Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la
notte, il giorno era più che mai spossato non trovava pace. Questo
amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi
e di spini.
Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; aveva
paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva
il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l’urlo del suo mondo
interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui.
In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce riudiva la
sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il
passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo démone interiore
l’aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare;
aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non è
lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso
il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena
del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: — «Domani
tornerò.»
Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla più
lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: «Ella mi ha lasciato
partire, non s’è aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi
ha detto: Resta; non ha pianto.»
No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir
nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per
impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva
di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le
ho fatto quasi orrore...»
Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma tutto questo
in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza
involontaria ch’egli aveva usata per meglio guardare nell’ombra
dell’anima sua.
E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto vero quello
che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che
fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio
darti: l’intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in
tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, portami via!...»
Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita.
Quel silenzio lo persuadeva che non s’era ingannato nel dirle: «Il
tuo amore è un capriccio, una folata di vento, un’ondata sentimentale
nel calore dei vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così.
Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non
poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola sorella. Bisognava
per ciò essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni
dell’amore, averne conosciuti i vizî, averne consumate fino all’ultima
le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo
conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata
e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di
lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi
d’amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso
ad amare le cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio
ismemorato col quale s’era offerta a lui.
Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa
lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d’un altro amante;
avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch’ella sapeva dare. Un altro
avrebbe tuffate le mani calde ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in
sè qualche raggio di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che
sapevano d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza
d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e
già così profondi che potevano tra l’uno e l’altro nascondere tutta
una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a
prodigarle quelle carezze ch’ella amava... Poich’ella era fatta per
godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la
sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno
visibile d’una violenta sensualità.
Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria è corrotta. Non
voglio più rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente,
strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per
tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io
stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala meglio: forse
non è bella. Vinci la tua perdizione: forse non è temibile.»
Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò per lei tutto
il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio che non sia questo
folle peccato; le cose che più mi tentarono, se le guardo, mi sembran
oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere
l’uomo che fui.»
E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, senza trovar
pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua
bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di
delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con
esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice.
Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada.
Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse precisamente il
suo volto; ma ciò che in lui durava era l’impressione d’esserle stato
vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell’odor particolare che
la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere,
certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo
in cui stava per nascere la timida loro complicità. Non era più nemmeno
la sua sorella che amava, ma un’altra fatta come lei.
E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, la squallida
faccia del padre non veniva nemmeno più a minacciarlo silenziosamente.
Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli fosse nato
nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna ragione palese. Era un uomo
sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace
fermezza; nè il suo costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture,
nè un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la
possibilità di così fatti amori.
Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore
perverso in un campo arido.
Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo avesse un’origine
soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pensò alla
chiesa, al prete, alla confessione.
Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento
religioso, che forse gli dormiva insospettato nell’anima, come una
profonda e miracolosa eredità.
Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che tutti
respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase per lunghe ore
nell’ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando
la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile.
Una volta s’inginocchiò nel confessionale; ma una paura più forte gli
suggellò nell’anima il suo grande peccato.
Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la
custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando
a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era più deserta, pur tra
la voce dell’organo che talvolta par chiudere in sè la mistica gioia
d’una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca
vietata risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante,
e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce vaporosa, pur sotto
l’ala misericorde che l’assolveva del suo peccato, egli si coricava
perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei...
V
— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un
braccio. — Non così presto!... Ho paura.
La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del
sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro
mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva
il cielo.
Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo
in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere:
ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli
finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei.
Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel
cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali
gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti
d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime
colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di
giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza
del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga
scintillante.
La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta
fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un
brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili
delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un
balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio.
Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo,
disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come
il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che
s’era insiepata, strillò di paura.
Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata;
ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di
vento, che saliva in alto, vorticando.
— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di
compassione. — Corri troppo forte!
Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura
si sporse avanti e rispose:
— No, signora, nessuna: ho guardato io.
Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un
villaggio e bisognò rallentare.
— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le
automobili camminar da sole, — confessò Loretta.
— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa
sorridendo.
Ella parve riflettere un istante, poi domandò:
— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile?
— Se vuoi.
— E’ difficile?
— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti.
Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era
calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva.
— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa.
— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso.
— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile;
altrimenti si prende una malattia d’occhi.
— Davvero?
— Certamente.
Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio
d’occhiali e ridendo se li mise.
— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò.
Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa.
— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali?
— Sì, hai ragione.
Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni
tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel
fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano,
dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi
a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di
cavalli.
Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce:
— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo.
Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la
campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle
colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le
falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su
le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era
vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo
spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore.
— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho
voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di
stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno!
Poi domandò con sommissione:
— Potrò fare queste cose?
— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà.
Ella ebbe un sussulto di gioia.
— E tu verrai spesso a trovarmi?
— Ogni giorno, Loretta.
— Quanto è lontana la tua villa dalla mia?
— Mezz’ora d’automobile.
Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse:
— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero?
— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E
soggiunse: — Vorrai?....
— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore.
— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua
domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che
vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava
gente.
Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza
fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata
un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico,
subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza,
come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a
vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo
fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi.
Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile
splendore dell’acqua.
— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio.
— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose.
Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture,
sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada
forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor
piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e
d’istorie come un immenso arazzo d’oro.
La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò
nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre
le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina
discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei
giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande
di gelsomini e di rose.
A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un
color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in
giù dall’opposta montagna.
Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo
per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più
bello ancora e più dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella
pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando
sotto le stelle...
Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che
ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel
giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata.
Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante
non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più
terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte
di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la
stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte
non poteva dormire...