Mi piace però riferire le parole del gentiluomo della Corte della

Viceregina sul proposito, che si leggono nel _Ms. Relaciones_ ecc., di

cui ho parlato più sopra nella _Notizia_ premessa a questo libro: “A

las siete de la tarde fue la mujer de Masaniello con sus parientas a

ber a mi Señora la Duquesa, vestidas de tela de oro, y su Excellenzia

las dio a todas halandrias.„ f. 17. Aggiungo la notizia, che ne dà

D. Miguel de Miranda altro gentiluomo spagnuolo al signor Duca di

Montalto, in questo modo: “No perdono el desbanecimiento a la mujer

de Thomas Anielo, y el ritentar ber a so Ex.ª la Señora Duquesa de

Arcos, y asi se dio a intender quererla visitar; y como en su Ex.ª son

yguales la grandeça y agasado no les nogu la acojida, dispuso de la

benida de esta Dama al Castillo ynbiando las carroças que la trajessen,

prebiniendo las sillas, enquien trase con su madre y parientes. Los

adornos, con que benia eran mejorados en la sustancia, mudados ya el

lienço y lana en sedas y telas de oro, tan ajustado a su traje que auno

havia dejado la forma de la marineria, culpa o descuydo del tiempo,

pues obrando tan apriesa en el marido, ce descuydo del aseo de la

muger. Mandola regalar Su Ex.ª con una joja de balor, a su Hermana con

una cadena, y a las de mas con muchos dulces que llebaron„ f. 750. — Le

parole poste in bocca alla Viceregina ed alla moglie di Masaniello sono

testualmente riportate da' più gravi scrittori di questi avvenimenti.

[197] DONZELLI _O. c._ p. 81 — Che fosse stata regalata la moglie del

Visitatore perchè non si togliesse la gabella sui frutti lo asserisce

il POLLIO _O. c._ f. 305, e lo fa intravedere il DE SANTIS p. 26. Egli

come dice costui a p. 4, _sotto il manto del servizio del re cercava i

proprii interessi_.

[198] Il Pollio così racconta questo fatto: “La moglie di Masaniello al

ritorno da Palazzo fu accompagnata alla carrozza dai Tedeschi con le

Alabarde, e questo fu da me visto con la carrozza di S. E., e con un

presente appresso di detta carrozza, portato sopra di un portarobba,

coperto con una tovaglia di taffetà turchino; che fusse dentro non

posso sapere„ f. 40. Ed altrove ripetendo, dice: “La mooglie di Tommaso

Aniello, licenziata e fattole un gran dono dalla Viceregina di argento

et oro et gioie, di modo che furon ricevute dentro un canestro spaso

et accompagnatele fino alla scala... e per Napoli andarono li detti

Labardieri et servitori con li donativi appresso della carrozza, et

quando furono di nuovo nel Mercato sonorno di nuovo le trombe....

et smontate...., riceverno lo detto reale (_regalo_) portato dalli

Tedeschi„. f. 240 v.

[199] Con questo titolo solevano allora chiamarsi le donne attempate

della più bassa plebe, maritate o vedove che fossero. In tempi più

antichi era esso una qualificazione onorifica delle regine e delle

persone reali, non fanciulle. V. DE RITIS, _Vocab. Nap._ in v.

[200] Questo bando leggesi nella sua originaria pubblicazione

tra i _Bandi editti, capitoli ed altri ordini_ emanati durante la

rivoluzione del 1647, rara ed importante collezione, che si conserva

nella biblioteca dei PP. dell'Oratorio o Gerolamini di questa città. È

segnato col num. d'ordine IX. Nessuno degli scrittori recenti di quella

rivoluzione lo ha ristampato, o ne ha fatto cenno. Ai 19 luglio fu

replicato altro bando sul proposito, che con altri dello stesso tempo

tanto in stampe originali, che in copie Mss. si conserva da me, ed è

riferito nell'_Appendice_ al n. 3.

[201] POLLIO, _Op. cit._, f. 242 v.

[202] _Con tutte le mende da fuora_, dice il POLLIO _Op. cit._ fol.

42 v. Altrove ripete: pigliorno la moglie et la sorella..., che le

portavano colle _granfe_ nel petto f. 242 v. — La ragione o almeno

il pretesto di un tale trattamento ce la dà il Ms., di cui ho parlato

nella nota (89) che dice: “havendole il popolo tolto alcune perle, e

quantità di zecchini, che aveva posto in petto„.

[203] Costui era stato ucciso nella stessa mattina a buon'ora. Era

figlio del dott. Matteo Vitale della Cava, che in tempo del governo

del Duca d'Ossuna volendo esser nominato governatore della casa

dell'Annunciata, offrì al Genoino una somma di danaro, il che saputosi

dal Duca l'obbligò a spenderla in servizio del pio luogo, facendone

costruire una grossa lampada d'argento a forma di nave per la Chiesa.

CAMPANILE fol. 17 v. Postilla nei _Successi_ cit. f. 369.

[204] _Istoria della vera cagione, e dei principali motivi della

solleuazione napoletana accaduta nel 1646_ (sic) _al tempo de Tommaso

Agnello di Amalfi descritta da D. Carlo Calà duca di Diano._ Ms. di

c. 109, una volta posseduto dal Miniconi, che termina colla morte di

Masaniello. V. a f. 79.

[205] GIRAFFI, _Le rivoluzioni di Napoli_, p. 190, ediz. del 1705.

Quest'opera che va anche sotto il nome di Nescipio Liponari, e tratta

solo delle dieci giornate di Masaniello, ha avuto moltissime edizioni.

Le più antiche sono quelle di Venezia 1847, e di Padova (Napoli) e

Gaeta 1648 in 8º. In quest'ultima vi è aggiunto un curioso _discorso

sopra i quarantaquattro ribelli bruciati ed incendiati dal popolo

fedelissimo napoletano l'anno 1647, dove nome per nome si raccontano

tutt'i loro passati difetti_; e sono 44 quartine composte da un poeta

sciocco ed ignorante per nome (se pur non è finto) Simone Alleone.

Il libro del Giraffi ha avuto pure due traduzioni, una in olandese

e l'altra in inglese; ambedue stampate nel 1664. Per cortesia

dell'egregio Signor Adolfo Parascandolo, io recentemente ho potuto

vedere la traduzione inglese, che per essere poco nota, e per la sua

seconda parte, che contiene la storia della rivoluzione fino alla

prigionia del Guisa, merita che io ne faccia qui speciale menzione.

Essa si compone di due parti. Il titolo della prima è il seguente;

_An exact history of the late revolutions in Naples, and of their

monstrons successes not to be paralleled by and ancient of modern

hystory: published by the lord Alexander Giraffi in Italian, and

(for the rareness of the subject) rendered to english by J. H. Esq.

(James Howell). In two parts. London 1664 in 8º._ Questa prima parte,

che è tradotta dal Giraffi, ed ha innanzi il ritratto di Masaniello,

consta di 154 pagine oltre la dedica e finisce col _Manifesto del

fedelissimo popolo di Napoli_ del 17 settembre 1647. La seconda parte

è così intitolata: _The second part of Masaniello. His body taken

out of the Town-Ditch, and solemny buried with epitaphs upon him.

A continuation of tumult; the D. of Guise made Generalissimo; Taken

prisoner by young Don John of Austria. The end of Commotions by J. H.

Esq._ London 1666. Essa ha innanzi i ritratti a medaglioni di Genoino,

Masaniello e Gennaro Annese, e consta di p. 123 oltre la dedica ed

un proemio, nel quale l'a. dice di aver composto questa sua storia

sopra autentici manoscritti e sopra collazioni e confronti di lettere

scritte da diversi distinti personaggi. Nell'opera poi egli comincia

dal ricapitolare i fatti narrati nella prima parte e riporta pure il

sonetto: _Altra paga sperai, altra mercede_, e l'iscrizione composta

da Bernardo Spirito pel monumento, che si voleva erigere nella piazza

del Mercato. Narra indi i fatti del secondo (p. 32) e del terzo (p.

44) tumulto, e finisce coll'entrata degli Spagnuoli e colla partenza

di D. Giovanni d'Austria. Singolare è la notizia, che trovo in questo

racconto ap. 116, di essersi cioè nel tumulto accaduto nel febbraio

1648, inteso tra gli altri gridi quello di: _Viva il parlamento

d'Inghilterra._ Ora il libro trovasi nella biblioteca della _Società

Napoletana di storia patria_.

[206] Il fratello di Masaniello cercato nella sua casa dopo la morte

di quello, si salvò fuggendo per gli astrici, secondo si afferma da un

contemporaneo, che scrisse dei fatti accaduti dal 7 luglio al 6 ottobre

1647 in una _Storia della sollevazione del 1647_; Ms. di cui ho fatto

menzione sopra.

[207] POLLIO, _O. c._ f. 43. Ivi lo scrivano è chiamato Vito, e poi

sopra è aggiunto Tonno o Antonio.

[208] Il bando del 17 luglio è riportato dal DE SANTIS, p. 117, il

quale soggiunge che parve al popolo che esso avesse del maligno,

perchè non comprendeva il cognato di Masaniello. E però il Vicerè

con un secondo bando del 21 luglio non riferito da alcuno, ripetè

l'indulto del 17 aggiungendovi anche il cognato di Masaniello, che era

stato nell'antecedente omesso. Ambedue i Bandi si trovano nella mia

_Collezione di bandi, Capitali, editti, ed ordini_ del 1647-48.

[209] BURAGNA, _O. c._ P. II, p. 4; CAPECELATRO, _Diario_, I, 98.

[210] CAPECELATRO; _l. c._ Della casa del Genoino a S. Agnello dei

Grassi parla della Porta.

[211] PIACENTE, _Storia del 1647_ p. 69; DE SANTIS, p. 128,

CAPECELATRO, p. 136, 137, _Racconto_ ai 13 agosto.

[212] La _Platea_ di S. Severino, che io ho consultato e che un tempo

conservavasi nel monastero, fu fatta tra il 1779 ed il 1790 sopra

registri più antichi. Le notizie sulla regione di _Capo di Piazza_ in

essa notate sono le seguenti: “A' 5 febbraio dell'ind. 14, regnando

Errico imp. Pietro di Moneta donò al Monastero una casa con orto sita

dentro Napoli; dentro di un portico comunale in capo della strada detta

_Capo di Piazza_, pertinenza di Portanova non lontana dalla porta detta

_delli Monaci_, giusta li beni di Elia Ganga, di Giuda ebreo, ed altri

confini, come dal _Libro dell'inventario_ n. 1977; ed a 6 decembre

1198, in tempo di Federico II, il monastero diede a censo di un sestaro

di olio ad Adam Scatola e suoi figli mascoli tantum, una porzione

di detta casa che allora era rinnovata, vicino alla chiesa dei SS.

Cosmo e Damiano, la corte comune ed altri beni del Monastero, la via

pubblica ed altri confini come dall'_Inventario_ n. 1898; e nell'anno

1263 il Monastero dà a censo di due sestara di olio a Tommaso Saperta

un'altra porzione di detta casa, sita ut supra, giusta la strada che va

a Sant'Arcangelo, lo muro pubblico e la Torre vecchia della città con

altri confini, come dall'_Inventario_ n. 28; e finalmente nel 1267 il

Monastero diede a censo di tarì 7 e mezzo l'anno a Giovanni Scossidato

parte di dette case site ut supra, giusta la chiavica che scorre per li

Ferri Vecchi, come dall'_Inventario_ n. 74.„

In un inventario fatto nel 1454 si fa menzione che il Monastero

possedeva “una casa grande isolata dalle vie che la circondavano

con molti membri, posta nelle pertinenze di Portanova, dove si dice

_Capo di Piazza_, dalla parte dov'è il principale ingresso, giusta la

via pubblica che viene dalla Sellaria e va al Seggio di Portanova,

dall'altra parte giusta la via per la quale si va al vicolo delli

Coppola, e dall'altra parte giusta il vicariello posto tra le dette

case ed il fondaco della chiesa dell'Incoronata, per la quale passa la

via, che scende da Pistase, dall'altra parte giusta la corte, per la

quale si passa alla Rua delli Spadari o Armieri, come dall'_Inventario_

n. 260„. _Platea_ cit. f. 126.

[213] Il Vico _deposolum qui et armentariorum_ trovasi in un doc. del

966 v. _Reg. Neap._ nn. 156, 374, 445. Del fondaco di S. Martino _inter

plateam armentariorum et Judecam_ si ha memoria negli _Acta visit.

Cathedr. ab arch. Ann. de Capua_; a. 1580 f.

[214] _Platea_ cit. f. 805.

[215] Generalmente costui anche dagli scrittori contemporanei è

chiamato Gio. Vincenzo Starace, ma egli nei registri dell'archiv.

munic. si firma sempre Storace. — Del terribile fatto parlano

largamente il SUMMONTE. (_O. c._ IV, p. 446 e ss.) che con esso pone

termine alla sua storia, ed il Costo nelle addizioni al COLLENUCCIO,

III, p. 399 e ss. Una narrazione speciale di esso fu pubblicata

nell'_Archivio stor. per le prov. Napolitane_, a. I, pag. 131, ed

un'altra intitolata: _Dell'infelice morte di Giov. Vincenzo Starace_

trovasi al f. 838 del Ms. della bibl. Nazionale segnato V, C, 51.

[216] Il disegno di questo monumento infame può vedersi nel Mutinelli,

_Relazione degli ambasciatori veneti_ ecc. II, p. 166, ed ora dal

medesimo è stato riprodotto nella recente pubblicazione dei _Diurnali_

di Scipione Guerra: l'iscrizione è riportata dal Parrino, I, p. 374.

[217] Relazione dei 20 giugno 1586 presso il lodato Mutinelli, II, 158.

[218] V. la mia scrittura _sulla casa di Pietro della Vigna in Napoli

nel Rendiconto dell'Accad. Pontan._ a. 1858. Nel _Giornale storico_

da me sopra citato alla nota (74) sotto il mese di aprile 1649, si

narra la modificazione fatta dal Vicerè al fondaco della Zecca de'

Panni nel seguente modo: “L'eccellenza del signor Vicerè di Napoli,

Conte di Gnatta (sic) avendo visto e riconosciuto il luogo della Zecca

de' Panni di Napoli, ed essendo stato di persona a vedere detto luogo

ch'era rinchiuso a modo di Sinagoga, che chi non ci avea che fare non

potea in detta Zecca entrare, per essere un Benevento piccolo[219],

dove di continuo si commettevano diversi peccati, ordinò che come stava

rinchiuso s'aprisse, e che si potesse passare dall'una parte all'altra,

cioè dalla parte della Selleria si buttarono quattro botteghe con tre

appartamenti, uno sopra l'altro, e si fè una larga strada di palmi 60,

con buttare anco molte altre case dentro di detta Zecca, e si fè un

largo grande come ho detto, tanto dalla parte di S. Palma dalla strada

delli Ferri Vecchi... e per grazia di Dio benedetto si è levato quel

nido di tante male genti, che in Napoli quando si dicea, Dio ti guardi

degli uomini della Zecca, Dio te ne liberi, che questi uomini della

Zecca de' Panni, sono uomini senza coscienza, nè hanno timor di Dio.

Ms. elt. f. 57„.

[219] Benevento, appartenendo allora alla Chiesa, era l'asilo di tutti

coloro, che potevano temere la giustizia del governo di Napoli.

[220] A dichiarazione e documento di quanto ho riferito nel racconto,

raccolgo in questa nota le poche memorie, che ci rimangono intorno

al sedile di _Capo di Piazza_, le quali si collegano alle vicende

dei _Sedili_ di Napoli, argomento importantissimo per la storia di

questa Città e non ancora trattato, come dovrebbe esserlo, dai nostri

scrittori. Una larga discussione, comunque fosse necessaria, sarebbe

qui certamente, affatto inopportuna.

Or tralasciando i tempi più antichi, da sicuri documenti è dimostrato

che verso la fine del secolo XIII ed i principii del XIV, la nostra

Città per la tassa delle collette e per le altre contribuzioni, o

servizi fiscali era divisa in tante regioni o piazze, il numero ed

il nome delle quali variano talvolta secondo l'aggregazione e la

separazione di talune delle vie che le componevano, e secondo il

predominio che davasi piuttosto all'una che all'altra di esse. Nel 1301

queste piazze erano quindici per i nobili, e 33 per i popolani[221];

con quest'avvertenza però che alcune di esse, per la contemporanea

esistenza di ambo i ceti, si veggono ripetute nell'una e nell'altra

categoria. Non è certamente inverisimile che tutte queste _piazze_,

com'è indubitato per la maggior parte, avessero un proprio luogo, ove i

nobili che i popolari, ivi abitanti, potessero radunarsi per discutere

la distribuzione delle tasse fra i contribuenti, la nomina dei giudici

annuali, l'amministrazione delle estaurite proprie, ed altri pubblici

negozi della piazza, o anche semplicemente per oziare in private

conversazioni. Questi luoghi che si chiamavano _tocchi_, _sedili_,

o _teatri_, esistevano da tempo antichissimo nella vecchia città, e

non erano, come generalmente si è creduto, un ritrovo esclusivo de'

_maggiorenti_ e della _nobiltà_. Nel 1806, imposta la gabella del

_buon danaro_, destinata principalmente al pagamento delle collette, ed

aboliti o tramutati in altre prestazioni i servizi reali e personali,

non si trova più documento alcuno, che ci ripeta la circoscrizione

delle piazze del 1301 e la distribuzione delle tasse. Anche verso

quel tempo, secondochè a me pare, i _Sedili_ ebbero una prima riforma.

Conseguenza di questo ordine di cose fu l'abolizione di molti Sedili,

o forse anche la riduzione di tutti a 29, secondochè (comunque senza

appoggiarsi a sicuro documento) i nostri scrittori affermano.

Il seggio di _Capo di Piazza_, che dal Tutini per errore fu confuso

con quello di _Somma Piazza_ (_Origine dei seggi_ p. 46) era e restò

dei popolari. Di esso trovo la prima memoria in un istrumento dei

29 novembre del 1265, ind. X, in cui interviene un tal Costantino

Primese _de illu Toccu publico de capu de Placza regione Portanobensis_

(_Notam. Istrum. S. Marcellini_, lit. K p. 151). In altro documento

del 1304 nell'Archivio di Stato in Napoli si ha pure memoria che gli

uomini di _Capo Piazza_, avendo acquistato da' Frati Predicatori del

convento di S. Pietro Martire un suolo in quella contrada, che ad essi

Frati era stato donato dal Re, _construxerunt in terra hujusmodi vacua

novum opus quod ad usum Sedile, seu segium deputarunt_. E siccome ciò

erasi fatto in pregiudizio dei dritti di Gualtiero Melia, al quale

apparteneva il detto suolo, posto vicino alla sua casa, e ad un andito

di essa; così il Re ordina al Capitano di Napoli, che esaminata la

cosa, provveda alla giustizia (Reg. n. 135 (1304, C.) f. 179). — Poco

dopo in un diploma del 1313 si fa parola di certa rissa accaduta in

_segio Platee capitis Platee_ (CAMERA, _Annali_, II, 211). Finalmente

nel fascicolo 93 il 1.º a p. 562, in carta del 1349, questo sedile è

chiamato _Teatro_, e così pure in un istrumento del 1392 ricordato dal

Tutini ne' suoi _Notamenti_ mss. nella biblioteca Brancacciana (II, E.

31) f. 96, ove dicesi posto in _platea Sellarie._

Dopo quest'opera, come ho detto nel racconto, non trovo più menzione

di esso nei documenti, e nelle memorie del tempo; il che mi ha fatto

sospettare che, verso la fine del secolo XIV o i principii del secolo

XV, si fosse trasformato in quello della _Sellaria_, donde una ottina

della Città prendeva pure allora la sua denominazione (V. la nota delle

piazze popolari della città nel 1442 in Passaro, _Giornali_ p. 14).

Pel sito poi del seggio della Sellaria si vegga il TUTINI _O. c._ p.

170, il Celano ed altri. Secondo il SUMMONTE (I, 209), esso sarebbe

stato nell'angolo del convento di S. Agostino; ma io credo che

il benemerito scrittore fosse indotto a credere così dall'erronea

applicazione, che egli faceva a quel sedile, della iscrizione antica,

ov'egli malamente leggeva: _In Curia basilicae augustinianae._

[221] Fasc. 9, f. 3 ap. ALITTO, _Vetusta r. Neap. monum._ f. È allegato

e compendiato dal SUMMONTE, II, 365 e dal TUTINI p. 63. — Il BOLVITO

nel vol. IV, _Variarum rerum_, Ms. conservato una volta nell'archivio

dei santi Apostoli, ed ora nella biblioteca di S. Martino della

nostra città al f. 18 riportando questo documento, nota: _Subsequens

collectarium extat scriptum in quodam augusti 1585 in fasciculo 9, f.

9. Nam extat colligatus in praedicto fasciculo insimul cum certis aliis

consimilibus libellis, et propterea archivarius faciens fidem dicit

copias fuisse extractas a praedictis fasciculis, sed in rei veritate

extant scriptae in supradictis libellis, quorum aliqui sunt etiam de

pergameno._

[222] Della _Sellariorom ruga, ubi decurrit acqua de fonte Fistulae_

trovasi menzione nel Registro n. 111 (1301 F.) f. 113, nel grande

Archivio di Stato in Napoli.

[223] “Nell'anno 1334 a 13 Giugno II indizione in Napoli. Teodora

del Gaudio, vedova del q. Bartolomeo Caracciolo Bisquitio, tutrice

testamentaria di Cubello e Bartolomeo Caraccioli Bisquitij, fratelli,

suoi nipoti, figli ed eredi del q. Filippo Caracciolo detto Bullone,

in nome di detti pupilli; ed Alogara Piscicella, vedova del q. Matteo

Caracciolo Bisquitio, milite, tutrice testamentaria di Nicolello,

Alogarella e Mariella Caracciolo Bisquitie sue nipoti, figlie ed eredi

del q. Filippo Caracciolo Bisquitio suo figlio, in nome similmente di

detti pupilli, assegnarono a Belardisca Caracciolo Bisquitia moglie

di Riccardo Filomarino milite, a Bianca, moglie di Tomaso Dentice, e

Filippa, moglie di Tommasello Tomacello, sorelle figlie del q. Ligorio

Caracciolo Bisquitio, milite, la lor porzione, cioè la terza parte

lor toccata nella divisione fra di esse in detti nomi fatta di certe

case vecchie ed orto, seu terra vacua, site dentro Napoli, giusta la

via pubblica detta _Pullaria_, nella regione di Portanova....„ Come

dall'istrumento fasc. 6, n. 65 nella _Platea_, o _Reassunto degli

antichi strumenti che si conservano nell'Archivio del monastero

di Santa Patrizia_, già presso il Cuomo, ed ora nella biblioteca

Municipale.

[224] TUTINI, _Op. cit._ p. 171.

[225] Intorno all'abbattimento del _sedile popolare_, e successiva

esclusione del popolo dal governo del Comune, momento importantissimo

della storia di Napoli, grande confusione ed oscurità regna ne' nostri

scrittori, e nelle scarse memorie, che ci rimangono di quell'epoca.

Le cronache generalmente con poche parole e anche con qualche errore

cronologico, accennano ad un tal fatto senza avvertirne la gravità.

Così il PASSARO, ai 7 Dicembre, dice: “S'ei abbattuto lo siegio

della Sellaria,„ col quale è concorde notar Ambrosio Casanova, nel

suo _Protocollo_. V. PELLICCIA, I, 152. NOTAR GIACOMO, per l'opposto

segna un tal fatto al 2 Dicembre 1465 con evidente trasposizione di

cifre. Lo stesso PASSARO poi nota a' 31 marzo 1457: “Se sono levate

le silice della insilicata della Sellaria„ mentre notar Giacomo segna

questo avvenimento a' 31 Maggio 1456. Finalmente un diploma citato dal

SICOLA (_Vita di S. Aspreno_, II, 430) di Re Alfonso I, col quale a' 26

Marzo 1444, si ordina al Vescovo di Valenza che si togliesse il detto

sedile, commettendone l'esecuzione a quattro gentiluomini del Seggio di

Portanova, farebbe rimontare ad un'epoca più antica la disposizione, se

non l'esecuzione di un tal abbattimento.

Se non che qualche più precisa particolarità si può ricavare da una

cronaca o piuttosto _Raccolta di Cronache_ fatta verso la metà del

secolo XVI, copia della quale Ms. si conservava dal lodato sig. Cuomo,

ed ora trovasi nella biblioteca Municipale. Nella _Hist. Dipl. r. Sic.

ab. a. 1250 ad annum 1266_ a p. (51) io ho fatto menzione di essa;

ed in altra mia scrittura ne parlerò anche più diffusamente. Per ora

mi basterà notare qui semplicemente come la medesima fosse nota al

Tutini, il quale ne compendiò le parole a pagina 246 della sua opera

sui seggi. Nella cronaca dunque si legge: “Alli 1456, alli 7 Dicembre,

s'abbattè uno Seggio che stava alla Sellaria di Napoli, quale seggio

l'havevano fatto li nobili cittadini popolani — Alli 1457, alli 31 di

Maggio, fu un gran rumore nel Popolo contro li gentiluomini, ed ebbe ad

essere grande scandalo per lo seggio abbattuto del popolo. Cavalcò lo

re Alfonso e si fermò alla piazza della Sellaria, parlando a Giovanni

Miroballi ed alli altri cittadini, (dicendo) che quello non era stato

fatto a mala fine, ma perchè volea annobilire la città; che la strada

della Sellaria era bella, (e che) se levava quello Seggio et una casa

che stava al mezzo, per posser fare la processione et altre feste e

giostre. E quello dì fece abbattere la casa, che stava allo costato

dello Seggio, e dette fama che lo prossimo maggio si voleva fare una

bella giostra alla tornata delle galere, cioè per tutto maggio ma per

lo primo Sabato si faria la processione delli preti giorlannati con la

testa e lo sangue di San Gennaro, e che Sua Maestà volea venire a stare

a vedere alla Sellaria, e molte altre belle parole. Così per quello,

come per la sua cavalcata e per sua presenza, in parte furo placati,

e fè incontinenti incominciare a levare la silicata della piazza della

Sellaria, e spianare lo terreno, come se ci volesse far la giostra, e

la strata restò longa e dritta et eguale dal Capo de lo Pendino fino

a lo pede della via di Pistaso. E lo dì seguente fè lo bando come al

nuovo Seggio di Portanova, volea Sua Maestà aggregare li cittadini de

lo Popolo grasso e furo fatti gentiluomini li Catanei, li Coppoli, li

Miroballi per leggieri favori.„ Ms. p. 536 Cf. SUMMONTE _Op. cit._ t.

I, p. 209.

[226] NOTAR GIACOMO, _Cronica di Nap._ p. 190, e PASSARO, _Giornale_ p.

73. — I principali patti delle capitolazioni conchiuse tra i nobili ed

i popolani si trovano compendiati nei _Diurnali_ del Gallo ai 17 giugno

1495 p. 12; una copia poi dell'istrumento stipulato in quell'occasione,

sebbene alquanto scorretta, leggesi nella _Raccolta di Cronache_, di

cui sopra ho parlato, a p. 869 con la data dei 12 giugno. Oltre a ciò,

secondochè narrasi ivi a p. 856, prima che Carlo VIII fosse partito

da Napoli (20 Maggio 1495) i popolani per mezzo di quattro cittadini,

i quali furono Messer Parise Scotio, Messer Giovanni Folliero, Messer

Antonio Sasso, e Messer Franco Fiorentino presentarono memoriale al re

della città “che li facesse grazia _in scriptis_ che potessero eleggere

un loco della città dove si potessero adunare liberamente, e trattare

le cose occorressero per loro seggio. Il re concesse le grazie, e fece

chiamare gli Eletti gentiluomini dicendoli che volessero essere boni

fratelli coli popoli (popolani), e che, come anticamente erano stati,

in uno governo unitamente trattassero in S. Lorenzo le cose occorrenti

per la città, e che essi erano cinque piazze e lo popolo una, che saria

lo suo Eletto, e saria la sesta voce e saria lo suo reggimento popolare

in la sala de lo inclaustro di S. Agostino, e fu chiamato lo primo

Eletto del popolo, che fu Giovan Carlo Tramontano.„ Il fatto è riferito

anche dal Summonte, il quale nel t. I, p. 145 compendia le parole di

questa cronaca.

Ma con queste capitolazioni non furono interamente acchetate le

differenze tra i nobili ed il popolo. Restavan sempre materie di

controversia, alcune delle quali furono definite da re Federico II

d'Aragona nel 1488, ed altre dal re Cattolico nel 1506. Chi di esse

vuole più ampie nozioni vegga il Summonte nel _l. c._ e gli altri

scrittori patrii.

[227] Il _catafalco_ nella piazza della Sellaria per la processione

antichissima di San Gennaro cominciò a farsi nel 1528. SUMMONTE I, 338.

— Per la festa di S. Giovanni ai 24 giugno si veggano le descrizioni

fattane dal Capaccio nel 1626 e 1627, dal Giuliani nel 1621, e

dall'Origlia col libro: _Il Zodiaco_ ec. nel 1630 Cf. _Monografia di S.

Giovanni a Mare_ per MICHELE RADOGNA p. 74.

[228] _Acta Visit. Paroch. maj._ a. 1580, nella parrocchia di San

Giorgio maggiore.

[229] _Del Pendino di S. Agostino_, la cui denominazione tirava anche

per la via dei Calderai, si fa cenno nella _Plat._ cit. di San Severino

fol. 79. — Intorno alla nascita di Urbano VI parla il SUMMONTE, II,

453, il TUTINI, _Op. cit._ p. 192, e CELANO, _Op. cit._ IV, 185. Taluni

però contraddicono ad una tale tradizione.

[230] Erano così chiamate allora le persone civili, e specialmente

quell appartenenti al foro, dall'abito nero che portavano. V. _Bando_

di Gennaro Annese in CAPECELATRO, _Diario_ II, _Ann._ p. 68.

[231] CAPECELATRO, nel _Diario_ I, p. 109, e 116 dà le accennate

particolarità intorno al Genoino.

[232] Che il clero napoletano in quel tempo fosse di sentimenti

piuttosto francesi ed amico del popolo si rileva dal CAMPANILE,

_Diario_, f. 27, dal DELLA MONICA, f. 129 v. e da altri. — Il BASSO

pubblicò: _Il trionfo della bellezza nelle nozze di Placido, ed

Isabella de Sangro_; Nap. 1640 in 12; _Il Pomo di Venere_, dramma per

musica nelle feste delle nozze suddette. Nap. in 4, e le _Poesie_,

Napoli 1645 in 4.

[233] _Giannizzeri, parola tolta dalla lingua turchesca, con la quale

gli spagnuoli chiamano quei del loro sangue, che sono nati da padre

o madre forestieri nelle altre regioni d'Europa._ NICOLAI, p. 154.

_Interessati_ chiamavansi coloro, che avevano posto i loro capitali

negli arrendamenti.

[234] V. Lettera del Card. Filomarino. _Arch. Stor. It._ IX, p. 390; e

tutti gli scrittori della rivoluzione. Il DELLA MONICA, Ms. cit. al f.

93 narra della madre di Masaniello.

[235] DE TURRI, _Op. cit._ p. 137.

[236] Di questa seconda sollevazione parlano più specificatamente il

_Raccconto_ Ms., il RICCA, _Istoria_ Ms. cit., il _Diario_, ed altri.

[237] Nel _Diario Anonimo_ fol. 95, circa il 21 agosto si narra

come il San Vincenzo, nipote del Genoino, si trovasse nel castello.

“Ritrovandosi, leggesi ivi, una grossa moltitudine di Popolo avanti

la casa di Giovanni Zavaglio, (_Zevallos_, poscia del principe di

Stigliano), in strata di Toleto, di guardia, per non fare passare

avanti li Spagnuoli, passò per detta strada Giuseppe _alias_ Peppe

Sanvincenzo, quale in detto tempo era giudice criminale, lo pigliarono

con molti strapazzi e li levarono la toga da sopra e lo buttarono in

terra, con dirli molte ingiurie e farli molti maltrattamenti, per la

qual cosa fu forzato ritirarsi in Castello nuovo, dove stava salvato

D. Giulio Genoino, suo zio„ — In seguito col c. 2 delle _Grazie,

concessioni_ ecc. stipulate il 7 settembre fu stabilito che il Genoino

ed i suoi nipoti fossero privati di tutti i carichi ed onori che

avevano, e che fossero essi e loro discendenti in linea mascolina

_infinitum disterrati_ dal regno, per aver macchinato falsamente

contro il fedelissimo popolo. Il Fuidoro, o Vincenzo d'Onofrio, in

una postilla al _Diario_ del Campanile f. 25, tratta della fine di

D. Giulio Genoino, e narra, che imbarcato coi suoi nipoti sopra il

vascello di capitan Giaime Canales di Majorca andò in Sardegna, ove

giunto, diede le lettere del Duca d'Arcos a quel vicerè, e fu trattato

amorevolmente con alloggiare in palazzo per spazio di tre mesi e mezzo.

Poscia, avendo deliberato di portarsi in Corte a Madrid, si partì di

là, ed ammalatosi per via, sbarcò a Porto Maone, ove morì, e fu sepolto

nella chiesa maggiore di Majorca.

[238] Queste parenti di Masaniello dopo qualche tempo furono ivi fatte

morire. CAPECELATRO, _Diario_, II, 360. Il BRUSONI _Stor. d'It._ lib.

XV f, p. 499 parla pure della sorella e del cognato di Masaniello, ed

anche di un loro figliuoletto di anni tre.

[239] CAPECELATRO, _Diario_, II, 7; CAMPANILE, _Diario_, f. 13.

[240] Del figlio di Masaniello, maschio o femina che fusse, non ho

trovato memoria nei registri parrocchiali di S. Caterina in _foro

magno_. Bisogna supporre che o la Bernardina dopo questo tempo avesse

dovuto sconciarsi o che avesse partorito nel distretto di altra

parrocchia.

[241] TURGE-LOREDAN, _Ètat de la repubblique de Naples_ p. 71. Il libro

è scritto sulle note dello stesso P. Capece, confessore del Duca di

Guisa. Ivi si dice che il fatto avvenne nelle feste di Natale. Il Duca

di Guisa però si vanta di aver egli mandato a chiamare la Bernardina

per soccorrerla, a fin di gratificarsi il popolo. _Memorie del Duca di

Guisa_, t. I p. 277.

[242] Lo stato triste e miserable, in cui si trovò la plebe in Napoli

nell'inverno del 1648-1649 nei seguenti termini è esposto in una

scrittura contemporanea: “Furono così grandi et inauditi i disordini

cagionati dai popolari tumulti.... che, quelli per divina misericordia

quietati, nell'anno seguente 1648 restò nulla di meno così nella città

di Napoli come in tutto il Regno tanta estrema miseria, così gran

penuria di tutte le cose, che il prezzo dei grani ascese al valore

di duc. sei e più il tomolo, e di tutte le altre cose commestibili

era la valuta esorbitantissima. Perlochè i poveri e particolarmente i

figliuoli (che allora erano in gran copia) orfani derelitti, per aver

la maggior parte perduti i loro padri o ammazzati o morti di disagio,

si trovavano in estrema necessità.... a segno tale che estenuati dalla

fame, dal freddo e da' cotidiani patimenti andavano mendicando il

vitto. E quel che era peggio non essendo chi lor desse qualche limosina

(per ritrovarsi in quel tempo ognuno secondo il suo stato in qualche

bisogno) miseramente si morivano nelle pubbliche strade. E molti che

nè anche avevano luogo da ricettarsi dormivano la notte sotto qualche

supportico, tenna o baracca, o in altro luogo simile, dove oppressi

dall'eccessivo freddo che fu in quell'anno, et estenuati dalla fame si

ritrovavano la mattina morti, restando insepolti ed alle volte anche

mangiati dai cani. Taccio le miserie delle povere filiuole di qualche

età, che correvano grandissimo pericolo nell'onore e nell'offesa di

Dio„. _Del Conservatorio delle orfane di S. Nicola_ Notizia aggiunta

al CAMPANILE, _Diario_ fol. 103, forse scrittura dello stesso. —

Che Bernardina fosse poi divenuta pubblica meretrice nel borgo di S.

Antonio Abbate lo affermano il CAPECELATRO II, 360, ed il Pollio, la

cui testimonianza più innanzi riporterò.

[243] “Mentre che regnava Thomaso Aniello, dice il Pollio colla sua

rozza ed ingenua maniera, li furono portati molti soldati Spagnuoli

presi da quelli del popolo..... et..... (Masaniello) li mandava via

dicendo: questi sono soldati di S. E. mio compare, il quale l'intende

parlare et è buono dargli castigo, et li facea portar salvi.... et

questo più volte succedè ante di me; benchè per mercè la sua moglie

di poi la morte di esso fu cercata et spogliata di quanto havea, et

non avendo come campare si pose al vortello (bordello); et quello

che più importa molte volte venevano da lei molti Spagnuoli a darli

la burla; da poi averla goduta li faceano molti mancamenti... Una

moglie di Capitan generale, che mai contradisse la Corona, commare di

S. E. il quale più volte l'havea honorata in palaggio con la signora

Viceregina non ponerla dentro un monastero, o darla qualche cosa da

accasarla. Così passò il negotio, fatta meretrice pubblica al comando

di tutti, vista da me albordello, con molta meraviglia e scandolo dei

contemplativi.„ POLLIO, Ms. f. 48.

[244] CAPECELATRO, _Diario_, III, 360.

[245] DELLA PORTA, _Causa di stravaganze ovvero compendio istorico

delli rumori e sollevazione dei popoli successi nella città e nel regno

di Napoli_. In parecchi esemplari di questa opera verso la fine della

P. I, trovasi la descrizione di Tommaso Aniello di Amalfi; che di quivi

tratta fu ripetuta ed aggiunta in alcune copie del Ms. intitolato:

_Racconto della sollevazione di Napoli accaduta nel 1647_ che senza

alcun nome di autore va per le mani di molti, ma che è opera di Marino

Verde, come altrove ha dimostrato. (_Strenna Giannini_ del 1893).

Manca nell'esemplare da me posseduto, che è forse l'originale ed ha le

annotazioni e le aggiunte di Camillo Tutini.

[246] DELLA MONICA, _Istoria della rivoluzione di Napoli dell'anno

1647_. Ms. autografo presso di me. Leggesi al f. 21.

[247] CAMPANILE GIUSEPPE, _Diario circa la sollevazione della plebe

di Napoli degli anni 1647-48, con addizioni di Innocenzo Fuidoro_, f.

5. Ms. autografo del Fuidoro (pseudonimo di Vincenzo d'Onofrio), da me

posseduto.

[248] GIRAFFI o LIPONARI, _Relazione delle rivoluzioni popolari

successe nel distretto del regno di Napoli nel presente anno 1647_.

Padova 1648, p. 43.

[249] DE TURRE, _Dissidentis desciscentis receptaeqe Neapolis Libri

tres_, p. 43, ediz. Gravier.

[250] BIRACO, _Delle historie memorabili che contiene le sollevationi

di stato dei nostri tempi_. Venezia 1653, p. 224.

[251] BUBAGNA, _Battalla peregrina intra amor y fidelidad_, p. 14. —

Il Donzelli, il Capecelatro, il de Santis, il Nicolai, il Tontoli ed il

Piacente, nelle opere stampate sull'argomento non riportano il ritratto

del Capo-popolo, o appena vi accennano. E così pure il Ricca, il Fiore,

il Carusi, il Simonetti ed altri Mss. nelle biblioteche della Storia

Patria e Municipale, nella Nazionale, e presso di me.

[252] _Copia di lettera del Maestro di campo Ottaviano Sauli all'Ecc.mo

Signor Marchese Spinola_ tratta dalla biblioteca Barberiniana di Roma

dal prof. Luigi Correra e stampata nel 1890 nell'_Arch. Stor. per le

prov. Nap._ p. 360.

[253] GIRAFFI, BIRACO e BURAGNA, _ll. cc.; de poca statura_ DELLA

MONICA, _l. c.; statura pusillus_ DE TURRE _l. c.; di bassa statura_

SIMONETTA, _Istoria della rivoluzione del 1647_ c. 16 nella bibl.

Nazionale; _di statura quasi bassa_. POLLIO, _Historia del r. di Nap._

c. 228 ivi. — Solo al Campanile, al della Porta ed al Sauli parve di

proporzionata, giusta ed ordinata statura.

[254] _Gracilis_, DE TURRE; _più tosto magro che grasso_, GIRAFFI; _di

corpo asciutto_, SAULI.

[255] _Aveva una faccia competente, nè lunga nè rotonda ma arsiccia dal

sole siccome tutto il suo petto_, DELLA PORTA; _facie subfusca et sole

torrida_, DE TORRE _l. c._

[256] GIRAFFI e BIRACO, _l, c., di fisionomia vivace ma non stabile_,

SARLI. Il MOLINI, di cui dirò appresso, parlando di Masaniello dice:

“_Uscii fuori la Gabella e trovai questa bella figura che mi aveva

portato molte volte del pesce_„.

[257] _Di pochi capelli e quelli di color castagnaccio, tagliati nella

fronte alla marinaresca con pochissima zazzera dietro_, DELLA PORTA;

_il crine non molto negro_, DELLA MONECA; _capelli neri, corti alla

marinaresca_, SAULI. Secondo il Birago era biondo.

[258] _Occhi negri_, DELLA PORTA, GIRAFFI, BIRACO; _cervoni_, DELLA

MONECA. Al Campanile ed al Sauli parvero invece azzurri o bianchi.

[259] _Viso lunghetto e magro_, DELLA MONECA; _faccia magra_, SAULI;

_piccolo di volto_, POLLIO.

[260] DELLA MONECA, _l. c._

[261] _Senza peli nel mento_, DELLA PORTA.

[262] _Con poca lanuggine nel mustaccio_, DELLA PORTA; _spuntati nel

mustaccio di peli biondeggianti e rari_, DELLA MONECA; _poco pelo_,

CAMPANILE.

[263] CARUSI FRANCESCO, _Narrazione del Tumulto seguito nella Città di

Napoli, nella quale si raccontano gli varj avvenimenti di Masaniello,

suoi seguaci. Dalli 8 di Luglio 1647, per insino alli 21 d'Agosto

del detto anno._ P. I, p. 34 v. Nella bibl. della Società Storica

Napolitana.

[264] DELLA PORTA, DELLA MONECA, DE TURRA, BURAGNA ed altri.

[265] CAPECELATRO, _Diario_, I, p. 66. GIRAFFI e tutti gli altri.

Secondo il Verde (_Racconto_ ecc.) esso fu fatto a cura dei Governatori

dello Spedale della SS. Nunziata.

[266] Per contrario noi sappiamo dagli scrittori contemporanei che gli

Alemanni e gli Spagnuoli, che si resero a discrezione alle armi del

popolo a S. Giovanni a Teduccio, a Pozzuoli, ed a S. Lorenzo non solo

ebbero salva la vita ma anche in buona parte da mangiare e da bere

(CAPECELATRO, _O. c._ I, 45; DE SANTIS, _O. c._ p. 51 ed altri). Che

anzi, narra il Pollio che “mentre regnava Thommaso Aniello li furono

portati molti soldati Spagnuoli presi da quelli del popolo... et...

(egli) li mandava via dicendo Questi sono soldati di S. E. mio compare,

il quale l'intende parlare, et è buono a darli castigo, et li faceva

portar salvi„ f. 48. Tanto è lungi dal vero che Masaniello potesse

autorizzare la carneficina dei medesimi.

[267] Vedi critica storica del de Dominici! Donde egli ricavò questo

suo calcolo?

[268] Questa testimonianza per me è sospetta. Il de Dominici dalla

biblioteca de' Signori Valletta traeva le false scritture del notar

Criscuolo e di Marco da Siena, fonti delle sue favolose invenzioni. Cf.

FARAGLIA, _Le memorie degli artisti Napoletani del de Dominici_ A. S.

N. 1882 p. 329.

[269] DE DOMINICI, _Vita dei pittori, scultori ed architetti

napoletani_, t. III, p. 226. Lo stesso dice nella vita di Aniello

Falcone a p. 75.

[270] La leggenda, per quanto riguarda specialmente Salvator Rosa, è

stata non ha guari, con lo stesso epistolario di costui smentita dal

ch. Cesareo nella Vita premessa alle _Poesie e Lettere edite ed inedite

di Salvator Rosa_ t. I. p. 47 e ss.

[271] Il Rosa non con i pennelli, ma con la penna volle descrivere

il pescivendolo suo conterraneo, nei noti versi della sua satira _La

Guerra_, che ho messo in testa a questa scrittura.

[272] Questo quadro alcuni anni fa, per mia esortazione, disegnato

con rara diligenza, e con vero intelletto d'amore, fu inciso all'acqua

forte dal bravo artista Antonio Piccinni; ma con grande rincrescimento

degli amatori delle cose Napoletane il lavoro bellissimo non fu in

commercio.

[273] DE DOMINICI _O. c._, t. III, p. 197. — Il quadro era conservato

allora nella galleria del Cav. d. Antonio Piscicelli, ed ora ammirasi

nel museo Nazionale di Napoli. È notevole che il de Dominici neppure

fu esatto nel descrivere questo quadro dicendo che Masaniello era

circondato dai suoi consultori e colleghi, e dai capi del popolo,

ritratti così al naturale per antica testimonianza di vecchi, ch'erano

stati spettatori di quella lunga tragedia, che altro non mancava se non

il moto; mentre invece da ognuno si vede che Masaniello non ha intorno

se non lazzari e gente del popolo.

[274] Cf. LANZI, _Storia pittorica_, p. 209 ed. Bettoni, Milano 1841;

ove è ricordato il quadro di cui parlo, dicendovisi però con poca

precisione rappresentare un esercito di lazzaroni che applaudono

Masaniello.

[275] Gli storici narrano, che, in mezzo alla piazza del mercato

nel giorno festivo della Madonna del Carmine, solevasi figurare un

castello, difeso e assalito da ragazzi armati di canne divisi in due

schiere dette degli _Alarbi_ e dei _Pacchiarotti_. (_Sollevazione

dell'anno 1647._ Ms. della Società Stor. Nap., f. 160). E dicono pure

che, nei giorni precedenti alla sommossa, un tal fra Savino, converso

del convento dei Carmelitani, aveva dati venti carlini a Masaniello pr

comprarle.

[276] Dice il CAPECELATRO, _Diario_, III, p. 316 che, finiti i tumulti,

la moglie di Gennaro Annese presentossi al Conte d'Ognatte “con

abito conveniente alla presente e non alla passata fortuna, con una

semplice guarnuccia senza collare, e con la cuffia in testa all'uso del

mercato„.

[277] Cf. _La casa di Masaniello_. Qualche cosa di nuovo sul proposito

aggiunge il Molini (c. 39): era, dice egli, “una Casuccia che a mano

manca fuori dall'uscio attaccato al muro era una Vite alta tanto,

che copriva quelle due fenestruccie, che guardavano nel Mercato, non

essendoci altro di buono nella facciata che l'Arma dell'Imperatore

Carlo Quinto„. Il Molini dice che era di marmo, ma pare non se ne

ricordasse bene.

[278] Così viene indicato, attribuendosi a Micco Spadaro, nelle Guide

del R. Museo Borbonico. (V. QUARANTA, _Le Mystagogue_ 1844 p. 234;

FINATI, _Description du Musée royal Bourbon Galeries_ 1844 p. 9 ecc.)

L'Aloe nella _Guide pour la galerie des tableaux._ P. II, 1843, p. 3

più correttamente crede il quadro di scuola Fiamminga. Negli inventarii

dello stesso Museo si nota come ritratto di contadino o popolano,

creduto di Masaniello. Esso è riprodotto con le stesse indicazioni di

Masaniello e di Micco Spadaro nel _Magasin pittoresque_ dell'a. 1819.

Parigi p. 212.

[279] CAMPANILE, _Diario_ Ms. f. 19; DE SANTIS, _Istoria del tumulto di

Napoli_, p. 116, ediz. Gravier.

[280] L'_Occhialetto_, Anno XV, n. 31.

[281] Monsignor Emilio Altieri nel 1644 da Papa Innocenzo X fu

destinato Nunzio a Napoli ove stette otto anni fino al 1658. V.

Monsignor NICOLÒ CAPECE GALEOTA, _Cenni storici dei Nunzii apostolici

del Regno di Napoli_, p. 55. Tra i bandi del tempo, nella biblioteca

della Società Napoletana di Storia patria, si conserva una lettera a

stampa di quel Nunzio, diretta “al fedelissimo popolo della fedelissima

città di Napoli„. V'è scritto in capo “Signori miei„ e porta la data

del 6 decembre 1647. Il Nunzio riferisce un breve del Papa “espressivo

dei suoi cordiali sentimenti rivolti alla quiete e alla tranquillità„

ricorda d'aver esso collazionato “con ampia plenipotenza l'indulto

generale„ e chiede di comunicare a voce “quel di più„ che da Sua

Beatitudine aveva avuto commissione d'esporre. Finisce con le parole

“et alle Signorie vostre bacio affettuosamente (_sic_) le mani„.

[282] _Archivio Storico Italiano_, t. IX, p. 352.

[283] _Carteggio degli ambasciatori Estensi a Napoli Cancelleria_

nell'Archivio di Stato in Modena.

[284] Il libro porta questo titolo: _An exact history of the late

revolutions in Naples._ Londra, 1660 in 12.º Porta per epigrafe un

passaggio di Livio, che dimostra la grande impressione prodotta dagli

avvenimenti di Napoli in Inghilterra. Essi, come si dice nello stesso

frontespizio, non trovano riscontro in alcuna antica o moderna istoria.

[285] La prima di queste due edizioni, che io conosco, ma che, come

dicesi nel frontespizio, è la seconda fatta colà, migliorata ed

accresciuta, porta il seguente titolo: _Wonderlijcke Op, ende Ondergang

van Tomaso Aniello, met de beroerten tot Neapolis. (Meravigliosa salita

e caduta di Tommaso Aniello con la sollevazione di Napoli)_ Haerlem

1552, in 12º. Il libro ha il frontispizio istoriato ed e diviso in due

parti; la prima di pp. 400 contiene la traduzione in fiammingo delle

10 giornate di Alessandro Giraffi con una vignetta o figura per ogni

giornata, ove sono rappresentati in modo e costume affatto arbitrarii

gli avvenimenti del luglio 1647, con tre annotazioni, sull'assedio

e presa di Napoli per Belisario, sui tumulti per l'inquisizione e

sul primo Masaniello del 1547, e sulla sollevazione della plebe del

1585. La seconda parte di pp. 256 porta il titolo: _Tweede deel vande

Napelsche Beroerten, (Seconda parte della sollevazione Napolitana)_ e

contiene il seguito di questa fino alla resa di Napoli agli spagnoli.

Il ritratto di Masaniello sta a pag. 3 della Parte II. Il libro, non

comune, trovasi nella biblioteca della Società Napolitana di storia

Patria. — L'altra edizione, che è la sesta Olandese, porta il titolo:

_Het eerste deel der Napelsche beroerte met de Wonderlijcke Op, en

Ondergang van Masaniello, Uyt het Italiaensch vertaelt door Luon B. (?)

den sesten Druck (La prima parte della sollevazione con la maravigliosa

salita e caduta di Masaniello dall'italiano tradotta da Luon B. (?),

sesta edizione)_ Amsterdam, 1664 in 12.º dalla p. 1 a 240. Segue: _Het

tweede deel der Napelsche beroerte, of verhael van t'rustige opset

des selven volcks, om sich en het puntscae? Rijch t'ontlasten van

t'onverdragelijcke juch der Spanjarden etc. etc. (La seconda parte

della Napoletana sollevazione, o Racconto dell'ardita rivolta dello

stesso popolo per liberar se e il regno dall'insopportabile giogo

degli Spagnuoli_ ecc.) Amsterdam, 1664, in 12º p. 1 a 312. — Segue:

_Vervolgh en eynde vande Napelsche beroerte; of beknopt verhael hoe'

tselve volck, na veel tegeniveers, weder onder de gehoorsamheydt vau

Spenje geruccht Milsgaders het Oproer en den jaare 1547 opgeresen onder

Mas'Aniello di Costa Sorrentino. (Seguito e fine della Napolitana

sollevazione, ossia breve narrazione del come lo stesso popolo dopo

molta lotta di nuovo fu messo sotto l'ubbidienza di Spagna. Insieme

col tumulto sorto nell'anno 1547 sotto Masaniello di costa Sorrentina)_

Amsterdam p. 1-49-72. — Debbo al ch. collega ed amico Benedetto Croce

la correzione e la interpretazione dei titoli di questo libro; dei

quali parecchi anni fa ebbi trascritta la notizia dal noto bibliografo

nostro cav. Gennaro Vico. Il Croce per tradurli dall'Olandese in

Italiano ha dovuto prima con non comune perspicacia emendare gli

errori, in cui per poca cognizione del carattere teutonico cadde chi

faceva quella copia.

[286] PALAZZO, _Aquilae austricae. Pars secunda_, Venetiis, in fol. Il

ritratto con quelli di altri personaggi del tempo vedesi a p. 258 del

t. VIII.

[287] BRACHELIO, _Historia sui temporis rerum bello et pace per Europam

et imperium romanum gestarum Colonia_ s. a. in 12.º — A pag. 277

trovasi il ritratto di Masaniello con questa epigrafe: _Thomaso Aniello

d'Amalfi populi neapolitani rebellici dux._

[288] Questa edizione fu da me descritta nella _Casa e famiglia di

Masaniello_. Il ritratto di Masaniello è ripetuto con diversa posizione

in un'altra posteriore ediz. di Londra con la seguente leggenda sotto:

_qui pecunia non movetur, hunc dignum spectatu arbitramur. Cicero._

— L'edizione del secolo seguente porta questo titolo: _The remarkable

History of the rise and fall of Masaniello the Fisherman of Naples._

London 1756.

[289] ZANI, _Enciclopedia metodica, critico-ragionata delle Belle

Arti_. P. I, vol. III. Parma tipografia Ducale 1820 p. 9.

[290] MOLINI SEBASTIANO, _La vera solevatione di Masaniello_, Cod.

cart. del secolo XVII (21 x 29 cm.) di carte 176 numerate della

biblioteca universitaria di Bologna segnato col n. 2466. Appartenne in

prima alla biblioteca di San Salvatore del Reno dei canonici regolari

lateranensi, dove era segnato col n. 271. Passò per qualche tempo nella

biblioteca nazionale di Parigi, come si rileva dal bollo in inchiostro

rosso di forma rotonda che si vede segnato in alcune carte (cc. 176 v.,

e nella carta bianca in ultimo) colle parole: _Bibliothèque Nationale_,

ed il monogramma: _R_ (république) _F_ (française). Dovette essere

restituito all'Italia dopo il 1815. È legato in pergamena molle e non

è in buono stato. — Il Diario in 253 giornate comincia col 7 luglio

1647 e finisce ai 15 aprile 1648. Da c. 143 v. sino a 176 seguono 386

ottave scritte a due colonne, che sono, come dice il Molini “Originale

tradotto dalla prosa predetta in 8.ª rima da un copista di essa per mia

mera sattisfactione da cui intenderai tutto il successo con maggior

brevità ma non tanto distintamente quanto dalla prosa; essendochè

l'autore parla di sole quelle cose quali a lui medemo sono successe ed

alla poesia vi si aggiunge qualche altra invenzione per abbellirla e

vivi felice„. Tutte le pagine sono inquadrate da fregi fatti a penna.

[291] MOLINI, Ms. f. 4.

[292] MOLINI, postilla in ultimo del Ms.

[293] Nell'esemplare del Ms. conservato nel Museo dell'Archivio di

Stato di Napoli che porta il titolo: _Successi historici raccolti dalla

sollevatione di Napoli dalli 7 di luglio 1647 ino a 6 aprile 1648 per_

INNOCENZO FUIDORO (VINCENZO D'ONOFRIO), si trovano 23 incisioni che

rappresentano i principali personaggi dell'epoca. Così pure nella Parte

2.ª dei detti _Successi Historici_ posseduta dall'egregio Principe di

Gesualdo, che io ebbi occasione di vedere parecchi anni fa, da me fu

osservato lo stesso.

[294] Anche il CONFORTO arricchisce i suoi _Annali del Regno_ Ms. con

figure.

[295] Nell'altro esemplare della Parte 1.ª del Fuidoro, che si conserva

nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria a cc. 2

si vede una figura di Masaniello fatta a penna, ed a fianco si legge:

_Tomas' Aniello d'Amalfi copiato da quello, che fu stampato in Parigi

e con cautela fu fatto vedere a' curiosi in Napoli, et delle quattro

parti ne sono tre al naturale per quello che testifica chi se lo

ricorda nel 1647, che ne furono portati li ritratti à pennello in più

Paesi in quel tempo._ Un altro ritratto e penna si trova in un Ms. dei

principii del secolo XVIII della stessa Società Napoletana di Storia

Patria intitolato: _Sollevatione dell'anno 1647_, a p. 155.

[296] I banditi portavano “le chiome legate e nel collo un

_moccaturo_„. (POLLIO, _Hist._ cit. f. 233). Una tale acconciatura del

capo dal Valentino (_La mezacanna, parmo IV_, p. 177 ediz. Porcelli) è

chiamata la _chiomera_ o _capellera de sbannite_.

[297] Così chiamavansi gli abati di _mezza sottana_. Cf. CAMPANILE,

_Diario_ Ms. f. 13 mihi.

[298] POLLIO, _Historia_ cit f. 233.

[299] Non voglio però trasandare la notizia di una figura autentica e

curiosa che riguarda la contesa tra i francesi e gli spagnuoli. Vedesi

a c. 75 v. 76 col titolo: _La Déroute des Espaignols dans la ville

de Naples e l'arrivée de M. Le Duc de Guise._ (0,45 x 0,36). Questa

incisione in rame, di un bel gusto francese, è una satira finissima: vi

sono rappresentati le Français, le Napolitain, l'Espaignole e le Valet.

Sotto ognuno di essi è scritta una quartina, il 1.º dice:

Considerant de loin ce Senor aux abois

Je puis dire au malheur lui toujours l'accompaigne.

Naples ton mal a tort de ce dire français

Puis que cest tout abon quil affligge l'Espaigne.

Il 2.º:

Il y fait un peu chaud, mai il le faut souffrir

Cest la le moidre effet de ta concupiscenze

Et te feray suer (sans vouloir te guérir)

Et jusques a la mort durer ta penitence.

Lo Spagnuolo, che è messo in una botte dalla quale esce solo la testa,

e che è circondata di fuoco, dice:

Reduit au triste Estat, ou le malheur m'a mis.

Attaint d'un malefice honteux et miserable,

J'Escume de depit, je bave, je fremis

Et j'ay peur que mon mal ne se treuve incurable.

Il servo dice:

Je fais se que je puis sans en venir a bout

Je chauffe des frotoirs, mais que sert ce remede?

On la deja frotté dos et ventre et par tout

Et l'on le fait suer sans que rien luy succede.

[300] Nella pagina del Molini, ov'è attaccato il ritratto, si legge:

“Questa mattina 6 luglio 1647 giorno di sabbato. Io me ne andai

conforme in solito mio di giorni tali alla pietra del Pesce, ed uscii

fuori alla cabbella, e trovai questa bella figura che mi haveva portato

molte volte del pesce, quando stava all'altro convento, e vedendolo

tutto sossopra feci buon animo e gli addimandai se haveva niente di

buono, egli mi si voltò dicendo haggio lo malanno che vi colga, avevo

pigliati alcuni pesci con l'hamo, e questi ufficiali della gabella, per

non l'haver pagata me l'hanno levato, ma se campo, che non sii ucciso,

me la pagheranno ben loro a me. Dicendo, si haggia patienza io, habbila

anchora tu monacho mio, e così dietro la marina se ne sparì, ed io me

ne tornai dentro, fra me dicendo oh che gran pazzo.

[301] Ecco le parole del Molini: “Giovedì 11 luglio 1647. Giornata

quinta. Questa notte Masaniello non fidandosi per qualche tradimento,

come gli era successo la mattina col Perrone, salì a cavallo, come

quì si vede con una moltitudine delli più vili, circondando dentro e

fuori la città i posti s'erano ben custoditi, come anco osservando se

tutti avevano fatte le illuminazioni, come al suo comando, e questo

lo vedessimo noi quando passò, perchè osservai molto bene, avanti che

andassimo a dormire, sebbene tutta la notte altro non si faceva che

suonare le due campane già dette, cioè il Carmine e S. Lorenzo„. Ma è

poi vero tutto quello che dice? In quel giorno. Masaniello s'era recato

a presentare al Vicerè i capitoli dell'accordo, stabiliti dopo molta

discussione. E uscito di palazzo, quando già “sopravveniva la notte„,

(_Capecelatro I, p. 68_) tornò al Mercato ricondotto in carrozza dal

Cardinale. Niun altro narra che dopo andasse vagando per la città

a cavallo. Invece attesta il Campanile, _Mss. cit._ che “Masaniello

ritiratosi si spogliò degli abiti di tela d'argento, e si rivestì de'

suoi soliti cenci, e consumò tutta quella notte ed il giorno seguente

in dare varji provvedimenti intorno le cose concernenti la grascia„. E

il Capecelatro _p. 69_ aggiunge “che comandò ancorchè di notte che si

troncassero le teste a quattordici persone imputate d'essere banditi„.

La verità quindi può ridursi a quello che sta scritto nel _Diario_

Anonimo conservato nella biblioteca della Società Napoletana di Storia

Patria. “Per questo suspetto di banditi succedè altra rivolutione,

et le voci serra serra per la città, standone tutta la notte con le

guardie et lumi per le finestre a tutte le strade, suonando la campana

di S. Lorenzo ad orme„. Delle luminarie, del popolo che vigilava in

armi, e del suono delle campane di S. Giovanni a Carbonara a sera, e

del Mercato e s. Agostino la notte, parla anche Giraffi _o. c. p. 131_.

[302] Trascrivo quello che il Molini dice a proposito di _Masaniello

fuori di se_ a cavallo. “Lunedì 15 luglio. Giornata nona. Nell'uscire

come al solito intesi come Masaniello era andato avanti giorno a

cavallo alla Cavallerizza del Re, et che aveva messo sossopra tutti,

in particolare il Mastro di Stalla. E lo fece cavalcare molti cavalli,

e smontato lui voleva far da bravo e comandare come prattico, ma non

sapeva quello che si facesse, e se non erano quelli che li governano

sarebbe stato ucciso dalli cavalli. E vedutosi in pericolo si risolse

di salire e di tornare a Napoli. Il primo ch'ei fece, andò a ritrovare

il sig. D. Carlo Caraccioli Cavallerizzo maggiore di sua Maestà, e

trovato che l'ebbe, li principiò a dire, che non era sua arte di tenere

un grado simile, et che era stato a visitare i cavalli et che il Re era

molto mal servito, e che se lui non prevedeva, saria stato pensiero

il suo rimediare. Il detto Signore disse: Per servire V. S. se così

comanda, voglio andare mò mò a fare la mia parte. Lui rispose farete

bene, che infrattanto io rimedierò ad altri inconvenienti. E volto il

cavallo seguitato da quelli ch'erano con lui, e come pazzo girando per

Napoli facea serrar botteghe, tagliar teste a quelli che gli parevano

in fragranti crimine, come anco a cavaglieri che trovava in carrozza,

li faceva smontare di carrozza, come anco a quelli che trovava a

cavallo, facendoli bravate e spropositatamente comandandoli che

stessero vigilanti ad ogni suo cenno quando volesse comporre le leggi.

T'assicuro lettore che se gli avessi veduti et udito parlare come ho

veduto io, che pure lo vidi a Toledo ad una carrozza alla lontana,

però mi fu detto che quelli signori piangevano a sentirsi oltraggiati

e minacciati fin nella propria vita, saresti fuori di te„.

[303] Il fratello di Masaniello, che ebbe parte nella rivoluzione

chiamavasi senza alcun dubbio Giovanni, come attestano l'atto di

nascita, e quasi tutti gli scrittori del tempo; soli, questo Diarista

ed il Giraffi gli danno il nome di Matteo. Or come spiegare questa

discrepanza in persone contemporanee e in testimoni oculari dei fatti

che narrano? Io per me credo che Matteo fosse un soprannome, aggiunto

volgarmente al nome di Giovanni, secondo il costume della nostra plebe;

e che quindi costoro, come forestieri, lo adoprarono non sapendo il

vero nome di battesimo.

E qui cade opportuno rettificare uno sbaglio, in cui caddi, quando nel

mio lavoro: _La famiglia di Masaniello_ pubblicai la fede di nascita

di questo Giovanni, ed anche aggiungere un nuovo particolare intorno

al medesimo, che allora pare mi sfuggì. Ho rilevato l'uno e l'altro

dalla p. 21 del recente opuscolo del Guiscardi che appresso citerò.

Giovanni d'Amalfi nacque ai 3 giugno 1624, non ai 26 maggio 1625 come

io stampai. L'errore per metà fu mio, per metà del tipografo; poichè

quando trent'anni fa trassi quella notizia dai Registri Parrocchiali

di S. Caterina al Mercato, notai la data del giorno e del mese che sta

sull'atto della pagina, senza badare che quella mutava nel mezzo, e

così segnai il 26 maggio. Il tipografo fece il resto, che stampò 1625

invece di 1624 come io teneva nella mia scheda che ora ho riveduta.

D'altronde contento di aver trovato l'atto della nascita di Giovanni

più non lessi innante, e così non vidi che nello stesso giorno era

notato un altro figliuolo di Francesco d'Amalfi, gemello di Giovanni e

chiamato nel battesimo Giuseppe Carmine, il quale probabilmente dovette

morire in giovane età, ed in modo certamente prima del 1647.

[304] Nel sabato 13 luglio, come narra il Capecelatro, Masaniello inviò

suo fratello a riverire il Vicerè, ed egli v'andò vestito di lama d'oro

turchina (CAPECELATRO, _Diario_, t. I, p. 73); secondo altri di lama

turchina (DONZELLI, _Parten. Liberata_, p. 53).

[305] La moglie e la sorella di Masaniello, a giudizio del Capecelatro

(_O c._ I, 105) erano, secondo il basso stato, di gentile aspetto. E

il Molini, che dice d'essersi trovato presente a tutto, narra così una

baruffa tra esse e Masaniello: “Arrivò (Masaniello) al Mercato tutto

bagnato correndo in casa, onde arrivato anche io solo a mezzo, il

cominciai a udire gridare con quelle sue donne. I' feci buon animo e mi

accostai più avanti, et eccolo farsi alla finestra manca borbottando

non so che si dicessero, vidi che prese sua sorella, e correndo la

moglie, volendosi forse sciffare (sic), le percosse, Lui diede a tutte

due mano di buffettoni che si udiva ben bene. Queste tornavano alla

finestra fortemente gridando, venite, venite a legarlo ch'è impazzito,

così dicendo egli salì le due scalette, ma non potè uscire, perchè fu

incontrato da suo cognato, che cominciando a gridar seco per le donne,

gli disse, che udii, tu pure vuoi le tue? il cugnato vedendoli così

propositato gli porse una lettera... ed egli pigliandola gli diè due

calci di dietro„.

[306] Chi fosse questo cognato di Masaniello non è facile con tutta

precisione accertare. Parecchi storici e diaristi del tempo narrano

di un cognato di Masaniello, uomo molto seguito nella plebe, ma senza

indicarne il nome. Secondo alcuni egli era pizzicagnolo (GIRAFFI, p.

242, ediz. 1648); secondo altri potecaro di frutti (POLLIO, _Istoria_)

e secondo altri farmacista d'infima condizione (DE TURRE, _O. c._ p.

99). Pochi lo chiamano Girolamo Donnarumma (DONZELLI, _O. c._ p. 138;

DE SANTIS, _O. c._ p. 212; CAPECELATRO, II, 40; DELLA MONICA, _O. c._

p. 158 v, il quale altrove aggiunge che fu impiccato nel decembre 1648,

f. 625).

D'altra parte nella fede di matrimonio di Grazia, sorella di

Masaniello, sposata ai 27 gennaio 1641, che io pubblicai nel citato

mio opuscolo, lo sposo porta il nome di Cesare di Roma di Gragnano.

Però avendo io esaminato i fuochi di quel Comune nell'Archivio di

Stato non rinvenni affatto tra essi il casato di _Roma_, e invece vi

trovai frequente quello di _Donnarumma_. Per chiarire la contraddizione

ho voluto pure riscontrare il decreto della Curia Arcivescovile

rilasciato per questo matrimonio, ma per gli anni 1640 e 1641 non si

trova ivi alcun decreto, che riguardi Grazia d'Amalfi e Cesare di Roma.

Aspettiamo dunque dal tempo qualche altro documento che ci illumini sul

proposito.

[307] ROBERTO GUISCARDI, _Di Tommaso Aniello d'Amalfi, forse in origine

de Fusco_. Napoli, Tip. Giannini (a. 1896) p. 19.

[308] Nel primo ventennio del secolo XVII il P. fra Maurizio

di Gregorio siciliano, dell'ordine dei PP. Predicatori, della

congregazione lombarda, fondò nella farmacopea del suo convento di

S.ª Caterina a Formello un Museo, nel quale unì, come dice il Parrino

(_Nuova guida per Napoli_, 1724, p. 257) “quanto di maraviglioso e di

raro potè raccogliere così di antichità come di pellegrino, facendone

un Museo ove si vedevano molte cose curiose di semplici, pietre

minerali, camei, idoletti e cose così per beneficio della salute come

per pascolo degli ingegni molto degni„. Di esso il Beltrano fece una

minuta descrizione nel 1625 in un libro intitolato: _L'idea per le

gallerie universali cavate dalle istorie di Napoli_ ecc. in 8º di p.

56, nel quale inserì un sonetto del cav. Marino composto allorchè andò

ad osservarlo. Il libro, comunque ristampato nel 1642 (Sarnelli, _Guida

del forastiero_, p. 79); è di una grande rarità e fu descritto, con la

solita diligenza, dal Minieri Riccio che lo possedeva nel: _Catalogo

di libri rari della sua biblioteca_, t. I, p. 45. Inoltre Io stesso

fondatore del Museo nel 1653 riuscì in una sua opera intitolata:

_Enciclopedia_ la detta descrizione a p. 887 col titolo: _Endelechie

delle gallerie dette nella 1º e 2º. Impressione: idea per fare le

gallerie universali._

Nel 1692, allorchè scriveva il canonico Celano, il Museo “era stato in

gran parte sfiorato e non ancora totalmente posto in ordine in quello

che vi era rimasto„ (CELANO, Notizie, t. I, p. 143). Senonchè nel

secolo successivo sebbene in gran parte mancante fu ordinato dal signor

Pietro Cecere, architetto e matematico nel modo che si vedeva allorchè

nel 1788 il Sigismondo scriveva. (_Descrizione della città di Napoli_,

t. I, p. 93).

Nel 1791 però il P. d. Pietro d'Onofrii, girolamino, che faceva la sua

dimora in quel convento non solo accrebbe notabilmente il Museo col

suo, che si avea con tanta cura unito ma anche lo pose in buonissimo

ordine e ne stampò una Guida per coloro che lo visitavano, come sopra

abbiamo detto, col seguente titolo: _Istruzione al Forastiere e al

Dilettante, intorno a quanto di antico, e di raro si contiene, nel

Museo del Real Convento di S. Caterina a Formello de' PP. Domenicani

Lombardi in questa Città di Napoli_, 1791 in 8º, e ne fece due edizioni

nello stesso anno. Indi di nuovo nel 1796 in 4º piccolo.

[309] _Istruz._ cit. p. 15.

[310] Spinoza, come dice il suo amico e biografo, “après s'êntre

perfectioné dans cet Art, il s'attacha au Dessin, qu'il apprit de

lui-même, et il réussit bien a tracer un portrait avec de l'encre ou du

charbon. J'ai entre les mains un livre entier de semblabes portraits

où l'on en trouve de plusieurs Personnes distinguées qui lui étoient

connues, ou qui avoient eu occasion de lui faire visite. Parmi ces

portraits je trouve à la 4 feuille un Pecheur dessinè en chemise, avec

un filet sur l'épaule droite, tout-à-fait semblable pour l'attitude au

fameux Chef des rebelles de Naples Massaniello comme il est représenté

dans l'Histoire et en taille-douce. et l'occasion de ce dessin je ne

dois pas omettre, que la Sr. Van der Spyck chez qui Spinoza logeoit

lorsqu' il est mort, m'a assuré que ce crayon, ou portrait, ressemblait

parfaitement bien à Spinoza, et que s'étoit assurément d'après lui-même

qu'il l'avoit tiré„ BENEDICTE DE SPINOZA, _Opera philosophica omnia_,

ed. Gfrörer, Stuttgardie, 1830, _Vita Spinozae a Colero scripta_, p.

XXXIII. Il Fischer, che riferisce questa notizia dal Colero nella sua

_Geschichte der nevern Philosophie_, 3ª ed., vol. I, p. II. pag. 132,

suppone che il disegno fosse fatto dallo Spinoza per esercizio negli

anni giovanili, quando il nome di Masaniello era in bocca a tutti.

[311] Debbo anche l'interpretazione di questa leggenda all'amico Croce.

La casa e la famiglia di Masaniello Ricordi della storia e della vita Napolitana nel Secolo XVII · 第 27 / 28 题