Ucciso Masaniello, il Duca d'Arcos credette che la rivoluzione con
lui fosse omai spenta. Egli, ordinata una gran cavalcata, a cui
intervennero i cavalieri e gli uffiziali o ministri principali dei
regii tribunali, col cardinale arcivescovo e con buona guardia di
fanteria e cavalleria ben armata, andò al Duomo per render grazie a
Dio ed al Glorioso S. Gennaro, patrono principale della nostra città,
per la quiete omai ottenuta, e girò lieto e contento pel Mercato e per
le altre vie della città. Nello stesso tempo ordinò che si facesse
l'inventario delle robe conservate tanto nella casa di Masaniello
quanto nei magazzini del Mercato, del che fu dato incarico all'Eletto
del popolo. Secondochè asserisce il buon prete Pollio, il quale
accompagnava il compare in questa occasione, lo Arpaia chiamò per suo
segretario Vito Antonio Cesarano, onde scrivere minutamente tutto ciò
che ivi si fosse rinvenuto; e nel far l'inventario, molti dissero che
gli uccisori di Masaniello, in quella notte che seguì la morte di lui,
si avessero pigliato gran quantità di oro ed argento ed un baule di
monete, trasportando il tutto per gli astrici della casa[207].
Poco dopo due bandi, uno dei 17 e l'altro de' 21 luglio, alle preghiere
dello stesso Eletto e per far cosa grata al _fedelissimo_ popolo,
estendevano l'amnistia accordata pei fatti del 7 luglio in poi anche
al fratello ed al cognato di Masaniello, che ne erano stati prima
col bando dei 16 di quel mese eccettuati[208]. Se non chè Giovanni fu
dato, come suol dirsi, in consegna a Marco di Lorenzo macellaio, che
cogli onesti guadagni del suo mestiere, si aveva procurato grandi e
straordinarie ricchezze, tuttora tradizionali nella memoria del popolo
perchè lo guardasse in sua casa, trattandolo nel miglior modo che fosse
possibile[209].
D'altra parte la moglie, la madre e la sorella di Masaniello cacciate
dal Castel Nuovo[210], furono consegnate al Genoino, che era stato
creato presidente della Regia Camera della Sommaria, e furono condotte
alla casa di costui a S. Agnello dei Grassi ove per alcune settimane
furono con conveniente assegnamento mantenute.
Ma il fuoco era coverto di cenere e non tardò guari a divampar
nuovamente, ed in modo anche più terribile e funesto di prima.
I tumulti dei mercanti e dei tessitori di seta, degli studenti
forestieri, dei pezzenti, e perfin delle donne contro il governo
del Banco della Pietà o Monte dei Pegni, ciascuno per la revindica
dei proprii diritti perduti, o per l'abolizione di qualche abuso
introdotto, manifestavano gli animi sempre torbidi ed inquieti del
popolo, e facevano agevolmente prognosticare altre più gravi ed aperte
ribellioni[211].
Il vicerè dal canto suo non negava cosa alcuna. Dissimulando, accordava
e prometteva tutto, ben risoluto, quando che fosse, a non attender
nulla.
In questo stato di cose non mancava che un'occasione qualunque,
la quale soffiasse nella brace ad eccitar l'incendio, e desse ai
tumultuanti un novello capo. Questa occasione presto si offerse. Per la
imprudenza ed ambizione del presidente Cennamo ai 21 agosto una seconda
generale sollevazione del popolo scoppiò nella piazza della Sellaria,
e, sebbene per poco, fece nuovamente comparire nella storia della
rivoluzione del 1647 la famiglia di Masaniello.
Le più antiche memorie, che io trovo della piazza _della Sellaria_
rimontano al secolo XII. In quel tempo esso chiamavasi strada di
_Capo di piazza_ (_platea capitis plateae_). In due istrumenti uno
dei 5 febbraio 1194, e l'altro del 6 dicembre 1198, accennati nella
_Platea_ del monastero di S. Severino della nostra città, si ricorda
una casa con orto sita in Napoli in capo della strada detta _Capo
di Piazza_, pertinenze di Portanova, non lontana dalla porta _delli
Monaci_, e vicino alla chiesa dei SS. Cosmo e Damiano, _grancia_ di
detto monastero. Con un altro istrumento dell'anno 1263 la detta casa
è descritta come sita accanto alla strada, che andava a S. Arcangelo
(_degli armieri_), chiesa appartenente al monastero Cavense, giusta
il muro pubblico, e la torre vecchia della città[212]. Documenti
posteriori determinano con maggior precisione il sito di quella chiesa
e della contrada circostante. Da essi rilevasi che quella era posta
propriamente nella piazzetta, ora vico _Molinello alla Sellaria_, tra
il vico _Giudechella al Pendino_, che allora e in tempi anche più
remoti dicevasi _Deposulum_, ed indi _fondaco di S. Martino_, e la
_strettola degli armieri_, già vico _armentario armentariorum_[213].
Nel 1743 questa chiesa fu profanata, e, come rilievo della citata
Platea, la cona dei SS. Cosmo e Damiano, che era sull'altare maggiore
di essa, fu trasferita nella cappella degli Spinola dentro la chiesa
vecchia di S. Severino[214].
Qui in processo di tempo, e propriamente nel 1585, esisteva la
bottega e l'abitazione di Giov. Leonardo Pisani speziale che fu
uno dei principali istigatori e capi della sedizione della plebe
napoletana e della infelice morte dell'eletto del popolo Giov. Vincenzo
Storace[215], avvenuta nel maggio di quell'anno. Allorchè sedato il
tumulto e rimesso l'ordine nella città, il vicerè dopo qualche mese
procedette al giudizio ed al castigo di quelli che vi avevano preso
parte, il Pisani, essendosi a tempo posto in salvo, fu condannato a
morte in contumacia, la sua casa fu diroccata, e sul suolo di essa, ove
si era seminato il sale, fu eretto un monumento, nel quale in apposite
nicchie si collocarono le teste e le mani di 24 principali giustiziati
con grate di ferro sopra perchè non potessero indi togliersi. Una
iscrizione in mezzo ricordava il nome del Pisani, il delitto commesso,
ed il castigo[216]. Per parecchi mesi quel miserando ed orribile
spettacolo contristò lo sguardo dei napoletani, che passavano per
quella via, una delle più frequentate della città; ma finalmente il
vicerè successore, alle preghiere del nuovo Eletto del popolo Giov.
Battista Crispo, permise che quella memoria di lutto e d'infamia
venisse cancellata. Allora i teschi e le mani degl'infelici furono
condotti al ponte _Guizzardo_ ora della Maddalena, luogo di sepoltura
dei giustiziati. Più di 2000 persone, molto clero, e diverse religioni
di frati accompagnarono colle torce accese le postume esequie,
solenne dimostrazione e pubblica protesta del popolo contro il governo
spagnuolo[217].
Dall'altro lato della via _Capo di Piazza_, dopo l'angolo della strada
di S. Biagio dei _taffettanari_ ed il vicolo che dicevasi di _Pistaso_
ed ora dei _Ferri vecchi_ al Pendino, sorgeva nel secolo XII il palagio
di Pietro delle Vigne, di colui cioè: _che tenne ambo le chiavi del
cor di Federico II_, edificato sul suolo già appartenente al monastero
Cavense. Ivi nel 1254 dimorò per alcun tempo papa Innocenzo IV, ed ai
7 Dicembre dello stesso anno vi morì. Ivi dopo tre giorni fu eletto
il nuovo pontefice Alessandro IV, che vi si trattenne fino al maggio
dell'anno seguente. Il palagio, che, tenuto anche conto della modesta
maniera di abitare in quel tempo, dovette essere un edificio nobile e
vasto, potette albergarvi il pontefice, la curia romana ed i cardinali
del Sacro Collegio, ed avere oltracciò sufficiente località, ove
tenersi il pubblico studio di teologia, decreti, decretali e leggi
canoniche che lo stesso papa Innocenzo IV nella sua venuta in Napoli
vi aveva istituito, fu coll'orto adiacente e cogli altri beni di Pier
delle Vigne dal medesimo Papa Innocenzo IV conceduto alla famiglia
dei Fieschi, cui egli apparteneva, ed alla quale in virtù delle
convenzioni stipulate con Clemente IV nella investitura del reame, fu
anche da Carlo I d'Angiò confermato. Ivi verso il 1285 dallo stesso re
Carlo I furono collocate l'officina o zecca delle monete, e la corte
dei conti che da essa dipendeva; ed ivi l'una e l'altra si tennero
fino al 1333, allorchè furono trasportate dirimpetto la chiesa di S.
Agostino nel sito, dove fino a poco fa era l'officina delle monete. In
processo di tempo la casa pervenne alla famiglia Barbati, nobile del
sedile di Montagna, ed indi nel secolo XVI alla corporazione dell'arte
della lana. Così in essa si stabilirono le opere di bagnare, tingere,
e _frisare_ i panni, e tutto il fabbricato, al quale si accedeva
dalla Sellaria e dal vicoletto di S. Palma, ebbe nei tempi di cui
discorriamo, la denominazione di _Fondaco della zecca dei panni_[218].
La strada _Capo di piazza_, che, a quanto può rilevarsi dalle vecchie
carte, distendevasi dal sito ove ora è la chiesa di S. Biagio fino
al vicoletto _Fate_, o alla piccola chiesa di S. Giacomo dei Mormili
da un lato, ed a poco più oltre la strada degli _Armieri_ dall'altro,
formava, sotto gli Svevi e gli Angioini, una delle _ottine_ o piazze
popolari della nostra città. Essa allora, come ordinariamente le
altre piazze sì nobili come popolari, aveva il suo proprio sedile o
teatro, che non sappiamo precisamente dove fosse collocato, e che,
probabilmente dopo la riforma o la nuova costituzione data ai sedili di
Napoli, nella seconda metà del secolo XIV, o cangiò nome o fu abolito,
non trovandosene più memoria dopo il 1392[220]. Dopo quel tempo anche
la strada perdette a poco a poco la sua primitiva denominazione, e
prese quella di _piazza della Sellaria_ (_Ruga o Platea Sellariorum_)
dalla via che la continuava ad oriente e che comincia a comparire in
alcuni documenti della fine del secolo XIII[222]. In un istrumento
del 1334 ricordasi pure la via della _Sellaria vecchia_, che andava
ad un'altra strada detta della _Pullaria_[223]. Sembra inoltre che
anche in quel torno di tempo, l'antico sedile o qualche altro, pure
appartenente all'ordine popolare, che nella medesima contrada a quello
era forse succeduto, raccogliesse i diritti e le prerogative di tutti
quei sedili popolari, che erano nell'ambito intero della vecchia città.
Questo sedile, che aveva allato una casa ed una cappella intitolata
a S. Chirico o S. Ciriaco, onde ingombravasi la via, secondo alcuni
nostri scrittori, era posto nella piazzetta, ov'è la seconda fontana,
e dove ora comincia la strada del _Pendino_. Per alcune dipinture, da
cui era adornato, dicevasi volgarmente _lo sieggio pittato_[224]
Nel 1466 re Alfonso I d'Aragona ordinò che il sedile insieme colle
fabbriche che vi erano attaccate, fosse diroccato, affinchè in tal modo
si regolarizzasse quella strada che allora era la più bella ed ampia
della città, e vi si potessero fare giostre e tornei, come nelle vie
extramurane di Carbonara e delle Corregge. Il fatto produsse grande
commozione e dispetto nel popolo _grasso_, come allora dicevasi la
borghesia, e nel popolo minuto, la plebe. Si credeva che fosse stato
quello un pretesto per favorire Lucrezia d'Alagno, che aveva la casa
in quel sito, e che prevalendosi dell'amore ardentissimo a lei portato
dal re, lo aveva indotto a far abbattere quell'edificio, onde rendersi
spedito e libero l'aspetto della strada. Altri e forse non a torto,
credettero che Alfonso avesse voluto ingraziarsi la nobiltà che vedeva
mal volentieri come i popolani avessero un luogo proprio di riunione
al pari dei nobili. Che che ne sia, certo è che ai 31 marzo dell'anno
seguente 1456 il popolo radunato nella piazza della Sellaria tumultuò,
la città tutta prese le armi, ed il re fu obbligato a cavalcare per le
vie della medesima, onde placare gli animi esacerbati.
Fermandosi in mezzo alla piazza e parlando ai capi dei tumultuanti,
Alfonso cercò di dimostrare il miglioramento che da quel fatto la
contrada avrebbe avuto, annunziò le giostre che a divertimento del
popolo aveva intenzione di farvi, promise d'intervenire ivi alla
processione di S. Gennaro detta dei _preti inghirlandati_, solita
farsi il primo sabato di maggio in ciascun anno, la quale, tolti gli
impedimenti del Sedile e della casa che stavano in mezzo alla strada,
sarebbe comparsa più sontuosa e più bella. La presenza del re, se non
le ragioni da lui addotte, acquetò gli animi dei più; il bando che egli
poi fece nel giorno seguente, con cui dispose di aggregarsi al sedile
di Portanova i principali cittadini del popolo _grasso_, togliendone i
capi e quei che formavano la forza principale dei malcontenti, estinse
affatto il tumulto. In quello stesso giorno si cominciò, come dice un
cronista, “a levare la silicata della piazza e spianare lo terreno,
come si ci volesse fare la giostra, e la strada restò longa, diritta ed
uguale dal capo de lo Pendino fino lo piede della via di Pistaso[225].„
E le giostre invero furono fatte, la processione fu con maggior pompa
solennizzata, ma il popolo per parecchi anni restò senza rappresentanza
e senza sede propria nel governo municipale, e quando dopo il breve
dominio di Carlo VIII in parte nuovamente l'ottenne[226], non ebbe più
un edificio speciale come i nobili, ma gli fu assegnato un locale nel
convento di S. Agostino, ove nelle sue occorrenze potesse radunarsi.
Senonchè la strada della Sellaria restò sempre come sede propria della
giurisdizione popolare. Ivi nella processione di S. Gennaro, di cui
innanzi ho parlato, si ergeva in ogni sei anni un _catafalco_, che
raffigurava il distrutto sedile del popolo, e serviva temporaneamente
a quelle stesse pompe, cui i sedili nobili, quando loro toccava, erano
destinati. Ivi pure nella festa di S. Giov. Battista l'Eletto del
popolo riceveva e faceva omaggio, come in propria dimora, al vicerè con
istraordinari e magnifici apparati[227].
Ai tempi di D. Pietro di Toledo questa via ebbe pure altri
miglioramenti. La chiesa di S. Felice _in pincis_, una delle antiche
parrocchie della città, che era posta più su verso l'angolo della via
di S. Agostino alla Zecca, e che usciva alquanto più in fuori della
linea delle case da quel lato, fu per ordine del vicerè abbattuta, e
la cura, che vi era, venne aggregata alla parrocchia di San Giorgio
Maggiore[228]. Allora fu pure eretta una fontana nel sito, dove già
credevasi posto il sedile del popolo coll'immagine di Atlante che
sostiene il mondo, il tutto opra del famoso nostro scultore Giovanni
Merliano da Nola col disegno dell'architetto Luigi Impò.
Da qui la strada prende ora il nome di _Pendino_, onde si denomina
tutto il quartiere. Un tempo tale denominazione si restringeva solo
a quel tratto, ove sbocca la via di S. Agostino alla Zecca, che
scendendo in pendio da Forcella, si disse in prima _Pendino di S.
Agostino_. Tenevasi ivi allora, come adesso per tutta la via, uno dei
più affollati ed abbondanti mercati di commestibili in Napoli. Un arco
antico finalmente, che non ha guari fu demolito, e la via che segue dei
Zappari, chiamata nel secolo XIV piazza dei _Vindi_ o dell'_Inferno_,
chiudeva la storica contrada ad oriente, e ricordava il vecchio recinto
della città, e la nascita di Bartolommeo Prignano, che poi divenne papa
col nome di Urbano VI[229].
Or le strade della Sellaria e del Pendino nella mattina del 21
agosto di quel memorabile anno 1647, brulicavano più che mai di gente
innumerevole, che alla voce sparsasi di tradimento contro il popolo,
vi era precipitosamente accorsa da tutte le parti della città. Uomini
di ogni età e condizione, _lazzari_ e _cappe nere_[230], donne del
popolo e fanciulli, e perfino frati non pochi ingombravano quelle vie
già per l'ordinario così popolose. Uno era il pensiero di quanti ivi
si raggruppavano in crocchio o a capannelli, uno il discorso di tutti
dall'arco del Pendino alla cantonata dei Taffettanari.
Narravasi ai curiosi ignari della causa di sì nuova e subita
indignazione, che Orazio di Rosa, volgarmente detto _Razzullo_, tintore
e _frisatore_ di panni abitante nel _fondaco della zecca_ e capitano
del popolo, nella sera antecedente insieme col mercante di seta
Agostino Campolo, abitante a S. Biagio, aveva sorpreso tra le mani di
Marco d'Aprea mercatante di drappi d'oro, e di Giuseppe Vulturale, una
specie di petizione o fede che andavasi firmando, e con la quale si
attestava come Fabrizio Cennamo, presidente idiota della regia camera
della Sommaria, ed il consigliere Antonio d'Angelo, non di ordine del
popolo ma per opra di alcuni privati loro nemici, fossero stati ai
tempi di Masaniello incendiati; e quindi si domandava che s'istruisse
d'un tal fatto regolare processo, e che i colpevoli ne ricevessero
condegno castigo. Aggiungevasi essere questa una prima scappatoia, con
la quale il vicerè cercava di violare le capitolazioni solennemente
giurate nel Duomo ai 12 del passato luglio, e l'amnistia accordata
con quelle e confermata nel 16 dello stesso mese. Con tal pretesto
voler egli togliersi d'innanzi tutti coloro, che si erano adoprati al
disgravamento ed al bene del popolo. Così a poco a poco si sarebbero
rimesse le antiche gabelle e le innumerevoli estorsioni, che prima del
7 luglio opprimevano Napoli, i nobili avrebbero ripreso i loro vecchi
abusi, ed il governo della città sarebbe tornato ad essere il monopolio
di quelli. Ricordavansi pure con affetto le opere di Masaniello in
beneficio del popolo che ora, senza un capo, non poteva sostenere
i diritti ed i privilegi che si aveva rivendicati. Imprecavasi
finalmente ai traditori della patria che ossequenti al vicerè davano
mano al Cennamo ed al consigliere d'Angelo, e principalmente a D.
Giulio Genoino, che tra musiche e banchetti, ora godevasi il posto di
Presidente della regia Camera, prezzo ed arra di tradimenti passati e
futuri[231].
Gli animi del volgo si esasperavano oltremodo a queste novelle, e
più alle insinuazioni di alcuni, che avevano interesse a portar la
rivoluzione oltre i limiti segnati da Masaniello. Tra costoro erano
specialmente Giovan Luigi del Ferro da Arpino, il dottor Antonio Basso
nativo di Napoli, e poeta non ignobile fi quei tempi, D. Carlo Pedata
ebdomadario del Duomo, Don Pietro Iavarone, sacerdote della terra
di Giugliano, il dottor Aniello de Falco e qualche altro di parte
francese[232], i quali predicavano non potersi aver fede alcuna negli
spagnuoli, e rammentavano le loro promesse spesso fallite, i privilegi
della città, ottenuti col danaro e col sangue, tante volte spergiurati
ed infranti, i reclami del popolo sempre vilipesi e scherniti. Qualche
rara e timida voce di moderazione e di fiducia era accolta da beffe e
da minacce, e con grida unanimi di _abbasso gl'interessati, abbasso i
giannizzeri[233], morte ai traditori_. Omai al tumulto non mancava più
che un indirizzo ed un capo qualunque, e bentosto l'uno e l'altro si
ebbero.
All'angolo del Pendino in sulla svoltata della via dei Calderai,
una vecchia vestita a bruno e salita sopra un poggiuolo accanto alla
bottega di un salsumaio, apostrofava violentemente, tra i pianti e
le strida, il popolo circostante. Era la madre di Masaniello, che il
dolore e la disperazione rendevano veneranda ed eloquente. L'infelice
rimproverava ai napoletani l'ingrata dimenticanza, con cui rimeritavano
i beneficii ricevuti dai suoi figliuoli, mentre avevano lasciato
trucidare barbaramente il primo e facevano ora perire nelle segrete di
Castel Nuovo l'altro che pure tanto si era adoperato ed avrebbe ancora
voluto adoperarsi in pro del popolo. Le parole e l'aspetto della misera
genitrice, e più la memoria di Masaniello, determinavano i propositi
fin allora incerti e contraddittorii della turba irritata: _A palazzo,
morte a D. Giulio Genoino, ed ai traditori della patria. Viva Giovanni
d'Amalfi!_ gridò Ciommo Donnarumma, che era quel salsumaio parente
di Masaniello, di cui facemmo cenno più sopra. Il grido fu ripetuto
dall'un canto all'altro della via del Pendino e della Sellaria, e più
migliaia di uomini e di donne si avviarono tumultuosamente verso il
palazzo reale.
Il vicerè trovavasi allora in consiglio coi reggenti del Collaterale.
Uso omai da qualche mese a queste continue dimostrazioni del popolo,
egli alle dimande dei tumultanti di voler libero Giovanni d'Amalfi e
consegnato nelle loro mani D. Giulio Genoino, traditore della patria,
per mezzo di Bernardino Ferrero usciere della sua camera, rispose:
Non poterneli soddisfare, aver mandato il primo a Gaeta per metterlo
in sicuro dalle vendette dei suoi privati nemici, non trovarsi
punto l'altro nel castello, come essi dicevano; ritornassero dunque
tranquilli alle loro case, ai quotidiani lavori, e non disturbassero
la quiete della città. La risposta del vicerè accrebbe l'ira dei
rivoltosi. Alcuni di essi, volendo entrare nel palazzo, si avanzarono
per far forza alle porte, altri con sassi cominciarono a molestare gli
alemanni e gli spagnuoli, che vi erano di guardia. Ma costoro memori
di quanto era avvenuto nella mattina del 7 luglio, erano preparati,
giusta gli ordini del vicerè, a respingere la forza con la forza.
Trassero quindi una scarica di archibugiate sugli assalitori, alla
quale parecchi ne caddero morti o feriti, tutti gli altri, oltremodo
impauriti, si gettarono a terra o fuggirono[234].
Le memorie del tempo narrano di una vecchia che scarmigliata, come una
delle furie, inanimiva i _lazzari_ ed i popolani all'assalto ed alla
vendetta; ne tacciono però il nome[235]. A me pare assai verosimile che
questa fosse la stessa Antonia, che l'amor materno rendeva furibonda e
non curante della propria vita.
Io qui non dirò l'irritazione del popolo alla novella sparsa per la
città di questo avvenimento, l'accorrere delle schiere di S. Lucia
a Mare sotto il comando di Onofrio Cafiero, e del Mercato e del
Lavinaio guidate da Gennaro Annese al Regio Palazzo, l'assalto e la
presa dei monasteri della Croce, di S. Luigi e di S. Spirito, allora
posti di rincontro al medesimo, e della collina di Pizzofalcone che
domina tutta la contrada, la morte del presidente Cennamo eseguita
in mezzo della piazza della Sellaria, e finalmente le fazioni indi
per cinque giorni combattute tra i popolani e gli spagnuoli. Omai
si veniva a guerra aperta. Al grido di: _viva il re e muoia il mal
governo_, succedeva l'altro di: _viva il popolo, morte agli spagnuoli._
Le barricate s'alzavano a Visitapoveri nella strada di Porto, a S.
Lucia, in istrada Toledo. I cannoni di Castello dell'Uovo traevano
incessantemente su tutte le vie. La città era dovunque piena di strage
e di lutto. Se non che il Cardinal Filomarino, richiestone da ambo le
parti, anche questa volta s'interpose tra i contendenti. Dopo varie
pratiche inutili, il buon prelato ottenne la sospensione delle armi,
e poscia ai 26 di agosto la pace. Nuove capitolazioni, nelle quali
principalmente stabilivasi la ripristinazione del sedile del Popolo
nella stessa Piazza della Sellaria, furono conchiuse e firmate, ed indi
ai 7 settembre solennemente giurate dal vicerè.
Fatti son questi estranei al mio racconto[236]. La seconda
sollevazione, che erasi iniziata col nome di Giovanni di Amalfi, non
si ricordò più di lui nella lotta, non ne fece motto alcuno nelle
capitolazioni.
In una notte — era il 4 settembre — un portiere di camera del vicerè
si presentò nelle stanze del Castel Nuovo, ove dimorava D. Giulio
Genoino con Fra Luca dell'ordine di Malta, poco fa pei meriti dello
zio fatto capitano di cavalli, e Giuseppe San Vincenzo, altro suo
nipote, testè nominato giudice di Vicaria, e per ordine del vicerè
l'invitò a seguirlo. D. Giulio raccolse le sue carte, i nipoti il loro
bisognevole, e tutti insieme partirono. Un profondo silenzio regnava
nel castello. Dopo di aver attraversato parecchi corridoi, scesero
alcune scale e per la porta del soccorso uscirono nell'arsenale. Il
soldato che era di guardia, ad alcune parole dettegli dal portiere
del vicerè li lasciò passare. Nell'arsenale era pronta a salpare una
galea. D. Giulio ed i suoi nipoti vi entrarono, e poco dopo la nave
partì[237].
Nella stessa notte un'altra barca conduceva a Gaeta la madre, la zia
e la sorella di Masaniello, che insieme al cognato di lui, non so per
qual tradimento o caso erano ricadute nelle mani del vicerè[238].
D'altra parte due uomini gettavano in una sepoltura della chiesa
di S. Barbara una bara. Era il cadavere di Giovanni d'Amalfi, poco
prima strozzato segretamente nella fossa del _Miglio_ per ordine
del Duca d'Arcos[239]. La sola moglie di Masaniello, perchè gravida,
era risparmiata in questa comune tragedia della sua famiglia, ed era
riserbata dal destino a nuovi dolori[240].
Scorsero alcuni mesi. La rivoluzione era entrata nella terza ed ultima
fase, in cui al grido di: _viva Dio ed il popolo_, si era proclamata
la _serenissima real repubblica_ di Napoli, ed Errico di Lorena, Duca
di Guisa, era stato chiamato a governarla, come doge di essa. Un giorno
verso la fine di novembre, o il principio di dicembre — le memorie non
lo precisano — questi, nello entrare che faceva, come era solito in
ogni mattina, a sentir messa nella chiesa del Carmine, fu fermato da
una donna vestita a bruno e velata, che inginocchiatasegli innanzi,
gli presentava piangendo un memoriale. Il Duca con la gentilezza e
con la galanteria propria della sua nazione, e che egli possedeva al
sommo grado, invitò la donna ad alzarsi, e volto ad Agostino di Lieto,
capitano della sua guardia, che gli era vicino, gli domandò chi fosse
quell'infelice. _È la vedova di Masaniello_, rispose colui, _che chiede
aiuto e soccorso da vostra Altezza Serenissima._ — _E non le mancherà
nè l'uno, nè l'altro_, disse commosso il Duca; _la vedova di colui,
che iniziò il movimento popolare di Napoli, e che moriva per liberare
il popolo dall'oppressione spagnuola, ha dritto alla gratitudine della
repubblica._ Indi prendendosi il memoriale da mano della Bernardina
e consegnandolo al padre Capece, suo confessore, che pur lo seguiva,
decretava che fossero assegnati alla medesima 50 scudi al mese[241].
Ma questa fortuna della moglie di Masaniello non fu meno efimera
delle altre. Non andò guari che nel 6 aprile dell'anno seguente gli
spagnuoli, spenta la rivoluzione e caduto prigione il Guisa, occuparono
quella parte della città che si teneva del popolo. Allora il conte
d'Ognatte, nuovo vicerè del regno, mentre che promulgava una completa
amnistia, cominciava una lenta ma terribile reazione contro il passato.
Ora sotto un pretesto ed ora sotto un altro, tutti coloro, che avevano
preso parte alle passate rivoluzioni, erano condannati a morte, o
condotti in galera. I più accorti non si fidarono delle promesse
spagnuole ed in numero di circa undicimila, come ricordano le memorie
del tempo si fuggirono a Roma.
E la Bernardina? Col ritorno degli spagnuoli tornò nella sua casa
il bisogno e la miseria, tristi e spesso poco onesti consiglieri.
Le passate guerre e lo scarso ricolto avevano prodotto una mancanza
tale di grano e delle altre civaie, che nella nostra città potevasi
scorgere quasi la carestia. L'infelice donna senza parenti, senza
amici, senza aiuto alcuno, non aveva altra alternativa che la fame o il
disonore. Bella e giovine ancora cedette alle seduzioni del vizio. In
uno di quei vichi del Borgo di S. Antonio Abbate, ove miserabili donne
facevan mercato del loro corpo, la vedova di Masaniello fu costretta
a menare una vita di vergogna e di strapazzi[242]. Spesso i soldati
spagnuoli, che, per la curiosità o per lo sfogo di brutali voglie, colà
si conducevano, dopo averla goduta, aggiungevano all'onta il danno e
l'insulto, e beffandola e motteggiandola col titolo altra volta così
per breve tempo ottenuto, negavano alla meschina il prezzo del proprio
disonore. Quei pochi giorni di fortuna, che sparirono tosto come una
brillante meteora, erano allora per lei argomento maggiore di dolori e
di oltraggi. Eppure in quel tempo, come a questo proposito il Pollio
ricorda, Masaniello spesso usava della sua autorità per salvare gli
spagnuoli dal furore del popolo. Egli li mandava via, dicendo esser
soldati del vicerè suo compare, a cui spettava dar loro castigo, e così
li faceva mettere in salvo[243].
La peste finalmente, che dopo pochi anni desolò la città ed il regno,
e colpì indistintamente gli oppressori e gli oppressi, pose nel 1656
termine[244] alle miserie della sciagurata, che era stata moglie di
Masaniello.