III

Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta troppo a

lungo presso di sè. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare;

una cena ch’era stata silenziosa e quasi lugubre, perchè ognuno di

essi, pur non osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con

impazienza il ritorno.

Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era

sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e

non tollerava più che nessuno le movesse rimproveri. Anche d’aspetto

era mutata; ne’ suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua

bocca rideva una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un

tempo così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di guasto e

d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere

una forma visibile nei suoi lineamenti.

Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno arrivavano

per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti

dalle sartorie più note, cappelli dalle modiste più rovinose, scarpe e

stivalini da’ calzolai di lusso.

La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine

vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi

entrasse, anzi, nell’uscir di casa, ne portava sempre la chiave con sè.

Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola era per dirle

qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di

cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva

stranamente oscura quando parlavano di lei.

Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come in tutte

l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi,

sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul

desco d’occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava

la forza di porvi alcun riparo. Per di più gli erano venuti addosso

molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva

un poco d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta,

per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua

figlia maggiore, ch’era una brava moglie ed anche una buona donna,

benchè forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era

più la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi

fino ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era molto

numerosa e ve l’avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva

già due bimbi, uno di quattr’anni, l’altro di trenta mesi; due bei

maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata.

Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il più

piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si

metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che

tanti anni addietro aveva insegnate a’ suoi bimbi.

Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della

sorella, e questa gli aveva detto:

— Mándala qui da me; le parlerò io.

Ella pareva contare immensamente su la propria autorità di madre

feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto con la solita

rassegnazione:

— Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella nostra

Loretta!...

La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. Ella non aveva

mai presa troppo sul serio la sua missione d’educatrice, ed ogni tanto,

fra i suoi capelli grigi, risaltava fuori quella donna ch’ella era

stata una volta, capricciosa, bizzarra e priva d’ogni senso morale.

Que’ bei vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte le

donne che in gioventù son state disoneste, acquistava con l’inoltrar

degli anni un senso istintivo di ruffianeria. Ella ritrovava in

questa giovinezza della figlia la sua propria giovinezza, scapata ed

avventurosa, ov’erano dopo tutto i più dolci ricordi della sua vita.

Solamente l’annoiavano i rimbrotti del marito, il quale, timido con

tutti, con lei si permetteva qualchevolta d’essere bisbetico, e non

cessava dal ripeterle senza misericordia:

— Tu non sei stata una brava madre: éccone i frutti!

Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva ancora una certa

pretensione di bellezza e cercava di nascondere con molta diligenza i

segni del suo disfacimento. Aveva raccolto man mano i capelli caduti,

per farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti e già

da lungo tempo seccava il marito affinchè le desse il denaro necessario

per comperarsi una mezza dentiera.

Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, ora, negli

ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; la teneva molto a corto

di quattrini e la trattava con prepotenza, forse per vendicarsi dei

lunghi anni durante i quali aveva taciuto.

Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era già grandicella

quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e così

aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo

indulgente, che ora prendeva quasi la forma d’una reciproca protezione.

In casa, Loretta non voleva subire l’autorità di nessuno; però bastava

che si mettesse a sorridere perchè padre e madre le fossero ai piedi.

Ma c’era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, non aveva

per nulla perduta l’abitudine d’ingerirsi nelle faccende altrui. La

famiglia dell’occhialaio era divenuta un poco la sua propria famiglia,

perchè a lui mancava per l’appunto il focolare, quel dolce regno

domestico nel quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il

tiranno. In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe

stato magari felice; ma nella sua retrobottega un po’ tetra non v’era

che quella placida Eugenia, sempre zitella, che da mattino a sera

leggeva o ricamava, ricamava o leggeva.

Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa con una certa

longanimità e della sua perdizione faceva risalire la colpa ad Arrigo.

Secondo lui tutto quanto succedeva in casa dell’occhialaio era colpa di

Arrigo.

Come usava ogni giorno dopo la cena, per l’appunto quella sera egli

era da poco venuto nella retrobottega de’ suoi vicini a centellinare

il cálice consueto illustrando le più gravi notizie lette nei giornali,

quando finalmente Loretta entrò, ansante come se avesse corso ed un po’

scapigliata.

Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di rimprovero.

— Sono un po’ in ritardo, — ella convenne. — Scusatemi.

— Un po’... dice un po’!... — la interruppe il Riotti, ironico. — Sono

le otto e mezzo, nientemeno!

— E allora? — ella fece, passandogli davanti con un fare altezzoso.

Aveva un mazzo di rose un po’ disfatte alla cintura e si mise davanti

ad uno specchio per ravviarsi i capelli.

— Allora io dico semplicemente ch’è vergognoso! — decretò il Riotti,

gonfiandosi di rabbia per quella risposta provocante. E soggiunse con

disprezzo:

— Vestita come una ballerina!

Loretta lo guardò scherzevolmente, si mise a ridere forte e disse:

— Buona sera.

— Dove vai? — le domandò il padre.

— Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze.

— Via, — disse la madre, — vieni e mangia; ti ho fatto serbare il

pranzo.

Ella si rimise davanti allo specchio ed incominciò a togliersi il

cappello, ma lentamente.

— Hai un profumo che dà il mal di testa! — osservò nervosamente Paolo,

che poggiato contro la tavola sorseggiava un ultimo bicchier di vino.

— Veh, poverino!... — fece Loretta. — Come sei delicato!

Contro di lei egli diveniva súbito iracondo; i suoi piccoli occhi si

facevan malvagi, la sua bocca prendeva un’espressione dura.

— Altro che ironie! — brontolò. — Sarebbe ora che ci spiegassimo una

buona volta! Così non è possibile andare avanti.

— Giusto, — sentenziò il Riotti.

— Almeno lasciatela mangiare... — intervenne la madre. — Discuterete

poi.

— Macchè! figúrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho fame io. Se c’è da

spiegarci, spieghiamoci pure; avanti!

E con un’aria baldanzosa venne vicino al fratello.

— Sei tu che devi parlare, — disse il Riotti all’occhialaio, facendogli

un segno energico.

— Va bene, — rispose questi. — Ma ora... ha ragione sua madre:

lasciatela mangiare.

— Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi ascolto.

Seguì un lungo silenzio.

— Su dunque, — ella disse al fratello, — parla tu che sei tanto

linguacciuto!

— Eh... se dovessi parlare io! — minacciò il fratello squadrandola.

— Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto lo so che mi

odii... Dunque parla.

L’altro, in silenzio, trangugiò un lungo sorso di vino.

— Insomma Loretta, — esclamò di punto in bianco il Riotti, — tu fai una

vita che disonora la tua famiglia!

Ella si morse le labbra.

— Senta lei!... — disse con una voce sibilante; — la prego di dare

queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha bisogno; non a me; perchè

lei qua dentro è un seccatore e nient’altro.

Il Riotti scattò in piedi con un’agilità superba; la voce gli

gorgogliava nella gola e non poteva dir parola.

Finalmente inveì:

— Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti rispettare come tuo

padre...

— Allora vediamo... — intervenne donna Grazia. — Si calmi, signor

Riotti. Anche lei l’ha offesa.

— Macchè offesa!

— Insomma, — disse il padre, radunando a stento la sua poca energia, —

chi deve parlare sono io e non altri!

La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma la curiosità

lo vinse e tornò a sedere.

Loretta s’avvicinò al padre, gli mise una mano su la spalla, con

l’altra gli carezzò il viso.

— Via papà, non sgridarmi... — disse. — Che faccio poi di male?

Il vecchio tentennò il capo ed ella si piegò su di lui. Era così

bellina, sorrideva... Egli non osò più dirle nulla.

Ma Paolo ebbe un gesto d’impazienza.

— Tu, papà, sei troppo debole con quella ragazza, — disse. Lei ti fa

vedere quello che vuole.

Fece una pausa, poi soggiunse:

— E visto che tu non parli, parlerò io.

Si levò in piedi e s’avvicinò alla sorella con un fare minaccioso.

— Cos’è questo?! — disse, dando con due dita un pizzico nella

stoffa della camicetta. — E questo? e questo? e questo! — continuò

con veemenza, segnando la sottana, le scarpine, la pettinatura, i

braccialetti.

— Roba mia, — rispose Loretta, impallidendo un poco.

— Roba tua?... — fece l’altro con disprezzo. — Non è vero! Tu non hai i

denari, noi non abbiamo i denari per comprarti questa roba!

Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un po’ grossolana

gl’infiammava il viso. La madre s’avvicinò a lui cautamente e lo tirò

per una manica.

— Lasciala stare... — disse, quasi supplichevole.

— Dunque, rispondi! — comandò Paolo caparbiamente, senza badare a quel

consiglio. — Cosa vuol dire che ti vesti come una marionetta e peggio?

che ti profumi? che ogni momento portan roba per te? che vai, che

vieni, che porti cose d’oro indosso e ci consideri tutti noi come se

fossimo i tuoi servi? Cos’è?...

E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostrò di averne un

poco paura, perchè i suoi occhi si fecero grandi, fermi, e s’accostò al

padre che taceva.

— Non rispondi, eh?... — fece Paolo con un sogghigno. — E fai bene

a vergognarti, perchè anche noi, tutti noi, — disse con più forza —

abbiamo vergogna di te!

Girò sui talloni, dette un pugno su la tavola e si tornò a sedere. Il

petto gli ansava per lo sdegnò col quale aveva parlato; si riempì di

nuovo il bicchiere, ne accostò l’orlo alle labbra, ma non bevve, e lo

depose con forza. Alcune goccie di vino macchiarono la tovaglia.

— Finora, — gridò, — in casa nostra nessuno aveva mai fatto questo bel

mestiere!

Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra tremavano un

poco, e ansava.

Poi si mosse risoluta, andò a prendere il cappellino, i guanti rimasti

su la credenza, e, mordendosi un labbro nell’ira taciturna, s’avviò

verso l’uscio.

Ma su la soglia si rivolse:

— Se avete vergogna di me, — disse, — abbiate solo un poco di pazienza;

fra qualche giorno me ne vado e non darò più noia a nessuno.

— Te ne vai?... — balbettò il padre, alzandosi dalla sedia a fatica.

— Sì! — ella rispose implacabile. — Fra pochi giorni avrò ventun anni e

nessuno me lo potrà impedire.

-Vediamo, vediamo... — intervenne il Riotti con una voce amichevole.

— Non bisogna mai scaldarsi la testa, — seguitò, guardando Paolo che

aveva i due gomiti su la tavola e fissava immobilmente il bicchiere. —

Tu, Paolo, sei stato un poco aspro, e tu Loretta...

— Macchè Loretta! — ella interruppe adirata. E uscì sbattendo l’uscio.

Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro come una sciarpa.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 29 / 37 题