Guardo sotto la maschera.
Infatti il signor Bini venne a farci visita, perchè da un pezzo non ci
vedeva, perchè probabilmente doveva lasciar Milano, ed anche perchè non
aveva voluto passar dinanzi a casa nostra senza salir le scale....
Non mancavano i _perchè_, come vedete!
A me, che lo guardavo curiosamente, pareva di non averlo visto mai più
compassato; si era cancellato il suo risolino malizioso, si era spento
lo scintillío de' suoi occhi penetranti.
Eravamo soli; nessuno ci poteva tradire, e provai anch'io a fare il
commediante, sedendogli di rimpetto, stando impettito quanto lui, e
costringendolo a strapparmi le parole ad una ad una come monete d'oro.
In quel gioco il vecchio si impazientì prima di me; vedendo che non
trovava il verso di farmi uscire dalla mia trincea nel campo aperto
delle chiacchiere, dove egli si sapeva il più forte, vedendo che se lui
taceva, tacevo io pure contro le regole della buona conversazione, che
le sue domande di quattro parole ottenevano risposte d'una parola sola,
vedendo tutto ciò, si decise finalmente a dirmi:
— Caro signor Ferdinando, io ho l'occhio buono, e vedo che lei ha
qualche inquietudine che mi nasconde; non è capitato nulla di male?
— Nulla.... — dissi trionfante, — al contrario, legga. —
E di botto, senza altro, gli consegnai le due lettere.
Le prese egli e le lesse con ordine, guardando prima l'indirizzo di
ciascuna; io non gli staccavo gli occhi di dosso, ed egli leggeva
sempre, muovendo le labbra, accomodandosi meglio in faccia alla luce,
quando trovava qualche intoppo....
— Che cosa le pare?
— È singolare.
— Già, è singolare. —
Un istante dopo il signor Bini incominciò le interrogazioni.
«Avevo risposto? Non avevo risposto? Che volevo fare? Valente
sapeva?...»
— È una cosa delicata, — osservò poi.
— Sì, molto delicata....
— E pericolosa.
— Niente affatto, l'amicizia vera non corre alcun rischio per una
miserabile questione d'interesse...
— Però se ci entra il puntiglio....
— Non lo lasceremo entrare.... ci è stato un momento, in cui....
— Ah! ci è stato un momento in cui?...
— Un momento solo; Valente ed io siamo ora d'accordo. —
E allora gli dissi tutto; per la prima volta dacchè conoscevo
quell'uomo, lo vidi commosso; egli si rizzò, mi strinse la mano e mi
disse: _bravo!_
Lo accompagnai fin sul pianerottolo e già stavo per chiudere l'uscio,
quando, fingendo d'essermi dimenticato di qualche cosa, lo riaprii e
dissi semplicemente:
— Signor Pasquali! —
Il vecchio, che aveva sceso alcuni gradini, si volse di botto, mi vide
e rimase un istante a bocca aperta a contemplarmi.
— Signor Pasquali — ripetei colla massima naturalezza.
Allora l'apocrifo signor Bini risalì, pigliò le mie mani nelle sue, mi
guardò negli occhi e finalmente diede il segnale — e rise, e risi — un
bel duetto!
Per un pezzo non potemmo smettere; la nostra risata passò per tutti i
toni maggiori, fece le modulazioni più strane, proruppe negli accenti
più inusati — e sempre senza che sprigionassimo le nostre mani, anzi
stringendoci più forte come per comunicarci saldezza e coraggio.
Quando finalmente a forza di far la prova ci riuscì di diventare serii
un po' più del naturale (come sempre accade), io dissi:
— Signor Pasquali, capisco il suo inganno fino alla decisione della
lite; avrei fatto io altrettanto; spiego la continuazione del mistero
dopo la sentenza, perchè un uomo ordinato come lei, dopo aver avviata
una commediola, non poteva piantarla un paio di scene prima dello
scioglimento; ma sappia che oramai ha un pubblico, e non bisogna fargli
perdere la pazienza. —
Così io dissi scherzando.
— Valente sa? — mi chiese il signor Pasquali.
— Non sa nulla.
— Mi lasci il gusto della catastrofe; non gli dica nulla....
— Fino a quando?
— Fino a domani sera.
— Benissimo, fino a domani sera.
Poi egli scese le scale ridendo, ed io ridendo finsi di tornarmene in
casa; ma cinque minuti dopo andai a trovar Valente.
M'ero prefisso di non dirgli nulla e forse perciò appunto avevo bisogno
di vederlo, di sentirlo parlare, di assaporare la dolcezza del mio
segreto come un avaro.
Mi parve che Marco nel ricevermi in anticamera avesse un aspetto meno
solenne del solito, il che avrebbe bastato a riempirmi di meraviglia;
ma pensate l'enormità del mio stupore quando egli, con un accento
bonario, di cui non lo credevo capace, mi trattenne per dirmi che aveva
qualche cosa a dirmi.
— Che cosa? — chiesi io rizzandomi in tutta la mia lunghezza e dandogli
mentalmente dei voi.
— L'altr'ieri il signore mi ha licenziato....
— Davvero?
— Proprio.... e siccome ho trovato un padrone che ha fretta, vorrei
pregar lei di pregar lui, perchè mi lasci in libertà oggi stesso; non
farei una cosa simile, sa? se non si trattasse del mio stato.... perchè
veda, a perdere una buona casa si fa presto, se ci si mette il diavolo
in mezzo, ma trovarne una è difficile.... —
E nel dire queste ultime parole aveva ripigliata la sua dignità
veramente esemplare; ma nondimeno gli risposi:
— Parlerò del _vostro_ desiderio, vi posso promettere che sarete
lasciato in libertà anche subito.
— Grazie — disse lui.
Io entrai nello studiolo.... e che vidi? Una tela incominciata sopra
un cavalletto, un'altra addossata al muro, e la signora Chiarina tutta
impacciata, che si era messa dinanzi a quest'ultima con un vezzo pieno
di grazioso sgomento. Valente era di là.
— Come sta? — diss'io.
— Bene, e lei?.... e Annetta? — balbettò la vaga creatura facendosi
rossa.
Ed io scherzando:
— Che ha? Che cosa mi nasconde? Mi lasci veder quel quadro.... —
Si fece più rossa ancora, se è possibile; all'ultimo disse allungando
il braccio e dandomi la sua manina come per far la pace, ma senza
muoversi:
— Non se ne avrà a male?... mi perdonerà? Valente non ne ha colpa,
glielo assicuro io.... è stata una mia idea, lo so bene che lei non
aveva bisogno di questo....
— Che cosa?... Come?... Perchè?...
— Mi prometta di ridere, — insistè la bella.
Risi.
— Non si offenderà proprio?
— Ma di che? —
Allora si scostò lentamente, chinando un pochino gli occhi a terra, ed
io vidi.... indovinate?... Il mio primo quadro che avevo mandato alla
Mostra, e che si era venduto miracolosamente dopo otto giorni.
La straniera incognita era lei, era quella donnina pentita della sua
idea gentile come d'una colpa.
Confesso che ne ebbi un briciolo di dispetto, un briciolo solo; poi
la gratitudine m'invase il cuore e non lasciò posto alle grettezze
della vanità, e quando mi sentii capace di ringraziar la signora
Chiarina sinceramente, soltanto allora il Russo usci dalle nebbie della
dimenticanza a consolarmi, e dietro a lui l'ignoto compratore delle
altre due tele.
— Mi perdona?
— La ringrazio — risposi — purchè non mi abbia fatto il tiro di
comperare anche la _Famiglia del Pescatore_.... Vediamo, non ha per
caso incaricato un Russo lungo come me, asciutto e magro, di trovar
bella la _rete_ e di lasciarvisi pigliare per ottocento lire?
— No, no.... e poi — disse Chiarina, rinfrancandosi — il suo quadro mi
piaceva tanto, eravamo ricchi.... che male c'era? Glielo volevamo dire,
ma lei era così contento che il suo quadro fosse stato venduto ad una
straniera, che.... —
È vero; io era stato così contento, che sarebbe stato un peccato
guastarmi quella gioia. Ne convenni di buon grado, e quando apparve
Valente, lo baciai sulle due guance per gratitudine.
— Hai da farmi un piacere, — gli dissi poi — tu hai licenziato quel
buon diavolo di Marco....
— Sì, ed anche il cuoco, incomincio a far economia.
— Ebbene, quel poveraccio di Marco si raccomanda a me, perchè tu lo
lasci libero oggi stesso; ha trovato un buon padrone.... e....
— Vada.... vada; — mi disse Valente ridendo fra sè e sè....
— Perchè ridi?
Non mi rispose, ma appena fummo soli un istante, si guardò intorno e mi
disse con un risolino misterioso:
— Il signor Bini ne fa una delle sue....
— Davvero?
— Mi pose in mano una lettera, corsi coll'occhio alla sottoscrizione e
lessi: