I.

LETTERA DI GIULIO GENOINO AGLI ACCADEMICI OZIOSI INTORNO ALLE

PRETENSIONI DEL POPOLO DI NAPOLI

_Alli Signori Accademici Otiosi_ — Mi è stato riferito ch'io sia stato

ripreso da alcuni della Vostra Accademia de certo mio parlamento fatto

pubblicamente a Sua Eccellenza in Palazzo nella sala dell'Ecc. della

Signora Viceregina, lunedì li 6 del presente mese di Maggio 1620.

Provate con dire che in quello sia stato da me usata arte oratoria e

mordace. Quel mio ragionamento fu a fatto all'improvviso, a richiesta

di alcuni miei Cittadini, et se in qualche cosa impensatamente non

dicevole fussi trascorso, mi faranno piacere le Signorie Vostre

(scrivendoli io a quest'effetto) corregermi, et perchè non me si

attribuisca dal volgo quello che io non ho detto, vengo hora a punto a

scriverli quanto io all'hora dissi, che altro non fu che questo:

Sono venuto, Signore Eccellentissimo, da parte di questo mio

Popolo qui presente ad esporre querele, sperar giustizia,

et impetrar gratie. Querele, Signor Ecc.mo. Si è inteso che

molti nobili di piazza (salvo però la pace di coloro che

non intervengono a tal consiglio) facciano conventicoli,

conspirazioni, et monopolii in diversi privati luochi, case,

chiese et ridotti; cose detestabili et da ogni legge prohibite; et

sì questa nobiltà ha da fare alcun parlamento, ha le sue pubbliche

Piazze, dova gionta potrà deliberare et concludere ogni suo

parlamento, sì come fa questo mio Popolo. Quello che questo mio

Popolo sospetta contro detta nobiltà, è che quanto dichi et operi

sia cospirazione contro di esso et contro di chi l'Eccellenza

Sua può immaginarsi, e per quanto vedo, fa la mira al piede per

colpire in testa: l'uno et l'altro capo prenderà peso di provare

questo mio Popolo. Intenderà forsi questa nobiltà in questo modo

privarci di quel bene ove è fundata ogni nostra speranza; non

sarà giammai et s'inganna di lungo. Pretenderà forsi suppeditare

questo mio Popolo? Non conviene, essendo suo affezionatissimo.

Intende forse esser nostra tiranna? Nè questo, mentre stiamo

sotto regia protezione. Finalmente pretenderà farci suoi schiavi?

Il che non sarà giammai, poichè se al proprio nostro Re non

havemo altro obbligo se non di fidelissimo vassallaggio, come si

presumerà che dobbiamo esser schiavi a questa privata nobiltà?

Erra certamente alla lunga: dovrebbe al fine porre mente a tante

cose, nè fastidirse più l'orecchia del nostro Re di tante querele

et messi, et lasciar quieta la Cattolica Maestà attendere ad

altro, et a cose più gravi che in queste nostre gare, pretensioni

et liti, et quelle fra noi con amorevolezza terminare et finire;

al che con vivo affetto di cuore preghiamo la detta nobiltà

et quelle debbiamo con amorevolezza vicendevole componere; nel

che l'Eccellenza Sua non sia più giudice nostro, ma amichevole

compromissore.

A questo con ardente affetto di cuore anzi con vive lagrime

da parte di questo mio Popolo prego voi tutti Signori qua

presenti che vogliate adoprare ogni vostro valore, potere et

forza, che questa nobiltà resti quieta di vivere unita col suo

carissimo Popolo, e che gli ceda quella parte di autorità che

nelle cose comuni di giustitia li conviene, non l'aggravi più,

ma lo sollevi a ciò non habbia occasione alla fine darsi in

preda di disperatione, et quello che detta nobiltà con occulti

conventicoli contro di esso consulta l'habbia a dirlo in pubblica

piazza. Viviamo dunque in tranquilla pace. Anzi si è risoluto

questo mio Popolo chiamare con citatorio pubblico editto detta

nobiltà a giusto et onorevole partito di quiete et questo acciò

sia manifesto appresso Iddio et il mondo tutto quanto questo mio

Popolo desideri la tranquilla pace.

Et voi, Signor Ecc.mo, non volendo questa nobiltà inchinare

l'orecchia a preghiere di questo Popolo, et volendo più oltre

procedere in dette sue ostinate cospirationi, allora la pregamo

voglia usare il debito rigore della sua giustizia contro li

trasgressori, come disturbatori della universale quiete et

pace. Et quando che no, avemo, signore Eccellentissimo, un

volgare nostro napoletano proverbio che “il mal guadagno sparte

compagnia„. Si è visto, signor Ecc.mo, che da questa nostra

comunità (ma per opera non so de chi) s'è causato un mal guadagno;

si sa quanti milioni di oro deve questa nostra Città: si dovrebbe

per ragione, per sollevamento di quella, dividere questo peso,

et la mità pagarne il nostro Popolo et l'altra mità la detta

nobiltà. Ma ecco, signore Ecc.mo, come quello mi risponde: Questo

non è giusto nè conviene, che, essendo il Popolo tanto numeroso et

la nobiltà tanto pochi, paghi la maggior parte il Popolo et una

minima parte paghi la Nobiltà; al che li dico come li pesi sono

tutti del Popolo et gli onori tutti della Nobiltà? Queste, signore

Eccellentissimo, sono male spartenze: _leonina divisio._

È stabilito per autorità di legge che nessuno a forza sia tenuto

stare in compagnia; per ciò quando la nobiltà si vorrà attribuire

più di quello, che le tocca di questa nostra Comunità et unione,

allhora è resoluto questo mio Popolo di vivere dissunito da

quella. et da mo le dice: Addio, restate in pace.

Questo basti all'esponere di querele et aspettar giustitia. Resta,

signore Eccellentissimo, de impetrar gratia.

Et primo sa l'Eccellenza Sua quanto è povero questo mio unito

Popolo che non ha altro eccetto il solo legato della felice

memoria del Serenissimo Re Cattolico, che appena basta a

distribuire li legati pii, et pie dispositioni; perciò è resoluto

fra sè stesso fare una tassa et per volontarie contributioni fare

almeno la somma di ducati 30000, et quelli poi convertire in

compra de annue intrate, anzi quelli de anno in anno cumulare,

acciocchè si possa di dette entrate soggiovare in ogni urgente

bisogno, mantenimento di lite, et tutte altre cose in comune et in

privato, che sarà espediente di detto popolo, conforme li bisogni

che di giorno in giorno potranno occorrere a questa volontaria

attione. Si supplica il beneplacito et consenso di Vostra

Eccellenza.

2. Mira l'Eccellenza Sua questa nobiltà, che sta nel suo cospetto,

come sta pregiata, pomposa et ornata. Mira all'incontro questo

mio Popolo che sta humile et con quelle sue positive vesti,

che per decentia del loro stato così conviene stiano vestiti.

Perciocchè si supplica Vostra Eccellenza che, per ornamento e

decoro di questo Popolo, voglia permettere l'Eccellenza Sua che

a questi populari Capitani et Consultori se li permetta vestire

di una veste lunga talare a modo di senatoria veste, et di quella

servirse assolutamente in tutte le pubbliche functioni che lui

farà, et quando compare all'aspetto dell'Eccellenza Sua per cose

pubbliche. Questo domando per onore et decoro di questo mio Popolo

et a ciò reveriscano tanto più l'Eccellenza Soa et a sua gloria.

3. Ha stabilito questo mio Popolo deputare sei di ciascuno di

detti Capitanii e Consultori ogni dì, acciocchè comparino ogni

mattina avanti l'Eccellenza Sua, et quella umilmente salutino

et se li offeriscano per servi et le ricordino che li sono

fidelissimi.

4. Instantemente pregano l'Eccellenza Sua almeno si lasci

personalmente vedere una volta la settimana nella Piazza di questo

suo Popolo, acciocchè vedendo il suo aspetto viva lieto et sicuro.

5. et ultimo. Signore Ecc.mo, le propongo questo che è successo

a me medesimo, che andando l'altro hieri a pigliare possesso di

questo mio ufficio ebbe loco appena di unirsi questo popolo ad

esercitare detto atto; attesochè quelle Reverendi Padri di Santo

Agostino, per erigere il Campanile, hanno sfabbricato quello

antichissimo edifizio dove se univa detto Popolo. Perciò non ha

luogo dove unitamente congregarsi.

Si è resoluto edificare un particular luogo dove si possa per

lo advenire quello unirsi, quale s'intitolerà: Seggio della

Piazza Popolare, e là possa unito parlare di tutte pubbliche cose

occorrenti. Tutte queste sono gratie, che si supplica l'Eccellenza

Sua potrà a quello facilmente concedere, mentrechè sono cose

volontarie et non pregiuditiali al terzo et per maggior onore et

quiete di detto popolo, del che humilmente supplica l'Eccellenza

Sua e gli fa reverenza. Ho detto, Ecc.mo Signore.

Questo è quanto io esposi nel mio ragionamento et non altro, et si pure

il volgo o altra persona dicesse aver detto altro di questo, erra.

Vedete dunque se in detto ragionamento ho commesso alcun eccesso,

riceverò volentieri l'emenda et correzione, del che instantemente li

prego. E gli fo humilissima riverenza. Delle Signorie Vostre.

Servitore Affezionatissimo

GIULIO GENOINO

_Eletto del Popolo Napolet._

La casa e la famiglia di Masaniello Ricordi della storia e della vita Napolitana nel Secolo XVII · 第 20 / 28 题