Del resto tutto l'isolato, con cui abbiam compiuta la descrizione
della piazza del Mercato nel secolo XVII, non presentava allora
altro di notevole; nè ora meriterebbe l'attenzione dei posteri,
se non ricordasse un uomo ed un avvenimento, memorabili certo per
ogni napoletano non incurioso della patria storia. Qui infatti e
propriamente nelle prime case dopo il vico _Rotto_ al primo piano,
stava nel 1647 la povera abitazione di Masaniello o Tommaso Aniello
d'Amalfi. Gli storici della rivoluzione napoletana di quell'anno,
toccando di un tal particolare, tutti concordemente asseriscono che
il capo e l'iniziatore di quella dimorasse in una casa che affacciava
sulla piazza del Mercato[70]. Taluni inoltre riportano qualche più
precisa indicazione. Il Giraffi, ed il suo pseudonimo il Liponari,
nella _Relazione_ data in quel tempo stesso alle stampe, asserisce
che Masaniello abitava nel _Mercato verso la parte sinistra della
fontana ivi vicina_, ed altrove ricorda l'_isola della casa di
Masaniello_[71]. Il Campanile nel suo _Diario_ tuttora inedito,
ove si contengono preziose notizie riguardanti la storia di quel
fatto, chiaramente afferma che Masaniello aveva la sua _stanza a
dirimpetto lo spedale di S. Eligio, che è situata sopra la gabbella
dello bestiame al Mercato_[72]. Maggiori particolarità troviamo negli
altri scrittori contemporanei. Nel _Racconto_ o _Diario_ Ms. del
Verde, con le correzioni e giunte del Tutini, leggesi che in quel
tempo: “era venuta in Napoli una compagnia di ballerini, li quali
facevano cento giochi con camminar sopra la corda, ed avevano preso
luogo vicino la strada detta de' _Lanajuoli_ al Mercato, non lungi la
fontana, e posto avevano un palco di tavole, sopra del quale salivano
a rappresentare„[73]: Leggesi pure: “che in questo tavolato saliva
Masaniello scalzo e vestito di tela grossa con un berrettino rosso
in testa, e dava ordini e leggi„[74]. Inoltre dal Tontoli sappiamo
che Masaniello _reggeva il popolo sopra il trono assiso di un tavolo
mercenario a caso eretto da salterini giocatori sulla corda avanti
sua casa_; e dal Nicolai, che dava i suoi comandi alla plebe “sopra
un palco fatto da alcuni cerretani poco discosto da casa sua„[75]. Le
medesime cose son pure ripetute dal Donzelli, che aggiunge aver avuto
questa casa corrispondenza[76] colla strada di dietro (_del Lavinajo_),
dal Capriata[77], dal Tarsia[78] e specialmente dal dott. Aniello
della Porta, il quale riportando qualche altra particolarità, afferma
che Masaniello abitava _su la strada del Lavinajo, e propriamente a la
sbarra di Piazza Majura_, e che dava udienza nei giorni del suo potere
_sopra alcune tavole nell'affacciata del Mercato sotto le finestre
di sua casa a piazza Majura, che per prima vi stavano certi saltatori
ciarlatani_[79].
Ma niun altro scrittore, tra i moltissimi editi e inediti che ho potuto
riscontrare, descrive con maggior precisione il sito di questa casa
quanto un tal d. Giuseppe Pollio, scrittore di non molta levatura ma
assai ben informato dei fatti che narra, perchè sacerdote ed abitante
dello stesso quartiere. _Questo Masaniello_, egli dice, _teneva la
sua casarella nel Mercato sopra la gabella del grano a rotolo al muro
della dogana della farina, vicino la piazzetta de li lanaiuoli allo
lavinaro al primo appartamento dove sono le portelle congionte; la
prima a mano destra era la sua; sopra le sue finestre vi era un aquila
di pittura imperiale[80] fatta da molti anni prima per abbellimento
credo di quella casa da 5 palmi alta, quale vi durò per cinque anni da
poi delli tumulti. et credo che fosse stata levata da nuovi padroni
di quella casa._ Altrove aggiunge, che sotto la finestra di _Tommaso
Aniello vi era un lungo intavolato, che certe persone forestiere ci
facevano giochi come salti, balli, et forze dercole, et continuarono
detti giochi per molti giorni prima del narrato tumulto_[81].
Qualche altro particolare che riguarda pure l'interno di essa casa,
ci vien somministrato da una storia Ms. di questo avvenimento, di cui
io conservo una copia recente avuta già dall'amico Minieri Riccio. In
essa al fol. 7 leggesi: _abitava_ (Masaniello) _a man sinistra, quando
si entra al Carmine; la sua casa consisteva in una sola camera, ove si
ascendeva per una portella._ E più appresso al fol. 36 v.: “_facendosi
il signor Tomasaniello assistere da gente di confidenza attorno, diede
ordine che tutta la riviera dei palagi attaccati con la sua casa,
così di sopra fino al primo vicolo, come di sotto fino alla chiesa
del Carmine, che si sgombrasse dalli abitatori_„. Ed anche a fol. 36
aggiungesi: “_concorrevano tante gente alla sua udienza per ogni affare
della città et regno et teneva tanti segretarii, parenti, amici et
compatri attorno che nella sua piccola camera non si potevano movere,
laonde comandò che si sfabricasse un muro divisorio con la camera del
fratello, et essendo ciò fatto hebbe più comodità di dar udienza per
le finestre, senza partirsi di casa et hora per una finestra della
camera del fratello che haveva l'uscita alla strada del Lavinaro et
hora per la sua propria ascoltando tutti faceva gratie et giustitie
infinite_„[82].
Nè da ultimo mancano testimonianze di altra natura, che confermano
quanto leggesi negli accennati scrittori su questo proposito. Chi si
fa infatti a considerare il famoso quadro di Micco Spadaro, o, se pur
non è suo, certamente d'altro pittore contemporaneo, quadro che ancora
vedesi nel Museo Nazionale, scorge in fondo di esso dopo la cappella
della Croce l'isola di case che chiude la piazza del Mercato dal lato
d'oriente, ed innanzi ad essa la fontana che ho di sopra accennata;
più a sinistra di chi guarda il palco, di cui discorrono gli scrittori
della rivoluzione, è Masaniello in piedi sul medesimo che parla a molto
popolo ivi radunato; e finalmente dietro al palco le _due portelle
congiunte_, ed accanto un breve tratto di fabbricato, che costeggiando
la piazza presenta un portoncino ed una bottega, e va a terminare al
vico rotto.
Ora, comunque il lungo volger dei secoli, ed i mutamenti che la
progredita civiltà, l'interesse o il genio dei proprietari ed il
comodo o le necessità degl'inquilini han dovuto arrecare all'aspetto
esterno ed alla distribuzione interna del descritto caseggiato, abbian
potuto per avventura rendere questo in alcune sue modalità più o meno
diverse da quello che era nel secolo XVII;[83] pur nondimeno non può
mettersi in dubbio, che qui e propriamente o nel portoncino segnato
col numero civico 177, o piuttosto nella portella che ha il numero
179,[84] ambedue a brevissima distanza dal vico rotto, dovette dimorare
Tommaso Aniello d'Amalfi. La concorde autorità delle testimonianze
contemporanee che ho di sopra allegate, ed oltre a queste l'attestato
espresso dalle fedi parrocchiali, che notando la dimora della famiglia
di Amalfi la designano sempre con l'indicazione al _vico rotto_,
dimostrano con evidenza ed assai chiaramente la verità di quanto su tal
fatto ho affermato[85].
Qui dunque, sebbene ora in qualche parte mutata, era senz'alcun dubbio
la casa di Masaniello, e dalle finestre di essa, che erano assai
basse[86], o dal palco vicino, egli nel suo breve imperio resse e
governò Napoli con potere assoluto e quasi sovrano. Non vi era in quei
giorni altro Magistrato o Tribunale nella città, non altro comando
politico o militare. Gli stessi ordini del Vicerè non avevano per
l'ordinario esecuzione alcuna, se Masaniello non ne avesse prescritta
la osservanza colla formola che ci vien riferita dagli scrittori
contemporanei[87], e che è la seguente: “Visto il presente bando
d'ordine di S. E. si ordina da parte dell'Illustrissimo sig. Tommaso
Aniello d'Amalfi Capitano Generale di questo fedelissimo popolo, che al
sudetto bando le sia dato la debita esecuzione.„
La casa del vile pescivendolo era quindi più che il regio palazzo
allora frequentata. Nobili e plebei, religiosi e cavalieri, cittadini
e regnicoli, chi per necessità chi per curiosità, tutti accorrevano
numerosi sotto le finestre di questa casa per loro negozii, o per
vedere cogli occhi proprii il fatto stranissimo e singolare. E qui
nel 10 luglio del 1647 il generale delle galee del Regno, Giannettino
Doria, appena giunto nel golfo spediva un suo gentiluomo da Masaniello,
perchè “Sua Sig.ª Illustrissima divisasse il modo, col quale esso
Doria si dovesse governare;„ e qui l'arcivescovo di S.ª Severina
volendo partire da Napoli mandava parimente, come molti altri signori
per lo stesso oggetto, a ricercare prima il di lui beneplacito.
Anche il cardinale Trivulzio[88], che andava vicerè a Palermo, ed
allora trovavasi di passaggio in Napoli, insinuato dal Duca d'Arcos
si portò qui un giorno a visitar Masaniello, il quale è fama che lo
ricevesse dicendo: _la visita di Vostra Eminenza benchè tarda pure ci
è cara_[89].
Qui seduto sul davanzale della finestra con le gambe penzoloni al
di fuori, senza scarpe e senza calze il capitan generale del popolo,
arbitro della vita e della morte, con una daga o un moschetto tra le
mani, dava ordini, spediva provvigioni, e disbrigava gl'innumerevoli
memoriali, che sulla punta delle canne o delle picche dalla strada
gli si presentavano[90]. Nè deliberava soltanto sulla polizia, o
sull'annona della città, sulle armi e sulle milizie, sulla giustizia
civile e criminale e su quanto i 37 tribunali e magistrati, che
allora erano in Napoli, la loro giurisdizione estendevano. Egli
intendeva puranche riformare i costumi, regolare gli Ecclesiastici
con strettissima disciplina, maritar tutte le donne di partito,
e castigar di morte gli adulteri[91]. E negli ordini suoi, nelle
disposizioni che dava, se non vuolsi ricusare la testimonianza di
un uomo competente e che molto da vicino ebbe a trattarlo, voglio
dire il Cardinale Filomarino, testimonianza che è pure confermata
dagli scrittori contemporanei tanto napoletani che stranieri, è
indubitato che il povero pescivendolo si comportò sul principio _con
grandissima prudenza, giudizio e moderazione_, e che anco senza
consulto d'alcuno nei primi giorni dette _perfettissimi ordini di
buon governo, e dimostrò grandissimo animo, spirito e sapere_[92].
Ed era pure meravigliosa cosa notare con quanta prontezza e con che
cieca obbedienza i suoi ordini, anzi i suoi cenni, erano eseguiti. Una
leggiera fregatina di collo fatta coll'indice della mano era sentenza
del tagliamento del capo; il pollice uncinato e premente il disotto
della mascella era più sentenza che indizio di forca. In somma quel
misero plebeo, era divenuto, come il cardinal Filomarino, che ebbe a
trattarlo continuamente, scrive al Papa: _un Re in questa Città, ed il
più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo_[93].
Fu in questa casa che nella notte del 10 luglio si deliberava delle
sorti della città e del regno tutto, e si gettavano le basi delle
capitolazioni, poi lette pubblicamente sul tavolato della piazza
e nella chiesa del Carmine, ed indi giurate dal Vicerè nel Duomo.
Principal consultore di questi trattati era d. Giulio Genoino, vecchio
ottuagenario, allora prete, e che in sul principio fu l'anima e la
mente della rivoluzione. Altri dottori mascherati si trovarono pure
in casa di Masaniello in queste deliberazioni, e credesi che fossero
Onofrio di Palma, Salvatore di Gennaro, e specialmente Vincenzo
d'Andrea, che poscia ebbe tanta parte nel seguito della rivoluzione, ed
indi anche nel ristabilimento degli Spagnuoli[94].
Qui pure a 13 luglio la gente del Mercato vide strano e curioso
spettacolo. Il Vicerè dopo aver giurato i _Capitoli_ nel Duomo,
verso la sera di quel giorno per le vie del quartieri popolari di
Napoli se ne tornava al regio palazzo. La cavalcata procedeva collo
stesso ordine che aveva tenuto nell'andata. Si apriva con molti
reali trombetti e con una compagnia di cento cavalli comandata dal
suo capitano e dai rispettivi aiutanti. Succedevano indi parecchi
Capitani delle 29 Ottine, in cui Napoli era allora divisa, dopo i quali
Masaniello montato sopra un cavallo bianco, dono del vicerè, vestito
di lama d'argento bianca, con un cappello in testa ornato parimente
di piume bianche, augurio e simbolo di pace, e colla spada nuda tra
le mani si dimostrava, a tutti riguardevole; e per la testimonianza
di uno scrittore contemporaneo, e Spagnuolo di nazione, manifestava
_eccessi di varie virtù bastanti ad indurre il popolo all'applauso,
l'Italia all'ammirazione, ed il mondo tutto ad uno stupore infinito
ed incredibile_[95]. A fianco a lui cavalcava Giovanni d'Amalfi, suo
fratello puranche vestito di lama d'argento, ma di color cilestro,
ed immediatamente dopo Francesco Antonio Arpaia, il nuovo Eletto del
popolo, con due segretarii; d. Giulio Genoino che veniva appresso per
la sua grave età condotto in una sedia di cuojo nero. Seguiva indi
il capitano delle guardie di palazzo d. Diego Carriglio con quattro
alabardieri, i quali precedevano la carrozza del vicerè tirata da sei
cavalli, e circondata da paggi e palafrenieri e dai medesimi soldati
Alamanni, che in quei tempi formavano la guardia d'onore del Vicerè.
Molte carrozze chiudevano il corteggio, in cui erano i reggenti del
Collaterale, i Consiglieri di Stato ed i Gentiluomini della Corte del
Duca.
La cavalcata uscita dal Duomo aveva girato per la via _Tribunali_, per
la _Nunziata_, e pel _Lavinaro_. Tutte le strade, per le quali passava,
erano addobbate di tappezzerie, e, dove non si aveva di meglio, da
bianche lenzuola, e le case avevano sulle porte le armi di Spagna da
un lato e quelle del Popolo dall'altro[96]. Di quando in quando lungo
il cammino s'incontravano sotto baldacchini di seta o di damasco i
ritratti di Carlo V e di Filippo IV[97] che erano fatti segno alla
pubblica venerazione[98]. I popolani armati sotto le rispettive insegne
facevano ala al passaggio. Era un tripudio, una gioia universale. Tutte
le campane delle chiese suonavano a festa, ed i gridi di _viva il Re di
Spagna ed il Duca d'Arcos_, ai quali dava il cenno Masaniello istesso,
si avvicendavano col suono dei tamburi, con i clangori delle trombe,
e collo sparo festivo dei moschetti, che secondo gli usi della milizia
salutavano il Vicerè nel suo passaggio.
Giunti innanzi alla chiesa del Carmine, fosse arte dello astuto
spagnuolo, il quale intendeva con ogni modo a gratificarsi la plebe,
fosse caso o ordine di Masaniello stesso, la cavalcata volgendo a
dritta prese a girare intorno la piazza del Mercato. Così passava
per sotto la casa di Masaniello, ove alle finestre stava la moglie di
lui Bernardina Pisa, giovine, bella ed avvenente, la quale vestita di
damasco turchino guarnito di una sola guarnizione e con una collana
d'oro al collo[99], secondo l'antico costume del nostro popolo nelle
grandi occasioni di festa e di allegrezza, gettava con un bacile di
argento ai _lazzari_ ed ai monelli colà raccolti grano, confetti, e
danaro[100].
Il Duca d'Arcos, addatosi della persona di lei, o forse dimandatone
a chi n'era informato, nel passare la salutò, cavandosi il cappello,
come se fosse una delle più grandi dame della città[101]. Così egli,
come dice il buon prete Pollio, che non poteva con più enfatica parola
compendiare la grandezza e la singolarità del fatto, _volle vedere
Masaniello trionfante nella sua propria casa_, ed indi fra gli applausi
e le festive dimostrazioni del popolo, essendosi la città tutta per
l'avvicinarsi della sera straordinariamente illuminata, verso le ore
due della notte si ridusse al regio palazzo.
Ma la povera casa venne tosto in uggia al Capitan generale del popolo.
Allorchè la gran mole dei pensieri, la lunga inedia, l'abuso del
vino e le veglie protratte, e forse, più che tutto ciò, il veleno
dell'adulazione, di cui era stato così largamente abbeverato dal
Vicerè, perturbarono il suo cervello, egli ordinò — e guai a chi non
avesse subito ubbidito — che fra lo spazio di 24 ore tutti quelli
che dimoravano allato o di contro la sua casa, avessero le proprie
abitazioni sgomberate[102]. Ivi egli disegnava ergere un maestoso
palazzo che fosse degna dimora di uno, il quale aveva tanta potenza
ed autorità sul popolo. La fine immatura di lui, chè non andò guari e
vituperosamente cadde ucciso, troncò a mezzo il superbo disegno.
L'ultima volta che egli si mostrò alle finestre di quella casa fu nella
vigilia della sua morte. Era alta la notte; il silenzio e la quiete
succedevano ormai ai tumulti ed agli schiamazzi della giornata, ed i
lazzari sdraiati nel torno ai fuochi, che sparsi per la piazza o posti
nel capo d'alcuni vicoli della _Conceria_ e dell'_Orto del Conte_
cominciavano ad impallidire e ad estinguersi, chiudevano gli occhi al
sonno. Poche scolte appoggiate al moschetto o alla picca guardavano
mezzo assonnate la brace, che di quando in quando, gettando una fiamma
più viva, illuminava fantasticamente i volti, e le bizzarre posture
di quei plebei. Era uno spettacolo degno del pennello di Gherardo
Hontorst o delle stile di Hoffman. Le guardie si vedevano più numerose
intorno la casa di Masaniello, ove vegliavano sei compagnie comandate
da Pione o Scipione Giannattasio del _Lavinaro_ e da altri capitani più
fedeli. Componevansi di giovanetti da 16 a 22 anni, antichi compagni
del pescivendolo, per lo più cenciaiuoli o _saponari_, che portavano
ordinariamente come special distintivo il graffio e la sporta. Lungo le
mura delle case qualche rara ombra cercava di strisciare inosservata.
Era Vanni o Giovanni Panarella della _Conceria_, o taluno di quelli
che col Vicerè avevano concertato la morte di Masaniello, e cercavano
l'opportunità di mandare ad effetto il loro disegno.
Balzato improvvisamente dal letto così com'era, in camicia, Masaniello
si fece alla finestra, ributtando la povera madre e la moglie che
cercavano di ritrarnelo, e dato il suo solito grido di comando, così
cominciò a parlare[103]: “Popolo mio, (in questo modo egli soleva
apostrofare i suoi seguaci e la gente che intorno a lui radunavasi)
lascia che io ti dica due parole per mia soddisfazione. Tu ti
ricordi, popolo mio, in che stato eri ridotto per le tante gabelle ed
estorsioni, e per le tante tirannie, con le quali gl'infami traditori
e nemici della patria ti opprimevano. Ti ricordi che non potevi
saziarti di quelle frutta, di cui tanta copia ti dà questa terra
benedetta, perchè dovevi pagare quelli arrendatori e gabelloti che ti
dissanguavano. Ed ora la mercè di Dio e della SS. Vergine del Carmine
(ed in così dire si toccava l'_abitino_ che dal petto gli pendeva) tu
guazzi e vivi nell'abbondanza e nella grassa, senza gabella e senza
gabelloti. Ma per mezzo di chi, popolo mio, hai tu ottenuto tutto ciò?
Chi ti ha levato da tante oppressioni e tirannie se non io che non ho
risparmiato travaglio e pericolo alcuno per liberarti? E pure qual
mercede ne ricevo da te, popolo ingrato! Dopo tutti questi servigii
che io così fedelmente ti ho prestati, dopo tanti benefizii che ti ho
fatti, ecco in che modo ne son riconosciuto da te. Oggi coll'abbandono
e col disprezzo, dimani colla morte, perchè io so che sarò ucciso fra
poco. Popolo mio, io son morto, ho visto che fino la montagna di Somma
(il Vesuvio) mi è contraria, ed ha vomitato sopra di me un diluvio di
fuoco. Ecco, vedete, io non ho più carne (e mostrava il petto ignudo) e
questa pelle è solamente informata dalle ossa. Credetemi, io so chi è
stato che mi ha ridotto in questa misera condizione, chi congiura per
finirmi, e potrei anco annichilarlo. Pure io lo perdono, e voglio che
questo Cristo anco lo perdoni„. Così dicendo, levò il crocifisso che
avea tra le mani per benedire il popolo e soggiungeva: “Ecco che io ti
voglio fare cinque benedizioni per le cinque piaghe di questo Cristo,
anzi sette per le sette allegrezze, nò, voglio essere più liberale,
sieno nove per li nove misteri„. E così fece, ed indi lasciando il
Crocifisso, volle che portassero alla finestra tra due torce accese
le teste del Duca di Maddaloni e del padre di lui che erano staccate
dai loro ritratti, opere del cav. Massimo Stanzioni o di altro famoso
pennello, e gridò: “Orsù, popolo mio, ecco i traditori della patria;
io so che domani debbo essere ucciso, ma non me ne curo; voi però
dovete trascinare quest'infame di Maddaloni, e tutt'i suoi compagni per
Napoli, e poi, popolo mio, se vuoi star sicuro, e farti sentire da sua
Maestà, devi seguire il mio consiglio, e fare un porto di questa piazza
ed un ponte da Napoli a Spagna. In quanto a me io so e son certo di
essere ucciso domani„. Tutte queste parole avrebbero certo grandemente
commosso il popolo circostante, se vacillando di nuovo l'intelletto
non avesse dato un'altra volta segni evidenti di aberrazione e di
pazzia. Per mostrare col fatto lo stato, in cui per la inedia e per la
fatica erasi ridotto, egli si scoprì il petto e il ventre e le parti
anche che il pudore cela. L'atto strano eccitò il riso degli astanti,
e la perorazione del discorso fu accolta con beffe e fischi all'uso
napoletano. Il prestigio era perduto, o piuttosto si era ecclissato
con la ragione del misero pescivendolo. Allora i parenti potettero
ritrarlo dalla finestra stanco ed abbattuto com'era dalla commozione e
dal travaglio.
* * *
La piazza del Mercato, che Masaniello voleva fosse sgombrata delle
baracche di legno che la deturpavano, e che prendesse il nome di
_piazza del popolo_, dopo la sua morte non ebbe alcun notevole
mutamento sino al 1781. Allora per un incendio appiccatosi a quelle
dopo i fuochi artificiali, che solevano farsi nella sera della
festività della B. Vergine del Carmine, il suo aspetto fu cangiato
nel modo come presentemente si vede. Poco dopo, nell'ultimo anno del
secolo, la sua storia, che comincia col supplizio d'un Principe, fu
chiusa con la memorabile e tirannica ecatombe di quei tanti illustri
personaggi, che allora sagrificarono ivi la loro vita all'amore e alla
libertà della patria.