Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo
sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di
lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo
ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie,
poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime,
senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria
difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il
Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era
rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul
capo un gran colpo di mazza.
Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato
d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una
ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il
meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava
nel vicinato.
Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava
era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi
propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita
colpa di Arrigo.
Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva
meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della
saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in
cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non
morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi
nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una
mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera.
Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per
andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno
sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e
solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute
tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la
malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino
che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè
Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una
gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli
pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani,
l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del
farmacista.
Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto.
— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile
di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio
disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non
ti scorderai che siamo vecchi amici.
Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso
dal giornale e lo sogguardò di sbieco.
— Meno chiacchiere! — inveì. — Non conosco più nessuno. Ma visto che
sei qui, veniamo a patti chiari.
L’altro avanzò di qualche passo; si sentiva tuttavia così colpevole che
non ardì sedersi e rimase in piedi davanti al Riotti come davanti un
giudice.
— Punto primo: dov’è tuo figlio? — interrogò il farmacista.
Stefano aperse le braccia:
— Non so...
— Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza lo teniate lontano.
— Ti prego di non supporre...
— Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo sopra tutto
che da gente onesta non possa nascere un delinquente di quel genere!
La risposta era ovvia, ma l’occhialaio non ne volle trar profitto. Fece
on piccolo gesto di collera, piccolo, quasi nullo.
— Ma ora che la cosa è fatta, — seguitò il farmacista, — inutile
recriminare. Quello che decido è semplice: fa uno stato a tuo figlio,
mettilo in condizioni da vivere almeno decorosamente, e che si sposino
al più presto.
— È quello appunto che ti volevo proporre.
— Però, intendiámoci... — l’altro soggiunse. — Si sposino e facciano
quel che vogliono, siano felici o vadano a finire in malora, a me poco
importa; ma in casa mia, nè lai nè lei, mai più!
— Via... — mormorò l’occhialaio.
— Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. Ognuno a casa
propria. Perchè, dopo quanto accadde, non è possibile ch’io perdoni mai
più.
— Via, Guglielmo, non essere ingiusto...
Ma il farmacista gli troncò la parola:
— Siamo intesi, e buona sera, — fece, mostrando vagamente l’uscio.
In vita sua non era mai stato così laconico. Stefano se ne andò;
e visto che l’Eugenia era quasi guarita, persuase la moglie a non
bazzicare più in casa del Riotti, poichè gli pareva che il farmacista
esagerasse un poco ne’ suoi modi brutali.
Quando non gli rimase più il becco d’un quattrino nè il mezzo
per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. Era pronto
a lasciarsi rabbuffare nel peggior modo, era deciso a cacciarsi
nell’uragano come un uomo perduto.
— Me ne sono andato per semplificare le cose, — ebbe la sfrontatezza
di dire al padre, non appena lo vide. — Se fessi stato qui presente,
chissà mai che pandemonio!
Donna Grazia, sventatamente, si lasciò sfuggire:
— Forse è stato meglio così. — Ma vide il marito lanciarle
un’occhiataccia e non aggiunse altro.
Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poichè nessuno si
sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in breve lo misero al
corrente delle decisioni ch’erano state prese.
— Sposerai l’Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai procurata
la certezza di poter campare. È tempo che tu finisca di accumulare
malanni.
— Ma, un momento... — fece Arrigo.
— Non devi discutere! — l’interruppe il padre, spiegando per la prima
volta una certa energia. — Ti cercherò un impiego, e lo accetterai,
qualunque esso sia, visto che non hai voluto continuare gli studî.
— Un impiego? — mormorò Arrigo.
— Sì, ed al più presto. Eravamo già d’accordo su questo punto prima
della villeggiatura, dunque ti prego di non ribattere parola, perchè
altrimenti fra me e te si viene ai ferri corti: io ti metto fuori di
casa, senza un soldo in tasca, e vattene con Dio!
Arrigo piegò il capo, sembrandogli questa volta che si parlasse sul
serio. Con quella prudenza calma e riflessiva ch’era innata in lui,
pensò che a ribellarsi c’era tempo in séguito, e per intanto gli
convenisse lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti.
Per via d’amicizie il padre giunse a trovargli un posto d’apprendista
in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi cucire due mezze
maniche d’alpagà, si mise a frequentar ogni mattina l’ufficio,
puntualmente, riuscendo persino a farsi benvolere, perch’era di pronto
ingegno ed aveva una bella calligrafia.
Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre nè da
bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava incontro alla vita
con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche
tempo accesa nell’animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare,
con le mani, co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita,
finchè gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove
piantar le sue tende.
Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una farmacia per
dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; non in quel suburbio
fuligginoso d’officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro
lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili.
Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore,
con tutto il gaudio che può essere in questa parola. Purificarsi di
quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi
tra quelli che invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze,
scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di
saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria che regnava nella
città con grande sfarzo e con grande millanteria.
Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava
nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle
cene? Perchè schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre,
quando con un po’ di baldanza ed un po’ di fortuna si poteva in ogni
caso tentare una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le
maniere signorili nè la presenza piacevole, non la fredda e calma
volontà che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile
che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il
barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la
sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si
sarebbe impossessato con tutte l’arti e con tutte le frodi, poichè la
vita valeva la pena d’essere vissuta e tutto il rimanente non era che
sterile menzogna.
Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere,
sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda
dell’occhio il lento volgersi delle sfere nell’orologio a pendolo.
Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; la notte,
nelle profumate coltri di Mercedes la bruna.
Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli
a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa
ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando ii giorno di quelle
nozze riparatrici. Ma non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che
il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre
in dimenticanza.
Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave pazienza a preparare
il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una
traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio
le diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa in carne,
aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di
lana, l’uncinetto instancabile, i romanzi d’amore.
Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non essere più
vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva
nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica,
mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido
scaldino, il suo paziente amore.
Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più del malanno che
gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s’era condannato
da sè col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo
a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non
sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa?
Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben
intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; aveva
inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto violino! Egli s’era
immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi,
sommesso a tutte le sue folgori, e chissà mai quante volte aveva
elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio
lo tormentava più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera
sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti
in fumo.
Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del vicino e
mettersi a gridare improperi finchè ne avesse il cuore libero! Ma una
inflessibile fierezza lo tratteneva e molti mesi passarono di coperte
ostilità.
L’occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; gli
pareva d’essere ingiusto verso quell’uomo così acerbamente colpito
nell’orgoglio e nell’amore paterno per opera d’uno de’ suoi; ma d’altra
parte aveva egli pure la sua propria fierezza e non sapeva risolversi
a muovere il primo passo, dopo ch’egli lo aveva trattato da meno di
un domestico. La colpa d’Arrigo era certo imperdonabile, ma, in fondo,
che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, per mostrargli quanto
ne fossero dolenti, non gli avevano forse curata la figlia come una
figlia lor propria? Non avevan súbito consentito a quella riparazione,
che infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo aveva
messo alla porta, lui s’era barricato nella sua bottega senza farsi
rivedere più. Tuttavia come doveva sentirsi abbandonato e triste quel
pover’uomo!...
Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva d’emicrania,
messo da parte il rancore prese una grande risoluzione: mandò il
giovine di bottega in farmacia per comprare un grammo di migranina.
— Un grammo di migranina!... — aveva gridato il farmacista, scattando
su dal banco. — Per chi? per il tuo padrone?
— Già, per il mio padrone.
— Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se no crepi!
L’occhialaio v’andò, e si buttarono le braccia al collo.