Questi sono realmente gli articoli che sciogliere si dovevano per
cesarea disposizione da quella rispettabile assemblea a cui erano essi
indirizzati, la quale malgrado che gli abbia tutti //delud\\ delucidati
molto dottamente, e con un metodo assai plausibile, e soddisfacente per
l'inclito monarca che glieli avea ricercati, come egli Stesso volle
farglielo espressamente conoscere, pure oserei opinare che alcune
riflessioni specialmente ad una parte de' medesimi non dovrebbero
riuscire affatto inutili all'essenzialità del mio intrapreso assunto,
giacchè senza togliere il pregio che in esse medesime racchiudono le
differenti soluzioni che già ne furono applicate, esse vieppiù
contribuirebbero ad ornarli di maggiore chiarezza, e precisione, oltre
quella che miriamo rifulgere in queste da ogni parte.
In quanto allo scioglimento dato dall'indicata assemblea alla prima
questione, cioè: _se sia permesso agli ebrei di sposare più di una
femmina ad un tempo?_ Benchè non possa quella essere più solidamente
fondata, dicendo non essere lecito agli ebrei di sposare varie femmine
in una volta, mentre le Leggi alle quali sono i medesimi attualmente
soggetti non permettendo la poligamia, essi non possono praticarla,
quantunque la Religione per se stessa non lo imponga loro, nè non lo
vieti pure si potrebbe quì aggiugnere, che questa Instituzione della
natura, riguardata come necessaria indispensabilmente alla propagazione
del genere umano della primitiva infanzia del mondo, allora esausto di
abitanti, oggi che questo è ovunque sufficientemente popolato, sembra
che più non ne abbia duopo, ed è per ciò appunto che le Leggi Europee
l'hanno condannata come all'eccesso abusiva, e riprovabile ad ogni
riguardo.
Non si può, per altro, negare che la massima parte de' Rabbini sia
sempre stata proclive a permettere la _poligamia_, giacchè avvi delle
Leggi espressamente nella Misnah (_Mis. Tit. Ketuv. cap. 10. Sect. 2. p.
20. Sect. 9 p. 93._) che solo riguardano questo articolo.
D'altronde, molto tempo avanti che il sinodo convocato già ne' tempi
andati nella città di Worms (di cui è fatta speciale menzione nella
Risposta pronunziata sopra quest'articolo dalla nostra Assemblea)
preseduto dal Rabbino _Gherzon_, e composto di Cento Rabbini,
proclamasse l'anatema contro qualunque Israelita il quale avesse sposato
più di una femmina alla volta; il Rabbino _Gamaliel_ avea già condannato
severamente la Poligamia, e la di lui opinione ebbe per fautori i più
dotti, e i più qualificati Rabbini de' suoi tempi, sebbene lo spirito di
esso non fosse da questi molto chiaramente percepito (122).
Ma tutte quelle scomuniche, tutte quelle autorevoli minacce colle quali
si è creduto di sbigottire i partigiani della poligamia, hanno poco
prevaluto in occidente, ed assai meno nell'oriente, mentre colà non sono
già gli anatemi che fecero desistere l'ebreo dall'adottare questo
costume, e seguitarlo, ma le leggi unicamente furono quelle che
allarmate si sono, d'accordo, per sopprimerlo, e per distruggerlo, e
tanto è ciò con sicurezza comprovato, quanto che mirasi tuttavia
praticare laddove tacciono le Leggi su di un tal particolare, ovvero se
ne mostrano indifferenti (123).
Nell'oriente poi essendo la Poligamia protetta, ed ampliamente
autorizzata dalle Leggi del dominio musulmano, siccome ancora da certe
congetture bizzarre che sembrano favoreggiarla, almeno in
apparenza (124); gli ebrei se ne conformano parimenti ed è colà una
massima ovunque ricevuta dalle generalità di que' popoli che un
individuo, qualunque siasi, può avere al di lui servizio tante femmine
vincolate in matrimonio quante ne può alimentare, benchè i settatori di
Maometto, per l'ordinario, non oltrepassano il numero di quattro; Atteso
che riuscirebbe assai difficile per l'uomo di soddisfare in un medesimo
intervallo a' bisogni, ed alle brame di tanti differenti persone. Ma di
ciò essendosi ragionato quanto era necessario, passare ci è ora duopo
alle seconda interrogazione.
_Il Divorzio è egli permesso dalla Religione ebraica? Il Divorzio è
valido senza essere pronunziato da' Tribunali in conformità, e secondo
il senso del Codice francese?_
Quì si risponde che il ripudio è permesso dalla Legge di Mosè, ma non è
valido se non viene precedentemente pronunziato da' tribunali in
conformità, e secondo il senso del Codice francese.
Che i Divorzi sono divenuti molto meno frequenti presso gli ebrei da
quando sono stati questi dispersi fra i popoli differenti della terra,
le Leggi de' quali non permettono la dissoluzione de' matrimonj per
cause frivoli, o per leggeri motivi, è un fatto che l'esperienza ognora
in chiari sensi ci contesta. Per verità vi fu un tempo in cui, al dire
degli scrittori, una minima parola, un piccolo disgusto, un sentore di
gelosia, qualunque, erano Cause Sufficienti per annullare interamente
vincoli maritali; ma le Leggi Civili della nostra Colta illuminata
Europa, avendo riconosciuto il nocumento incalcolabile che risentita
avrebbe la società dall'abusiva frequenza di sifatte dissoluzioni, sono
accorse all'efficace riparo, prescrivendo le indagini le più accurate, e
le più rigorose cautele avanti di passare diffinitivamente a
pronunziarle nelle debite forme che loro conviene; di maniera che oggi
tali separazioni più non sono appoggiate sulle fervide Controversie
incessanti d'Illel, e di Sciamaj, nè sulle opinioni bizzarre del troppo
indulgente R. Akiba, nè sul prodigioso esperimento delle acque amare che
oggi più non conosciamo (125).
Ma le sole cause legittimamente contestate sono quelle che le nostre
Leggi sane, ed ammirabili prendono per guida, onde autorizzare
giustamente il Ripudio, senza che gli statuti di società, e di natura
sieno in verun modo nella benchè minima parte lesi, nè alterati.
Fin quì noi andiamo apparentemente in massima d'accordo, veggiamo se
nelle questioni susseguenti noi possiamo con pari armonia uniforme
convenire.
La Risposta emessa dall'Assemblea alla terza domanda: _un ebrea può
maritarsi con un cristiano, ed una cristiana con un ebreo? ovvero la
Legge prescrive che gli ebrei non si maritino che fra di loro?_
Consistente, cioè, nella soluzione seguente:
_La Legge non dice che un ebrea non possa maritarsi con un cristiano, nè
una cristiana con un ebreo, nè molto meno essa impone che gli ebrei non
possano maritarsi che tra di loro._
Questa Risposta, dico, non potrebbe essere nè più sensatamente fondata,
nè più certa, se però attaccati noi fossimo unicamente alla sola
teoretica prescrizione mosaica, stabilita da noi come la prima base
fondamentale della nostra propostaci Riforma della credenza d'Israel; ma
la pratica tradizionale che a quella si fa oggi di gran lunga prevalere,
ce la fa comparire ben differente. Infatti, a che giova mai di vedere
queste unioni da una parte ampliamente permesse, ed autorizzate dalla
scrittura medesima (126), se la stravagante tradizione dall'altra vi
oppongono di continuo mano forte per farle riguardare, in ogni senso,
con ribrezzo, e con orrore, per tacere quelle insensate leggi, che
giungono finanche a condannarle, sotto comminatorie di anatema, o di
morte (127).
Suppongasi, per puro esempio, un ebrea congiunta in matrimonio ad un
incirconciso, come mai potrebbe questo soffrire di vivere separato dal
suo Letto maritale, benchè nel medesimo quartiere, presso che una terza
parte dell'Anno, ad intervalli differenti, vederle radere la chioma fino
alla cute, assoggettarsi a doversi nutrire il sabato di cibi cucinati il
giorno avanti, senza potere in quello calcolare sul di lei servizio, di
sorte alcuna; e l'educazione ch'ella conferirebbe a' propri figli,
potrebbe mai degenerare da' suoi mostruosi principj? Viceversamente
retorquendo la Circostanza, vale a dire che il vincolo maritale succeda
fra un ebreo, ed una femmina di altra Setta, come mai adattare questa si
potrebbe ad una preparazione di cibi, che la Legge formalmente //gli
...ta\\ //gli\\ {{gli prescrive a suo consorte}} e tutta nuova per essa;
come ridurre quello mai la potrebbe alle lunghe astinenze di nuziali
funzioni; ed alla stretta osservanza d'infinite altre bizzarre cerimonie
che una femmina congiunta ad un ebreo è nel pressante dovere di
conoscere, e praticare secondo quanto è dalla tradizione Rabbinica
severamente comandato (128)? E non è essa forse questa medesima
tradizione che gli condanna entrambi, se trasgressori, o indifferenti si
mostrassero nell'osservanza scrupolosa delle bizzarre pratiche
accennate, che l'ebreo avvezzo a mantenere come sacre, giugne
difficilmente a rinunziare? E appunto per simile ponderato riflesso, che
io non posso cessare d'insistere, che i matrimonj de' quali trattiamo,
non potranno giammai essere permessi agli ebrei, che in forza del nostro
fissato piano di Riforma, che esclude interamente con troppo giusti, ed
inconcussi motivi, qualunque siasi prescrizione tradizionale, che sola
ne forma l'ostacolo funesto, e sovente insuperabile da ogni parte (129);
e gli esempi dall'assemblea nostra opportunamente riportati, de'
moltiplici nodi conjugali vincolati fra i Cristiani, e gli ebrei in
Francia, in Ispagna, ed in Germania, non fanno che avvalorare il mio
principio, ed autenticare nel tempo stesso che gl'individui ebrei
contraenti sifatti legami, determinati a rigettare tutte le tradizioni
misniche, o talmudiche non avranno seguitata che la sola credenza de'
primi benemeriti Institutori della sinagoga ebrea, fra i quali
dimostrammo, non è che un istante, quanto simili Vincoli fossero
frequenti, ed in questo Caso niente certamente di più facile a
combinarli col migliore successo; e quindi quelle si fatte cerimonie
religiose distinte col nome di _Kidushim_, senza di cui niun Matrimonio,
secondo il Talmud, può essere valido, siccome altro questo non è che una
certa formalità consistente in alcune benedizioni che accompagnano la
presentazione di un anello che fa l'uomo alla femmina colla quale vuole
contrarre matrimonio, e nelle parole seguenti proferite da esso nel
momento di porgerlo: הרי את מקודשת לי בטבעת {{זות}} כדת משה בישראל (Are
at Mekudescet Li vetabaghat Zoth chedat moscè veisrael) _Ecco che tu sei
consecrata per me, col mezzo di quest'anello, secondo la Legge di Mosè,
in Israel_.
Tali cerimonie verrebbero dunque a cessare di loro natura, come imposte
da un Codice che più riconoscere non dobbiamo come sacro, e scaturite da
una sorgente che più non ha rapporto seco noi di sorte alcuna,
sostituendosene in vece da entrambe le parti una mutua espressa
confessione di reciproco legame nell'atto medesimo della presentazione
dell'anello in faccia del ministro civile, e di due testimonj autentici
oculari; ecco dove tutte le sane Leggi fanno consistere propriamente la
validità la più inconcussa, e permanente di qualunque patto, o vincolo
matrimoniale.
Ma di ciò essendosi ragionato quanto fa duopo, conviene ora passare alle
indagini che necessariamente offrire ci dovranno ancora le restanti
questioni, che noi entriamo bentosto ad esaminare con ogni diligenza
possibile.
Nulla mi emerge di aggiugnere alle ponderate soluzioni che le dotte
nostre assemblee hanno emanate alla quarta, e quinta interrogazione;
esse contengono delle verità non meno positive, che interessanti alle
quali non si può certamente non deferire di buon grado in ogni senso:
noi ci arresteremo unicamente sulla sesta interrogazione, dove sembrami
opportuno di dovere riuscire inutili allo spirito esimio che l'ha
dettata; essa dunque consiste a sapere: _Se gli ebrei nati in Francia, o
dalla Legge trattati come Cittadini francesi, riguardano essi la Francia
come loro patria, se hanno l'obbligazione di difenderla; se sono tenuti
di obbedire alle Leggi, ed osservare tutte le disposizioni del Codice
Civile._
Benchè la risposta che a simile domanda si aduce dal Consiglio
Israelitico, non possa essere al solito per se medesima, nè più sensata,
nè più analoga nè più certa, dicendo che gli ebrei sono si attaccati al
suolo che loro dette i natali, che anche infausto molte volte per essi,
non si possono giammai determinare di buon grado a rinunziarvi; a più
fondate ragioni essi debbono esservi inseparabilmente attaccati, se ne
traggono de' solidi vantaggi, e de' favori; e quì opportunamente si
riporta l'ingiunzione fatta da Geremia agli ebrei di Babilonia di dovere
considerare questo suolo come loro stessa patria quantunque non vi
dovessero permanere che soli settant'anni (Ger. Cap. V. ) e vari
altri passi della Scrittura tutti tendenti ad inspirare nell'animo
degl'Israeliti la fraternità per i Popoli che gli accolgono nel loro
seno, ed un deciso affetto verso la patria che loro accorda un filiale
pacifico asilo. Tuttoche, dico, sieno queste altrettante verità
dimostrate come Certe, e irrefragabili, pure sembrami che non potrebbero
quelle andare esenti dall'essere in qualche parte attaccate da' critici,
i quali opporrebbero, senza ritegno, che avendo gli ebrei francesi, e
gl'Italiani in particolare unanimemente riconosciuto per l'organo de'
loro respettivi Rappresentanti gli uni la Francia, gli altri l'Italia
per unica loro, e vera patria, abdicando ad un tempo interamente a tutto
ciò che attaccati gli aveva fino ad ora alla Gerusalem loro patria
antica; a quale oggetto dunque, ci apporrebbero essi, mantenere ancora
in tutto il pristino vigore l'osservanza del Digiuno di _Tamuz_, e
quella del nono giorno del mese di _Av_? (ved. l'annot. ) Dopo un
abbandono si espresso, ed una sì formale univoca rinunzia con quale
fondamento nutrire ancora viva la speranza di potere un giorno
riacquistare quello su di cui più non restaci da fare valere sorte
alcuna nè diritto nè ragione (130). Oltre a ciò, quale idea stravagante
di rincrescere, piagnere, o attristarsi per una perdita sofferta è già
oltre diciassette secoli, e che malgrado tremila e cinquecento digiuni
fatti dall'intero giudaismo durante sì complicata serie di epoche,
animato dalla lusinga di conseguire con tale mezzo il totale ricupero,
gionto ancora non è a ripararla?
Quanti esempi memorabili contrapporre non si potrebbero, non dico già di
quelle tante nazioni che contava la terra i 15. e i 18. secoli addietro,
e di cui le Ricchezze, la possanza, i nomi stessi più ora non esistono
che in quelle vetuste pagine muffate che i primi tipi ci trasmisero un
giorno, ma solo riferire io voglio de' tempi assai più recenti ne' quali
si videro quantità di popoli dispersi, Regnanti detronizzati, tempj
aboliti, e quasi anche distrutti; immensi tesori predati e che per ciò?
Niente più consentaneo all'ordine delle cose terrene di vedere un popolo
debole divenire la conquista di un popolo più forte, ed un monarca
formidabile soggiogare un Regoluzzo; ed a fronte di tutti que' digiuni
che potessero da quello instituirsi, e di tutte le più fervide
ossecrazioni che intuonate fossero da questi, il vinto spera in darno di
potere ricuperare le sue perdite, e fare quindi valere i suoi diritti
fino a tanto ch'esso non divenga, o più, o almeno tanto forte quanto lo
è il suo vincitore (131). Ma gli ebrei Talmudisti insistendo ne' loro
principj, mi sembrerebbero fuori di questo Caso, ed anche affatto alieni
dal pensiere di tentarlo, mentre avvezzi a mirare cadere le mura di
_Gerico_ allo strepito di trombe ( ) abituati a sconfiggere numerose
Coorti allo spezzare di stoviglie ( ); ed accostumati di vedere il
solo braccio di _Sansone_ con una macella di asino fare scempio di 3000
filistei in un rapido istante ( ) così essi attendono fermamente di
vedere un giorno rinnovare i medesimi prodigj in loro favore, e credono
che la preghiera, e il digiuno debbano essere quelle sole armi
portentose, che indipendentemente da ogni umana influenza dovranno un
giorno rimettere il Popolo d'Israel nell'intero possesso del suolo
venerabile de' suoi benemeriti progenitori.
Quindi per distruggere queste acerrime imputazioni, che lanciare ci
potrebbero i critici, ad un tale riguardo sarebbe, per quanto io penso
oltremodo necessario di dimostrare col fatto la genuina verità esposta,
sopprimendo, ed abrogando tutte quelle preghiere, o astinenze usitate
fino ad ora dal popolo ebreo, che parrebbero concorrere a palliarla, se
non ancora forse a smentirla, ma di ciò mi riserbo a ragionare di
proposito fondatamente altrove.
Niente altro restami a dire sulla settima, l'ottava, e la nona
questione, le quali tutte riguardano l'elezione de' Rabbini, le loro
ingerenze particolari, o attribuzioni, se non che sarebbe oltremodo
necessario essere più circospetto, meno facile all'avvenire di ciò che
si era per lo passato nel conferire il titolo di _Haham_, ossia
_Rabbino_, mentre i soli requisiti accennati dalla nostra rispettabile
assemblea non mi parrebbero sufficienti quanto fa duopo a meritarlo, nel
modo che si è generalmente creduto fino ad ora. Non mi si negherà
certamente che una delle ingerenze principali annesse a questo grado è,
senza dubbio, la predicazione, e la spiegazione del sacro Codice. Or
domando, come potrebb'esso mai riuscirci senza una profonda cognizione
dell'idioma del suo paese? Come giugnerebb'esso a persuadere senza
eloquenza? Come dilettare, muovere, convincere, sia in quello, o in
questo ramo, senza usare a tempo, e luogo di que' precetti
indispensabili che l'arte filologica prescrive, e senza de' quali ogni
discorso riesce per sua natura languido, insulso, ed annojante (132)?
Quindi è che di somma urgenza, ed essenziale cred'io per coloro che sono
richiamati alla professione del Rabanismo di conoscere in tutta
l'estensione quanto l'arte oratoria per se medesima racchiude; e che in
conseguenza non si dovrebbe graduare per Rabbino, se non se
quell'individuo il quale oltre le menzionate doti riconosciute
assolutamente necessarie al suo grado, cioè, esemplari costumi ed una
profonda versatilità nelle basi della Religione, manifestasse ancora nel
tempo stesso una esplicita perizia nell'arte del ben dire.
La Decima domanda aggirasi a sapere: _Se avvi mestiere, o professione,
cui la Legge degli ebrei loro proibisca?_ E la soluzione adottata
dall'assemblea, e sanzionata dal Gran sinedrio, è quale appunto dee
essere troppo giusta, e assai bene fondata; cioè, non solo non esservi
alcun mestiere, purchè onesto, che sia dalla Religione interdetto
agl'Israeliti, ma col Contesto Misnico, e talmudico alla mano (_Tract.
Kiduscim Cap. 1._ E _Tract Avoth Cap. 1._) si sostiene che il genitore
il quale non fa instruire il proprio figlio di una qualunque siasi arte,
lo alleva, e lo introduce alla funesta carriera de' malvaggi; verità che
l'esperienza ci comprova molto frequente.
Solo si potrebbe qui di proposito rimarcare a giustificazione del popolo
d'Israel, che se gli individui di questo non si videro sempre, e ovunque
dediti specialmente alle professioni mecaniche, una si fatta indolenza
non dee già ripetersi per che quelli ne fossero avversi, come
assurdamente opinarono taluni ma da tutti quegli ostacoli pertinaci che
molto sovente loro contrastavano i progressi nella guisa che osservammo
accadere a' medesimi pur troppo nell'acquisto delle scienze, e nello
sviluppo della Ragione; e siccome da quando agli ebrei fu permesso di
coltivarsi, e di usare delle loro facoltà intellettuali, noi già
sufficientemente dimostrammo a quale grado sommo si fecero essi
distinguere nel mondo per genio, per talenti, e per dottrina, così
laddove non era loro interdetto il libero esercizio delle arti liberali,
e de' mestieri, facevano ad evidenza conoscere di esserne stati un
giorno perfetti conoscitori, e di poterli anche divenire a' tempi
nostri, sempre che il fanatismo, e la superstizione non vi avessero
tenacemente opposte le loro malefiche barriere per distorli, ed
allontanarneli, in modo che ravvicinare più non si potessero
giammai (133).
L'undecima, e la dodicesima questione finalmente hanno per iscopo di
conoscere: 1º. _Se la Legge degli ebrei proibisce ad essi l'usura co'
loro fratelli_: 2º. _Se questa Legge vieta, o permette loro l'usura
cogli stranieri_
Quanto fu da entrambe le assemblee Israelitiche sensatamente deciso
intorno questi due ultimi articoli, essendo appoggiato alle ragioni le
più solide, le più ponderate, ed inconcusse, risultanti dall'analisi il
più esatto, ed il più giusto, noi non abbiamo che rapportarvici in ogni
senso, richiamando ad un tempo medesimo tutto quello che per reiterate
volte fu già da noi significato nel Corso di quest'opera, concernente un
tale assunto: solo mi emerge quì fondatamente rammentare co' numerosi
riportati esempi alla mano, che gli ebrei in generale saranno sempre mai
ciò che vogliono le Leggi alle quali sono i medesimi soggetti, nel modo
istesso che noi vedremo il loro Carattere ovunque, ed in ogni tempo
modellato sopra quello de' popoli fra i quali essi vivono, o ne
contraggono de' rapporti di società, e di Commercio; verità che abbiamo
dimostrato più volte con tanti percuotenti esempi, opportunamente da noi
già riportati.
Tali sono dunque le ponderate riflessioni che la verità, e la ragione mi
eccitarono di proposito a fare sulle assennate Risposte che entrambe le
assemblee Israelitiche hanno rassegnate all'augusto Regnante della
Francia, e dell'Italia, in evasione alle sovrane Ricerche analoghe che
piacque ad esso proporre alle medesime.
Or mi sarebb'egli pur anche permesso d'inoltrare le mie assidue
ponderate indagini fino sulle sagge operazioni fatte da questi medesimi
Consessi, onde pervenire a discernere se le Ispezioni della prima
assemblea, e le ingerenze assunte dal gran Sanhedrim, furono in massima
quelle stesse che le auguste disposizioni di Napoleone si prefiggevano,
e che il bisogno urgente d'Israel richiedeva immediatamente per tate
parti? Ecco ciò appunto che noi passiamo tosto ad esaminare colla più
esatta precisione possibile.
(122) I difensori dell'opinione di Gamaliel si è come lo rimarca
sensatamente _Basnage_ (_Hist. des Juifs T. X. Lib. VI. C. 22._) hanno
supposto viemaggiormente sostenerla sulle parole della scrittura
_Sororem uxoris tuæ in pellicatum illius non accipies, nec revelabis
turpitudinem ejus adhuc illa vivente_ _Levit. Cap. 18. v. 18._ dove
appunto tutt'altro sentimento ci percuote di quello del citato Rabbino,
e dove non si accorgono che la Legge non intenda quì di parlare che del
matrimonio di due sorelle ad un tempo medesimo, che non era in verun
modo permesso si sposare, benchè il patriarca Jacob ne avesse il primo
fornito l'esempio fra gli ebrei; ma frattanto ben lungi dall'essere
stato quello seguitato in alcuna parte, ei fu sempre mai riguardato
dall'Israelismo con orrore, ed avversione. Quindi apparisce
verosimilmente che lo spirito dell'accennato autore avea tutt'altro
oggetto per iscopo, che quello di si fatte Congiunzioni.
(123) Questo era un abuso presso che generale fra gli ebrei di molte
parti dell'Italia, dove non si avea forse tutta via opinato a costituire
delle ottime Leggi affine di reprimerlo, e di annientarlo. Vi si teneva,
per l'ordinario, la regola che coloro i quali avevano vissuto lungo
tempo in conjugo legame (termine fissato per lo più ad un completo
decennio) senza procreare nuovo lignaggio, prendevano ad arbitrio un
altra moglie unitamente alla prima, la di cui dote era messa tosto al
sicuro, onde restasse bene garantita da ogni sinistro inopinato
avvenimento. Io stesso vidi ocularmente due individui ebrei in Toscana
mia patria, ed un altro simile in Roma dupplicare pubblicamente il
Legame conjugale nella precisa forma di cui parliamo.
V'ha inoltre per sino chi pretende, che non solo gli ebrei di qualche
paese dell'Italia fossero attaccati da simile abuso, ma che anche il
Pontefice Romano stesso accordava allora le dispense della Legge
evangelica, autorizzando colle medesime questi secondi matrimoni pure
fra i Cristiani: Leon di Modena, per quanto narra Basnage, lo avea di
proposito assicurato nella prima edizione del suo trattato delle
Cerimonie degli ebrei (ved. _Leon di Modena, IV. C. 2. pag. 112. E veter
Disp. select. T. II._)
(124) I fautori della Poligamia (dice _Beverland_ nel suo _Trattato_
_Polygamia Triumphatrix_) appoggiano questa Instituzione sull'esempio
de' Patriarchi, e de' Santi che hanno vissuto avanti, e dopo il Diluvio
i quali (come opinano essi) avrebbero lasciato il mondo un inospite
deserto, se non avessero accresciuto il numero delle donne, e in
conseguenza quello ancora de' figli; essi aggiungono altresì che sarebbe
impossibile che Dio avesse tollerato quest'uso universale con una
quiescenza di tanti continuati secoli, s'egli lo avesse riguardato come
un attentato alle sue Divine Leggi, o come un abuso riprovabile in
faccia della società. Mosè, il quale riformò gli abusi che si erano
introdotti ne' precetti Noakiti, o nella Legge naturale, non fece alcun
Regolamento per restrignere i matrimonj al semplice vincolo di una sola
femmina. I santi antichi i quali hanno vissuto sotto questa economia,
conchiudono essi, non avrebbero osato violare la Legge se la medesima
fosse stata loro trasmessa propriamente dalla genuina tradizione, almeno
alcuni fra quelli si sarebbero fatti, senza dubbio, un pressante dovere
di osservarla, siccome gli altri non avrebbero certamente osato rendere
i loro matrimonj così affluenti, e così pubblici come lo furono essi per
sì lungo periodo di anni.
(125) Interminabili, ed allarmanti questioni si suscitarono sovente fra
l'Accademia diretta da _Illel_, e quella sostenuta da _Sciamaj_ sopra
questa materia, siccome intorno a moltissime altre; il primo pretendeva
che l'Adulterio solo era per se medesimo efficace a dissolvere il
vincolo maritale; sosteneva l'altro, al contrario, che bastava che la
donna avesse fatto cuocere troppo la carne di un convito. Il Rabbino
_Akibà_ si vuole che spignesse l'indulgenza ancora più lontano;
pretendendosi ch'egli decidesse, che ritrovandosi una femmina più
conveniente era permesso di abbandonare quella che tale non lo era: una
morale sì rilasciata non potea essere seguitata con trasporto; ma coloro
che si piccavano di una maggiore devozione, adottavano di buon grado la
massima d'Illel.
In quanto poi alla cerimonia Straordinaria delle acque indicate,
allorchè una femmina colpevole di adulterio, confessava la sua
infedeltà, il Contratto della sua dote veniva tosto abrogato, e dopo di
avergli restituito ciò che dessa avea portato, si espelleva dalla casa
del suo Consorte per essere lapidata. S'essa poi negava risolutamente il
delitto si conduceva nella porta orientale del Tempio, e colà gli si
faceva bere le _Acque amare_ (_Sal. Ben Virga Hist. Jud. p. 168._), i di
cui effetti si rendevano manifesti appena che l'accusata avea cominciato
a trangugiarle, il suo viso diventava livido, il di lei ventre si
enfiava, e gli occhi suoi gli uscivano dalla testa (_Mis. Sothà Cap. 3.
p. 213. 214._) ed allora è quando facevasi luogo l'anatema pronunziata
dal gran sacrificatore in faccia della femmina adultera.
Per ciò che riguarda il vero motivo per cui si chiamassero quelle _acque
amare_, vari, e disparati sono i sentimenti de' Rabbini per giugnere ad
indagare donde mai procedesse l'amarezza letale delle medesime; alcuni
vollero che vi si mischiasse dell'assenzio, il quale dava elleno questo
attoscato gusto (_Wagenseil in Sothà p. 284._); ma il Nahmanide assicura
ch'esse non cominciassero a divenire tali per mero effetto di prodigio,
che nella stessa bocca delle femmine colpevoli.
(126) A fronte di tutti quegli scrupoli severi che gl'Israeliti antichi
dimostravano per la relazione cogli stranieri, noi veggiamo frattanto
che il loro allontanamento non era già per tutti gli stranieri, benchè
questi venissero indifferentemente annoverati da essi nella categoria di
גוים (goim) che significa _gentili_; quelli che dessi dovevano sfuggire
erano sole in vero le nazioni maledette discese da Canaan, che Dio avea
loro comandato di sterminare, prescindendo dalle quali, gl'Israeliti
potevano anche accoppiarsi in matrimonio con tutti gli altri popoli,
siccome dalla nostra assemblea è saggiamente rimarcato, e tanto è ciò
vero, quanto che Mosè sposò una Madianita; Booz è lodato, per avere
sposato Ruth Moabita; la madre di Assalon era figliola del re di Gessur;
Amassi era figliuolo di un Ismaelita, e di Abigail sorella di David;
Salomone stesso sposò la figliuola del Re di Egitto, anche fino dal
principio del suo Regno in cui esso era più caro a Dio, ed allora quando
la scrittura sembra biasimare i di lui accoppiamenti colle femmine
straniere; ciò non si rapporta che alle sole Cananee dal medesimo
sposate le quali seppero sedurlo al segno, fino a farli dimenticare il
Divino Culto de' suoi avi, per correre presso gl'idoli, e i simulacri
delle idolatre nazioni.
(127) L'imperatore Costanzo ha pubblicato una Legge colla quale
condannava esso alla pena di morte qualunque ebreo il quale avesse
sposato una femmina cristiana (ved. _Cod. Theod. Lib. 6. p. 233._) ed il
secondo Concilio di Orleans vietò sotto pena di scomunica queste sorti
di matrimonj che riprovava la notabile differenza delle due Religioni,
ed ordinò la separazione delle due Religioni, ed ordinò la separazione
immediata delle persone che gli avevano contratti (ved. _Concil.
Aurelian II. Car. 19. pag. 1782._)
(128) Il primo dovere che impongono i Rabbini alle femmine ebree che si
destinano al matrimonio si è quello di recidersi tutti i capelli della
testa il giorno avanti le loro nozze; i medesimi aducono per sufficiente
ragione che essendo la chioma nelle femmine uno degli ornamenti i più
seducenti per l'uomo, questi potrebbe, a senno loro esserne attirato
assai più facilmente di ciò che lo sarebbe, se quella ne fosse priva, e
quindi cadere nel delitto di adulterio. Un secondo dovere che con non
meno impegno del precedente è prescritto da' Talmudisti alle femmine
ebree si è quello di allontanarsi per un certo dato spazio di tempo da'
rispettivi loro consorti, sì tosto che il primo atto matrimoniale è
consumato avvertendogli non essere loro permesso cinque giorni per alcun
mese di toccare elleno nè pure un dito nè sedere appresso di essa, nè
mangiare nello stesso piatto, nè bere nel medesimo bicchiere, ed avanti
di congiugnersi nuovamente co' loro mariti esse debbono tuffarsi entro
di un bagno espresso per tale oggetto, e l'immersione sarebbe inefficace
in mente de' Rabbini, se desse portassero soltanto un piccolo anello,
che impedisse l'acqua di penetrare in qualunque parte del loro Corpo,
giacchè bisogna che esse restino lavate dall'estremità de' piedi fino
alla sommità della testa; v'ha per sino delle guardie che survegliano, e
che presedono sopra questa sorta de' bagni, affine di vedere se la donna
è interamente coperta di acqua; e quanti altri doveri di tal fatta non
sono imposti da' Rabbini con eguale rigore a questo scopo, tanto per
rapporto al Lampadario del sabato, quanto allo sgombro del formento
dalle case avanti la pasqua delle azzime; ed a separare quella porzione
di pane lievitato da abbruciarsi che chiamano _Halah_, per tacere tane
altre simili pratiche, delle quali troppo annojante ne riuscirebbe la
menzione.
(129) Comunque intendere si vogliano unioni di tal fatta, come appunto
la grande Assemblea Israelitica dottamente lo riflette nella sua terza
soluzione, l'opinione de' talmudisti è, per altro, contraria onninamente
alle medesime, nel modo che lo sarebbe, senza dubbio, parimenti quella
de' preti nel caso inverso. E dunque per ciò che volendo noi essere
attaccati al senso Letterale della Tradizione, dovremo inesclusivamente
riguardare questi vincoli come affatto incompatibili con quella, e
recalcitranti a tutto ciò che la medesima prescrive ad un tale riguardo,
o pure rigettare questa interamente se vogliamo che si fatti Matrimonj
corredati vangano di quella validità necessaria per consolidarli, e con
tanta più ragione appigliare ci dovremo risolutamente a quest'ultimo
partito salutare, quanto che se noi riflettiamo a quelle tante cerimonie
religiose che sono in uso attualmente presso gli ebrei talmudisti
nell'occasione de' Matrimonj che si contraggono fra di essi, noi vi
osserveremo non esservene forse alcuna che sia stata nè prescritta, nè
ordinata da Mosè come precetto obbligatorio, e indispensabile, malgrado
che come tali si mirino praticate, e mantenute oggi da' medesimi col
massimo accanito fervore.
(130) Lo scopo primo, ed essenziale di entrambi questi digiuni non è
tanto per la triste commemorazione delle perdite immense che il popolo
d'Israel fece fatalmente in questi giorni, e delle orride calamità alle
quali soggiacque in tal epoca funesta; quanto per l'acquisti che spera
di potere farne un giorno, e per il ristabilimento del suo pristino
dominio; e gl'intelligenti dell'idioma ebraico possono esattamente
comprendere che la massima parte delle sacre orazioni, e delle preghiere
delle quali usano gli ebrei in questi giorni, regolarmente non tende che
a questo solo disegno; ciò che resterà più ad evidenza dimostrato dagli
opportuni esempi che noi ci riserbiamo a riportare a tempo debito
allorchè ci emergerà di riassumere questa materia per reprimere gli
abusi, e rimetterla sul piede di tante altre secondo che lo esigono i
nostri stabiliti principj.
(131) Infiniti percuotenti esempi concorrono a dimostrarci, e quello che
ci offre il popolo ebreo più di ogni altro certamente che la soverchia
confidenza che suole porre per l'ordinario, un popolo avvilito in certe
pratiche esterne, come sarebbero preci, digiuni, e Cerimonie religiosi,
che si fanno da quello tenere, come osservammo, le veci, ed il Carattere
di religione, e che vi attacca per conseguenza l'efficacia la più
pronta, e la più sicura, lo riduce per sino a persuadersi che Dio non
occupandosi che di essa, in ricompensa dell'esercizio delle medesime
opererà incessantemente de' miracoli sorprendenti a suo riguardo; ed
ogni nemico il più formidabile diventerà al suo cospetto debole, ed
atterrito, ed impotente a nuocerlo, o a perturbare la sua tranquillità.
Abbandonato ad una tale smodata fiducia esso resta intimamente convinto,
che anche immobile o inoperoso a fronte delle sue ostilità, Dio veglia
sempre alla di lui valida difesa, e conservazione; ma il fatale successo
non tarda in seguito a provargli, come seguì appunto agli Israeliti al
tempo de' Maccabei, quanto caro gli costi una si vana speranza, e la
vittoria esso diventa finalmente della illusoria Confidenza nella quale
avea egli riposta la sua vera difesa, e il suo sostegno.
(132) Sebbene qualche volta veggiamo riuscire in tutto ciò col soccorso
meramente delle sole qualità naturali, non per tanto, sembra che l'uso
de' precetti oratorj sia in certa guisa molto necessario per rendersi
perito quanto è duopo nell'arte del ben dire. D'altronde l'eloquenza che
trae la sua sorgente dalla natura, non essendo sottoposta a
prescrizione, essa lo è unicamente alla più, o meno veemenza della
passione dalla quale è incitata, ed alla più o meno importante
Circostanza che la promuove, di maniera che venendo ad illanguidire
l'intensità dell'una, o trovandosi a variare la passione dell'altra, al
segno che riescano entrambe indifferenti, l'Eloquenza dovrà cessare così
pure con esse, e rendersi suscettibili delle medesime alterazioni di
quelle, quando, al contrario, l'Eloquenza che è soggetta a' precetti
filologici fa nascere alla stessa la passione che fa servirgli di
alimento, e con eguale facilità crea la circostanza che più stima
convenirgli. Quindi è che l'eloquenza naturale non sarà che poca cosa se
non è accompagnata da precetti che l'arte oratoria stabilisce, e senza i
quali la facoltà di parlare al Cuore degli uomini sarà in ogni tempo per
noi un arte sconosciuta.
(133) In tutta l'antichità non si conosce alcun popolo, che più
degl'Israeliti fosse inerente all'Agricoltura, e per quanto le Sacre
pagine ci annunziano (_Exo. 31. 4. 5._ E _36. 38._ e seg.) essi
abbondavano di Artefici eccellenti non solo fino da' tempi di Mosè, e in
fonditori, e in opifici di metalli, in intaliatori di gemme, in
Legnajuoli, Ricamatori, Tapezzieri, Profumieri &c. ma anche molti secoli
dopo a' tempi di David, e del di lui figlio Salomone successore il quale
scelse per la costruzione del tempio fatto edificare da esso, 30,000.
artefici di ogni specie, oltre 80,000 scalpellini tutti ebrei impiegati
per l'uso medesimo (ved. _Reg. 5. 13._)
Cap. XVII.
Quali avrebbero dovuto essere le Ispezioni essenziali della prima
assemblea, e quali le ingerenze urgenti del Gran Sanhedrim, secondo il
bisogno d'Israel, e le sovrane mire paterne del suo Augusto Protettore.
Allorchè piacque all'augusto Rigeneratore d'Israel di fare notificare al
primo sinodo la sua sovrana soddisfazione, in seguito delle Risposte
emanate da questo alle dodici questioni propostigli dalla stessa Maestà
Sua, e da noi estesamente riportate nel Capitolo antecedente, in chiari
sensi fece ad esso capire quali erano le sue benefiche intenzioni
paterne in vantaggio del popolo che da sì fatto congresso veniva
formalmente rappresentato. Esse prefiggevansi per primo essenziale scopo
di richiamare l'eccelso Culto dell'Israelismo alla sua purità primitiva,
confusamente alterato dalla turba immensa de' Commentatori di cui le
opinioni affluenti e contraddittorie ne hanno si sovente oscurati i
sommi pregj, e gettati eziandio nel dubbio presso che tutti coloro che
gli trascorrono, o se ne dichiarano fautori; ciò che non avrebbe potuto
giammai effettuarsi, senza rovesciare da Colmo a fondo le moltiplici
pratiche superstiziose, le cerimonie stravaganti, e gli usi bizzarri, e
antisociali che durante lo spazio di molti secoli, si videro presso la
nazione d'Israel tenere le veci, ed il Carattere di Religione, siccome
per reiterate volte io mi feci all'opportunità espressamente a
dimostrare.
Un secondo ammirabile disegno paterno niente meno urgente del primo
proponevansi felicemente le mire salutari di sì benefico Monarca, e
questo era quello propriamente di livellare la sorte, e i requisiti di
questo popolo al rango equipollente di tutti gli altri, conferendo ad
esso quell'esistenza politico morale, che ricusatagli era fino ad ora in
qualunque angolo di mondo in cui fissato avesse il suo precario
domicilio ciò che non sarebbe del pari, in verun modo riuscito senza
prima rifondere, per così dire, i suoi Costumi, e le sue inveterate
abitudini entro il crogiuolo de' lumi, della civilizzazione, del
disinganno, sostituendone in vece que' solidi principj di coltura, e
quelle virtù sociali che un infausto destino costrignevalo ad ignorare
per lo passato. Tali sembrami che avrebbero dovute essere in massima le
ispezioni edificanti della prima assemblea rappresentante l'intero corpo
dell'Israelismo esistente nella Francia e nell'Italia.
Non può cadere indubbio ad alcuno certamente che concentrate non fossero
in questo solo punto le cesaree cure del genio incomparabile che
all'eterna Provvidenza piacque di accordare alla posterità di Abramo
sopra la terra per suo padre, suo monarca, e suo sostegno.
Infatti se al primo scopo eccelso tendere non doveano radicalmente le
ingerenze oltremodo urgenti del Gran Sinedrio, a quale oggetto fare
dunque risorgere a' nostri giorni il primo Magistrato di Gerosolima, un
esimio areopago sì rispettabile nel mondo Israelita, fregiarlo delle
medesime supreme attribuzioni che venerava la Giudea nell'antico, se non
se affine di illuminare per ogni parte ad imitazione di quello il popolo
ch'esso dirigeva, e governava per ricondurre al vero spirito della
vetusta sua Legge, dandogliene una spiegazione metodica, ed omogenea,
efficace a fare svanire le moltiplici interpretazioni assurde, che a
quelle date furono ne' tempi andati? Dicasi pure a qual fine richiamare
premurosamente da lontanissime Regioni i più commendevoli soggetti del
popolo d'Israel, convocarli in formale assemblea nella Metropoli della
Francia, se non fosse stato quella provocato dal disegno salutare di
evadere le alte ispezioni ragguardevoli che affidate erano a quella dal
magnanimo Sovrano che l'avea convocata; cioè di rigenerare onninamente
la civilizzazione, e i costumi del popolo che rappresentava, preparando
in tale maniera agli avanzi d'Israel un Era felicemente memorabile,
tutta nuova ne' suoi fasti, e quindi assoggettarlo in avvenire a' più
lieti, e più avventurosi destini?
Dal che apparisce dunque indubitabile che l'una dovea essere destinata a
riformare l'educazione del popolo d'Israel, a civilizzare i suoi
Costumi, renduti oggi alquanto depravati dalla penosa Circostanza della
sua odierna situazione, a megliorare lo sviluppo del suo spirito, ed a
ricondurlo, in una parola, nel seno della società, dalla quale esso
vivea da sì lungo tempo separato e proscritto; dovea l'altra
propriamente ingerirsi di rifondere nel crogiuolo della Ragione le
pratiche del suo Culto, eccessivamente degenerate dalla primitiva
limpida sorgente da cui emanate si videro, e ridurla a quello stato di
perfettibilità che seco loro portarono nascendo.
Or domando, quali progressi luminosi ha fatto mai l'educazione del
popolo ebreo dopo la convocazione della prima assemblea, e quali solidi
vantaggi ha in verun modo risentita la sua moderna religione dalle
assidue sedute del gran Sinedrio? I talenti sono essi forse più
sviluppati da ciò che lo erano mezzo secolo indietro? La civilizzazione
ha essa fatti più numerosi progressi? Ben lontano da ciò io vedo i lumi
rimanere avvolti nelle dense tenebre antiche, e l'instruzioni a gran
passi retrogradi, sembra sfuggire il nostro incontro, e rimontare con
isdegno fino a quelle regioni pur troppo del tutto sconosciute per noi.
E le pratiche religionarie seguitate oggi dalla Comunione d'Israel in
che differiscono esse mai da quelle cerimonie superstiziose adottate
dalla medesima avanti la convocazione del Gran sinedrio? Gli stessi usi
ridicoli, le medesime pratiche stravaganti che erano generalmente in
voga presso gli ebrei per lo passato, non lo sono da essi attualmente
del pari con eguale trasporto, non sono quelle osservate oggi, e
mantenute da essi coll'entusiasmo precisamente uniforme a quella che lo
erano già nelle epoche decorse (134)?
Il Popolo d'Israel avea diritto di tutto aspettare di ottimo, e di
consolante dalle dotte operazioni di entrambi tali rispettabili
Congressi, e questi, al contrario, possedevano tutti i mezzi più
efficaci, onde corrispondere, d'accordo, al felice progresso della sua
impaziente aspettazione, ma per fatalità inconcepibile, questo popolo
tutta via ritrovasi aggravato dalla salma lacerante de' suoi vetusti
pregiudizj tradizionali, e le dense tenebre dell'ignoranza dalle quali
la sua educazione rimase involta, pare che cospirino a mantenerlo nelle
sue inveterate abitudini Macchinali.
Allorchè l'Augusto Napoleone volle fare conoscere alle indicate
Assemblee la sua volontà suprema, nella espressa comunicazione fatta da
esso alle medesime ne' sopraccennati dodici articoli, è indubitato, che
la spiegazione di questi non dovea soltanto limitarsi al mero senso
letterale sottinteso ne' medesimi ma essa dovea assolutamente
abbracciare una serie di cognizioni molto più vasta, un analisi molto
più esteso, e più profondo di tutto ciò che in se medesima racchiude
l'esimia credenza tramandata da Mosè alla posterità d'Israel; e tutto
chè soddisfatto apparisse dalle soluzioni date da quella a' suddetti
articoli, com'egli stesso lo fece chiaramente capire per l'organo de'
suoi medesimi Commissarj, non per tanto, la sovrana Deliberazione di
convocare un gran sinedrio ad imitazione di quello generalmente venerato
dall'antica Gerosolima dopo di avere fatto solennemente adunare la prima
ragguardevole assemblea; non potea racchiudere certamente altro disegno,
se non se quello di presentare all'intero popolo ebreo un nuovo Codice
salutare modellato sopra quello di Mosè, e basato sulla Ragione, e la
cui purità lesa o alterata non fosse dalla folla immensa de' glossatori
che sovente oscurarono purtroppo gl'inestimabili pregj dell'antico (ved.
_Racc. degli Atti dell'ass. degl'Israel. di Francia T. II pag. 55._)
nella guisa che abbiamo avuto luogo di rimarcarlo più di una volta.
Ecco infatti il più salutare servigio che rendere poteasi generalmente
ad un popolo il quale anche i mezzo delle sue deplorabili peripezie, era
gionto a convincersi una volta non restargli altra pronta risorsa che i
talenti, la Coltura, e lo sviluppo dello spirito, ed è per ciò che ad
altro non aspirava in questa opportuna Circostanza che a vedere
rigenerati i suoi Costumi, rischiarare la sua ragione, e ad un tempo
medesimo sgravare il proprio Culto da quell'oneroso fardello d'informi
pregiudizj, rinascenti ad ognora in mille foggie differenti e ridurlo a
quello stato edificante di sua purità primitiva.
Ma quali solidi moltiplici vantaggi avrebbe la nazione d'Israel
profusamente ricavati per tante parti dalla proclamazione di un nuovo
Codice Religionario Civile fondato sulle inconcusse basi dell'antico,
noi passiamo tosto a dimostrarlo.
(134) Dove dunque propriamente consiste la tanto vantata Riforma
dell'educazione, e del culto del Popolo ebreo? Se si riflette
assiduamente alla meschinità de' progressi che ha quella fatti a' tempi
nostri si direbbe che ha essa retrogradato molti secoli addietro, e che
per conseguenza i lumi, ed i talenti ritornarono miseramente a
sepellirsi nell'infanzia primitiva donde sono essi in origine scaturiti;
e quale meraviglia? Se di tutto si ha cura di parlare all'ebreo fra noi
fuori che d'Istruzione; se le nozioni che si fanno al medesimo
acquistare non sono idonei ad altro, che a confonderlo, ed a farlo
travviare dal retto sentiere della Ragione, e se occupando i suoi
talenti continuamente di oggetti i più frivoli, ed i più ributtanti,
condursi lo veggiamo a gran passi, da uno in altro smarrimento, e
perpetuarsi così la stupidità la più cieca, e la più materiale.
E se al Culto attendiamo un solo istante, vedremo che lungi dall'essere
stato questo rigenerato, come si è forse vanamente preteso colle
operazioni d'entrambe le Israelitiche assemblee, pare che il medesimo
rimonti unitamente a tanti altri, fino a' secoli di ferina barbarie ne'
quali follemente supponevasi onorare l'Essere Supremo, adottando quelle
pratiche ridicole che ne oscurano i sommi pregj, e coltivando quegli usi
detestabili, che lo disonorano, e dove stabilivasi per principio che
l'uomo per piacergli dovea essere al grado massimo imbecille,
contradittorio, e assurdo.
Cap. XVIII.
Piano del nuovo Codice Religionario Civile, che da entrambi que'
Sinodi si avrebbe dovuto costruire, e sanzionare, basato su' genuini
principj di Mosè, sulla filosofia, e sulla Natura.
Non ostante le ottime disposizioni e lo spirito retto da cui animati
erano entrambe le due assemblee Israelitiche, malgrado quegl'insigni
perspicaci talenti de' quali erano adorni gl'individui che le
componevano, il popolo ebreo frattanto ritrovasi tutta via deluso dalle
sue speranze, che credeva radicalmente fondate, quali erano quelle di
vedersi aprire sotto il passo un nuovo sentiere di felicità inesauribile
da cui contava che scaturire dovessero, come da sorgente perenne i lumi,
la ragione, e lo sviluppo de' talenti di cui avea esso tanto urgente
bisogno, ed in loro vece pur troppo, le tenebre, il fanatismo, e
l'illusione, esso mira cospirare d'accordo la sua perdita fatale, e dare
l'ultimo crollo alla sua rovinosa caduta; e come altrimenti avvenire ne
potrebbe? La sola risorsa che gli era in tante guise felicemente
preparata gli venne in tratto a mancare nel suo nascere, ed ora esso
male a proposito attribuisce all'influenza di un avverso destino quello
che direttamente dall'opera umana ripetere solo esso dovrebbe (135).
Per quanto l'esperienza chiaramente ci dimostra due si riconoscono
essere unicamente le vere Cause che hanno renduto fino ad ora
l'individuo Israelita l'oggetto della perfidia, e del vilipendio
universale di tutti gli altri popoli della terra: il franco Italo genio
che indefesso veglia continuamente alla difesa dell'innocenza oppressa,
troppo bene lo conobbe, ed il suo Augusto salutare Decreto (30. mag.
1806.) non prefiggevasi per iscopo che annientarle dalle fondamenta, e
quindi opporre man forte al progresso fatale de' malefici affetti che
risultare ne potevano: gli accennati dodici Articoli fatti dal medesimo
presentare alla soluzione delle menzionate assemblee, implicitamente le
racchiudono entrambe: la prima è quella intima persuasione irragionevole
in cui erano quasi tutti gli uomini, che la Religione degli ebrei
racchiudesse in ella stessa de' principj Contraddittorj a' doveri verso
lo Stato, che loro vietasse di rispettare la buona fede, che facesse
eglino un dovere di odiare coloro che non sono della loro Credenza, e
che permettesse loro finalmente la frode, e la lezione della Morale,
cioè, de' Rapporti sociali (136).
Or per distruggere queste maligne, quanto assurde imputazioni, era duopo
con un nuovo Codice dimostrare a tali insensati detrattori d'Israel che
la Religione consolante di questo Popolo fondata unicamente sulla Legge
di Mosè non contiene certamente que' principj mostruosi, e antisociali
che testè riportati abbiamo (137); che i suoi Comandamenti non sono già
in Contraddizione con quelli che prescrivono la natura, l'umanità, e la
giustizia, ch'essi non urtano la buona fede, non ordinano la frode, e la
Legge mosaica, lungi dall'attirarvi i propri figli è anche specialmente
avversa al traffico, quella di tutte le professioni che può il più
agevolmente condurvici.
La seconda di queste cause fatali che a fondo potrebbe dirsi
ragionevolmente la derivazione immediata della prima, è il vano ridicolo
pretesto della deficenza di lumi, e di coltura che si vuole generalmente
attribuire all'ebreo Italiano in particolare, arguendo male a proposito
che una simile mancanza possa molto contribuire ad accrescere
enormemente la superstizione di cui questo popolo resta imputato, a
paralizzare il suo spirito, e quindi ad allontanarlo dalla Società, ed a
renderlo in conseguenza come un essere isolato nel Consorzio degli altri
suoi simili.
E chi non vede che per convincere d'infamia gli stravaganti promotori di
sì fatte paradossali opinioni era necessario essenzialmente con una
Riforma generale de' Costumi del popolo Ebreo, di provare loro cogli
stessi fondati principj, che si fecero servire di base alla Riforma del
Culto di questa Nazione, che l'{{individuo}} Israelita può essere
suscettibile di qualunque siasi lume, o coltura, laddove non venghino
tolte ad esso i mezzi pronti ed efficaci onde pervenirvi con
successo (138).
In tale guisa fermamente procedendo si sarebbe in ultimo pervenuti allo
scopo salutare a cui tendevano propriamente tutti i dodici Articoli
accennati, qual'era quello, in una parola, di appianare al popolo ebreo,
senza ledere però o trascurare la Religione Sacra de' suoi avi, nella
benchè minima sua parte, l'ameno sentiere di una felicità solida, e
imperturbabile, offrendo ad esso un Codice, che insieme purificasse la
sua credenza di tutto quanto l'ignoranza, e la superstizione
scaltramente v'intrusero di superfluo, di strano, e di aggravante, del
tutto straniere allo Spirito del suo primo fondatore, e ad un tempo
medesimo gl'insegnasse a conoscere meglio la natura, ed il suo Autore
Supremo, la morale, e la ragione, i principj dell'ordine, gli interessi
del genere umano, i destini della gran Società di cui questo popolo fa
parte: ecco in quale guisa da un male stesso che reputavasi pressochè
incurabile, noi vedremmo direttamente scaturire l'antidoto possente,
efficace per guarirlo //(140)\\.
Ma essendosi limitate le assemblee, come osservammo, alle Risposte
meramente Letterali degli Articoli accennati, questi non potevano
produrre giammai quella risorsa che il popolo d'Israel avea duopo, e
tutti que' luminosi vantaggi ch'esso avea diritto d'aspettare da due
Consessi così colti, e così rispettabili, e frattanto gli stessi
disordini malefici che paralizzarono per un tempo immemorabile lo
spirito di questa derelitta nazione, ripullulare si mirano, pur troppo,
egualmente fra noi coll'impronta dell'avvilimento, e della
superstizione.
Nè quì giova l'asserire in modo giustificativo, che tali soluzioni
abbiano interamente meritata la piena soddisfazione dell'insigne Monarca
che le avea ricercate, mentre questi non potea certamente non approvarle
riconoscendo //\\avere esse una identica analogia cogli articoli
medesimi ce vi aveano rapporto; ma esigere poteasi d'altronde
giustamente che quelle soluzioni state fossero più vaste, più
analitiche, e universali, i modo che in forza di esse non solo abrogati
venissero tutti quegli abusi che riferivansi al Matrimonio, al Divorzio
all'usura & come già dalle medesime {{assemblee}} si fece, col migliore
successo, e col più sottile criterio; ma tutte quelle pratiche ridicole
altresì, quelle Cerimonie superstiziose, e quegli usi stravaganti che
formavano la base della credenza dell'Israelismo della nostra età, e che
noi abbiamo per tante volte di proposito riprovati dovessero essere
affatto cancellati dalla reminiscenza di questo popolo, e radicalmente
distrutti (139).
Ecco in quale maniera potevasi fare propriamente risentire a questo
popolo il valore inestimabile di una solida Rigenerazione, la quale ben
lungi dal recare detrimento alla sua consolante Religione, questa
ridotta in forza di essa a' suoi primi salutari principj, non solo non
avrebbe niente d'incomparabile colla filosofia la più pura, ma ella
sarebbe altresì, identica perfettamente del tutto alla natura, ed
uniforme a' suoi ammirabili precetti, e quindi avrebbe potuto molto
influire ancora sullo sviluppo delle sue facoltà intellettuali, non meno
che sulla Riforma generale de' suoi Costumi; verità che noi passiamo a
rendere più comprovata, e più evidente in ogni senso, col mezzo delle
assidue ponderate osservazioni, che noi ci disponghiamo a fare sopra un
tale soggetto nel Capitolo seguente.
(135) Si ha d'altronde un bel declamare contro un destino, che nulla può
influire, in verun modo sugli esseri umani sia di bene sia di male, di
di cui l'esistenza presso che in intero dall'uomo solo ripetere
dobbiamo, siccome lo ha opinato ingegnosamente un dotto antico; ma nulla
di meno ad ogni tratto si ode comunemente incolpare questo cieco
fortuito destino delle //\\oppressioni che noi medesimi spontaneamente
ci procuriamo, non meno che delle calamità che le proprie nostre mani si
fabbrichino ad ogni istante, e dalle complicate miserie, le quali altro
per loro stesse non sono, che l'opera nostra meramente, ed il solo
risultato dell'ignoranza, dell'accidia, e dell'orgoglio insano da cui è
l'uomo eccessivamente predominato.
(136) Bisogna essere, per certo, o ignoranti fino alla stupidezza la più
brutale, o perversi al grado estremo, per farsi tale idea mostruosa
della Religione di un popolo, il primo adoratore del Dio di verità, e
diretto da una morale, che non ritrova confronto fra tutti i popoli
dell'Antichità. In fatti se le Leggi delle dodici Tavole osservate da'
Romani, contenevano secondo il parere de' dotti, la più nitida, e la più
eccelsa filosofia; quelle date sul gran Sinaj a Mosè non abbracciano
esse tutto ciò che l'umana sapienza può inspirare di grande, e di
ammirabile per formare l'uomo rassegnato al suo Creatore Supremo, l'uomo
Sociale? A fronte di questa verità innegabile, vi sarà egli ancora
degl'insensati che giunghino al delirio d'insultare una Religione basata
sopra una Legge, che fra le massime divine che dessa prescrive, ordina
per sino di ricondurre al suo ovile la smarrita pecora dello stesso
nemico, di non vendicarsi, nè conservare odio contro di esso, e di
porgere un braccio soccorrevole nel momento di sua Caduta (_Exo. 2.
Levit. 19._). Quale altro popolo può mai vantare Leggi sifatte, massime
sì alte, sì generose?
(137) E quì essenzialmente da rimarcarsi che questa Legge medesima
osservasi bene di frequente avvilire, ed insultare da coloro stessi, che
più dovrebbero avere un interesse diretto di difenderla, e di
apprezzarla incapaci di riflettere che senza di essa l'edifizio immenso
della loro credenza sobissare dovrebbe senza ritegno. In prova di ciò
cosa mai diverrebbe il Cristianesimo senza l'appoggio della Religione
d'Israel, e come mai senza di questa potrebbe l'Islamismo sostenersi un
solo istante? E pure è cosa ormai troppo sensibilmente dimostrata che è
dal solo Cristiano, e dal solo settatore di Maometto che quella stessa
Religione fu mai sempre combattuta, e oppressa col massimo livore, e
coll'accanimento il più feroce, ed il più strano.
(138) Per provare queste verità col chiarore dell'evidenza, le due
menzionate assemblee non avevano duopo che citare lo stesso loro
esempio; questo avrebbe sufficientemente dimostrato, che sotto una
dinastia quale è quella che ci governa può la nazione d'Israel produrre
ancora degli uomini capaci per onore, per senno, e per coltura a formare
nel suo corpo un Gran Sinedrio, un Consesso rispettabile degni di
meritare, a ogni riguardo, gli auspicj di un filosofo Regnante, e
l'ammirazione universale di un popolo illuminato. Questa sarebbe stata
realmente per se stessa una dimostrazione più certa, e più percotente
onde fare ammutolire sopra tale proposito gl'insensati detrattori della
nazione ebrea di tutti i più fondati argomenti che addurre si potessero
per comprovarla.
(139) Oltre le tante {{superstiziose}} Cerimonie religiose, adottate, e
sostenute dall'ebreo Talmudista col più intenso fervore, e da noi
abrogate interamente nel Corso di quest'opera, quante mai pratiche di
tal fatta, usi, o instituzioni ne restano ancora, che, o sopprimere si
dovrebbero come inutili; o riformare, da colmo a fondo, come al grado
massimo abusive; o distruggere come assurde ed opposte onninamente allo
spirito del Culto, che gli si fa servire stoltamente di base, e di
sostegno: ma nulla di ciò essendosi fatto in vantaggio di questa
Nazione, io mi credo per tanto nel dovere indispensabile di rimarcarne
frappoco quelle che più meritano essere o represse, o annullate, secondo
la circostanza, o il bisogno, onde nulla resti di essenziale da
desiderare sull'assunto important//e\\{{issimo}} che noi abbiamo
seriosamente intrapreso ad esaurire.
Cap. XIX.
Progetto di abrogazione generale di tutte quelle pratiche stravaganti
che isolarono fino ad ora il settatore rabbanista da tutte le altre
sette, e che secondo le più fondate apparenze formarono la prima
sorgente fatale di quell'odio irreconciliabile, che queste sempre
nutrirono contro di esso.
Se l'uomo potesse completamente modellare tutte le sue intime azioni
sugli esemplari precetti della sana filosofia; se tutte le direzioni de'
di lui passi non seguitassero altra scorta fuori di quella che aditata
gli viene dalla ragione; l'assurdo sarebbe per la sua specie un nome
ignoto, ed assai facile riuscirebbe ad esso di conoscere allora che gli
orridi smarrimenti ne' quali è trascurato sovente, non potevano giugnere
ad impossessarsi giammai del di lui Cuore, se non se dopo che cessando
egli di fare un uso proficuo della sua medesima ragione, o incapace si
rese di trarre de' sensibili vantaggi dagli utili avvertimenti di
questa, o più non gli colse di ascoltare attento le Lezioni salutari
dell'altra.
Quindi per poco che noi vogliamo richiamare con diligenza quanto fu da
noi significato per reiterate volte concernente gl'Israeliti della
nostra età, loro applicando ragionevolmente questo evidente principio,
noi perverremo a conoscere con positiva certezza, siccome io l'ho
altrove {{di proposito}} rimarcato (_Spett. Lib. Specul. IX. {{T. 1.}}
p. 96_) che tutte le funeste peripezie, tutte le sciagure, e tutte le
desolanti Calamità delle quali furono essi per tante volte le vittime
nel mondo, non procedevano più che la loro indole naturale avesse
degenerato da quella de' primi benemeriti Institutori della loro
edificante religione, come alcuni l'hanno assurdamente immaginato;
ovvero per che il temperamento intimo de' medesimi erasi infettato d'una
pretesa corruzione di spirito, come altri bizzarramente opinarono (140);
ma per che non volendo, o non potendo conoscere in tutta l'estensione la
forza di quell'essenziale indefettibile principio, essi obbliarono
interamente le semplici quanto ovvie instruzioni, che avevano servito un
giorno di base fondamentale al primitivo stabilimento del loro Culto
esimio per correre presso le logogrife visioni tradizionali che se ne
fecero tenere da' medesimi il Carattere e le veci, senza forse
riflettere quanto fossero queste in collusione collo spirito di esso; e
per che abbandonandosi con una stupida sommissione a' loro seducenti
prestigj si videro costretti a dovere insensibilmente cambiare,
modificare, accrescere, o alterare tutte quelle semplici, quanto sublimi
prescrizioni che furono eglino trasmesse, e così lusingati di seguitare
//sempre\\ costantemente in tutta la loro integra purità le medesime
Leggi, gli usi medesimi, e le stesse Cerimonie de' loro vetusti
predecessori, si ritrovarono, pur troppo, a non più seguitarne, che il
mitico fantasma, e lo spettro immaginario.
Quindi non è meraviglia, se in tale guisa procedendo, la degradazione
d'Israel divenne sempre più umiliante, la sua proscrizione dalla società
//sempre\\ {{ognora}} più avvilente, il Culto suo vieppiù degenerato da
quello de' suoi predecessori; e se per conseguenza, il bisogno di
restituirlo al suo decoro antico, di ravvicinarlo al Consorzio de' suoi
simili, e di ripristinarlo nella sua Credenza primitiva, sempre più si
rese oltremodo urgente, e indispensabile.
Ma quali solidi luminosi vantaggi sarebbero mai per risultare in favore
del popolo ebreo, se dopo di avere accuratamente semplificata la sua
credenza odierna, e ridotta a quel grado di edificante purità, e di
perfezione in cui ammiravasi già quella nella vetusta età de'
patriarchi; se dopo di avere purificata la sua educazione, rigenerati i
suoi Costumi; appianatogli il difficile sentiere di una metodica
Instruzione, si lasciasse abbandonato a se stesso in balia de' suoi
mostruosi prestigj tradizionali, da cui mirasi ancora fatuamente
ammaliato, malgrado tutti i nostri più energici sforzi per
allontanarvelo, e senza cimentarlo a rinunziare con risoluta fermezza a
tutte quelle pratiche stravaganti colle quali sembra tutta via
inseparabilmente collegato, e indurlo così a desistere una volta di
vivere, per folle arbitrio, isolato fra i suoi simili, vilmente
proscritto dalla società, e relegato nel vortice immenso de' suoi
inveterati smarrimenti: niuna utilità per certo risentire egli potrebbe
da tutto ciò che da noi fu detto, ed operato fin qui, per tante volte, a
suo riguardo, se con una fredda indifferenza per il suo stato
deplorabile noi si lasciasse vegetare nella sua stupidità primitiva, in
vece di porgergli una mano soccorrevole, onde trarlo dall'orlo
dell'abisso preparato ad ingoiarlo, e fare ad esso, nel tempo medesimo,
conoscere, con un Politico insigne (_Macch. Disc. IV._), che ogni
Religione, la quale fa un dovere delle sofferenze, de' digiuni,
dell'umiltà ostentata, non inspira a coloro che la professano che un
coraggio passivo, poichè una credenza di tal fatta, lungi dal condurli
nella via del paradiso, come follemente si pretende, snerva il loro
spirito, lo avvilisce, lo prepara alla schiavitù senza speranza di
scampo, nè di Conforto (141). E chi mai con più fondata ragione di
quella che riconosciamo avere per se medesimo il popolo ebreo, può
autenticare la verità di questo sentimento di cui esso ha si sovente
risentiti, e ovunque i genuini {{perniciosi}} effetti?
Quali strepiti orribili, quale intenso clamore non fec'esso echeggiare
per tante volte ovunque sulla spietata sorte a cui fatalmente
soggiacque? Ma tutto ciò pur troppo indarno: a che mai giova querelarci
dolenti per un funesto malore che ci assale, quando in vece di
apprestarne l'antidoto, ch'efficace sarebbe prontamente a risanarlo, noi
ce ne mostriamo indifferenti, e colla più stupida incuria ognora più lo
alimentiamo, rendendolo più aggravante, e inveterato? Ritorniamo una
volta alle nostre consolanti Instituzioni antiche, si abbroghino
finalmente tutte quelle pratiche, usi, o Cerimonie, che inutili,
straniere, od anche perniciose molto sovente riescire si mirano allo
spirito integro delle medesime; e allora, il lenitivo possente
//a'\\{{contro}} i nostri mali, sarà bentosto ritrovato da noi senza
gran pena. La società riacquisterà, con trasporto allora, nuovi membri
aspiranti a contrarre i suoi legami, e ch'essa sdegnava di accogliere
nel suo seno per lo passato; i popoli della terra riguarderanno in
avvenire come amica prediletta una nazione, che essi hanno sempre
avvilita, e combattere, considerandola come degna di odio, e di
disprezzo; e questa, dal canto suo, più non avrà per principio religioso
di dovere con decisa ripugnanza detestare, o sfuggire l'associazione de'
medesimi; e premurosa di vedere franto una volta il talismano fatale
dell'anatema che proscritta la rese per un tempo immemorabile dal
Consorzio degli esseri umani, riconoscerà l'urgenza estrema di
avvicinarli, dividere seco loro i diritti, gl'interessi, e i vincoli
sociali.
Ma come potrebbe mai questo popolo effettuare tutto ciò per lungo tempo
ancora, con felice successo, persistendo tutta via ne' suoi antichi
vaneggiamenti tradizionali? Ecco la barriera oltremodo funesta che
superare fa duopo senza ritardo, abrogando perpetuamente dall'edificante
Religione d'Israel tutto ciò che d'inutile o di assurdo v'intrusero
l'ignoranza, e il fanatismo, non ad altro capace che a soffocare il
germe salutare, ad oscurarne gli eccelsi, e i veri pregj (142).
Per altro, in seguito di quanto venghiamo noi di esporre concernente la
Riforma degli abusi del Culto Israelitico, //sarebb'egli farne di
proposito\\ {{necessario cred'io}} di fissare quì una metodica
restrizione ancora nelle {{lunghissime}} preghiere sacre
//interminabili\\ usitate quotidianamente da questo popolo, dimostrando
ad esso l'inutilità delle medesime, o almeno la poca loro efficacia per
lo scopo a cui si pretende farle in massima servire (143): tutte le
nazioni pregano Dio; ma i filosofi si rassegnano alla sua volontà eterna
e lo obbediscono: se noi non possiamo giugnere a tanto, essendo nazione,
e non filosofi, almeno procuriamo di rendere le nostre preghiere più
concise, meno monòtone, e riuscire le vedremo allora più energiche, più
ovvie, e più meritevoli di essere esaudite dal Dio di verità a cui sono
esse dirette. Io non dirò già, come opina Virgilio, che inutili si
rendono le preghiere, e che questi non faranno mai cambiare i decreti
degli Dei:
_Desine fata Deum flecti sperare precando._
_Æneid. Lib. 6. v. 376._
Ma che debbasi credere lodevole cosa, e conveniente ad un Divino Culto
il passare le 4, le 6. ore, e sovente un intera giornata, a ripetere le
ossecrazioni medesime; questo è ciò che approvare non si può da mente
sana, senza che la sublimità della Religione vengane lesa ed
oscurata (144), come veggiamo appunto accadere nel caso nostro dove le
preghiere che ugualmente praticare si mirano fra noi, lungi
dall'inspirare devozione, e rispetto, producono per la loro prolissità
soverchia, la noia nel//\\{{l'intenderle}}, la stanchezza nel recitarle.
Quindi per ovviare a si fatto pernicioso inconveniente, sarebbe dunque
oltremodo necessario di ridurre interamente le preghiere usitate dalla
sinagoga ebrea ad un numero più ristretto, e più compendioso,
allontanando dalle medesime tutte quelle superfluità, o ripetizioni, le
quali non so come introdotte a poco a poco fra di esse, e colla
successione de' tempi abusivamente passate in consuetudine, e che non
tendono ad altro che a renderle più diffuse, e per conseguenza più
annojanti, inutili del tutto. In tal modo noi perveniremo agevolmente al
grande commendevole scopo, che con tante cure, e fatiche ci siamo noi
proposti, {{qual è quello}} di rendere il Culto d'Israel degno del
nitido fonte salutare da cui ei trasse un giorno la primitiva sua
derivazione, abrogando, da colmo a fondo, tutto quanto l'ignoranza, o il
fanatismo v'intrusero già di soverchio, d'inutile, o di assurdo a
scapito enorme della verità che ne forma la solida eterna base, e della
ragione che servì sempre ad esso di guida, e di sostegno.
Questo è l'ostacolo solo che tutta via restavaci a superare, il giogo
aggravante è solo questo che rimanevaci a scuotere ancora, onde compiere
l'opera perpetuamente memorabile della Rigenerazione {{del popolo}}
d'Israel; se vincere possiamo l'uno; se riusciamo a liberarci anche
dell'altro, la nostra felicità è gionta al colmo, nulla più restaci a
desiderare per conservarla: il Culto //d'Israel\\ {{della posterità di
Abramo}} potrà dirsi meritamente allora il più esimio, e il più perfetto
di quanti altri mai sieno stati conosciuti, o esercitati dagli uomini
sopra la terra; la funesta barriera che odiosamente separava già ne'
tempi andati questa nazione da tutte le altre, sarà tolto per sempre, e
rinunziando per opera nostra completamente a' suoi inveterati prestigj
tradizionali, a' suoi insociabili Costumi, più non si vedrà il popolo
ebreo contraddistinto fra di esse nel mondo colle marche
dell'avvilimento, e dell'infamia come lo fu pur troppo per sì lungo
intervallo di secoli; esse saranno eternamente cancellate dalla
reminiscenza delle nazioni le quali divenute così pure dal canto loro
meno dedite al fanatismo, più inerenti alla filantropia, e più eque
verso di esso, riconosceranno per isperienza che l'individuo Israelita
può essere, ad ogni riguardo, suscettibile ancora di virtù, di coltura,
e di un illuminato disinganno.
(140) Molti hanno ridicolmente supposto che il genere umano di un tempo
avesse potuto essere differente dal genere umano di un altro: questo, è
un errore che fa duopo assolutamente distruggere dalla fantasia di
esseri dotati di ragione. Un breve intervallo di pochi secoli che può
comunemente fissarsi fra gli uomini di un'età più lontana, e quelli di
un epoca più recente, ha fatto assegnare a vari scrittori delle
differenze assai rimarcabili fra gli uni, e gli altri; in ragione della
maggiore, o minore lontananza che gli ha separati, senza farsi per altro
a riflettere, che se ritrovasi fra essi qualche varietà, questa non può
propriamente consistere che nelle poche cognizioni, che possono avere
acquistati gli ultimi dopo i primi; ma che d'altronde tanto per riguardo
a' sentimenti o a' pregiudizj naturali, quanto per rapporto a tutte
quelle idee, che sono quasi identificate collo spirito, ed il carattere
genuino di ogni essere pensante, tutti gli individui umani sono stati i
medesimi in ogni tempo, lo debbono essere in ogni età, e lo saranno in
tutti i secoli del mondo.
(141) A più forti ragioni, cosa penserebb'esso mai quel gran politico di
un popolo il quale potendo vantare meritamente il culto il più pretto,
il più eccelso ed il più sano di quanti altri mai sieno stati in alcun
tempo esercitati dagli uomini sopra la terra, riponesse la base della
sua credenza nella pratica di varie insulse cerimonie, nell'astinenza di
certi cibi (benchè la sacra prescrizione non gli condanni, come fu da
noi altrove dimostrato), e nell'osservanza di alcuni riti, che non hanno
altro fondamento che l'interesse di coloro che pretendono farli ovunque
valere a scapito enorme della vera, e nitida religione, cui ne risente,
pur troppo, ad ogni tratto il più grave detrimento, ed abbiezione?
(142) Oltre le tante altre prescrizioni superstiziose, e inutili, che
per moltiplici volte abbiamo noi fin quì riprovate nella tradizione,
quante ancora ve n'ha che meritare dovrebbero per ogni rapporto la
nostra ripugnanza, il nostro sdegno, e che l'ebreo Talmudista non cessa
di osservare, e mantenere col più denso fervore? Ma qual enorme
contraddizione tante volte racchiude la massima di quelle, quali assurdi
perniciosi non risultano sovente dalla pratica di esse? Quando la lunga
barba sul volto è una marca di lutto, e di tristezza, mentre che questo
medesimo segno mirasi conservato in osservanza delle feste ancora le più
solenni; e quando si permette di accendere un lume {{in sera, o}} in
giorno di festa, e si vieta nel tempo stesso di estinguerlo, e chi
potrebbe annoverare le tante altre prescrizioni di tal fatta imposte da'
Rabbini, tutte implicanti le assurde contraddizioni medesime in
occasione di nascite, di morti, di solennità, di matrimonj? Per poca
cognizione che si abbia, restare si dee a prima vista colpiti dalla
stravaganza della massima parte di {{sì}} fatte cerimonie religiose,
senza che io mi diffonda a rinnovarne quì la {{disgustosa}} menzione.
(143) Sarebbe egli fuori di proposito di porre quì un assoluta
//mutazione\\ {{modificazione}} anche nelle preghiere sacre
interminabili //usitate\\ {{recitate}} da questo popolo {{nell'esercizio
del Culto,}} dimostrando ad esso il grave detrimento che la sana
credenza di Mosè per tante parti risente in faccia degl'increduli
dall'enorme affluenza, e la molesta durazione delle medesime? E quali
ragioni potrebbonsi apporre agli argomenti filosofici, e inconcussi de'
quali si serve fra i tanti oppositori _Massimo di Tyro_ per dimostrare
l'insofficienza delle //medesime\\ preghiere, onde con altrettanti
{{solidi, e idonei del pari}} provare ad esso in contrario l'urgenza, e
l'efficacia delle medesime?
L'Essere Supremo, riflette quest'Autore, ha i suoi disegni da tutta
l'Eternità: se la preghiera si conforma alle sue volontà immutabili, si
rende allora inutile di domandargli ciò che ha essa già determinato di
fare. Se si prega di fare il contrario di ciò che //ha il\\ {{fu dal}}
medesimo risoluto, è lo stesso che pregarlo di essere debole,
incostante; è credere ch'esso debba essere tale, è un deridersi di lui;
o voi gli domandate una cosa giusta, e in questo caso esso la dee, e
quella si farà senza che se ne preghi; questo è ancora diffidarsi del
medesimo facendogliene instanza; o la cosa è ingiusta, e allora si
oltraggia: Voi siete degno, o indegno della grazia che implorate; se
degno esso lo sa meglio di voi; se indegno, si commette un delitto di
più domandando ciò che non si merita.
Cosa rispondere mai si potrebbe a tali robusti, e inoppugnabili
argomenti?
Per altro, gli stessi filosofi osservano che noi non facciamo delle
preghiere a Dio, se non se per che la deplorabile fralezza umana lo ha
sempre mai delineato secondo l'immagine nostra, quindi noi lo trattiamo
come un terreno monarca, ed un sultano, che si può irritare, ed appagare
secondo le Circostanze. Chi avesse la pazienza di percorrere i breviarj
differenti di tutti i popoli che conosciamo, vedrebbe se tale appunto
non è il carattere che da questi si fa generalmente dell'Essere Supremo.
(144) Non è già la soverchia digressione delle preghiere quella che
costituisce i pregj fondamentali di un Culto veridico, e divino; ma
soltanto pochi accenti proferiti con animo integro, e retto Cuore sono
sufficienti per rendere l'omaggio che dobbiamo al Superno Creatore
dell'essere nostro; succinta era la prece di cui servivasi Daniel;
concise erano del pari le preghiere usitate degli stessi primi
Patriarchi, e Profeti d'Israel; e Dio stesso rivelandosi a Mosè, e
aditandogli le Leggi che prescrivere dovea a questo popolo, non
gl'impose già di ordinargli quelle prolisse orazioni che praticare oggi
si mirano da esso.
Cap. XX.
Ricerche filosofiche sul sistema di Religione che più converrebbe di
stabilire fra i popoli per riunire le loro Teologiche opinioni: la
Specie umana non potrebbe mai riuscire con successo in tale malagevole
assunto, se non se proclamando univocamente una sola Religione
universale
La Religione vera, o falsa ch'ella sia, tenacemente s'impossessa
dell'uomo per sino dal primo istante che natura lo produce fra i
viventi, lo accompagna durante la sua vita, senza mai perderlo di vista
un solo istante, e bersagliandolo senza interruzione or colla speranza
di un tenebroso avvenire, ed ora co' timori di un averno fulminante, lo
segue fino alla tomba, confuso, e titubante sul destino che lo attende:
quest'orrido spettro più temibile ancora per le sue per le sue minacce
inesorabili, che consolante per le sue mistiche promesse è stato fino ad
ora un enimma impenetrabile non meno per coloro i quali abituati sempre
a tremare al suo aspetto hanno ad esso conferito un esistenza reale che
per gli altri i quali non vi hanno potuto scorgere che un labile
fantasma bizzarramente immaginato per ammaliare, o sorprendere la
credula fantasia de' mortali, senza che niuno fra questi abbia mai osato
fino ad ora di rendere conto a se stesso della propria superstiziosa
umiliazione; ma tutti, al contrario, servilmente piegando l'abbattuta
cervice sotto il giogo pesante de' loro direttori spirituali dall'aurora
della vita fino la notte della morte, essi o non vollero curare, o
comprendere non seppero, che più i dogmi che ci vengono insegnati ne'
varj periodi della nostra età sembrano assurdi, e ripugnanti, e vieppiù
la ragione ha un diritto imperscrittibile d'invigilare contro l'errore,
e l'impostura, bilicando esattamente il valore delle opinioni che
l'educazione, e l'esempio resero in noi radicalmente dominanti fino
dalle fascie: sempre sottomessi all'imperioso Cenno del ministro
teocratico che comanda di credere, e vieta severamente di ragionare,
essi riguardarono come un delitto irremissibile di fare l'esame della
verità, e lo scrutinio della ragione, e allora quando si è pervenuti al
punto fatale di dovere consultare l'una, o interrogare l'altra più
ovunque non s'intese che la voce criminosa dell'ignoranza, e del
fanatismo echeggiare, con istrepito, fino alle più recondite parti di
ogni Cuore umano i sonori accenti de' loro infami trofei.
Ma appena la filosofia ha renduto felicemente all'uomo il diritto di
pensare che accordato avea ad esso la natura, e che l'autorità spietata
de' suoi savi ministri gli avea malignamente carpito che il primo uso
che ha esso fatto delle sue facoltà intellettuali fu quello di sottrarsi
alla truce schiavitù in cui gemea, spezzando i suoi Ceppi diffamanti, di
combattere la vetusta superstizione degl'ingannati suoi progenitori, e
di fare ricadere sovra di essa l'avvilimento, e l'esecrazione, che
meritano ad ogni riguardo i suoi fautori sitibondi di sangue, tiranni ed
ignoranti. E per che mai tutto il genere umano non seguita costante le
stesse traccie salutari che additate ci sono da questa eccelsa
filosofia, non si occupa indefesso de' medesimi consolanti principj
ch'essa egregiamente prescrive? Tutte le promesse lusinghiere con le
quali ogni religione seduce la mente arrendevole de' suoi credenti,
valgono esse mai i dolci incanti che agli uomini procura quell'esimia
direttrice delle loro azioni, la quale senza alimentarli di chimere, o
di fantasmi procura loro il massimo de' beni, qual è quello
d'illuminarli, e di svellere dal loro Cuore que' germi venefici della
superstizione della menzogna di cui furono essi per tante volte nel
mondo la vittima e lo scherno? Eh, che? tutta la terra coperta ancora di
tanti milioni di esseri umani caduti ferocemente sotto il cruento
acciaro de' zelanti satelliti di que' mostri non è ella sufficiente per
attestarne i terribili furori? L'Europa non è tutta via fumante de'
fuochi sterminatori che la consumarono sì di frequente, non mirasi
quella gemere ancora sotto un affluenza incalcolabile di tempj, e di
altari consecrati a' più orridi smarrimenti, ed agli assurdi? Tutti i
sanguinarj flagelli che cospirarono in ogni secolo, e ovunque la
distruzione del genere umano, ebbero essi altro appoggio per sostenersi,
che un ipocrito zelo di religione di cui si servirono poscia di
terribile arma que' mostruosi tiranni che si formarono un piacere di
soggiogarlo? Chi non fremerebbe di vedere i popoli condannati a lottare
promiscuamente per folle arbitrio contro tante calamitose sciagure,
senza poterne calcolare giammai l'estremo termine, e quale orrore di
udire l'uomo fieramente gridare al massacro, allo sterminio dell'uomo
fattosi per se stesso ciecamente lo spietato promotore delle sue pene?
Tale sarà mai sempre il destino deplorabile di questa specie fino a
tanto che l'interesse di un popolo non saranno quelli di un altro, i
diritti di un uomo quelli del suo simile, e la credenza di tutti gli
esseri pensanti identica, e uniforme in ogni sua parte, basata sulla
ragione, e diretta da que' salutarj principj sconosciuti pur troppo da
essi onninamente fino al presente (145).
Da tale armonia univoca e concorde risultare direttamente vedremo
l'uniformità inalterabile fra tutti gli esseri umani de' loro sistemi
religiosi, e de' loro vincoli sociali; l'odio, e la persecuzione saranno
proscritti per sempre dall'animo di essi; il germe letale di astio, e di
vendetta non ritroverà più asilo ne' loro Cuori, più non si vedrà
erigere un altare sulle rovine dell'altro, e l'urgente necessità
d'illuminarsi, e di sviluppare la loro ragione si farà loro con veemenza
più sensibile sentire. In questo modo il talismano esecrabile delle
chimere che abbacinarono i popoli verrà bentosto dissipato agevolmente,
e le opinioni metodiche, e sane accorreranno ad allignarsi per loro
stesse in quelle teste che supponevasi destinate perpetuamente
all'errore, alla menzogna.
E soltanto così che l'eterno creatore supremo può farcisi palese a prima
vista onde leggervi possiamo in caratteri indelebili quale sia il vero
Culto esimio, il più venerabile, il più degno di lui, senza essere
costretti di ricorrere alle visioni tradizionali degli uomini, ad
oggetto d'investigarne il pretto senso genuino.
Dio ha detto all'uomo, io ti ho creato, io ti ho dotato di una
perspicace intelligenza, e di una purgata ragione, affinchè a te
servissero entrambe, come due guide infallibili, e pronte per condurti
saggiamente nella tua vita, per renderti capace di adempiere la mia
volontà sovrana, ed ad un tempo medesimo conoscere ampliamente i doveri
che ti vincolano alla società de' tuoi simili, a penetrarti de'
moltiplici vantaggi che risultano immediatamente dall'armonia costante
di tale mutuo legame.
Ecco il solo, e il vero Culto che potrebbe superiormente inalzare l'uomo
rendendolo universale, per che il solo degno di un Essere Supremo, e che
può dirsi giustamente marcato del suo sugello eterno e di quello della
verità; ogni altro Culto porta seco la fallace impronta dell'uomo, e per
conseguenza dell'errore, del fanatismo. La suprema volontà di un Dio
giustissimo, e ottimo è che gli enti ragionevoli sieno felici, e per
essere tali essi hanno duopo di coltivare la loro ragione, e divenire
saggi, e illuminati.
Questi è infatti l'unica, e il sano Culto che un Dio di verità comanda,
e che la filosofia sempre intenta a migliorare la condizione umana si
studia di propalare fra le nazioni.
Impressionati profondamente da questo sublime edificante Linguaggio
riconosceremo ad evidenza quanto la nostra Religione è incomparabilmente
più eccelsa, più limpida, e più sana di tutte le altre conosciute, e
praticate nel mondo fino al presente, laddove queste impongono alla
ragione un obbedienza meramente cieca, e macchinale, quella gli permette
di acquistarne ampliamente la vera idea, d'intenderla, e di profittarne
senza mistero (146).
D'altronde quale mostruoso confronto rifiutare noi vedremmo
analizzandole di passaggio entrambe? L'enorme opposizione fra di esse ci
sorprenderà a prima vista; l'una riconosceremo avere per base la
contemplazione, la morale il raziocinio, quando non è sostenuta l'altra
che dall'avvilimento, dal fanatismo, dall'ignoranza: convinciamocene col
fatto (147).
L'uomo atterrito dal niente che lo circonda, costernato dalla natia sua
fralezza palpita, e trema ad ogn'istante sulla di lui sorte avvenire:
cosa diventerò io mai, esso interroga se stesso, se non esiste un essere
più potente di me capace d'invigilare alla mia Conservazione, e di
proteggermi? Egli soffre sull'incertezza di meritare un si possente
appoggio: egli è sollevato da quando è persuaso di rendersene degno; il
primo oggetto che lo percuote, la prima idea che attonito lo rende per
oscura ch'ella sia diventa la sua tutelare divinità. E dunque una si
fatta idea estesa, e fortificata da una lunga successione di
circostanze, e di riflessioni, modificata in mille guise differenti,
passando da un uomo all'altro dall'una all'altra nazione, da un confine
all'altro del mondo. Tale è infatti l'idea sulla quale si può basare
fondatamente il prototipo genuino di tutte le Religioni che ingombrano
la terra.
Eh che? Questo principio non è egli una conseguenza naturale delle prime
riflessioni dell'uomo risolutamente abbandonato a' prestigj ammalianti
della Religione? Non è questo il passo dello spirito umano allorchè
comincia a sentire la necessità indispensabile di un Culto? E non si
trova forse le trame di questi sentimenti primitivi nel Cuore medesimo
di coloro che trassero la Culla dalla Sinagoga, dalla Chiesa, ovvero
dalla Moschea? Ma quando è che il popolo si occupa esso della Religione?
Quando è che egli opina seriosamente all'esistenza dell'Essere Supremo?
Ciò avviene soltanto alloraquando si riconosce infelice, e mentre è
pressato dal bisogno di qualche urgente immediato soccorso, che più egli
non osa di aspettare nè da se stesso, nè da' suoi simili, nè dalla
sorte. Quand'è che la moltitudine resta intimamente penetrata
dall'esistenza di un Dio? Ciò accade allorchè un avvenimento inopinato
lo abbandona in preda a qualche funesto pericolo, e quando le grandi
azioni, o i prodigj sorprendenti gli annunziano la presenza di un essere
onnipotente: infatti, le tempeste il fulmine, le calamità della guerra,
la fame, la peste, le malattie la morte, hanno persuaso più gli uomini
dell'esistenza di un Dio, di tutta l'armonia costante dell'universo,
degli stupendi fenomeni della natura, e di tutte le profonde filosofiche
dimostrazioni di _Loke_, di _Clarke_, di _Leibnitz_, di _Newton_. Ecco
l'uomo: ecco sopra qual base fondano i loro principj tutti i settarj
delle Religioni volgari: _Primus in orbe timor fecit Deos &c._
Ma quanto mai ritrovare dovremo a quella opposta diametralmente la
Religione salutare del filosofo, quella che quì si propone per modello
esemplare dell'eccelsa Religione universale da proclamarsi fra gli
uomini? //Per\\
Per poco che si attenda resta con evidenza troppo convincente dimostrato
che stabilendo noi per base di tutti i nostri fondamentali sistemi che
Dio ha voluto fare esistere un rapporto costante fra esso e gli uomini,
che gli ha dotati di libertà, e di ragione, che gli ha renduti
suscettibili di bene, e di male, che ha loro indistintamente distribuita
quella discreta dose di buon senso che forma il solo, e il vero istinto
dell'uomo, e sul quale, secondo i filosofi è unicamente fondata la Legge
naturale; quindi chi potrebbe mai opinare senza delirio, che noi guidati
da tali eccelsi ammirabili principj, non abbiamo una religione, ed una
religione molto più sana, più edificante, e assai migliore di quella che
vantano tutte le sette che sono fuori dal grembo salutare di essa, per
il motivo incontestabile che tutte quelle sette sono degeneri da' loro
fonti primitivi, e per conseguenza, o mendaci, o alterate, e la Legge
naturale è vera, e sempre intatta conservatasi quale fu essa in ogni
tempo conosciuta nel mondo. Così potrebbesi diffinire con un dotto
antico il Deismo altro per se medesimo non essere che il buon senso
purificato dall'adorazione di un Dio, e le altre Religioni il buon senso
pervertito dalla superstizione: dal che proviene che tutte le sette sono
fra elleno si opposte, e si discrepanti, e che la morale su di cui il
Deismo è essenzialmente fondato è per tutto la stessa: ciò accadere
veggiamo unicamente per il solo motivo che quelle sono l'opera degli
uomini, e che questa procede immediatamente dall'Essere Supremo; tanto è
ciò vero, quanto che non si ha di sorte alcuna, traccia nell'Istoria che
i fautori di questa abbiano cagionato giammai il benchè minimo tumulto
sopra la terra, quando si vide questa mille volte lordata di sangue, e
di misfatti atroci da' partigiani di quella; la più convincente ragione
di tale notabile differenza si è per che i primi sono filosofi; or i
filosofi possono fare degli erronei ragionamenti, ma non soliono mai
usare intrighi, o violenze per costringere gli uomini che hanno
l'infortunio di non appartenere alla loro classe benemerita del mondo ad
adottarli come giusti, nel modo che praticare veggiamo agli ultimi
ferocemente contro di coloro che ammettere non vogliono le loro mistiche
illusioni (148).
A quale speculazione più eccelsa, più utile, più penetrante si è
inalzato giammai la filosofia di quella che risulta da un si profondo
ammirabile deismo? Ma questo domma sì semplice, sì salutare, non fu
giammai in tutta la sua purità la religione fondamentale di alcun
popolo, benchè fra questi molti individui si trovino, per altro, che ne
facciano aperta professione senza mistero (149). Ma la generalità degli
uomini frattanto, che inerisce per lo più alle apparenti dimostrazioni
macchinali v'intruse ciecamente le sue misteriose follie, e le stupide
assurdità de' suoi spirituali direttori, abbandonando i sublimi principj
della Religione naturale, i quali non espongono la società a verun
pericolo nè infortunio, ma colle possenti edificanti verità ch'essi per
loro medesimi racchiudono, consolidano fermamente la vera felicità degli
osservanti, perfezionano le Leggi destinate a proteggere la giustizia, e
l'innocenza, e somministrano l'idea sublime inalterabile di un Dio che
al solo filosofo concerne assolutamente di estollere con buon senso, e
di adorare con animo integro, e con intima fondata Convinzione.
Dal che dovremo quì ragionevolmente conchiudere che siccome la Religione
che ha per sua base inconcussa la purità, la semplicità, la chiarezza,
esente da pregiudizj, e da cerimonie abusive quale l'abbiamo noi
radicalmente fondata, forma il più solido conforto di coloro che la
professano, così quella che non si regge che sulle pratiche inutili, su'
dubbi, su' misterj, e sul fanatismo, forma il perpetuo tormento de' suoi
seguaci, ed è degna dell'abominio degli uomini, e dell'obblio de' saggi.
Ma per che mai esclama Shaftesbury il nome di Deista rispettare non si
mira tanto che basti; per che mai tutti gli uomini non prendono essi
unanimi questo carattere esimio? Il solo Codice che noi dovremmo
riguardare sano, il solo vangelo che leggere, e meditare assiduamente si
dovrebbe è il gran libro della natura vergato di propria mano
dell'Eterno, e sigillato dalla sua Divina incorruttibile impronta, e la
sola religione che si dovrebbe generalmente professare da tutti gli enti
ragionevoli è quella unicamente di adorare un solo Dio, di essere
integerrimi, saggi, e umani; altri santi non si dovrebbe solennemente
canonizzare in questa eccelsa religione, che i benefattori dell'umanità,
gl'inventori di nuove utili arti, ed i propalatori di lumi, e di
coltura; ed altri non potrebbero dirsi riprovati, solo che i protervi
malfattori verso la società, i fanatici atrabilari nemici della felicità
pubblica, e gl'insensati persecutori dell'umana ragione. Un Culto di
sifatta natura non può essere fondato che sopra de' principj eterni, e
invariabili, e che suscettibili come le proposizioni della Geometria
delle dimostrazioni le più evidenti, sieno attinte nella stessa natura
dell'uomo, e delle cose. Or tali inconcussi principj una volta
esattamente conosciuti da una classe d'individui, anche da un popolo,
per che mai non potrebbero quelli convenire del pari a tutte le nazioni
della terra, all'intera società umana? E se l'accidente ci fa scorgere
fra di esse qualche apparente varietà, ciò non può succedere che in
alcune delle applicazioni a' medesimi ne' paesi differenti dove il caso
pone certi popoli, senza che vi concorra forse la loro volontà, o
disposizione. Quindi è tanto impossibile che una Religione sì pura, sì
eterna, e sì ammirabile produca sulla terra il benchè minimo nocumento,
quanto il fanatismo delle sette odierne non ne commettesse a esuberanza
in tante guise differenti, malgrado che la stessa Religione
sdegnosamente se ne opponga, e le Leggi adirate vi si allarmino contro
con furore (150).
Rapiti da un estasi Divina che questo Culto insigne ci prepara in
guiderdone della resipiscenza nostra, noi vedremo allora un effetto
pronto, e salutare delle nostre fervide ossecrazioni, le quali tutte
indirizzate onninamente saranno al solo Essere Supremo, ed esso ci
procurerà una folla immensa di beni, allora quando noi ce ne renderemo
degni, colla virtuosa condotta nostra, colla nostra ragione; esso può
solo somministrarci gli antidoti efficaci co' quali porgere un immediato
conforto a tutti i nostri mali; esso non ci punisce, o non ci dimostra
de' rigori, se non se quando noi gli volgiamo il dorso per prostituire i
nostri incensi all'esecrabile altare delle follie che la nostra
imbecille superstizione osa di frequente inalzare sul trono che ad esso
appartiene unicamente ad ogni riguardo.
Queste sono tutte verità che autenticate ampliamente vedremo in ogni
tempo sempre che l'animo nostro vi sia disposto completamente ad
abbracciarle, a trarne quel profitto che all'uomo lice di ricavarne, ed
a restare insieme persuasi, non esservi follia più deplorabile, e più
meritevole di essere giustamente combattuta di quella che lungi dal
procurare alcun bene solido, e durabile alla specie umana, non fa che
deviarla dal retto sentiere, cagionarli de' trasporti, renderla
miserabile, privandola di quelle proficue cognizioni che sole potrebbero
mitigare il crudele rigore della sua sorte. Gli //esseri umani\\ {{enti
ragionevoli}} tenteranno indarno di essere sanati da' loro smarrimenti,
se non cercano di liberarsi da' loro inveterati pregiudizj. Non è che
mostrando loro la verità ch'essi conosceranno i loro interessi i più
cari, ed i motivi reali che debbono portarli al possesso del vero bene.
Gl'istruttori de' popoli dopo di avere fissato inutilmente i loro
sguardi attoniti sul Cielo, dovrebbero finalmente ricondurli sopra la
terra, e proscrivere da' loro ammaestramenti quelle favole ridicole,
quelle cerimonie puerili che hanno fatto per tanti secoli travviare lo
Spirito umano, per non occuparlo che di verità sensibili, di una tersa
morale, e di utili e instruttive Cognizioni.