La piazza del _Mercato_ di Napoli, tanto memorabile nella nostra
storia, fu rinchiusa nel perimetro della città coll'ampliazione
Angioina circa il 1270[3]. Prima di una tal epoca tutta la contrada
era un campo vasto ed inabitato, che dalle mura e dai fossati posti ad
occidente ed a settentrione, dove ora trovasi S. Eligio ed il Monastero
dell'Egiziaca a _Forcella_, distendevasi verso mezzogiorno ed oriente
fino al lido del mare, ed alla chiesa ora parrocchiale di _S. Angelo
all'Arena_, che dal suo sito prendeva una tal denominazione[4].
Questa pianura, come già prima tutto il littorale fino al _Molo
piccolo_, chiamavasi in quel tempo _Moricino_[5], ed il tratto più
occidentale di essa _campo del Moricino_[6]. Qui, e propriamente lungo
le mura, dove poscia fu edificato S. Eligio, ed accanto la porta,
che dicevasi _Porta nuova_, anche allora si teneva il mercato della
città[7]. Un fiumicello formato dalle acque esuberanti del fonte
_Formello_, o sia dell'acqua della _Bolla_, che quivi accoglievasi,
attraversava e chiudeva questo campo nel sito che si diceva e si dice
il _Lavinaio_, ed indi andava a scaricarsi nel mare[8]. Al di là del
fiumicello verso oriente sorgeva una piccola chiesetta con un contiguo
romitorio, ove alcuni Frati Carmelitani da poco tempo avevano esposta
alla venerazione dei fedeli una devota imagine della Vergine[9], ed
innanzi la chiesetta una colonna con una croce, ed alquanto più oltre
il sepolcreto degli Ebrei[10].
Tal era il _campo del Moricino_, allorchè nel 1268 fu il teatro di
una sanguinosa e memorabile tragedia. Ai 29 ottobre di quell'anno
Corradino di Svevia, per ordine di Re Carlo I d'Angiò, ivi subiva
con alcuni suoi compagni di sventura l'estremo supplizio. L'infelice
principe, che pel tradimento di Astura cadeva nelle mani del suo
nemico, era stato, secondo che afferma uno scrittore contemporaneo,
condannato[11] nel capo da un'assemblea di Sindaci, o buoni uomini
deputati delle provincie di Terra di Lavoro e de' Principati, la
quale riunita a tal effetto, e ligia del nuovo dominatore, aveva
trovato, come suole avvenire, il diritto nella forza, e la colpa dove
stava l'infortunio[12]. E in quel _campo_, l'ultimo rampollo della
casa di Hohenstauffen, come Manfredi lungo il fiume _Verde_, trovava
un'ignominiosa sepoltura
“Sotto la guardia della grave mora.„
Ma poco stante l'aspetto del campo fu mutato in massima parte. Re
Carlo, che avea fissato la sua dimora in Napoli, e l'avea dichiarata
capitale del suo reame, volse tosto le sue cure all'ampliazione ed
all'abbellimento della medesima. Volle quindi che le murazioni e la
porta, che dicevasi _Porta nuova_ o _del Moricino_, si protraessero
più verso oriente nel sito innanzi l'attuale chiesa del Carmine, lungo
il descritto fiumicello, e nell'angolo della strada del Lavinaio[13].
Concedeva pure un buon tratto di suolo pubblico a tre pii francesi,
i quali vi fondavano la chiesa di S. Eligio, e lo spedale pe' poveri
ciechi e pe' mutilati in servigio del Re[14]. Collocava inoltre in
questo sito accanto alle mura taluni pubblici edifizii, come il macello
(_buczaria_) la panatica (_panecteria_) e la casa dello scaldatoio
(_domus scaldatorii_), che era accanto al macello verso oriente, e
che non saprei dire a qual uso propriamente servisse[15]. Poco tempo
dopo, Re Carlo II, proseguendo l'opera del genitore, trasportava dalla
contrada di _Pistasi_ in questo sito i conciapelli, dando loro uno
spazio accanto le mura verso il mare di canne 17 di lunghezza e 9 di
larghezza, spazio, che aveva da un lato il nuovo Oratorio di S. Maria
del Carmine ed il _Lavinaio_, dall'altro la via che conduceva alla
spiaggia e la spiaggia stessa[16]. Contemporaneamente concedeva ampio
privilegio ai Napoletani di continuare a tenere nel medesimo _campo del
Moricino_ il pubblico mercato due volte la settimana; e volendo che si
fosse quel sito sempre nella stessa ampiezza e capacità conservato,
prometteva che giammai nell'avvenire quel luogo o parte di esso ad
alcun privato potesse esser donato o conceduto, o in qualunque altra
maniera alienato e distratto[17].
Dopo quest'epoca la piazza perdette l'antica denominazione, e prese
quella di _Mercato di S. Eligio_, e per lo più semplicemente di
_Mercato_, con la quale nello stesso secolo e nel seguente comparisce
più volte nella storia della nostra città. Qui infatti nell'agosto
del 1346, Roberto Cabano, gran Siniscalco del Regno, Raimondo Cabano
ed il Conte di Terlizzi conducevansi per essere bruciati vivi in pena
della morte da essi procurata ad Andrea d'Ungheria marito della Regina
Giovanna I. Il supplizio era accompagnato da atti della più nefanda
ed inaudita barbarie. I rei dopo essere stati tormentati con tenaglie
infuocate e frustati per le principali vie della città, giunti nella
piazza, chi semivivo e chi morto, venivano gittati nel fuoco. Allora
il popolo accorso in gran numero all'atroce spettacolo, slanciandosi
quasi tra le fiamme istesse, ne estraeva i corpi degl'infelici, e con
le accette li spaccava come legna, ed indi ritornava a gittarli nel
fuoco. Nè contenti di ciò alcuni artigiani dalle ossa formarono poscia
dadi e manichi di coltello, secondo che ci attestano alcuni scrittori
contemporanei[18]. La vecchia Filippa Catanese, che i Napoletani
volgarmente chiamavano _la mastressa (mastrissa, magistressa)_ non
perchè, come dice il Villani (L. XII, c. 52), fosse la maestra della
Regina, ma perchè intrigando dominava in Corte, pure condannata allo
stesso supplizio era preventivamente morta nelle carceri[19]. Qui
pure nel 1348 Landulfo e messer Giacomo della Polla presi da Ludovico
re d'Ungheria, che era venuto a vendicare la morte di suo fratello
Andrea, erano impiccati per la gola, come rei d'aver consentito allo
stesso delitto[20]. E pare che in quel tempo le mura della città nel
medesimo sito fossero cadute o abbattute, perchè gli Ungari, qualche
anno dopo, ritornati in Napoli, combattendo cogli uomini d'arme del
secondo marito di Giovanna, entrarono senz'alcun intoppo nel Mercato, e
saccheggiarono le botteghe della _bucceria_, che _stavano appresso delo
dicto mercato_[21].
Nel secolo seguente qui, e propriamente nell'orto di Agostino Bonsani
o Bongiani, ricco mercante fiorentino, la Regina Giovanna II, invitata
alle nozze della figliuola di lui, veniva un giorno a convito. Era
allora il 13 settembre 1416. Moltissima gente del popolo e parecchi
nobili, che si erano già prima indettati sul da farsi, ingombravano il
Mercato e le vie circostanti. Dopo pranzo la Regina si affacciò alla
moltitudine, che gridava: _Viva Madamma la Regina_, e dicendo: _Signori
per Dio non me abbandonate, nè fatime trattar così da mio marito, non
mi abbandonate_, eccitò tutti a por mano alle armi. Allora messer
Ottino Caracciolo ed i fratelli, che erano i capi della congiura,
presero Giovanna in mezzo, e non facendola ritornare al Castel nuovo,
dove era suo marito, per la via de lo _Pendino de S. Augustino_ la
condussero al palazzo arcivescovile, e di là nel giorno seguente al
castello di Capuana. Così essa ripigliò l'autorità ed il comando, che
Giacomo della Marca dopo il matrimonio si aveva appropriato[22].
La piazza aveva allora poche abitazioni. A settentrione, oltre
l'orto del Bongiani, di cui abbiamo parlato, vi erano parecchi altri
giardini, e tra essi quello principalmente di Diomede Carafa, conte
di Maddaloni[23], di cui resta tuttora memoria nel nome di _Orto del
Conte_, in alcuni vicoli ivi posti. Nelle fazioni, che indi seguirono
in Napoli per le contese tra la stessa Regina Giovanna ed Alfonso
d'Aragona, costui dopo che ebbe inutilmente tentato d'impadronirsi
di Castel Capuano, ove la regina dimorava, qui come in luogo ampio e
spazioso[24] ridusse le sue schiere Catalane, evitando le anguste e
tortuose vie della città, nelle quali avrebbe potuto essere facilmente
oppresso dai Durazzeschi, che in Napoli erano molti e prendevano le
parti della regina.
Ma verso la fine del secolo, per l'incremento continuo e progressivo
della popolazione, il recinto angioino si allargava anche dippiù, ed
il muro della città fu inoltrato più in là, dove fino a tempi nostri
abbiam potuto e possiamo ancora osservarne le vestigia. A 15 giugno
1484 re Ferrante I d'Aragona con gran solennità iniziava questa nuova
murazione, gettando alcune monete d'oro per memoria nelle fondamenta
di essa, e ponendo un palo per segno della nuova ampliazione dietro
la chiesa del Carmine[25]. Così sparivano a poco a poco gli orti e i
giardini, che nella contrada esistevano, e si mutavano in numerose case
ed abitazioni, le quali, dopo che i nobili ed i ricchi preferirono di
portare la loro dimora nella parte occidentale della città, quando
ivi sursero la novella via di _Toledo_ ed il regio palazzo, furono
ordinariamente lasciate agli artigiani ed alla infima plebe.
La piazza verso la meta del secolo XVII, allorché fu il teatro di uno
dei più memorabili e singolari avvenimenti che ci ricordi la storia,
presentava, specialmente per gli usi e pei costumi del popolo di quel
tempo, un aspetto assai diverso dal presente. Essa, senza comprendervi
lo spazio innanzi al Carmine, aveva la estensione di più di 12 moggia
e quarte due dell'antica misura napoletana[26]. Lungo la linea dei
fabbricati girava intorno una via, che dalle selci vesuviane, ond'era
costruita, veniva volgarmente chiamata l'_inseliciato_[27]. Il resto
della piazza era semplicemente in terreno battuto, ed era in molte
parti sozzo, dove da piccoli pantanetti di acqua, dove da pozzanghere
e da mucchi di lordure, in cui a loro posta s'avvoltolavano i porci in
gran numero, che allora potevano impunemente vagare per la città. Le
case per lo più irregolari avevano le finestre con le gelosie e senza
invetriate o con le impannate spezzate in croce e chiuse, invece di
vetri che era piuttosto un lusso, con tele incerate[28]. Pochi erano i
veroni, e tutti con parapetti di fabbrica, o con ringhiere di legname.
Una tettoia fissa, ordinariamente di tavole impegolate, talvolta anche
in fabbrica, sporgeva per lo più sulle botteghe, e col permesso del
Portolano, magistrato municipale, dove più dove meno, si allungava
fino a palmi nove e mezzo. Anche le _cacciate_ o le mostre al di sotto
potevano avere uno sporto simile, dove i bottegai usavano esporre
le loro robe e le cose commestibili, di cui facevan commercio, e gli
artigiani lavorare riparati dal sole e dalla pioggia[29]. Ai venditori
di grascia e di pane, che chiamavansi volgarmente _suggici_[30] perchè
soggetti alla giurisdizione del Giustiziere e del Tribunale di S.
Lorenzo, era prescritto dagli ordinamenti municipali che dovessero
tenere attaccata ad un'asta o sospesa alla porta, una tabella
coll'_assisa_ o tariffa dei viveri, secondo che era stata da quelli
già determinata[31]. Una sudicia bandiera o una grossa frasca era poi
l'insegna delle osterie, e tra queste sappiamo essere allora la più
famosa la _taverna de' galli_[32]. È ricordato dalla storia come alcune
di queste insegne fossero le prime bandiere usate dai _lazzari_, e come
uno de' primi atti di Masaniello fosse stato l'aver tolto via dalle
botteghe le assise che vi erano, allora per i molti dazii gravissime,
e l'avervi indi sostituite le altre rifatte con prezzi più miti dal
principe della Rocca, nuovo Grassiere, e da Francescantonio Arpaia,
nuovo Eletto del popolo. Sopra taluna di queste botteghe di grascia[33]
vedevansi inoltre dipinte le armi di qualche nobile e potente famiglia,
o di qualche regio ministro, il quale occupava uffizii superiori
ed importanti. Era questa una salvaguardia, onde potere a propria
voglia rubare ed angariare il popolo minuto, e con essa senza timore
alcuno bravare i ministri di giustizia ed i grascini, che avessero
voluto fare il proprio dovere. Ben le leggi di quando in quando
provvedevano a vietare un tale abuso, ma esse eran per lo più impotenti
a reprimerlo. Imperocché nè i bandi municipali, nè un severissimo
ordine del vicerè Duca d'Ossuna, col quale minacciavasi la galera a
chi vi contravvenisse, ebbero per moltissimi anni effetto alcuno[34].
L'interesse de' venditori, l'orgoglio dei nobili e la stessa legge che
accordava espressamente il privilegio del monopolio e della esenzione
a coloro che fornivano di viveri la casa viceregnale e le milizie,
contribuivano a far sempre più attecchire questa costumanza invece di
estirparla.
Noi uomini del secolo XIX, avvezzi dopo le conquiste della rivoluzione
francese all'uguaglianza di tutt'i cittadini in faccia alla legge ed
ai procedimenti regolari ed uniformi nei giudizii civili e criminali,
non possiamo comprendere gli ostacoli, che allora incontrava
l'amministrazione della giustizia, e com'essa, anche quando eseguivasi,
divenisse spesso arbitraria ed ingiusta. Privilegi locali e personali,
immunità ecclesiastiche, feudali o municipali, ed altre cause di
violenza o di corruzione, garantivano da una parte la impunità dei
delitti; dall'altra le leggi stesse, non determinando la pena dovuta
ai reati, e rimettendola ordinariamente all'arbitrio del vicerè o del
magistrato, erano non rare volte ingiuste ed oppressive, ed in taluni
casi anche un mezzo di basse e prepotenti vendette. Chi infatti allora
si affacciava in sulla piazza del Mercato vedeva tosto sorgere quasi in
mezzo di essa una trave con la corda per la pena dei minori reati, non
che un talamo fisso ed una forca stabilmente eretta pel supplizio dei
nobili e degl'ignobili colpevoli di più gravi delitti[35].
Ma nello stesso tempo dal vestibolo della chiesa del Carmine, il
bandito Domenico Perrone ed i suoi compagni nel giugno del 1647
potevano guardar sorridendo quegli strumenti di tortura e di morte,
ed in quel sacro recinto sfidare orgogliosamente tutt'i birri della
G. Corte della Vicaria, che per colà dinanzi passavano. Così, il
dritto di asilo, rimedio opportunamente introdotto dai Canoni nelle
società barbare per aiuto del debole contro il potente, era allora
per la malvagità degli uomini divenuto mezzo ai colpevoli per eludere
le leggi e fonte non certo lodevole di ricchezza per i monasteri e le
chiese[36].
La piazza, e forse più verso il lato occidentale, si vedeva allora in
buona parte ingombra da molte baracche di legno, ove pure esercitavansi
le piccole arti ed il minuto commercio delle civaie e di altre robe
comestibili, ed ove, sia per custodia delle loro merci, sia per non
avere più comodo abituro, dimoravano puranche moltissimi del popolo,
che a quei mestieri intendevano. Quarantacinque anni dopo in una
_Situazione_ fatta dal Portolano della città se ne numeravano fino
a 156 disposte in otto file, cominciando dalla croce di pietra che
esisteva dietro S. Eligio. Alcune fosse profonde che, fatte in origine
per conservarvi granaglie, nel 1656 servirono per sepoltura ai morti di
contagio in quella terribile epidemia, stavano allora quasi nel mezzo
e sotto della piazza medesima. Il luogo dopo quell'epoca luttuosa fu
detto i _Morticelli_[37]. Qui ed in alcune fogne circostanti, allorché
nel 10 luglio 1647 lo stesso bandito Perrone tentò di ammazzare
Masaniello, per testimonianza d'alcuni scrittori furono riposti
parecchi barili di polvere affinché dandovisi fuoco nel momento in
cui la piazza era maggiormente piena di popolo, i sollevati fossero
massacrati e le loro abitazioni ruinate e distrutte. Fallito il colpo
si ebbero il Perrone ed Antimo Grasso suo compagno coi loro seguaci
condegno e terribile castigo. Nè finalmente in tutto l'ambito della
Piazza mancavano posti o banchi fissi per altri venditori che non
avevano botteghe o baracche; _tavolilli_[38], o tavolini, ove si
esponevano le frutta in quadretti[39], o sia disposti ordinatamente
in quadri; _salmatari_ o ortolani che vendevano erbe ed ortaglie; e
spesso anche palchi per i cerretani ed i saltimbanchi, ove si facevano
balli, salti, forze d'Ercole, mattacini e commedie, le quali colla loro
rozzezza e coi modi satirici ed osceni ricordavano le antiche favole
Atellane.
Era questo l'aspetto generale della Piazza verso la metà del secolo
XVII.
Ma a compimento del quadro, che io ho tentato di abbozzare, giova
riferire le parole di uno scrittore contemporaneo, che descrivendo alle
signore Milanesi il movimento che in essa facevasi, quando vi si teneva
mercato nei giorni di lunedì e venerdì di ciascuna settimana, in questo
tenore ne discorre:
Dirò de la gran piazza del mercato
Dove tutti vi vanno
La settimana ogn'anno
Due volte sempre, chi per lo suo affare
E chi per tempo à vendere, ò comprare.
Ivi tiensi apparato
Il grano, e l'orgio e tutto il miglio insieme
Nè molto indi distante
I ceciri, i fasoli, e fave frante.
Così gran quantità d'ogni altro seme
Ch'à seminar convien prato, e lupini
Con quanto è di bisogno à quei giardini;
Cento carri di vini
L'un dopo l'altro in ordinanza posti
Carrichi di suoi fosti
Colà vedrete, e quà cento facchini
Con i barrili in spalla, ad aspettare
S'alcun vuol comperare
A posta sempre, sol per guadagnare.
Più innanzi havete i lini,
Bianchi, forti e maturi
Mà più, che il ferro duri,
Come gli vuole il mio napoletano
Maturati ad Agnano;
Tale un lago chiamato
Ch'imbianca il lino e non lo fa salato.
Qui porci, asini, capre, agnelli, e bovi
In infinita quantità vedreste
Qui cento e mille ceste
Donna mia tu ritrovi
Cento sporte e panari
Di frutti e tutti rari
E mela, e pere, e là mille sportoni
D'uva, persiche, fichi e di melloni,
All'altra parte poi cento montoni
Di noci e di nocelle
Castagne verdi, secche e mondarelle;
Quà giumenti e cavalli
E là galline, et oche, anatre e galli.
Cento tende parate
Donne mie ritrovate
Havreste voi per vestir la famiglia
e qui l'olive e la buona caniglia
Molte tele vedreste
Se comprar le vorreste
Bianche, brunette e forti
Di cinquecento sorti
Come certe altre, ch'han le villanelle
chiamate cetranelle
che fanno invidia a quelle in fede mia,
De la Cava, ò di santa Patricia
Di più sarian da lor begli occhi visti
Trecento semplicisti
Voglio dir non dui soli
di quei nostri herbaioli
da cui prendon sovente i spetiali
l'herbe atte à i servitiali
E semplici con fior più d'una sorte
Con cui fan spesso resistenza à morte[40]
Ecco ora alcuni particolari degli edifizii e del vicoli, che per tutt'i
lati circoscrivevano la descritta piazza. E primieramente nel sito
poco più oltre, dove ora vedesi la seconda fontana verso il Carmine,
esisteva allora una piccola cappella isolata e con volta arcuata
col titolo di _S. Croce_. Essa era di palmi 20 quadrati ed aveva due
porte, una dalla parte di mezzogiorno, l'altra dalla parte d'oriente.
All'altare nel lato settentrionale della cappella era soprapposta una
colonna di porfido alta circa palmi 10, e di palmi 4 di circonferenza,
su cui sorgeva una croce di marmo, e nel muro posteriore vedevansi
dipinte le imagini della B. Vergine, di S. Giovanni Evangelista,
della Maddalena e di S. Orsola. Nella parete occidentale erano inoltre
dipinti i fatti di Corradino di Svevia, il suo passaggio in Italia, la
disfatta di Tagliacozzo, la presa dell'infelice giovine in Astura, e
la morte nel campo del _Moricino_[41]. Per antica tradizione credevasi
che questo fosse stato il luogo, ove fu decollato il misero giovanetto,
di tal che un pietoso napoletano per nome Domenico Punzo conciatore
di pelli, nella metà del secolo XIV vi erigeva l'accennata cappella.
Ora la colonna di porfido ed un ceppo colla impresa dell'arte del
_Coriarii_ veggonsi nella sagrestia della nuova chiesa del Purgatorio
al Mercato[42]. Nei tempi, di cui discorriamo, accanto alla cappella
era il posto dei venditori di lino[43].
Le case nel lato meridionale della piazza tiravano verso il Carmine
più in là di quello che al presente s'inoltrano. Per allargare lo
spazio innanzi al castello, parecchi fabbricati vennero in quel sito
abbattuti sotto il governo del vicerè Conte di Pignoranda nel 1662. E
qui nell'angolo incontro la chiesa ed il convento da una parte, e la
sopradescritta cappella della Croce dall'altra[44], trovavasi allora
collocata la statua di una donna incoronata e sedente con una borsa
tra le mani[45]. Tenevasi allora comunemente che fosse quella l'imagine
della madre di Corradino, chiamata erroneamente Margherita, la quale,
venuta in Napoli per salvare il figliuolo caduto nelle mani di Carlo
d'Angiò e trovatolo morto offriva i tesori portati a quest'oggetto ai
frati del Carmine per l'ampliazione della loro chiesa e del convento.
La statua che, non di Elisabetta madre di Corradino, ma piuttosto,
come non ha guari ha dimostrato il principe Filangieri[46], era di
Margherita, seconda moglie di Carlo I d'Angiò, ne' tempi successivi
fu trasferita nel secondo chiostro del medesimo convento, e poi sotto
la porta su cui s'erge il famoso campanile di fra Nuvolo, e di là
finalmente nel Museo di S. Martino, ove ora ritrovasi.
I vicoli, che da questo lato sboccano nella piazza, appartengono al
quartiere della _Conceria_, che estendevasi verso mezzogiorno fino
alla muraglia fatta costruire per timore dei Turchi nel 1537 dal
Vicerè D. Pietro di Toledo. Da qui si usciva poi sul mare per una
porta col prospetto a levante, che dicevasi della _Conceria_, ed era
posta innanzi la chiesa di S. Caterina _in foro magno_; e più in là
per un'altra porta che dicevasi di S. Maria a parete da una cappella
di Nostra Donna ivi esistente, e della quale ora, posciaché le mura
furono cangiate in abitazioni, vi rimane un semplice arco[47]. Era
questo il quartiere del conciapelli[48], i quali allora formavano
due corporazioni, distinte in arte grossa e piccola. Gente ardita
e robusta, essi s'adoperavano ad estinguere gl'incendii, allorché
non era ancora istituita presso noi alcuna compagnia di vigili, o di
altre persone a tale oggetto ordinata. Da questo stesso lato verso S.
Eligio fino ai tempi del Celano si notava il sito sopra alcuni archi,
ove un tempo fu fondato lo spedale di Niccolò o Nicola di Fiore,
detto volgarmente di _Cavolofiore_. L'aneddoto, che diè causa alla
sua abolizione, è noto nel popolo, e ci viene così raccontato nel suo
rozzo ed ingenuo stile da un nostro antico scrittore. “Detto Cola, dice
egli, andando un giorno nela preta del pesce per comprar del pesce,
ritrovando un cefaro solo, ch'altro pesce non vi era, facendo il patto
con lo pescatore, et non furno d'accordo, nel medesimo istante arrivò
lla un ferraro mal vestito, e subito s'accordo con lo pescatore, e si
pigliò il cefaro, dove detto Cola, qual stava a vedere, ne rimase molto
ammirato, et li dimandò che arte faceva, li rispose, ch'era ferraro,
e replicando detto Cola quanto tempo havea posto a guadagnare detti
danari ch'havea dispeso al cefaro, li rispose che ci era stato dui o
tre giorni; li ricordò detto Cola, come ti governerai si ti accaderà
alcuna infermità; detto ferraro li concluse che nel presente voleva
godere, et si alcuna infirmità li fosse venuta da poi, non li saria
mancato l'ospidale di Cola di Fiore, non conoscendo detto Cola; quale
intendendo questo disse, adunque io faccio l'hospidale per li poltroni,
e così mancò di seguire dett'hospidale, et il Diavolo vinse che non si
seguisse detta buon'opra[49]„.
Nel lato occidentale della piazza non vedevasi nel tempo di cui
discorriamo, la facciata regolare e di soda architettura, che ora ha
lo Stabilimento di S. Eligio. Ivi allora scorgevasi la parte postica
della chiesa coi suoi finestroni gotici, ed indi le fabbriche non
molto elevate dello spedale e del conservatorio, ed innanzi, sopra il
terrazzo di alcune botteghe, una cappella intitolata a _S. Maria della
Neve_. Era questa antichissima ed aperta da ogni lato verso la piazza
affinché la messa, che ivi, per inveterata consuetudine, nei giorni
di mercato celebravasi, potesse, da tutti coloro che colà convenivano,
vedersi. Una campana avvertiva allorché dal sacerdote consacravasi, ed
era, dice lo Stefano, mirabil cosa a vedersi come in un attimo tutta
la innumerevole gente, che nel Mercato allora trovavasi, intermettesse
subito i suoi negozii prostrandosi devotamente al santo sacrificio, e
come al chiasso ed al tumulto succedesse immediatamente un profondo ed
istantaneo silenzio. Sull'altare della cappella era dipinta nel muro la
B. Vergine con S. Agnello, S. Gennaro ed altri Santi[50].
Volgendoci dall'altro lato, tutta la contrada posta a settentrione
della piazza che come già accennai, dicevasi una volta _l'Orto del
Conte_, denominazione ora rimasta soltanto a due vie parallele alla
stessa piazza, allora era ed è tuttavia intersecata da più vicoli che
presero successivamente varie e diverse denominazioni. Così il primo,
che incontrasi dopo l'angolo di S. Eligio, fu detto, e dicesi ora de'
_Cangiani_[51]. L'altro che segue è il vico dei _Spicoli_, che così
pure chiamavasi nel secolo XV[52]. Più oltre sbocca il vico delle
_Barre_, che trovo così denominate fin dal 1449, e dove nel 1529 ebbe
cominciamento la peste in Napoli[53]. Ad esso dalla parte superiore
corrispondeva il _Fondaco dei Cenatiempo_, così detto da questa
famiglia, che ivi aveva un ampio palagio[54].
Il vico che segue de' _Barrettari_, fu chiamato una volta de'
_Scannasorici_[55] per qualche possedimento di questa nobile famiglia,
già estinta nel sedile di Portanova e poi dei _Scafari_[56]. Esso,
come ben dice il Celano (III, 263), dovrebbe dirsi piuttosto dei
_Parrettari_, perchè qui si facevano quelle pallottole, che si
scagliavano dalle baliste, allorché non era tanto in uso lo schioppo, e
che da noi si dicevano _parrette_[57]. Sotto l'arco, che dalla piazza
immette in questo vicolo esisteva nel secolo XVII una cappella di _S.
Maria delle Grazie dei carrettieri_[58].
Procedendo più oltre verso oriente, il vico che segue ebbe in prima
il nome di _Lioni_ o _fontana delli lioni_, forse da qualche fonte
che quivi vedevasi, o l'altro, generico a tutta la contrada, di _Orto
del Conte_[59]. Poscia fu detto del _Carminello_ dalla chiesa della
Vergine sotto questo titolo, che fondata verso la metà del secolo XVI,
fu nel 1611 data ai Gesuiti, ed ampliata con denaro del Monte della
Misericordia e di alcuni pii gentiluomini Napoletani, i quali per altro
intendevano ad una diversa opera di beneficenza.
La via, che è l'ultima da questo lato, fin sopra, dove sta ora la
Chiesa di S. Maria delle Grazie all'_Orto del Conte_, fu chiamata
allora _dei lanaiuoli_[60], forse perchè in tutto il contorno di essa
non vi era vicolo, come dice il Celano, che non fosse pieno di donne
che filavano lana[61]. Ora per quel tratto dov'essa è più larga e
spaziosa dicesi _Piazza larga_, per l'altro, che è più angusto e tira
su alla trasversale di _S. Maria della Scala_, prende il nome di _via
Salaiolo_.
In sul cominciare della strada _Piazza larga_, ed, a quanto pare, a
dritta di essa, stava in quel tempo la casa e la dogana della farina,
dentro la quale vedevasi pure un'altra chiesetta sotto lo stesso
titolo di _S. Maria delle Grazie_ fondata nel 1597 dai _vastasi_ o
facchini, e specialmente da quelli che intendevano a trasportar la
farina dalla dogana e a distribuirla per i panettieri della città[62].
Per regolamento municipale erano costoro obbligati a matricolarsi in
S. Lorenzo, e dovevano dare plegeria _de fideliter exercendo_ il loro
mestiere[63]. Dopo che verso la fine del secolo XVI il vicerè Conte
di Olivares fece fabbricare un nuovo edificio per la conservazione dei
grani al _Mandracchio_, questa casa colla dogana fu adoperata soltanto
per le provvenienze di terra, e nel breve imperio di Masaniello servì
di carcere a molti della nobiltà e dell'ordine civile che, caduti in
sospetto del popolo e quivi trattenuti per essere giustiziati, vennero
poscia per le pratiche del cardinale Filomarino liberati.
Chiudeva la piazza dal lato d'oriente un'isola di case dal _vico rotto_
o _del pero_ fin dove termina la strada del _Lavinaio_ dinanzi la
chiesa del Carmine. E qui, poco dopo il vicolo, stavano gli ufficii
dell'arrendamento di _piazza majure_ o _piazza maggiore_;[64] e
dell'arrendamento del _grano a rotolo_, dazii di consumo sugli animali
e sulle carni fresche e salate, non che sulle _provole_ o sia provature
ed ogni altra specie di formaggio[65]. Il sito prendeva allora da
quell'ufficio la denominazione di _Piazza majura_, ed ora, conservando
tuttavia le tracce dell'antico balzello, che ivi riscotevasi, dicesi
comunemente _la gabella delle provole_. Alquanto più oltre vedevasi
una gran fontana circolare di piperno, con una piramide nel mezzo, che
da più fistole buttava acqua[66], ed in sulla estremità dei fabbricati
allo sbocco della strada del _Lavinajo_ rimanevano ancora i ruderi
della vecchia porta Angioina, rovinata in parte nel 1637 per l'incendio
di talune case contigue; mentre pochi anni prima eransi diroccate
altre case, le quali, prolungandosi più in là verso mezzogiorno,
impedivano la vista della facciata della chiesa del Carmine[67]. Il
sito dicevasi il _Ponticello_[68], ed era destinato alla vendita delle
robe commestibili di cattiva qualità[69].