Sogliono dire gli Spagnuoli: _Quien no ha visto Sevilla, — no ha visto
maravilla_. Penso che almeno altrettanto, dispensandosi dalla rima,
si possa affermare del golfo di Napoli, o sottoscrivere al vecchio ma
espressivo adagio: _Vedi Napoli e poi mori_; come all’incirca usava
sclamare la gioventù d’Atene dinanzi alla bellezza dell’eteria famosa
di Pericle: _Una notte con Aspasia e poi morire_. Nulla di più bello
e ridente, nulla di più incantevole del suo gran panorama, sia che
ti si presenti venendo per mare dal ponte di un battello a vapore,
sia che a te si spieghi dinanzi, come a volo d’uccello e come io
l’ho ammirato, prima dal terrazzo di San Martino, il più leggiadro
chiostro ch’io m’abbia mai visto e che i seguaci di San Brunone hanno
saputo procacciarsi, e poscia più su dal più alto ballatojo di Castel
Sant’Elmo, che sovraggiudica la città.
Questo vaghissimo seno, a cui fanno tutt’intorno corona monti e colline
verdeggianti, — fra cui il vecchio Vesuvio, che anche allorquando
riposa o si cinge di nubi la testa, libera dalle sue fauci tremende
bianchi buffi di fumo, sì che a que’ del paese ei fa dire che _pipa_,
— si distende siccome anfiteatro, per una parte incominciando dal Capo
Miseno e via via, seguendo que’ pittoreschi sobborghi di Pozzuoli,
Posilipo e Mergellina, trova la popolosa città partenopea, che par di
poi si prolunghi per San Giovanni e Portici, Resina e Torre del Greco,
Torre dell’Annunziata e Pompei, e si chiude dall’altra con Sorrento,
— il leggiadrissimo paese che già consolava gli affanni del Cantore
della _Gerusalemme Liberata_, nella casa della sorella sposa a Marzio
Sersale, — e col vicino promontorio di Minerva, sede un giorno delle
Sirene, secondo l’antica mitologia[2].
Gli è tutto un miracolo dì terra e di mare; gli è tutto un sorriso di
cielo.
Anche di cielo: perocchè se le pioggie incessanti che attristarono nel
dicembre scorso il zaffiro del nostro firmamento, pur non graziarono
Napoli in que’ giorni ch’io mi vi trattenni, colà chiamato dall’amore
di un fratello, che testimonio mi voleva alla gioja più santa di
sua casa — alle nozze, vuo’ dire, dell’unica figliuola; — nondimeno
quattro o cinque di que’ giorni il sereno rifulse in tutto il più puro
splendore ed ammirai taluno di que’ tramonti che io per lo addietro
avevo scorto in qualche tela smagliante e giudicato traviamento di
tavolozza, tanto calde e vaghe erano le tinte, tanto vaporose od
accese, violacee e d’oro, sì che l’antica Caprea di Tiberio, che
dal mio balcone di Chiatamone[3] vedevo sorgere in bella lontananza
davanti, ne fosse tutta di quella luce circonfusa e splendente. Sotto
quel cielo, con quell’aere così clemente anche nel verno, io compresi
perchè le ubertose campagne che avevo attraversato avessero a quella
terra meritato da’ Quiriti il nome di Campania Felice, e perchè il
vecchio Plinio lasciasse scritto[4] che Bacco e Cerere si disputassero
la gloria d’arricchirla, e i vini della quale producessero l’ebbrezza
e fossero famosi per tutta la terra, siccome il falerno, il cecubo,
il massico e quel di Celene cantati da Orazio. Con quegli spettacoli
di natura io facilmente mi spiegai perchè in Pompei traesse Cicerone
a riposarvi gli ozj consentiti dal foro, oppure da’ publici officj;
perchè Sallustio vi venisse del pari a dettare le poco sincere, ma
eleganti pagine della Guerra di Catilina; Ortensio riparasse nella sua
villa di Bauli a trovare amena tranquillità[5]; e Virgilio soggiornasse
in Posilipo e vi morisse; e Stazio e Silio Italico e altri illustri
vi si ispirassero e le loro ville e le terme vi rizzassero, accorrendo
dall’Urbe, i proconsoli a sfruttare le immense rapine fatte nell’Asia
ai popoli trionfati, e i Cesari, sitibondi di voluttà e di libidine,
quivi si conducessero siccome a più propizio teatro.
E Baja? E Nisida? E Procida? E Ischia? E Ventotene? E Ponza?... Luoghi
od isole tutte vaghissime e lussureggianti pei colti e pei fiori e per
naturali fenomeni che tengon del magico, che vi commovon la fantasia,
che vi esilarano il cuore e le cui bellezze io non presumo nella
povertà dello ingegno di pur accingermi a qui ritrarre.
E le altre terre dove lascio io mai, celebrate nelle immortali pagine
degli storici e dei poeti antichi? E l’oppido Cimmerio, memorato da
Omero nel Canto XI dell’_Odissea_[6]; e i Campi Flegrei visitati da
Ercole, e la palude Acherusia vicina a Cuma, ove la Sibilla rendeva i
suoi fatidici responsi, e i cui libri contenenti _fata urbis Romæ_ come
attesta Lattanzio[7], ella offerse a Tarquinio il Superbo, e il lago
Lucrino e quello d’Averno ad esso congiunto, ed entrambi illustrati dal
Mantovano in que’ versi, che non so dispensarmi dal riferire:
_An memorem portus Lucrinoque addita claustra_
_Atque indignatum magnis stridoribus æquor:_
_Julia qua ponto longe sonat unda refuso_
_Tyrrenusque fretis immittitur æstus Avernis?_[8].
Venitemi ora a dire del Sannazzaro, del Marino, della Vittoria Colonna,
del Di Costanzo e del Rota; venitemi a parlare ora della Guacci,
della Milli, della Oliva-Mancini; venitemi a ripetere che più d’un
bifolco persino registrarono le storie della italiana letteratura aver
nel mezzogiorno della penisola ben poetato all’improvviso: ma e chi
in mezzo a così fatti prodigi di natura, ricinto da così classiche
memorie, non si sentirebbe poeta? Come non vi troverebbe ispirazione e
canto?... _Où sourit le ciel_, ben sentenziò il Lamartine, _l’homme est
tenté de sourire aussi_.
Ebbene, o Lettore, allorchè ho dovuto togliermi all’amplesso fraterno
per ritornarmene alla mia natale città; quando dallo sportello del
mio vagone io vidi poco a poco dileguarsi al mio sguardo e la piana
superficie del Tirreno, e i palagi di Napoli, e i monumenti del suo
gran Cimitero, distribuiti per la china del monte, che la locomotiva
rasenta, e la vetta fumigante del Vesuvio, e via rapidamente portato
frammezzo i colli della Terra di Lavoro, io mi ritrassi nel mio posto,
brulicante il capo di memorie, e quasi a forza io mi voleva soffermare
col pensiero in qualche cosa di più incantevole che avevo veduto, mi
trovavo invece sospinto....
— Dove? — domanderete voi.
Fra le Rovine di Pompei.
Tra quelle rovine che qualche dì prima avevo visitato, fra cui ero
rimasto una intiera giornata, e che di poi lasciate, non m’erano uscite
più dalla memoria, in cui credo vi rimarranno tutta la vita, tanto
malinconica e sublime era stata l’impressione che ne avevo ritratta.
In quella mia peregrinazione io avevo sperato d’avere a guida quel
dottissimo uomo e fior di cortesia che è il commendatore Giuseppe
Fiorelli, soprintendente agli scavi dell’antica e sventurata città,
che si va disseppellendo, e direttore del Museo Nazionale in Napoli, e
certo allora mi sarebbe stata più profittevole, come quegli che degli
scavi ebbe inoltre a donare all’Italia un’opera, alla quale in un con
altri suoi meriti legherà perpetuamente il suo nome. Ma il caso aveva
voluto che il dì innanzi avesse egli dovuto accompagnare colà S. A. il
Principe Ereditario d’Italia e S. A. il Principe Ereditario di Prussia:
epperò mi fu forza acconciarmi d’altro de’ guardiani, organizzati
militarmente dal Fiorelli, abbastanza istrutto della località, facendo
nel resto richiamo per me medesimo a quanto già nella memoria serbavo
della lettura di peculiari monografie, e più che tutto, ajutato dal
ricordo de’ classici scrittori della latinità, di cui piacevami ad ogni
tratto porre a raffaccio le citazioni coi luoghi.
L’artista che pinge il paesaggio, se avviene che percorrendo vallate
e monti, campagne e selve, ritrovi nuovi orizzonti pittoreschi,
punti vaghi di vista, rupi o cascate, macchie d’alberi o frondeggi
di bell’effetto, ecco arrestarsi sollecito e sul cartone schizzare
studj dal vero, e porre mano ai pennelli per ritrarne le curiose
gradazioni della luce e dei colori: io adoperai alla mia volta
egualmente in Pompei. Presi note alla matita, sgorbiai _ricordi_ a me
solo intelligibili e passeggiandone tutte le silenziose vie, entrando
nel foro, rovistando la basilica, esaminando le mura e gli archi, i
templi e le terme, le _tabernæ_ e le case, le fontane e le porte, il
lupanare e i teatri, così venni il tutto stereotipando nella mia mente,
che mi è di presente concesso dare ordine alquanto a’ quei _Ricordi_ e
confidarli a queste pagine meno labili della mia memoria.
Bartolo, insigne professore di diritto del secolo decimoquarto nella
pisana Università, un dì scrivendo di Paolo, giureconsulto romano, così
lagnavasi della costui oscurità da sclamare nel suo grosso latino:
_iste maledictus Paulus ita obscure loquitur ut vix intelligi possit
et si præsentem haberem, per capillos interrogarem_: or bene minor
fatica accadrà certamente che compia chi vorrà interrogare le Rovine
interessanti di Pompei, e renderanno anco una volta ragione a quello
straniero scrittore che, rapito di entusiasmo dinanzi ai monumenti
disseminati per tutta Italia, ebbe a dire non avere gli Italiani
bisogno ch’altri scriva la storia del loro paese; perocchè ad essi
l’apprenda ogni reliquia dell’antico e perfino quasi ogni sasso.
Esse diranno la storia e i costumi d’un popolo con bastevole chiarezza,
riveleranno la vita publica e quella del domestico focolare, e
ripeteranno quasi le intime parole di cittadini, cui nel vigore
dell’esistenza sopravvenne il novissimo giorno accompagnato dai terrori
di un cataclisma, per il quale sembrò vero ai loro occhi quel che il
Poeta aveva pochi anni innanzi cantato, enumerando i gravi avvenimenti
futuri, de’ quali il sole ha costume ammonire gli uomini, che, cioè,
l’universo creduto avesse omai a sè giunta la suprema rovina:
_Impiaque æternam timuerunt sæcula noctem_[9].
E la succitata opera del chiarissimo commendatore Fiorelli[10], e
l’altra colossale del pari, dei fratelli Fausto e Felice Niccolini[11],
successori al loro padre cav. Antonio, architetto di Casa Reale e
Direttore dell’Istituto delle Belle Arti che la iniziò e il _Giornale
degli Scavi_, che si vien publicando del pari in Napoli, e il buon
libro di C. Augusto Vecchi[12], troppo presto rapito alla Patria,
cui ebbe il suo braccio e gli studj suoi consacrati; e Garrucci che
illustrò le iscrizioni graffite sui muri di Pompei[13], ed altre
monografie ed articoli e persino romanzi, come quello del Bulwer, sono
là per attestarlo.
Io non ho l’ardimento di portar una luce qualunque nel rendermi
interprete alla mia volta di quegli avanzi eloquenti: solo scrivendo
questi _Ricordi_ ho voluto soddisfare ad un desiderio del mio cuore e
alla preghiera di un amico, a me provatissimo, l’egregio publicista
e letterato Pietro Cominazzi, il quale mi fu all’opera maggiore
incitamento.
Milano, addì 1.º Gennajo 1870.
[Illustrazione: Strada all’Eremitaggio del Vesuvio. _Vol. I.
Cap. 1. Il Vesuvio._]