IX

Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era stancato in breve

d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto senza guadagnare il

becco d’un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso;

giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver

consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede Un giorno una

rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi.

Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo Arrigo con tale

veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando,

il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una

risposta ben recisa.

— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non

scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere

secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel

piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi

anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi

intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a

nessuno.

Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa,

e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva

man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli

affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano

sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano

farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la

faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il

fidanzato dell’Eugenia, il farmacista non seppe tacere più a lungo,

ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui.

Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco

non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la

sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere

affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi

entrò súbito nell’argomento.

— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il

matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con

aria di provocazione.

— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che

si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a

riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno

pensato.

S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare

sinistramente.

— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme

che vi ho pregati di venir qui.

— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i

modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con

semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo

in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho

commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne

chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa.

Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia.

— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla;

bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi

piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che

modo le darei da mangiare?

L’altro volle interromperlo.

— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete benissimo che non

possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiungerò io

stesso, per non lasciarlo dire da voi, che non ho alcunissima voglia

di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare,

andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma!

Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d’un marito, parola

d’onore, ve ne sarò gratissimo!

Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe fiato per

rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo smarrito.

— Dunque... — volle dire.

— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato di vostra figlia,

ed è naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a

parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi

al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò in

condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorderò della

promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi

vivere in pace. Tanto più che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia,

l’Eugenia viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel

frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio di me.

— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che aveva finalmente

ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! cáspita!... Questa è un po’

grossa!

— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in séguito me

ne terrete conto.

— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per

Dio! non credere d’aggiustarla così!

— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son uomo di poche

parole: quel che dico dico, e non c’è forza al mondo che sappia

rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d’essere

insultato nè di venire a male parole con uomini più vecchi di me. Per

il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera.

Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. Poco dopo

l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col

farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, e fece come lui.

Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli

arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro

giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l’ingiusta fortuna e

trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente

le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo

spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più spesso vincevano,

egli era divenuto in breve uno di que’ freddi e cauti giocatori che

sanno in fin de’ conti aver ragione anche dell’azzardo capriccioso,

contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virtù.

Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il

respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una

nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che

tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi

compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto,

e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro

perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente

la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè

distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure,

come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma

il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo

compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli

ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma.

Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante

suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della

città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la

maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro,

che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre

miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual

non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire.

Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio

fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una

carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare

con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco

fratello si comandava per i suoi diletti.

Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non

avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine

lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di

ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica,

e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia

delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al

primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel

buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra

il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa.

— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E

siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno.

— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani...

— Domani si può vincere ancora.

E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare,

dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi

sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa,

nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui

una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della

gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di

menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non

bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva

piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino,

sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva

l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo

avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti

fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura,

il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la

sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua più forbita, che

gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a

lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva

quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella

trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare

vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare

quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre

e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il

fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che

in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un

certo sdegno indifferente.

Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non

osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue

grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di

malaffare.

Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata

ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno

per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza

per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo

era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai,

tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè

in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più

le beffe.

Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una

danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe

figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con

un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca

plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece

chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che

per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere

il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate

di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con

un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide

di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro

suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi

fosser idoli.

Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante,

che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle

danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora

in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana

che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.»

Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e

ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa

nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua,

beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di

donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa

e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon

accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco

e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera

provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender

meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.»

Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era

Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente

incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una

sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava

questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse.

Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore.

Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma con quella bella

risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasciò

andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di così

buon cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi o riderne

a sua volta.

Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava

col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone

scritture: l’occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si

videro più.

Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina, certa volta

che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, che prendevano il

caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile.

Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una

lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide,

gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d’oro. Non si

scompose, non si meravigliò; chiese venia del disturbo, e da quell’uomo

d’affari ch’egli era, tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta

stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva

infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma egli

rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era venuto.

Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in

querimonie vane.

— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad Arrigo che cercava

di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con

un altro... Dunque non ci badare.

E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si

riaddormentarono.

Ma da questo fatto incominciò a correre la fama d’Arrigo nella

combriccola dei giovani signori che, sempre all’erta di scandali e di

peripezie, non avevano tardato a sapere il come ed il quando Cesare

Farra avesse côlta in flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome

di Arrigo del Ferrante, che doveva più tardi suonare su le bocche di

tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che si fecero in

danno del loro amico beffato. Poichè Cesare Farra si compiaceva di

frequentare la gioventù e viveva con essi le ore notturne, da buon

camerata, egli pure tavernando e giocando con lena instancabile.

Raccontò agli amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando

comprese che tutti la sapevano già.

A quelli cui la medesima sorte può capitare da un giorno all’altro, dà

sempre allegrezza e conforto il conoscere un cornuto di più.

X

Cantava quell’anno al teatro d’Opera una cantante russa dalla voce

soave, una donna coperta di gioielli da capo a piedi, leggiadrissima e

capricciosamente onesta. Era stata, dicevasi, l’amante d’un Granduca,

poi d’un Pascià egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno alla

sua voluttuosa persona.

Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella singolare

dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, pieno di sogno,

di lontananza, di malinconia, che talora inebbria e talora comunica

l’inesprimibile angoscia del suo smarrimento. Aveva una scollatura

magnifica, le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza d’un

grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, quasi rotte

nelle giunture, che parevan assumere talvolta l’ondosità e la dolce

forma d’una sciarpa di seta; braccia che, tese e congiunte, avrebbero

portato così bene ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come

una voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando

un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia flessibili,

tutta la sua persona pareva muoversi e vivere in una musica veramente

appassionata.

La sua voce le somigliava, come un profumo può somigliare al suo

fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, piena di castità

limpidissime, di liscivie opache; profumata era, come se lasciasse

ondeggiare nell’aria qualcosa di sè, qualcosa che penetrava nei sensi,

e li stringeva, e li opprimeva, come un dolore inebbriante.

Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori scene

del mondo, innamorando le platee con la sua passione veemente. Or la

tentava la fama antica, se pure oggimai vacillante, di quel teatro

italiano che aveva dato all’arte del canto i più sacri battesimi,

quando ancora le opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo

d’oro per quest’ultima supremazia.

Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma ella stessa era

piaciuta forse più del suo canto. E sopra tutto era piaciuta in quella

gaudente compagnia di giovini signori che tengono i palchi, i ridotti,

i camerini de’ teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli

ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle cene

notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che mangia, beve,

gioca, fa all’amore, sopporta la vita senza soverchia fatica e cerca di

spendere il tempo nel miglior modo che sia.

Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri,

intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri varii di nascita,

d’educazione, d’apparenza, d’animo e di costume, formano insieme quasi

una grande, privilegiata famiglia, che in cambio d’affetti vicendevoli

campa d’abitudini comuni.

E costoro, tutti costoro insieme, s’erano commossi di lei; avevano

iniziata la gara del giunger primo, ed alla testa s’eran messi coloro

che si reputavan adorni d’una qualsivoglia irresistibilità.

Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che

riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti assalti. Li conobbe, li

accolse, ne adulò alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di

fiori, fu tempestata di lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra

chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata,

la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno

l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno millantò.

La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante

le visite che si facevano alle belle signore.

Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onestà;

i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che

aspettasse il bue d’oro; i maligni la supposero malata.

Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua bella voce,

i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose.

Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch’era

quasi fatica doverli custodire. Non era nè onesta nè innamorata nè

avida nè malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e

senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire i più vivi

desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre

amore; poichè nel letto solitario d’una donna bella, ove serpeggia

di notte l’insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche

brivido passa, più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà.

Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta quasi

all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo,

ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors’anco un uomo

piacevole, ma con quel po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto

sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora

alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di nascosto fatto

i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n’erano fuggite via.

Sapeva che il Pascià ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo

pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi

all’arte, mettere tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica,

e venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai.

Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il

desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le

avvolgevano d’inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di

torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano,

questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; e per quella

facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune agli slavi, i suoi

progressi eran veloci. Di natura un po’ nomade, amava i cieli diversi e

le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia;

voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso

dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era giunta, per vero

dire, con una certa curiosità degli uomini d’Italia, poichè non v’è

donna straniera che non ne abbia tacitamente sognato, ripensando alle

infinite leggende che ne raccontano i libri d’amore.

Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione,

l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su per giù li trovava come

tutti gli altri; un poco più vivaci, un po’ meno corretti, con qualche

indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia

nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta

triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino

di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi

tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore

all’occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno

tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo

di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna,

di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima,

subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi

vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di

sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava

con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa

bambina ch’era nascosta in lei.

Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò a casa irritato,

svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo

che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua

voce gli era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima

come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo

camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei

sensi con un voluttuoso piacere.

Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano

d’improvvise demenze, prostrandolo in una specie d’ebetudine dolorosa,

che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell’amore. Qualche

volta gli pareva di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe

d’un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non

conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male

antico, ruggente nell’intimo delle sue fibre, come un rumore d’acque

sotto una terra che ha sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si

addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose

non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati

senza nome.

V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava d’una stanchezza

enorme, si perdeva in un vuoto di cose più alte che il desiderio, più

forti che la possibilità, e il gran tumulto dell’anima gli traboccava

nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena sì forte,

che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in sè. Qualche

volta gli pareva insieme di odiare acerbamente sè stesso e la sua vita

mediocre, il padre, la madre, che l’avevan generato fra così bassa

gente, la sorte che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto

si placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento.

Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e

tra le ansie del gioco, tra l’imperioso bisogno di denaro che talvolta

lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente

in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo

spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà spirituale.

Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era formato una

piccola erudizione musicale, che da sè stesso andava elaborando con la

sua straordinaria sensibilità. Prendeva sempre lezioni di violino, ma

nascostamente da’ suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi

del fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere potesse

chiudere in sè una passione così delicata.

Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo

aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritornò ad ascoltarla,

per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico

prestigio, e venne via più triste, più solo, perchè intorno a quella

donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa,

quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, tra uno sciupìo di

ricchezze, tra un nembo di splendente irrealità.

Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una

favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano

il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato

nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla,

d’impadronirsene come d’una bella preda e profumare la sua vita povera

con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere dove

abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque ancor più. Ella

divenne il suo capriccio, l’assedio delle sue notti, il rifugio de’

suoi pensieri.

Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così grande, ma per

ciò appunto quest’ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita

il maggior premio tocca alla maggiore temerità.

Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli non indugiava,

non esitava un istante nel compierla.

Si mise lungamente a ragionare fra sè.

Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre

fino a lei, non era un critico d’arte, non era un giornalista, non

era insomma alcuno di que’ molti che per ragioni di mestiere hanno

a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria

persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla

avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva

piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo nè parerle uno di

quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie.

Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e d’inseguirla,

sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e

piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono

dalle più futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar

la maniera di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità,

mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia rispettosa.

Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l’anima della

città brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del

pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna

formava tre balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la

medesima — forse un dorato zibellino — che le formava intorno al collo

un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell’ampiezza

d’un manicotto voluminoso.

Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime,

nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue

giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare,

quel suo leggiadrissimo segreto di agilità. La seguì egli di lontano,

irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava

in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana,

godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo

piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel

rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a

profumo.

La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti al negozio. C’era

nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva,

erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere.

Gli venne un’idea, lì per lì, buona o cattiva: entrò egli pure. Ella

stava presso il banco scegliendo un mazzo di violette di Parma. Arrigo

domandò la cesta d’orchidee. La portarono sul banco, fra lor due.

Erano così belli, que’ fiori senza profumo, tra l’erba tremula che li

separava l’un dall’altro, ch’ella, per un momento, lasciò le sue viole

e si mise a guardare.

— Per la signora Tatiana Ruskaia, — disse Arrigo alla venditrice, che

racconciava il gran nodo di nastro sul curvo manico della cesta. E

soggiunse l’indirizzo.

Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guardò il giovine. Senza

impaccio, cortesemente, loquacemente, egli le sorrise. Poi distolse lo

sguardo, mise un biglietto da visita tra i fiori, si volse a pagare con

discretezza, ed uscì.

Ella ne rimase un po’ stupita, fra le sue violette di Parma.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 12 / 37 题