Mandarono pertanto le baldanzose giovani un famiglio in ghetto per

Nataniele giudeo, che venne guardingo come la volpe, la quale cammina

adagio con una zampa levata, e il muso di traverso, punta dall'agonia

della rapina e dalla paura della insidia; gli commisero portasse vesti

civili da abbigliare di tutto punto Maria in condizione di villano, ma

subito. L'ebreo cominciò da mettere innanzi un monte di difficoltà;

temeva esporsi a qualche fiero sbaraglio, gli confidassero a quale fine

volessero adoperare cotesto travestimento, lo avrebbe tenuto in sè, non

fatto trapelare a persona; non ci pensassero nè meno. Maria troncò i

fastidiosi sciolemi: se non voleva fornire le vesti, se ne andasse, nè

ciarpe, nè ebrei mancavano a Roma; solo si pentiva non avere scelto

Mordokai come lui ladro, ma meno sazievole di lui. Allora Nataniele

buttati da parte gli arzigogoli si proferse prontissimo a soddisfarla, e

Maria di riscontro: aspetterebbe un'ora; quella trascorsa manderebbe per

Mordokai; non ne passò mezza che il giudeo tornò con vesti che facevano

pietà, più toppe che panno, e più rammendi che toppe; cominciò a lodare.

Maria a cui premeva che le fossero a quel modo misere, gli pose in mano

sei scudi e gli accennò la porta perchè uscisse. Il primo moto di

Nataniele a contemplare sei scudi sbraciati là senza mercanteggiare per

tal roba, che non ne valeva mezzo, fu di maraviglia; quasi gli vennero

le traveggole agli occhi; ma in meno che non balena, lo istinto ebreo

ripigliò il sopravvento, e lamentò i tempi tristi, il guadagno scarso, i

grossi balzelli, e via via; sei scudi non pagargli nè manco un bottone;

le gentili donzelle mostrarsi poco sperte del pregio delle cose. Maria

uggita dalla impronta ingordigia di costui lo abbracciò pel petto

esclamando:

-- Esci giudeo dalla sala, se non vuoi ch'io ti scaraventi giù dalla

finestra. --

E l'ebreo uscì fregandosi le mani, giubilando in cuore suo per avere di

un tratto ficcato nel terreno morbido la vanga, e tuttavia rabbioso di

non averci potuto piantare anco il manico; allora gli ebrei così, oggi

gli affermano mutati, e sarà; però non tutti nè da per tutto.

Pretensionosi si manifestano, e molto, sicchè riescono fastidievoli e

molesti; per poco che tu li tocchi levano rumore come se gli

scorticassi; e si gettano a pancia all'aria facendo il morto: qual

carità perseguitare i perseguitati? Oh! ormai corre il secolo che vi

proviamo persecutori. Per me conosco un luogo, dove la più parte degli

ebrei, della libertà loro concessa si è fatta arme per ferire cui volle

salutarli fratelli, e la ingratitudine si posero sul petto come i

sacerdoti loro ci mettevano l'_efod_; Amaleciti e Amorrei perpetuamente

i popoli in mezzo ai quali essi vivono a guisa dei tarli; e tutti noi

estimano Egiziani per applicarci quel detestabile loro aforismo: _il

ladro che ruba al ladro non commette peccato_. La pecunia risucchiata

agli ospiti essi hanno profferta a tutte le tirannidi per saldare gli

anelli della catena dei popoli; sarebbe vano negarlo, l'oro dei

Rothscildi nocque alla umanità più che il ferro dell'Austria; anzi

questo non sarebbe stato se quello non era. Guai alla città dove il

giudeo prevale! In breve diventa una biscazza, dove la gente giuocando

nabissa sostanza, morale e dignità umana; dinanzi ai macelli della

avarizia, tu miri pendere dal gancio della mezza lira di ribasso, o di

rialzo del debito pubblico i quarti sanguinosi della Patria e della

Libertà. Per me, la Dio grazia, nè aborro, nè lodo chi preferisce

tagliarsi il prepuzio a rovesciarsi acqua sul capo; solo parmi la prima

pratica così dolorosa come barbara, e le religioni considero livree più

o meno barocche con le quali gli uomini universi servono un medesimo

padrone; però non posso astenermi da considerare che il mosaismo al pari

dello islamismo aduggino a mo' di selva selvaggia dove la filosofia non

pota mai il morto, il troppo, e il vano, onde si faccia strada un raggio

di umanità. Fratelli hanno da essere i giudei, e sono, ma innanzi di

accettarli liberamente nel consorzio di cittadini italiani, vuolsi

avvertire che per loro Patria veramente si reputi la Italia, e la

Libertà amino come retaggio di tutti; assumano sensi di fratellanza

dignitosa e verace; si purghino insomma della lebbra, che portarono di

Palestina, e non per anco uscita loro dal sangue. Qui poi non si

contrappongano i singoli casi, chè le eccezioni non ismentiscono la

regola, e presso i maggiorenti ebrei, i pochi nati fra loro di mano

prodi, o studiosi della buona filosofia si hanno in conto di folli o di

empi. Nei luoghi pubblici vostri, sopra le pareti dei sinedrii, nei

soffitti delle case private ho letto, ed ho veduto sempre memorie o

segni di abiezione servile, non mai, non mai segno o memoria di Libertà.

* * * * *

-- Sul fare della notte Anacleto, che fu uno dei pallafrenieri del

Pelliccioni, andando alla scuderia per dare una occhiata ai cavalli vide

qualche cosa stesa sopra il muricciolo accanto al portone, che

mettendogli addosso un po' di sospetto lo persuase a procedere

guardingo; distinguendo poi una forma umana, e parendogli che si

movesse, domandò con voce burbera:

-- Chi è là? --

Gli fu risposto blando:

-- Sono un povero garzone venuto da Frascati per accomodarmi al servizio

di qualche famiglia, ma fino da stamani giro, e nessuno mi vuole: ho

fame, ho sonno e poichè la Provvidenza mi ha messo davanti questo

poggiolo di pietra, mi ci sono sdraiato per riposarmi; alla fame la

Provvidenza penserà più tardi.

-- E che cosa saresti buono a fare ne'? Un cavallo sapresti governarlo?

-- Magari! Anco due. --

L'uomo non è mai tutto buono, e nè manco tutto cattivo, e questo notò

troppo più saputo maestro, che non sono io; e poi si aggiungeva il

vanto, forse sincero, di sentirlo adatto a governare cavalli: per la

quale cosa Anacleto un po' raddolcito soggiunse:

-- Veramente la Provvidenza nello sbracciarti un letto di pietra non ha

peccato di prodigalità; vieni dentro alla scuderia, domani ti proverò, e

se ti troverai al caso ti terrò meco: per ora il padrone ha troppe

faccende pel capo, nè mi darebbe retta; intanto ti accomoderò nel

fienile; non essere avaro di farti mangiare quotidianamente i materassi

dalle bestie, perchè ti saranno rinnovati al più lungo il giorno dopo, e

per una notte il legno proverai meno duro della pietra: quanto alle

lenzuola se terrai le imposte della finestra aperte, te le somministrerà

la luna e sempre di bucato senza una tecca. Circa a pane per istasera

non mi obbligo a nulla: domani ne avrai. ma tanto a farne a meno tu ci

eri accomodato: per acqua ci è il pozzo, e ci sono le secchie. Il

partito potrebbe essere più largo, ma così com'è a questa ora bruciata

non mi sembra che lo avresti a disprezzare.

-- Anzi gli è grazia vostra, ed io mi butto nelle vostre braccia. --

Queste parole disposero sempre meglio Anacleto, il quale aperta la

scuderia, c'intromise il garzone, e parendogli che mal si reggesse in

piedi lo interrogò:

-- Come ti chiami?

-- Mario.

-- Or be' Mario, va su per questa scala nel fienile e dormi; se stasera

mi occorrerà di tornare vedrò di portarti da cena.

-- Dio ve ne renderà merito. --

Salì la scala, e gittatosi giù di sfascio sul fieno, in un bacchio

baleno il garzone prese a russare come ghiro; il che udendo Anacleto

ebbe a dire:

-- A sonno panca, e a fame pane....

Acceso il lampione governò i cavalli, empì la mangiatoia di strame,

stese le paglie perchè giacessero ad agio, e queste faccende conducendo,

ora cantava, ed ora favellava co' cavalli, i quali non si rimanevano

punto indietro dal rispondergli con tale inflessione di voce, e con

discorso per modo lungo diversamente da far credere che essi

intendessero, e che da lui fossero intesi.

Giusto nel punto in che Anacleto buttava in un canto la forca, si tira

giù le maniche della camicia esclamando:

-- Anco questa è fatta, disse quegli che cacciò in forno la moglie! --

Ecco presentarsi sopra la soglia un uomo male in arnese, che si pone a

gridare:

-- Ci ha persona qua dentro? O quell'uomo costà, date retta....

-- Io me la intendo con chi cammina con quattro gambe, ed anco li tratto

con la forca.....

-- Io non vo' sapere altro se qui sta di casa un Pelliccione, un

Pelliccioni..... insomma un pezzo grosso, che _circum circa_ si ha da

chiamare così?

-- E che negozi potete avere voi col cavaliere Pelliccioni...

-- Io? Dacchè lo detti a balia sentii nominarlo oggi.... mi hanno

consegnato una lettera per portargli.

-- E chi ve la consegnava, e dove?

-- Ecco, io ve lo dico in quattro battute; voi avete a sapere, ch'io

pesco anguille, e tinche se ne capita nello stagno di Nettuno; ora,

state attento, andando alla pesca per iscorciare la via rasentai una

casa dove corre voce, che ci si facciano sentire diavoli e dannati; però

pensate se la gente tira alla larga: se io ci creda o no non vi starò a

dire; questo è sicuro ch'io allungava il passo; quando me lo aspetto

meno mi parve, che mi chiamassero, non ci badai, e presi a correre; ma

la voce da capo, e come chi prega: -- fermatevi per amore di Dio. -- Gli

era chiaro che il Diavolo non poteva pregare per amore di Dio, volsi il

capo indietro e non vidi nulla, lo sollevai e mi apparve alla finestra

una gentildonna bella quasimente quanto il sole, o giù di lì. Ella mi

accennò con la mano mi accostassi, ed io mi feci sotto alla finestra;

quivi spendolandosi ella mi disse con voce sommessa: -- uomo dabbene (si

sa, quando i signori hanno bisogno di noi, siamo tutti uomini dabbene,

fatta la festa si leva l'alloro e diventiamo una manica di vassallacci)

-- dunque, uomo dabbene, per quanto amore portate alla Beatissima Vergine

usatemi la carità di pigliare subito la via di Roma; costà cercate del

palazzo del cavaliere Pelliccioni, e trovato che lo abbiate,

consegnerete proprio nelle mani del cavaliere la lettera, che vi calerò

giù con un filo.... non pensate a male, che il cavaliere è mio marito...

e per la vostra fatica vi darò uno scudo; se non basta, due.... -- Oh!

risposi io, di uno scudo ce n'è anco troppo; giù la lettera, e

lasciatevi servire. -- La signora prima buttò gli scudi, poi la lettera,

ed io postami la via fra le gambe, sono venuto a Roma.

-- Ma le reti riportaste a casa? Diceste alla moglie, che venivate a

Roma? Rammentaste il cavaliere Pelliccioni?

-- Non tornai: tanto Nunziata non mi aspetta a casa stanotte, e il tempo

mi basta per ritrovarmi domani sul far del giorno a Nettuno; le reti

appiattai nel canneto....

-- E qui a Roma diceste a persona, che portavate al cavaliere Pelliccioni

lettere di sua moglie?

-- Io? No; domandai a parecchi del suo palazzo, e m'indicarono qui.

-- E v'indicarono bene, venite; il cavaliere sarà in casa, o tarderà poco

a tornare, e anco da lui voi avrete la mancia che meritate.

-- Faremo a mezzo.

-- No davvero, la dev'essere tutta per voi....

* * * * *

Mario, che il lettore ormai ha compreso essere Maria, non aveva mai

dormito: all'opposto spillando con le orecchie tese, e con le mani curve

intorno a quelle raccogliendo ogni filo di voce udì senza perdere

sillaba lo strano messaggio: le parve averne saputo anco di soverchio,

sicchè appena Anacleto e l'altro si furono allontanati, scese cauta

tentando svignarsela, ma rinvenne chiusa la porta, e fu sventura: onde

tornò ad acquattarsi mulinando nella mente mille fantasie una più

terribile dell'altra. Mentre così smaniava ecco un rumore soffocato

percoterla, indistinto e pure pauroso come di persone che contendano in

lotta disperata, nè sapeva distinguere se movesse da qualche

sotterraneo, ovvero dalla stanza contigua divisa dal fienile mediante il

muro maestro: le parve udire, e sentì certo un grido; subito dopo

silenzio; animosa ella era molto, e nondimanco prese a battere i denti

per ribrezzo: la fronte le si bagnò di freddo sudore.

Dopo qualche ora di agonía udì aprire con precauzione la porta della

stalla, e dalla nota voce riconobbe Anacleto, il quale di giù in fondo

alla scala cominciò a chiamare:

-- Mario! Mario! --

Ed ella si astenne da rispondere: per converso finse russare, se non che

l'altro replicava la chiamata ingrossando la voce, e inframettendovi

qualche bestemmia; allora ella rispose come chi per forza è desto, e

tuttora sonnacchioso sbadiglia:

-- Chi mi chiama? Che volete?

-- Vieni giù... Dunque sei veramente al caso di sellare un cavallo?

-- Ma sì... ma sì....

-- Bada veh! Che se m'inganni ti stacco il capo come una ciliegia.

Sellami dunque, e metti la briglia al Moro; tienlo pronto legato al

colonnino; guarda ch'è intero ed in ardenza perchè si accosta maggio; là

nell'armadio gli arnesi, fa presto e bene; in meno di un credo torno.

* * * * *

E se ne andò. Maria si accostò al cavallo, e bene le valsero

l'avvertimento di Anacleto, e la propria previdenza, imperciocchè il

cavallo o per malignità propria, o impermalito per la nuova persona, o

per quale altra causa, s'ingegnasse percoterla sferrando calci di

traverso o morderla alla spalla; un po' con le buone, e molto con le

acerbe ne venne a capo la valorosa donzella, così che lo trasse bardato

fuori dalla posta e lo legò alla campanella del colonnino; ma quantunque

e' si mostrasse meno tristo, pure non rifiniva mai di agitarsi

trapassando con moto irrequieto ora da destra ed ora da sinistra,

zappava del piè il selciato, e annitriva potentemente; nella parte più

remota della stalla non meno smaniosa una cavalla inuzzoliva, e co'

nitriti rispondeva. Ciò avendo notato Maria si mise il dito su la

fronte, e pensò alquanto, poi come risoluta si appressa alla cavalla, e

in meno che non balena anco quella _arnesa_[13]; ciò fatto si reca alla

porta, e ferma sopra la soglia specola di qua e di là; parendole sicuro

il luogo, si attenta uscirne per esaminare meglio i dintorni; nè andò

guari che le occorsero le macerie di certa casetta in ruina; erano il

caso suo; tornando poi indietro, mentre leva gli occhi ormai ausati a

scorgere tra le mezze tenebre delle notti d'Italia incontra la carrucola

appesa al braccio di ferro sul finestrone del fienile; tratta fuori la

cavalla la nascose dietro le macerie, e dopo averla assicurata bene con

la cavezza le legò intorno al collo (insinuandoci dentro il muso di

quella) un sacco con la biada: certo non per questo ella allontanava il

pericolo, che in mal punto annitrendo venisse a scoprire la trama; ma

adesso buttarsi in balia della fortuna era prudenza; inoltre risalita

presto la scala si mise in cerca, sovvenuta dalla luce del lampione,

della fune da tirare su i fasci del fieno e tosto l'ebbe trovata; ne

fece gomitolo, e la nascose in parte dove poterla facilmente rinvenire

anco al buio: tutto questo compito s'inginocchiò levando le mani giunte,

e gli occhi al cielo in atto di tale profonda supplicazione da

spalancare le porte del paradiso, fossero pure di bronzo: certo se non

si esaudiscono lassù siffatte preghiere surte da cuore così generoso, a

fine sì retto, e con tanta speranza, sarebbe tempo perso per noi altri

continuare le nostre.

Anacleto tornò affannoso come chi teme avere tardato: esaminava il

morso, la briglia, e le staffe al cavallo; trovando le cinghie un po'

lente le stringeva in fretta; poi lo trasse fuori; spegnendo il lume,

confortò Maria a ricoricarsi; e dato un paio di giri alla chiave si

allontanò fischiando.

Maria lascia scorrere un quarto d'ora, forse anco meno, chè la

impazienza le faceva parere il minuto un secolo: indi apre risoluta le

imposte del finestrone del fienile; spendolandosi, agguantata al braccio

di ferro introduce la fune nella carrucola lasciandola pendere da due

parti; circonda le mani di cenci e di pelli di cui trova copia nella

scuderia, e poi adagio adagio ora reggendosi da manca, e lasciandosi ire

a destra, ed ora aggrappandosi a destra ed ammollando a mancina arriva

senza una scorticatura giù in terra; di sbalzo dietro alle macerie, di

un lampo alla cavezza sostituisce la briglia, di un salto inforca la

cavalla, e via.

Guardavansi allora, come si custodiscono adesso, le porte di Roma, anzi

con diligenza maggiore; nè alla Maria sarebbe riuscito passarle se non

le venivano in aiuto la fortuna e l'audacia; però che avendo ella notato

tra i gabellieri e i soldati qualche po' di agitazione, la quale stenta

a quietarsi allorchè seguita uno scompiglio inopinato e improvviso,

s'inoltra franca e dice:

-- Apritemi tosto, che ho da raggiungere il mio signore cavaliere

Pelliccioni. --

E si appose con felice astuzia, essendosi per lo appunto poco innanzi

presentato il cavaliere Pelliccioni, al quale ebbero aperto le porte

senza più che un suo semplice invito, correndo voce per tutta Roma come

godesse il favore del Papa, e il Cardinal nepote lo estimasse assai: ma

egli mostrò un lascia passare amplissimo per sè e per i suoi familiari,

sicchè se gliele spalancassero con un diluvio d'inchini non è da dirsi.

Anco sopra Maria scese il credito del Pelliccioni; e gli onesti

gabellieri si recarono a scrupolo di trattenerla pure un momento da

raggiungere il padrone. Uscita alla campagna Maria ignorava il cammino;

peggio anco di questo dubitando seguire troppo da lontano, o troppo

accosto al Pelliccioni, si peritava a sostare come a soffermarsi: a

cavarla d'impaccio valse il nitrito del cavallo di Paolo, a cui subito

tenne dietro quello della giumenta; e per questo modo argomentando la

distanza giudicò poterlo seguitare, senza dargli sospetto, a mezzo

trotto. Paolo però, sperto della via e premuroso di arrivare, cacciava a

briglia sciolta il cavallo, onde Maria ne smarrì la traccia. Giunta al

luogo, che reputò essere Nettuno, da per tutto silenzio e tenebre: quale

la casa dove colui si fosse chiuso ignorava, e l'avesse saputo,

rinvenirla notte tempo non che malagevole impossibile: ella vagava qua e

là per la campagna mordendosi le labbra. All'improvviso vide da lontano

tremolare un lume, e si avviò da cotesto lato, ma dopo molto cammino

conobbe partirsi da una casa rustica; prese ad aggirarsi per altra

parte, senonchè volta e rivolta si trovò là, donde prima si era partita

o le parve; sfidata ormai di avere fatto i passi invano si pose per un

sentiero nel proponimento di riaccostarsi bel bello a Roma; ma anco qui

fece fallo che dallo affondare delle zampe della giumenta si accorse

essersi impegnata sopra un terreno pantanoso; scendendo dubitava non

potere risalire, inoltrandosi temeva sprofondare con la cavalla in

qualche fitta: per la meno trista deliberò rifare i passi, ma nè anco

questo le riusciva agevole, sicchè parendole dopo scorso qualche tratto

trovarsi sul sodo smontò dandosi pace, ferma di aspettare all'alba per

uscire di pelago.

* * * * *

Ma se non riesce a Maria trovare la casa di Paolo, e vedere quello che

vi opera dentro, riesce a noi. Il Cavaliere, il quale possedeva le

chiavi delle varie porte, da prima ripose il cavallo fumante per sudore

nella stalla, poi s'intromise cauto nella casa; girando gli occhi scorse

lume in cucina, ed avviatosi costà rinvenne Renzo, che dormiva chinato

il capo su le braccia dinanzi ad una tavola: lo percosse sopra la spalla

e quegli desto allo improvviso mise un grido, guardando con occhi

strabuzzati la figura comparsagli. Paolo posto il dito su la bocca gli

ordinò tacere:

-- Sono io, che temi poltrone?

-- Ah! mi sognava in questo punto, che il Diavolo mi portava via.

-- Quello che si differisce non si perde. La Marchesa dov'è?

-- Nella sua stanza.

-- Levati, e sta di guardia accanto alla porta; per rumori che tu ascolti

non aprire, non andartene, non moverti. Guai a te se manchi! --

Si mise su per le scale; la prima salì difilato; alla seconda prese a

battergli violentemente il cuore, e gli parve strano: si trattenne per

ricomporsi in capo al pianerottolo, dove cavato il pugnale se lo nascose

nella manica: per ultimo entrò. Buia la prima camera, e la seconda; dal

foro del serrame alla terza usciva un filo di luce; colà dentro la

Violante: aperse piano, e sporto il capo vide la donna genuflessa

davanti la immagine della Madonna dei sette dolori. O Madonna, quante

mai le tue devote! E grandi, anzi ineffabili furono i tuoi dolori, e

nondimanco per molte infelici a dura prova non parvero troppi.

La povera Violante così stava allora sprofondata nella preghiera, che

non intese aprire l'uscio; in quel punto era immobile da sembrare cosa

inanimata, però porgevano testimonio della smania che l'aveva fieramente

commossa le vesti scinte, ed il volume dei capelli nerissimi sciolti giù

su le spalle e pel volto.

Egli rimase fermo a mezza stanza con gli occhi chiusi e la mano stretta

a pugno appoggiata alla fronte. Qualche demonio lo teneva certo per la

catena al piede. Di tratto la Violante con un gran sospiro levò il capo,

e forte squassandolo respinse i capelli dal volto su le spalle;

aggiungendo poi a cotesto moto l'atto delle mani se gli spartisce meglio

su la fronte, e se gli lega intorno alla nuca: magnifici capelli in

verità!

Mentre ella getta per la stanza lo sguardo obliquo, parle vedere, e,

Vergine benedetta! vede certo il suo sposo, il desiderato cuore del cuor

suo. Su ritta, con le braccia tese come se fossero ale gli si avventa

addosso, nè potendo o volendo contenere la pienezza dello affetto lo

abbraccia delirante, lo bacia pel volto, pei capelli, su gli occhi, e lo

bagna di lacrime; egli, Paolo, sopraffatto non può astenersi di cingerla

col manco braccio al collo, col destro (nella manica del quale teneva

nascosto il coltello) alla vita; e la guardava fisso fisso con isguardi

taglienti; frattanto il coltello, caso fosse, od intenzione, gli era

scivolato nella mano, e la mano posava sotto la sinistra spalla di lei,

là dove sentiamo pulsare il cuore più forte che dal seno. Nè il peggiore

dei Demoni, no quanto è vero Dio, nè il peggiore dei Demoni gli

susurrava nell'orecchio: -- su, spingi forte e improvviso; troncale a un

tratto l'affanno e la vita: ti pigli carità della desolata! --

Ma non potè, egli se l'aspettava con la ingiuria su le labbra, il furore

negli occhi; aveva fatto capitale su i rimproveri, su le accuse, sopra

le minaccie per infiammarsi il sangue, e inferocire: -- anco se l'avesse

trovata in balía del sonno... inerte... dal sonno alla morte così lieve

è il passo, che non gli sarebbe parso difficile con un po' di urto

sospingervela... ma adesso così umile, così fiduciosa, così ardente di

amore sviscerato... tutto ciò gli rompeva i disegni, sicchè da prima

sentì sorgersi nella mente un contrasto non mai a quel modo provato,

un'uggia, e da sezzo uno sfinimento ch'ebbe bisogno di appoggiarsi forte

alla donna per non istramazzare; di subito si sciolse, e traballando

verso la porta l'aperse e gridò:

-- Renzo! Presto, portami vino... presto Renzo!!! Renzo! --

E Renzo smemorato portò il fiasco senza bicchiere; ma Paolo non ci

attese; abbracciatolo con ambe le mani bevve com'uomo cui martorii

l'agonia della sete; lo restituì a mezzo scemo, e del cenno accommiatò

il famiglio. La Violante in silenzio si assettava sul lettuccio

aspettandovi Paolo, che prese agitato a passeggiare su e giù per la

stanza: la coscienza gli dava noia come un dente guasto; nulla però di

scomposto appariva in cotesti moti: anzi le belle membra e il portamento

egregio venivano ad acquistare risalto, sicchè la Violante ammirando si

compiaceva nel suo segreto di sì formoso marito: dalla sciolta andatura,

dal maestoso incesso, dalle narici tremanti, dai capelli ventilati, dal

guardo di fiamma, dal volto acceso nel vermiglio florido della

giovanezza avresti detto che lo invasasse un Dio. Che maraviglia

pertanto se il cuore della donna innamorata traboccasse di contentezza

pigliando la via degli occhi e della bocca per isboglientirsi ad un

punto con lacrime e sospiri? Ah! nel suo intelletto di cattolica

Violante pensava -- mi pare l'Arcangiolo Michele -- il campione del

paradiso.

Di repente Paolo sta crollando il capo, quasi dopo lunga ambage avesse

deliberato il da farsi; e dice:

-- Voi mi avete desiderato?

-- Io? Io ti desidero sempre. Vinta dalla impazienza ti ho spedito un

messo.

-- Qual messo? Io non lo vidi.

-- Come! Non ti fu consegnata una lettera?

-- Non so di lettera. Non avevate promesso aspettare? E chi spediste voi?

Perchè non venne Renzo?

-- Ricusò obbedirmi: mi contese uscire.

-- E non prometteste voi di rimanervi in casa? Sopra la soglia, custode

dell'obbligo vostro, non avevate posto la data fede?

-- È vero... ma e tu perchè ci mettesti il carceriere?

-- Egli è chiarito a prova, che non poteva starmi sicuro della vostra

fede.

-- Perdona... oh! perdona. Se tu provassi... se tu immaginassi una minima

parte dello spasimo di donna che sa l'amore suo esposto a pericoli

mortali, e sente ogni minuto, ogni attimo fitto ed acuto entrarle nel

cuore tormentandolo con l'ansietà, con la paura, con infinite

immaginazioni e tutte spaventose, tu non mi rampogneresti. A voi altri

uomini la presenza del pericolo accende il sangue e ne scema

l'apprensione; la lontananza a noi povere donne lo agghiaccia gittandoci

in preda alla truce fantasia: perchè... vedi... Paolo, non te ne

insuperbire... io immensamente ti amo.

-- Voi mi amate?

-- Forse non lo sai quanto me, ed anco più di me?

-- Certo, certo voi mi amate, e molto... come il pirata la fusta con la

quale va in corso... come l'avaro il suo tesoro... o se volete meglio

come la donna ama i pendenti ed i monili che valgono ad umiliare la

disadorna rivale. -- Non ci ha dubbio, io devo credere, io credo che mi

amiate molto, imperciocchè voi in me unicamente amiate voi stessa.

-- Paolo mio... che hai? Perchè mi ti mostri così acerbo? L'ultima volta

che io ti vidi ti provai diverso. Se io ti avessi amato meno mi troverei

ora qui? Tu sai qual fossi... Dio mi guardi da rinfacciartelo... oh!

questo mai... solo lo ricordo per chiarirti, che a tutto quanto gli

uomini costumano reputare beato sopra la terra io preferisco l'amore del

mio Paolo.

Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2) · 第 6 / 10 段