IV

Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la

notte, il giorno era più che mai spossato non trovava pace. Questo

amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi

e di spini.

Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; aveva

paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva

il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l’urlo del suo mondo

interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui.

In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce riudiva la

sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il

passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo démone interiore

l’aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare;

aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non è

lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso

il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena

del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: — «Domani

tornerò.»

Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla più

lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: «Ella mi ha lasciato

partire, non s’è aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi

ha detto: Resta; non ha pianto.»

No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir

nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per

impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva

di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le

ho fatto quasi orrore...»

Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma tutto questo

in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza

involontaria ch’egli aveva usata per meglio guardare nell’ombra

dell’anima sua.

E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto vero quello

che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che

fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio

darti: l’intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in

tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, portami via!...»

Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita.

Quel silenzio lo persuadeva che non s’era ingannato nel dirle: «Il

tuo amore è un capriccio, una folata di vento, un’ondata sentimentale

nel calore dei vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così.

Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non

poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola sorella. Bisognava

per ciò essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni

dell’amore, averne conosciuti i vizî, averne consumate fino all’ultima

le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo

conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata

e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di

lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi

d’amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso

ad amare le cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio

ismemorato col quale s’era offerta a lui.

Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa

lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d’un altro amante;

avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch’ella sapeva dare. Un altro

avrebbe tuffate le mani calde ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in

sè qualche raggio di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che

sapevano d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza

d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e

già così profondi che potevano tra l’uno e l’altro nascondere tutta

una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a

prodigarle quelle carezze ch’ella amava... Poich’ella era fatta per

godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la

sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno

visibile d’una violenta sensualità.

Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria è corrotta. Non

voglio più rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente,

strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per

tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io

stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala meglio: forse

non è bella. Vinci la tua perdizione: forse non è temibile.»

Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò per lei tutto

il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio che non sia questo

folle peccato; le cose che più mi tentarono, se le guardo, mi sembran

oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere

l’uomo che fui.»

E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, senza trovar

pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua

bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di

delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con

esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice.

Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada.

Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse precisamente il

suo volto; ma ciò che in lui durava era l’impressione d’esserle stato

vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell’odor particolare che

la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere,

certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo

in cui stava per nascere la timida loro complicità. Non era più nemmeno

la sua sorella che amava, ma un’altra fatta come lei.

E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, la squallida

faccia del padre non veniva nemmeno più a minacciarlo silenziosamente.

Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli fosse nato

nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna ragione palese. Era un uomo

sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace

fermezza; nè il suo costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture,

nè un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la

possibilità di così fatti amori.

Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore

perverso in un campo arido.

Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo avesse un’origine

soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pensò alla

chiesa, al prete, alla confessione.

Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento

religioso, che forse gli dormiva insospettato nell’anima, come una

profonda e miracolosa eredità.

Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che tutti

respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase per lunghe ore

nell’ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando

la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile.

Una volta s’inginocchiò nel confessionale; ma una paura più forte gli

suggellò nell’anima il suo grande peccato.

Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la

custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando

a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era più deserta, pur tra

la voce dell’organo che talvolta par chiudere in sè la mistica gioia

d’una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca

vietata risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante,

e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce vaporosa, pur sotto

l’ala misericorde che l’assolveva del suo peccato, egli si coricava

perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei...

V

— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un

braccio. — Non così presto!... Ho paura.

La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del

sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro

mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva

il cielo.

Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo

in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere:

ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli

finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei.

Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel

cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali

gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti

d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime

colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di

giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza

del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga

scintillante.

La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta

fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un

brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili

delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un

balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio.

Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo,

disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come

il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che

s’era insiepata, strillò di paura.

Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata;

ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di

vento, che saliva in alto, vorticando.

— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di

compassione. — Corri troppo forte!

Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura

si sporse avanti e rispose:

— No, signora, nessuna: ho guardato io.

Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un

villaggio e bisognò rallentare.

— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le

automobili camminar da sole, — confessò Loretta.

— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa

sorridendo.

Ella parve riflettere un istante, poi domandò:

— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile?

— Se vuoi.

— E’ difficile?

— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti.

Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era

calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva.

— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa.

— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso.

— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile;

altrimenti si prende una malattia d’occhi.

— Davvero?

— Certamente.

Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio

d’occhiali e ridendo se li mise.

— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò.

Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa.

— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali?

— Sì, hai ragione.

Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni

tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel

fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano,

dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi

a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di

cavalli.

Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce:

— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo.

Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la

campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle

colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le

falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su

le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era

vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo

spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore.

— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho

voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di

stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno!

Poi domandò con sommissione:

— Potrò fare queste cose?

— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà.

Ella ebbe un sussulto di gioia.

— E tu verrai spesso a trovarmi?

— Ogni giorno, Loretta.

— Quanto è lontana la tua villa dalla mia?

— Mezz’ora d’automobile.

Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse:

— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero?

— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E

soggiunse: — Vorrai?....

— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore.

— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua

domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che

vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava

gente.

Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza

fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata

un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico,

subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza,

come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a

vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo

fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi.

Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile

splendore dell’acqua.

— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio.

— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose.

Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture,

sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada

forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor

piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e

d’istorie come un immenso arazzo d’oro.

La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò

nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre

le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina

discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei

giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande

di gelsomini e di rose.

A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un

color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in

giù dall’opposta montagna.

Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo

per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più

bello ancora e più dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella

pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando

sotto le stelle...

Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che

ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel

giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata.

Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante

non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più

terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte

di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la

stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte

non poteva dormire...

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 30 / 37 题