorno, a riconoscere il luogo, e innanzi tutto

lo tenni fisso al monte che, sogguardando la sua vittima antica,

tranquillamente fumigava, come un indolente marinajo che sulla tolda

sdrajato della sua paranzella mandi fuori spessi nembi di fumo dalla

sua pipa bruciata.

Il Vesuvio è ben più di sette chilometri discosto da Pompei: or come

avvenne, mi chiedeva io maravigliato, che potesse un dì eruttar sì

gagliardo da seppellire sotto le sue ceneri e le sue pomici e quella

città e Stabia? Che ciò accadesse ad Ercolano, ad Oplonte, a Retina;

che Torre del Greco venisse per nove volte distrutta dalle lave

invaditrici, si poteva benissimo capire, perchè disotto o poco meno; ma

doveva essere stato un ben fiero cataclisma se il disastro aveva potuto

raggiungere quelle due lontane città.

Prima ora d’introdurre meco il lettore nelle Rovine, soffra ch’io apra

qui una parentesi e che favelli alcun poco di questo ignivomo monte,

cagione sola di esse, e che costituisce anche in oggi una delle più

curiose ragioni di intrattenimento a chi visita Napoli, come alle terre

medesime che assai spesso visita e devasta reca fecondità e ricchezza.

È questo solo il motivo per il quale è dato coonestare quella

incredibile temerità che spinge la gente di questo suolo ad abitarne

in paesi le falde, come Bosco Reale e Bosco Tre Case; e più d’un

signore a tenervi amena abitazione di campagna perfino a qualche

miglio al disotto del cratere, sicchè appena il suo cono si possa dire

disabitato, perchè scosceso affatto ed arenoso.

Non parrà vero infatti, ma sta che dentro un perimetro di quattro

miglia allo intorno del Vesuvio si adagino spensierate altre undici

popolose borgate: esse sono Portici, Resina, San Giorgio a Cremano,

Torre del Greco, Torre dell’Annunziata, che fornisce da secoli i più

animosi ed abili corallari[14], Ottajano, Somma, Sant’Anastasia,

Pollena, Massa e San Sebastiano, con una popolazione complessiva

di centoventimila persone, ricadendone così duemila per ogni miglio

quadrato.

Il Vesuvio, che sin da’ tempi di Roma pagana appellavasi _Vesuvius_,

o _Vesvius_ e _Vesevus_ più anticamente, è l’unico vulcano che abbia

il continente europeo — poichè l’Etna sta nell’isola Sicula — e dista

di sette miglia, ad oriente, da Napoli. La sua elevazione è di 1292

metri[15]; la base, alla distanza di 4 miglia in linea retta dal

suo cratere, ha una periferia di 24 miglia. Le falde di sud-ovest si

tuffano nelle onde del golfo di Napoli, e sono quelle che sostengono

i territorj più soggetti alle lave, come lo sono quelle dell’est che

sfumano per la pianura della Campania; le falde invece del nord, che

degradano pur nella stessa, difese dalle creste del Monte di Somma

che si elevano a guisa di un ferro di cavallo, e che un giorno non

formavano col Vesuvio che una sola montagna, vanno immuni dalle

eruzioni e dai loro guasti.

Se si pon mente così a’ vulcani del Puebla, dell’Orizaba, del Pichinca,

dell’Artisana, dell’Arequipa, del Picco di Teneriffa ed anche del

nostro Mongibello, esso non è certo fra’ più giganti; ma le sue

eruzioni son nondimeno e terribili e frequenti; forse perchè, scrive

Giuseppe Rudini in un suo cenno compendioso sul Vesuvio, intorno ad

esso non ve ne sono altri, come avviene nelle Americhe e nella Oceania;

l’isola di Giava essa sola contandone più di trenta, quantunque abbia

una superficie inferiore all’Italia.

Ho detto frequenti le eruzioni del Vesuvio e qui, toccando appena di

quegli incendj che qualche scrittore avvisa avvenuti molti secoli prima

della presa di Troja, e di quell’altro ch’ebbe luogo, secondo Aurelio

Alessio Pelliccia[16], dopo l’eruzione della Solfatara, negli anni

1000 avanti l’Era Volgare, e da cui egli opina abbia avuto origine

il territorio Nolano, Sarnese e Nocerino, mi piace citare, poichè mi

cade in taglio, un brano di Diodoro Siculo, il qual viveva al tempo

d’Augusto, spiccandolo al libro quinto delle _Antiquitates Historicæ_,

acciò sia prova che le eruzioni di questo Monte risalgono nella

antichità sino ai tempi favolosi. Perocchè insino al secolo scorso i

più dotti uomini di lettere, copiandosi l’un l’altro, avessero ripetuto

che la prima eruzione del Vesuvio quella fosse stata in cui era seguìta

la morte di Cajo Plinio Secondo il vecchio; errore codesto che divise

altresì quel padre Della Torre, che pure una dotta dissertazione lasciò

scritta nell’argomento:

«Hercules deinde a Tiberi profectus, per littus Italiæ ad Cumæum venit

Campum: in quo tradunt fuisse homines admodum fortes et ob eorum

scelera Gigantes appellatos. Campus quoque ipse, dictus Phlegræus,

a colle qui olim plurimum ignis instar Æthnæ Siculi evomens, nunc

Vesuvius vocatur, multa servans ignis antiqui vestigia[17].»

La presenza in questi luoghi di Ercole, ai quali egli recava, giusta

la storia, la fiaccola della civiltà, fu segnalata a’ posteri eziandio

dalla fondazione di quella illustre ed infelice città che da lui

tolse gli auspicj ed il nome, e però fu chiamata Ercolano. Ivi ebbe

l’invitto semidio e culto ed altare dai grati abitatori e da quanti,

come Giulio Cesare e i Fabii, rapiti dalla superba leggiadria del

luogo, vi eressero ville e palagi, infino al nefastissimo giorno in cui

la travolsero prima i tremuoti e poi le lave irruenti senza posa del

Vulcano che le incombeva, e fu quel giorno — secondo la fede dei più

— che non dissimile sorte toccava a Pompei, a Stabia e ad altri borghi

minori.

E dissi fosse il medesimo giorno, cioè il nono delle calende di

dicembre (23 novembre) dell’anno 79 di Cristo; abbenchè non manchino

argomenti a credere che Ercolano non venisse sepolta che anni dopo, se

Plinio il giovane nelle due lettere in cui narra a Tacito l’eccidio

pompejano, e che in altro capitolo riferirò, non fa menzione che ad

Ercolano arrivasse la sventura medesima, e se Lucio Floro vent’anni

dopo parlasse ancora di Ercolano come di città tuttavia sussistente.

Dell’autorità di Seneca non m’avvaloro io qui a sostegno di tale

congettura, come qualcuno ebbe a fare, perocchè non ignorasi come

quello scrittore fosse morto molt’anni prima del 79.

Io non ho a scopo di sollevare e discutere questioni storiche ed

archeologiche, nè mi vorrei misurare con chicchessia che altri studj ed

altro tempo mi occorrerebbero: noterò quindi ora solo che se Ercolano

e Pompei toccavano a un tempo stesso la tomba, quasi a un tempo stesso

del pari gittavano il primo lembo del pesante coperchio, a mezzo il

secolo scorso.

Fu a mezzo del quarto secolo di Roma che alle falde del Vesuvio si

trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale, quando

i Romani, a sventare le cospirazioni del Lazio a danno della loro

sicurtà, sospinsero Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, e fu

quella, dice il Cantù[18], _guerra feroce come le fraterne, segnata da

ricordi della severità dei patrizj conservatori e dagli avanzi delle

truci religioni pelasghe_. Ma su di ciò sorvolo adesso, chè m’avverrà

di ritornarvi nel capitolo seguente.

È a questo punto che a ricordar altro fatto famoso, il quale si lega ai

fasti vesuviani, debbo registrare altro combattimento che vi ebbe luogo

e fu glorioso a Spartaco, il trace gladiatore.

Era l’anno 682 dalla fondazione di Roma.

Rinchiuso quel gagliardo con altri gladiatori schiavi nel ludo di

Lentulo Batiato in Capua, secondo narra Plutarco[19], stanco omai

dell’iniquissimo costume che sè e i compagni condannava a duellare

nel circo, a spettacolo di tristi padroni e di stolta plebe, a farla

finita con quella degradazione, aveva spezzata la catena della servitù

e vendicato si era a libertà. Un carnajo aveva costato a Capua quella

sollevazione di schiavi e uscitone libero, a capo di settantaquattro

rivoltosi al pari di sè determinati, erasi ritratto su per i balzi del

monte Vesuvio. Quivi lo accerchiava e incalzava Clodio Glabro alla

testa di tremila soldati, e così costui l’ebbe ridotto al sottile,

sospingendolo fino alla aspera sommità, che una sola escita vi fosse

e quella guardasse egli e i militi suoi, onde ogni adito precluso,

si credesse omai certo d’averlo agevolmente nelle mani. Ma Spartaco

ricorse allora ad astuto espediente. Aveva in buon numero raccolti

i tralci delle viti selvatiche di lambrusco che inghirlandavan la

montagna e quelli a vimini attorcigliati siccome corde, li accomandò

forte ai crepacci delle rocce, e per tal guisa, egli ed i suoi

scivolando per essi lungo i precipizj, potè inavvertito calare alla

pianura, da dove poi soprarrivando alle spalle delle milizie pretoriane

così le ruppe e sbaragliò da maravigliare ognuno e d’assodare di

tal forma la propria fortuna e comparir quasi subito di fronte alle

legioni romane con diecimila combattenti e poscia con centomila, e da

far paventare per lungo tempo Roma, la possente Roma, di sua salute.

La guerra degli schiavi, _servile bellum_, da lui iniziata, e che fu

chiamata seconda, perchè altra sollevazione dei servi erasi molt’anni

prima combattuta, occupò seriamente assai la Republica, molte pagine

interessanti vi consacrò a buon diritto la storia.

Tace questa del formidabile monte per il corso di cencinquant’anni; ma

innanzi ad esso ci guida il primo anno d’impero di Tito Vespasiano, per

farci assistere al più crudele e spaventoso spettacolo; ond’io riprendo

il filo dell’interrotto argomento.

L’anno 79 dopo l’Era Volgare, avvenne quella formidabile eruzione

che Taurania e Oplonte, Retina ed Ercolano, Pompei e Stabia desolò e

seppellì, e della quale recherò in un capitolo venturo la miseranda

istoria, e le vie stesse di Ercolano e di Pompei discoperte, e le

costruzioni loro, in cui tanto entrano i graniti usciti liquidi dalla

bocca del vicino vulcano, ne chiariscono de’ precedenti commovimenti, a

scaltrire dell’errore coloro che, come dissi, pretesero datar le furie

vesuviane da solo quest’anno. Altri molti seguirono di poi, quelli

più memorandi assegnandosi agli anni 203, 472, 512, 685, 993, 1036,

1049, 1138, 1139, 1308, 1500, 1557, 1538, 1631, 1632, 1660, 1682, 1694,

1701, 1704, 1712, 1717, 1730, 1737, 1751, 1754, 1755 a cui s’arresta

l’enumerazione che ne fece il padre Della Torre.

Fu avvertito come importante pel riguardo geologico quello del 1036,

perchè fosse il primo, che secondo i ricordi storici, mandasse la lava

liquida dal nuovo cono, avendosi anzi ragioni per credere ch’essa fosse

giunta infino al mare.

Uno straordinario fenomeno vulcanico rammenta nella sua _Descrizione

del Vesuvio_ l’inglese Logan Lobley, avvenuto nel 1538. «Negli ultimi

tre giorni del settembre, dice egli, scorsi il Monte Nuovo, fra Barà

e Pozzuoli. Questa collina è alta circa quattrocento piedi e contiene

un vero cratere, quasi tanto profondo quanto è alto il monte. La

formazione del Monte Nuovo è degna di particolare attenzione perchè

offre una spiegazione probabile del modo con cui la parte più bassa

del Vesuvio venne formata in origine, perchè dacchè vi ha una prova

evidente che il Monte Nuovo è un cratere di eruzione, non sembra

siavi molta inverosimiglianza nella nostra supposizione che il grande

complesso del Vesuvio, come pure tante altre cime composte di materia

vulcanica, abbiano avuto una cosiffatta origine.»

E di parecchi altri di essi commovimenti mi vennero alle mani non

inopportune notizie, desunte le une dal _Giornale dei letterati_

dell’abate Nazari[20], le altre da un interessante manoscritto

esistente presso il signor Camillo Minieri Biccio dal titolo _Historie

Prodigiose_. Nelle prime si attesta a quanta distanza venissero spinte

le ceneri vesuviane nell’eruzione del 1631 e in quale quantità, onde

non sia a maravigliare che potesse essere stata dalle medesime ravvolta

e sepolta nel 79 Pompei; e nelle seconde l’eruzione del 1632 verrebbe

segnalata come la più terribile e disastrosa, dopo quella dello stesso

79. Io vi spicco pertanto quel tratto da entrambi che ne porge i meglio

importanti particolari.

«Il 6 dicembre 1631, dice il giornale del Nazari, riferendo una lettera

del capitano Willelm Badily, essendo egli nel golfo di Volo (Macedonia)

sopra l’àncora, la notte intorno alle dieci ore dell’orologio, cominciò

a piovere rena e cenere, e continuò sino alle due ore della mattina

seguente. Era intorno a due diti alta sopra il tavolato in modo che

la gittarono fuora con pale, e come fecero la neve il giorno avanti,

ne portarono in Inghilterra una buona quantità e ne diedero a diversi

amici.» Antonio Bullfon[21] del resto affermò che in molti luoghi

d’Italia e sino a due sole giornate da Costantinopoli, furono portate

le ceneri, e fuori della voragine furono balzati per aria sassi, di

peso intorno a cinquecento cantara, e taluno portato dodici miglia

lontano dal monte per la violenza dell’impeto che lo spingeva assai più

che una bomba non sia dalla polvere trasportata.

Secondo il detto scrittore inglese in questa catastrofe sarebbero

perite non meno di diciottomila persone; ma forse una tanta rovina non

si avverò che nell’anno dopo. Infatti ecco quanto è nel manoscritto del

signor Minieri Riccio circa l’incendio avvenuto nell’anno susseguente.

«Ma che si dirà della spaventevole apertura che fece detto monte

(il Vesuvio) l’anno 1632 intorno alle feste di Natale, il quale si

aperse con tanti truoni et tanta quantità di ceneri, ciò che fu cosa

compassionevole con la perdita di molte migliaja di persone et molti

animali. Ruinò molte terre allo intorno come la Torre del Greco, la

Torre dell’Annunziata, Massa, Somma, Sant’Anastasio, Ottajano, et altre

terre allo intorno di detto monte con la lava grandissima di ceneri

ardenti et acqua bollente che produceva detto monte, giettava pietre

dalla sua vacua apertura della grandezza della pietra di molino, et si

fece la apertura di quattro miglia di rotondità.»

Nella eruzione del 1737 vuolsi che scaturisse un ruscello di lava che

conteneva oltre a 33,000,000 piedi di lava. Sir Carlo Lyell ne’ suoi

_Principles of Geology_, allude alla lava di questa eruzione quando

dice che si può osservarla presso Torre del Greco, ove ha una struttura

a colonne.

Le eruzioni del 1766, 1767 e 1770 sono state geograficamente descritte

da sir William Hamilton nelle sue _Lettere alla Società Reale_ e

massime dell’ultima reca curiose particolarità.

Quando avvenne il famoso terremoto delle Calabrie nel 1783, scrive

l’illustre L. Palmieri, — cui si devono le più dotte elucubrazioni

intorno ai fenomeni di questo vulcano e il trovato del sismografo

che ne previene de’ medesimi —, esso finì con la grande eruzione

dell’Etna dello stesso anno, seguita dal lungo eruttare del Vesuvio

fino al 1788. Senza ricordarne altre eruzioni intermedie, quantunque

terribile fosse quella del 1793 che durò dal febbrajo fino alla

metà di giugno dell’anno susseguente, in cui secondo i calcoli di

Breislak sarebbersi eruttati 46,098,766 piedi cubi di lava; quella

non dimenticherò accaduta nel dicembre 1861, che tanto danno recò a

Torre del Greco, perchè essa porse occasione a bell’esempio di patria

carità, pel concorso di tutta Italia a temperarne la sciagura a quegli

sgraziati terrieri. Il generoso fatto viene ai posteri rammentato da

un’iscrizione dettata da V. Fornari, e scolpita in Torre del Greco

stessa, la quale godo di riportare:

SARÀ PERPETUA LA GRATITUDINE

DI QUESTI ABITANTI

VERSO I FRATELLI DI TUTTA L’ITALIA

NE’ QUALI FU TANTO VIVA LA CARITÀ

DELLA COMUNE PATRIA

RECENTEMENTE UNITA

MDCCCLXI

UN CROLLO DEL SOPRASTANTE VESUVIO

RUINÒ QUANTO ERA MURATO

ACCORSERO DA OGNI PARTE

CON AJUTI SÌ GENEROSI

CHE NE FURONO ALLEVIATE LE MISERIE PRESENTI

E NE AVANZÒ DA FONDARE

UN ASILO D’INFANZIA

E IL RICOVERO PER DUE ORFANI.

Quasi continue arsioni vesuviane si vennero succedendo dal febbrajo

1865 fino al mese di maggio del 1868.

L’ultima fase della lunga attività del Vulcano, colla quale ha

devastata la più amena e fertile contrada che ancor esisteva alle falde

del monte, denominata delle _Novelle_, venne percorsa nel novembre

di quello stesso anno 1868. Ad ammirarne i più formidabili fenomeni

trassero a migliaja da ogni dove le genti, ed io, per la prossimità

dell’epoca, sono eccitato a qui riprodurre quelle notizie che il

sullodato signor Palmieri ha mandate per la stampa in una strenna

apparsa il passato anno in Napoli, dal titolo appunto _Il Vesuvio_,

edita a pro dei danneggiati dall’eruzione, e nella quale ebbi l’onore

di essere collaboratore.

«Nel dì 15 del passato mese di novembre, scrive egli, il cono vesuviano

mostrò dal lato di settentrione una linea di fumarole dalla cima alla

base, e tosto alcune di queste si trasformarono in vere bocche di

eruzione. Era quello il segno di una fenditura avvenuta, e quindi del

cominciamento di una forte conflagrazione con la quale doveva fluire la

lunga serie delle piccole eruzioni centrali che durava sino dal 1865.

«E veramente le lave apparvero ben presto copiose per tre fenditure

alla base del cono, sulle quali si formarono tre serie di coni

effimeri, i quali indicavano che la fenditura di eruzione partendo

unica dalla cima del cono si tripartiva alla base. Questi coni

mostravano una grande attività, imperciocchè con molto fumo

cinereo gettavano in alto materie incandescenti, ed in mille guise

strepitavano. Tre fiumi di fuoco con le loro sponde di scorie si

vedevano scorrere nell’_Atrio del cavallo_, i quali precipitandosi per

varie cascate nel fosso della Vetrana lo ricoprivano fino alle sponde

ove ardevano alberi di querce e di castagni. Percorsa questa valle,

che passa sotto le mura dell’Osservatorio, queste lave cadevano con

nuove cascate di fuoco nel sottoposto burrone con grave spavento degli

abitanti di Massa e di San Sebastiano, i quali ricordavano che le lave

del 1855, venendo per la stessa via, aveano sepolta una parte delle

loro case e delle loro vigne. Ma l’ignito torrente invece di spingersi

innanzi pel _Fosso di Faraone_, si volge a sinistra sotto la coda di

Apicella, dove nel 1855 erasi versato un rivolo di lava, ed invade

furioso le campagne sottoposte accennando a San Giorgio. Nell’amena

e fertile contrada detta delle _Novelle_ per vini e per frutta molto

rinomata, eravi una quantità di case coloniche ed abitazioni campestri

con una piccola chiesa dedicata a San Michele; la maggior parte di

questi edifizj furono coperti dal fuoco, e noi vedemmo le solite

scene dolorose della gente che fuggiva trasportando chi il letto, chi

la marra e la scure e chi cercava di mettere in salvo le botti col

vino non ancora venduto. Fortuna volle che dopo sette giorni le lave

dall’alto prontamente scemarono, e quindi il fronte minaccioso si fermò

prima di giungere a San Giorgio cui erasi approssimato. La sera del dì

26 si videro gli ultimi residui di quel fuoco presso l’Osservatorio,

ed il dì 27 un maestoso pino si appalesò sulla cima del Vesuvio[22].

Mentre le lave sgorgavano dalla base del cono, la cima di questo non

solo non si quetò, ma mostrò anch’essa un’attività più considerevole

senza dare per altro alcun rivolo di lava. Questa usciva solo dai coni

surti nell’Atrio del cavallo.

«Il segnale della diminuzione dell’incendio fu la gran copia di cenere

che dalla cima del monte fu menata in aria insieme col fumo nei giorni

20 e 21, e la sera alcune folgori si vedevano solcare quel pino, che

maestoso e tetro si elevava dalla bocca centrale del Vesuvio. Ebbi

occasione di ripetere i miei studj e di rifermare le mie scoperte sulla

elettricità del fumo e della cenere. Finito l’incendio sono entrato

nei coni di eruzione, ho raccolte le svariate sublimazioni, dalle

quali sono rimasti vagamente tappezzati, ed ho raccolto eziandio molti

prodotti dalle fumarole. Ora sto facendo le analisi chimiche, i cui

risultamenti saranno comunicati all’Academia insieme ad altre indagini

scientifiche da me istituite.

«Dico solo che in dieci giorni uscirono dalle bocche di eruzione oltre

a sei milioni di metri cubici di lava, la quale presso i coni nel tempo

di massima attività aveva una velocità di 180 metri a minuto primo. Il

danno arrecato ascende a circa mezzo milione di lire.»

Ecco adunque come il Vesuvio, ministro di rovina e di morte, possa

esserlo altresì, come più sopra avvertivo, di ricchezza e fortuna

alle circostanti popolazioni: perocchè cui tocchi tanto materiale,

convertibile in uso di fabbriche e di selciature, equivalga ad una

fortuna, molto più se di quella più pregevole qualità che a determinati

servigi si richiede.

«Il Vesuvio, scrisse l’ab. Luigi Galanti, è un monte d’oro pe’ suoi

ricchi prodotti: distrugge e crea, toglie e ridona. La cenere che

distrusse i frutti nel 1794, gli animò nell’anno seguente; e nel 1796

le uve rimasero in parte per l’immensa quantità invendemmiate. Lo

stesso accadde coll’eruzione del 1822, e molti corsi di lave affatto

sterili, diventarono coltivabili coll’essere stati da quella eruzione

coperti di sabbia. Le frutta e le uve massime crescono di bontà a

misura che si sale sulla vastissima pendice.»

Nelle rocce inoltre componenti il cratere della Solfatara si aduna

considerevole quantità di allume, da cui la chimica moderna estrae un

metallo più pregiato dell’argento, di color bianco turchiniccio, che si

destina a lavoro di spilli, vezzi, smanigli ed altrettali minuterie del

mondo elegante.

Incontrasi del pari in queste medesime roccie e nelle materie eruttate

dal Vesuvio quell’altro minerale che appellasi idocraso, che i

mineraloghi collocano tra i silicati, e da’ gioiellieri è nominato

_gemma o crisolito del Vesuvio_.

È cosa maravigliosa — notano finalmente gli academici Monticelli e

Corelli — che circa un terzo delle specie cristalline conosciute e le

roccie di ogni formazione trovinsi riunite nel breve spazio occupato da

questo vulcano[23].

Fu poi notato come nelle eruzioni posteriori a quella del 1834 — e sono

state anzichenò frequenti — la molta lava uscita contenesse gran copia

di leucite più che fosse accaduto nelle precedenti e in conseguenza

riuscisse molto più somigliante alle antiche lave del monte Somma in

cui questo minerale è abbondantissimo. Il prof. Pilla attestò che,

incorporati nella lava del 1845, si trovarono cristalli di leucite

grossi come noci; lo che stabilirebbe essere stati formati entro lo

spiraglio precedentemente alla eruzione.

Ma queste cose attinenti la mineralogia vesuviana io discorro

rapidamente: chi ne voglia sapere di più, ricorra alle speciali

monografie e farà bene.

E qui pongo per altro sull’avviso contro tutta quella minuteria

di medaglioni, orecchini, spilloni, monili e braccialetti che si

spacciano, singolarmente in Napoli, ai forestieri che vogliono a buon

mercato, via portarsi alcuna memoria del paese, come materia di lava

del Vesuvio e non è che di pietre litografiche già usate e smesse.

Ora, a compiere questo cenno descrittivo dell’ignivoma Montagna,

restami a dire come essa sia pressochè indeclinabile scopo, in ogni

tempo, a pellegrinaggi di dotti ed indotti.

Ma la più parte delle frequentissime ascensioni che ogni dì si

fanno sul vertice di questo monte, da’ curiosi indigeni e da quanti

visitano la Sirena Partenopea, compionsi eziandio per godervi dei

mirabili panorama che si presentano d’ogni parte alla vista quasi

altrettante faccette di una risplendentissima gemma dodecaedra. Ivi, a

settentrione, si vede distendersi l’ubertosissima Campania e sfilare

le vette dei monti dell’Abruzzo; a manca quelle degli Appennini;

dall’opposto lato il ridente golfo napolitano e il mar Tirreno

colle sue vaghe isolette che fan corona alla superba città, e al sud

finalmente il golfo di Salerno e la costiera che assume il nome da

Amalfi, già famosa nei fasti delle città marinare, massime per la parte

presa alle crociate dell’XI e XII secolo, chiara nella giureprudenza

per le _Tavole_ che da lei si denominarono e per le _Pandette_,

rapite dai Pisani nel sacco del 1133, e per essere stata la patria

all’inventore della bussola, Flavio Gioja, e al pescatore Masaniello.

Talvolta l’eccentricità di John Bull non s’accontenta di queste,

che son pure gradevoli commozioni, e trascorre ad ardimenti ed alla

temerità, inerpicandosi perfino tra’ crepacci della sommità e spingendo

lo sguardo per entro lo stesso fumante cratere, quasi a sorprendere

il segreto del misterioso fenomeno. Prima dell’eruzione avvenuta

nel 1822, potevasi, è vero, per qualche tratto discendere dentro la

bocca: anzi, stando a quanto ne scrisse Bracini, prima della grande

eruzione del 1651, che ho ricordato più sopra, dentro il cratere del

Vesuvio eravi uno stretto passaggio, attraverso il quale un sentiero

serpeggiante dava modo di scendere per un miglio in mezzo alle roccie

ed alle pietre, finchè giungevasi ad un’altra pianura più spaziosa

coperta di ceneri. In essa vi erano tre pozzanghere poste a foggia

di triangolo, una verso oriente, di acqua calda, corrosiva ed amara

oltre misura; l’altra verso ponente di acqua più salata di quella del

mare; la terza d’acqua calda, senza alcun particolare sapore. Entro lo

stesso cratere allignava poi tanta vegetazione che fosse divenuto il

dominio dei cinghiali e sulla pianura del fondo pascolasse il bestiame.

Or si comprende così come v’abbian di coloro che, riferendo il fatto

di Spartaco che io ho più sopra mentovato, di essersi su questo monte

battuto colle legioni romane, giungessero ad asseverare ch’egli ed i

suoi si accampassero fin dentro il cratere.

Ma le successive combustioni alterarono tutto ciò, e quella poi che

ebbe principio il 22 ottobre 1822 venne segnalata il dì innanzi col

cadere della punta del cono dentro il cratere, sì che lo scendervi

oggi sarebbe difficile non solo, ma assai pericoloso, massime se vi

si voglia calare senza l’assistenza di qualche esperto montanaro

e senza essere sorretto da corregge; e le guide rammentano sempre

all’audace visitatore come un Inglese appunto rovinasse per entro

quello spaventoso baratro, col quale aveva voluto far troppo a sicurtà.

Il Venosino Poeta aveva già deplorata, e con ragione, codesta cieca e

irrefrenabile smania della umana razza d’avventarsi contro il conteso e

l’impossibile, in que’ suoi versi:

_Audax omnia perpeti_

_Gens humana ruit per vetitum nefas_[24].

In quanto a me che mattina e sera non ero ristato giammai di volgere

lo sguardo al Vesuvio, onde vedere se fosse per risolversi a darmi una

propria rappresentazione, massime che il chiarissimo signor Palmieri,

proprio in que’ giorni, avvertisse che il sismografo dell’Osservatorio

avesse segnalato agitazione, fui frustrato nella mia aspettazione.

L’agitazione dello strumento del signor Palmieri era precorritrice

unicamente di quelle sotterranee commozioni che si tradussero in

iscosse di tremuoto in qualche città italiana, e nella catastrofe

toccata all’isola di Santa Maura, l’antica Leocadia, la cui capitale

Amaxichi annunziarono i giornali dello scorso dicembre interamente

rovinata[25]. Imperocchè siavi opinione che tutte le bocche vulcaniche

dell’Italia, ed io penso anche di altri vulcani dalla penisola non

discosti e massime dell’Jonio e di Grecia, abbiano origine dalla stessa

sorgente; che la bocca del Vesuvio somministri nei tempi ordinarii

sfogo sufficiente e faccia, per dir così, da valvola di sicurezza

alle forze generate nel grande serbatojo interno, e che quando questa

apertura si chiude quelle forze aprano altri canali di comunicazione

coll’interno della terra[26]. L’esperienza ha suggellato siffatta

supposizione, e — indipendentemente dalla sovraccennata coincidenza

fra l’agitazione del sismografo dell’Osservatorio del Vesuvio e la

catastrofe di Amaxichi, — massime dopo l’eruzione del 1036, per cinque

secoli susseguenti l’azione vulcanica fu violentissima pel paese

circonvicino, constatate essendosi parecchie eruzioni dell’Etna,

versamenti copiosissimi di lava fatti dalla Solfatara e dall’isola

vulcanica di Ischia, oltre sconvolgimenti di tremuoti nelle parti

settentrionale e meridionale d’Italia.

Al mio naturale desiderio sovvenne il veneziano signor Luzzato, che

nel giardino publico, o _Villa_, come si denomina, il quale corre in

riva al mare lunghesso la via che è detta _Riviera di Chiaja_, rizzò

una costruzione di un sol piano terreno con architettura pompejana,

nella quale dispose un suo stabilimento, in cui raccolse alcune vedute

tolte dal vero della città di Pompei, anzi fotografate dai luoghi

stessi, con restauri e restituzioni di tinte e con gruppi di figure

abbigliate giusta l’antico costume, che sono invero del più curioso

effetto. Lo stabilimento intitolò _Pompejorama_, e fra le altre vedute

una ve ne ha che chiamerei miracolosa, la quale rappresenta il Vesuvio

a notte nel momento della sua furiosa eruzione, con effetto di luna.

Que’ bagliori del fuoco del monte che divampa, riflessi nelle onde

del mare che pare si avanzino verso di voi, tanto sono vere, fanno il

più stupendo contrasto coi raggi pallidi dell’astro notturno, i quali

pur si rifrangono nelle acque del golfo. Io ammirai quel bellissimo

quadro: tutti che spettatori già furono dei veri furori vesuviani, non

esitarono ad attestarmi che mai non fu visto quanto in esso colta e

ritratta la verità.

Laonde mi è concesso di dire che ho alla mia volta io pure assistito,

in questi simulati, ai formidabili spettacoli a cui sì spesso è teatro

il Vesuvio, senza per altro risentire i terrori che egli mai sempre

incute a coloro che i veri si recano a contemplare.

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 5 / 56 题