-- Orsù Marchese, piacciavi andare pel Marchesino e condurlo qui, dacchè

come erede di casa la regola vuole sia informato di tutto, e pronunzi il

proprio consenso: inoltre ci potrebbe somministrare qualche buon

consiglio, essendo giovane di svegliato ingegno e di dottrina non

comune. --

Il Marchese andò, e la prima persona, che gli occorse aprendo l'uscio,

fu il padre gesuita Migali piantato lì per sentinella, il quale subito

impronto ricominciava:

-- Mio riverito padrone colendissimo, per amore delle cinque piaghe di

Gesù pensateci bene.

-- A che ho io da pensare, mio carissimo?

-- Al matrimonio di donna Tuda... dolcissimo mio.

-- Io ci ho pensato, amabilissimo padre.

-- Dunque gliela volete dare, o non gliela volete dare?

-- Chi?

-- Donna Tuda al cavaliere Pelliccioni.

-- E chi gliel'ha negata?

-- Mi pareva....

-- Vi è parso male...

-- E pure avrei scommesso che vostra signoria illustrissima....

-- La vostra signoria reverendissima avrebbe perduto la scommessa.

-- Allora ci sarà cascato equivoco (insinuò il Gesuita, il quale avendo

sbirciato così di straforo la cappa rossa del Cardinale cominciò ad

accorgersi della ragia) -- perchè....

-- O piuttosto gli anni vi resero le campane grosse.

-- Giusto! sarà come dice lei signoria, colpa delle campane grosse.

-- Dacchè se avessi detto no, proprio di no, voi sapete....

-- Ch'era più agevole smovere l'obelisco di papa Sisto che voi....

-- Già, per lo appunto; quando dico una cosa....

-- La è come se fosse incisa nel porfido.

-- Io vado pel Marchesino nostro figliuolo: attendetemi un istante; in

quattro salti ritorno; e se vi piace, e vi piacerà di certo,

v'introdurrò in sala perchè siate presente alla concessione di Tuda per

legittima sposa al vostro Beniamino cavaliere Pelliccioni.

E sì partì; il Gesuita gli sputò dietro, a modino però, ond'ei non se ne

accorgesse, e poi chinata la faccia disse:

-- Signore! Questi dunque i successori degli antichi Romani? Valeva il

pregio di salire tanto alto per avere poi a tracollare sì basso. --

Il marchese Silla si trattenne più che non avrebbe voluto, perchè ebbe a

far lavare le mani e il viso al figliuolo intento a lavorare mortaletti

e razzi sua delizia: entrò dondolando il capo come una zucca mossa dal

vento; la imbecillità mettendogli le sue mani in capo per battezzarlo

marchese gli aveva schiacciato la fronte, e fatti schizzare fuori gli

occhi, la quale cosa riunita alla obesità precoce, e alla giogaia, gli

davano proprio la fisonomia del bue. Baciò la mano alla Marchesa, che

non giunse a fargli capire, che doveva innanzi baciarla al Cardinale; a

questo poichè l'ebbe agguardato un pezzo volse un saluto melenso, per

ultimo incatricchiate[11] le dita delle mani, tranne i pollici che

girava uno intorno all'altro si buttò là come cosa balorda: se non che

la madre con mal piglio lo guardò, e acerbamente chiamatolo gli espose

con parlare succinto quanto era avvenuto, interrogandolo del suo

consenso. Il giovane che teneva lo spirito distratto altrove, forse al

volo delle mosche copioso là dentro, quando la madre ebbe finito

rispose:

-- Eh? --

La povera signora sudava acqua e sangue: temendo peggio, chiesta ed

ottenuta licenza lo trasse da parte, e agguantatolo pel petto non senza

squassarlo di tratto in tratto per farlo stare attento, lo rese capace

di che si trattasse. La madre giungeva a mettere una notizia dentro

cotesto nobile cervello a un dipresso come i nostri giandarmi mettono in

prigione un borsaiolo. Quando le parve ammaestrato lo lasciò ire, ed

egli allora con le braccia tese lungo le coscie, a mo' degl'idoli

egiziani, tutto di un fiato disse:

-- La signora Marchesa mia madre, ch'è qui, mi ha detto, che devo dire

liberamente di sì... e tacque.

-- Sul matrimonio proposto di mia sorella Tuda col cavaliere Paolo

Pelliccioni -- suggeriva donna Clelia.

-- Sul matrimonio proposto di mia sorella Tuda col cavaliere Paolo

Pelliccioni -- ripetè il Marchesino. --

Per poco la gravità cardinalizia non iscappava di mano al cardinale

Alessandro, ma il Gesuita maligno, aggiungendo alla carezza della mano

la carezza della voce, diceva:

-- Bravo, Marchesino, bravo, da _pari suo, lei non poteva fare di

meglio_. Donna Clelia, mi congratulo con voi; Marchese Silla, qui non ci

entra miscuglio, gli è proprio vostro figliuolo nato e sputato. --

Adesso toccava la volta a Tuda; non già per assentire. Al consenso di

lei, alla prova della nobiltà di Paolo ora pensavano quanto al primo

uomo, che piantò carote: la era chiamata per udire stabilito il suo

matrimonio, nella guisa che si legge la sentenza al condannato. La udì

la donzella a occhi bassi, e scolorata in viso; poi levò la faccia e

guardò attorno vogliosa d'indovinare quali fossero le passioni che

agitavano in quel momento le creature che le facevano corona; e fu come

rassegnare i sette peccati mortali con la melensaggine per giunta: non

proferì parola, ma pensò che Dio tiene luogo di padre e di madre, e

rimase confortata nella fiducia, che la Provvidenza non la lascerebbe in

abbandono: allora le tornarono il vermiglio su le guancie, il sorriso ai

labbri, e:

-- Quello che hanno disposto di me, ella disse con atto leggiadro, i miei

amorosi genitori, e questi prudentissimi personaggi che si pigliano

sollecitudine di me inesperta fanciulla, senza dubbio è ben fatto. Se

non trovo parole più degne, non me lo appuntino a sconoscenza, bensì al

turbamento naturale a gentil donzella colta alla sprovvista da nuova

così improvvisa, nè mi reputino zotica se tolgo da loro commiato per

quietare la mia agitazione. --

Da ogni lato scoppiarono altissimi encomii alla bella Tuda; e furono

tanti da disgradarne le litanie della Madonna; sopra il suo capo

versarono blandizie e carezze come fiori su quello della vittima prima

di sacrificarla.

NOTE.

[9] Lupos interficiendi, _id est_, corporalem vitam haereticis

auferendi.

[10] _Il Cardinale di Montalto Alessandro Peretti nipote di

Sisto V._

Ma tornando alla mia narrazione. Sforza era il più antico

diacono. Dopo lui seguiva il cardinale Peretti col titolo di

Montalto, ch'era prima il titolo usato da papa Sisto suo zio.

Era di quindici anni appena quando il zio l'aveva promosso al

cardinalato. Per essere di età così tenera, egli non aveva quasi

alcuna partecipazione del governo, e per conseguenza nè anco

dell'invidia e dell'odio, che resta per l'ordinario in quei

nipoti, i quali o per lunghezza di tempo o per eccesso

d'autorità sono stati nel supremo luogo del ministerio appresso

i loro zii. Rimasto dunque Montalto con l'officio di

vice-cancelliere vacato in tempo di Sisto per la morte del

cardinale Alessandro Farnese, e con altre larghissime entrate

ecclesiastiche, abitava egli nel palazzo amplissimo della

vice-cancelleria, e vi si tratteneva con una delle più numerose

famiglie, e più splendide che allora si vedessero in Roma. Aveva

egli più del rozzo che dell'amabile nell'aspetto; grave di

portamento nella persona, e quasi non meno di comunicazione

eziandio ne' costumi: ritenuto assai di parole, e pieno di certa

esteriore malinconia, che da molti era giudicata piuttosto una

sua interiore alterigia; e quantunque nelle conversazioni

domestiche egli si mostrasse poi molto cortese e trattabile,

nondimeno e la sua propria ritiratezza e l'uso ch'egli aveva

pigliato di convertire quasi interamente il giorno in notte e la

notte in giorno, rendevano sopra modo difficile il trattar seco,

e rendevano insieme lui stesso tanto alieno maggiormente dallo

stare sul negozio, al quale per sua natura poco inclinava. Ma in

ogni modo era gran Cardinale, grandemente stimato nella corte di

Roma, e fuori di essa da tutti i Principi e dal Gran Duca di

Toscana Ferdinando in particolare, che aveva deposto il

cardinalato in tempo di Sisto V, e riteneva sempre un'affettuosa

e costante amicizia col nipote Montalto. Facevanlo maggiormente

stimare tanto più le sue parentele sì strette con tutti i

Principi, e con tutti due i capi delle due case Colonna ed

Orsina. Amava egli sommamente la musica, e manteneva in casa

virtuosi in quella professione eccellentissimi. Era

grand'elemosiniere. Fabbricava una religiosa chiesa alla

religione de' Teatini. Mostravasi liberale in ogni altra più

nobil forma, e veniva commendato singolarmente in una qualità

che spesso in Roma si desidera, e di rado si trova, cioè che

egli fosse verace, e che sempre religiosamente osservasse quello

che promettesse. E certo pochi altri nipoti, che siano rimasti

in elevata fortuna, avranno avuto quel non so che di grande in

sè stesso, che non si può bene esprimere, come l'ebbe il

cardinale Montalto, e non meno di lui anco il principe suo

fratello. E soleva dire la duchessa di Sessa, donna di raro

ingegno, e lungamente versata in Roma, che l'uno e l'altro di

loro pareva nato grande, e non divenuto. -- _Estratto_ dalle

Memorie del Cardinale Bentivoglio, lib. I, p. 90.

[11] Voce dell'uso, che suona appunto incastrare una cosa dentro

l'altra.

CAPITOLO XII.

La sorella Maria.

Tutti dunque erano contenti; il Papa e il Cardinale nepote, perchè senza

tirare fuori uno scudo si tenevano bene edificato il Pelliccioni da cui

si ripromettevano _mirabilia_ per la dispersione dei banditi; quanto ai

meriti vecchi, Roma fissa alla utilità presente ed alla futura, della

passata poco studio si piglia: ed ella respirò sempre la ingratitudine

come l'aria; per lei Giano cessò non pure essere Dio, bensì divenne

demonio per infinite cause, massime per quella delle due faccie, una

delle quali mira avanti, l'altra indietro. Roma addietro non mira mai;

almanco per dare. Certo per via di simile aspetto i Massimi ne venivano

a patire, ma oltrechè la grandine su qualche campo bisogna che scoppii,

dai Massimi lì per lì non ci era da temere, nè da sperare nulla;

capitando il caso di avere a gratificarseli non mancava gente a cui fare

la pelle; e fu pratica costante della Curia Romana colmare una fossa

cavandone accanto un'altra. -- Di Paolo non si parla nè manco; in coteste

sue nozze presentiva che lo avrebbero preceduto al talamo le Furie con

la teda di Amore: avanti lo tirava il fato; vedeva rosso, se di sangue o

di fiamme non bastava a distinguere; ma se sangue, non sempre il sangue

di Abele grida vendetta al cospetto di Dio, e se fiamme, traverso al

fuoco si salvarono parecchi, e senza miracolo. Al padre Migali sembrava

toccare il cielo col dito, e siccome nella mente pertinace del Gesuita

non ci ha superba altezza a cui non presuma giungere, e travagliando

irrequieto non giunga, mulinava in cuor suo diventare confessore di

Sisto decrepito, e allora che non avrebbe ardito o potuto egli,

maneggiando a sua posta una volontà di ferro accompagnata da una mente

fatta per decrepitezza imbecille? Arridevano al marchese Silla l'accerto

di commettere nuovi debiti, e con essi insanire nelle lascivie,

prurigine inciprignita dalla vanità e dalla impotenza senile; anco nella

Siberia del cervello del Marchesino così di scancio era penetrato un

barlume di compiacimento; a modo suo però e a mille miglia lontano dai

presagi materni, imperciocchè mentre il cuore di donna Clelia esultava

nella speranza di contemplare il suo portato capitano di gente eletta,

magistrato supremo e gonfaloniere della Chiesa, più modesto il

Marchesino tripudia nell'estasi di lavorare una girandola grande come

quella di San Pietro, di sonare le campane a doppio, di servire la

messa, ed anco, -- gaudio ineffabile! -- egli medesimo cantarla.

-- Donna Clelia poi era fuori di sè; aveva gittato via la mantiglia, il

collare, e per poco non ispogliava la veste e le gonnelle; soffiava,

smaniava, non poteva quietare nella medesima posizione un momento; si

asciugava il sudore; insomma un qualche Dio o un qualche Diavolo

l'agitavano a modo di Pitia. Di un tratto agguantato di forza il braccio

del marchese Silla, di qua e di là lo sbatacchia; poi fermatasi in secco

con atteggiamento tragico esclama:

-- Vincemmo!

-- Chi abbiamo vinto? domanda il Marchese.

-- Mirate, noi li calchiamo sotto i piedi.

-- Clelia, sotto i nostri piedi io non ci vedo che mattoni, e più i rotti

che i sani....

-- Noi ci abbiamo i Massimi... Ah! l'ho sgarata alla fine;... non

sentite, Silla, la contentezza ineffabile di pestare una volta chi ci

tenne tanto tempo sotto i piedi?

-- Ma io non mi sono sentito pestare da alcuno... anzi con Fabio Massimi

c'incontriamo spesso in geniali ritrovi, e con Gabriello talora

giochiamo al lanzichenecco.

-- Già per voi tutte le gioie, tutti gli affanni a me. A me vedermi

comparire dinanzi, ogni volta io vado a messa, la odiata marchesa

Lucrezia (e pare lo faccia a posta e lo fa di certo), e porgermi l'acqua

santa con tale un sussiego, che se non fosse la reverenza del luogo

sacro, la schiafferei, e con tale un sorriso che mi taglia la carne

sottile come un vetro. A me sentirmi accanto, a piè dello altare sotto

la Madonna del Carmine, cotesta superba femmina intonare il _Tantum

ergo_ con voce squillante dove si sente chiara la iattanza: la _patrona

della cappella sono io_! Tanto e tanto ho pregato, che la beata Vergine

del Rosario mi ha esaudito..... una volta nella vita godrò di mirarti

umiliata..... abbasserai una volta gli occhi davanti a me.....

orgogliosa..... superba....

-- Ma Clelia, non vi scarmanate; la marchesa Lucrezia tanto non è qui, e

non vi può ascoltare...

-- Va, Silla di gesso, prorompe la marchesa Clelia, e datagli una

strappata, scaraventa il povero Marchese lontano da sè, e poi gli muove

con la mano aperta incontro un passo: -- voi avete rubato tutto quanto vi

trovate addosso; avete rubato l'acqua del santo battesimo perchè siete

il peggior cristiano che io conosca... -- Il Marchese dava indietro un

passo, e la Marchesa ne spingeva un altro gridando sempre: -- voi avete

rubato il titolo di Marchese, perchè un da poco pari a voi non visse mai

al mondo. -- Qui il Marchese un secondo passo indietro, e la Marchesa un

secondo passo avanti urlando tuttavia: -- avete rubato il sangue perchè

non vi si squaglia all'ira, allo sdegno, all'odio, al disprezzo. --

Il povero marchese Silla, cacciato di passo in passo, si era ridotto in

un canto, e colà pari al cervo inseguito, piegava il capo dandosi per

vinto; nè qui si arresterebbero i punti di paragone tra il nobile marito

e il cervo anch'egli bestia nobile; al maggiore bisogno, mentre sgomento

volge attorno lo sguardo mira prossimo un uscio aperto, e reputandolo

grazia di Dio si rannicchia, si fa piccino, e rasentando lungo la parete

sguscia dalla porta susurrando:

-- Che demonio di moglie! --

Nel punto stesso donna Clelia esclamava:

-- Che imbecille di marito! --

E avevano ragione tutti e due.

Quanto a Tuda non aveva ella dichiarato essere contenta? O almanco

repugnanza suprema non oppose ella? E tanto bastava, anzi anche meno,

conciossiachè, già lo notammo, le donne contassero nulla allora e poco

adesso; nè a torto. Le donne contrattavansi, e tuttavia contrattansi

come giovenche in fiera; conchiuso il negozio il venditore mette la

cavezza in mano al compratore, il quale te la mena al presepio o al

macello, senza rimedio di vizii redibitori. Ch'è la donna ond'abbia a

consultarsi? Ella è la compagna alla vita dell'uomo, parte dei suoi

dolori e delle sue gioie, madre dei suoi figliuoli, corona o vituperio

della famiglia, contentezza o disperazione, angiolo o demonio; un

nonnulla, vedete, ch'è proprio inutile consultare. I matrimoni fatti

senza amore duravano senza fedeltà, o si troncavano con morte

sanguinosa; non sempre, ma ora qui ora là, a spizzico, e quasi mai per

rovello di amore tradito, o per ferocia di gelosia; le più volte per

puntiglio o per nobilea offesa, sicchè ad armare la mano del marito più

ardenti i fratelli o i prossimi congiunti delle mogli infedeli. Dei

tempi che descrivo esempi infelicemente illustri Isabella Orsina,

Eleonora di Toledo, e la meno nota Violante Garlonica[12].

Ecco com'era Tuda contenta.

Fiduciosa nella Provvidenza ella la chiamò in suo soccorso, sicura che

le avrebbe risposto pronta e fedele quasi un'eco; ma dal cielo non mosse

consiglio, nè angiolo; durante il giorno il sole continuò ad irradiare

immoto le vite e le morti, le colpe molte e le virtù poche dei figliuoli

degli uomini, nella notte le stelle e la luna non si rimasero da ridere

un riso di demenza sopra le miserie della umanità: Tuda stette

sbigottita; in breve sentì arruffarlesi lo intelletto e il cuore: per

ultimo proruppe. Terribili sono le procelle delle anime che non

provarono mai la sventura, appunto come nei climi fortunati l'uragano

imperversa con violenza suprema. Guai al naviglio che incontra su i

mari! Dopo averlo travolto sopra la superficie delle acque a modo di

spuma, come spuma lo disperde, anime e corpi. Le immense foreste

spariscono, e piante secolari e tronchi vanno in volta peggio che

foglie, il male è sempre ministrato alla stregua del bene; avventurosi i

miseri!

Perchè la fronte di Niobe commuove così profondo il tuo cuore? Certo

cotesta curva è divina, ma altri simulacri la possiedono stupenda più di

lei: ella ti commuove perchè sublime di accusa e di minaccia contro la

Forza onnipossente, davanti la quale uomini di bronzo piegano pari ai

giunchi. La fronte di Tuda così soave si volta in arco, che la Natura

dopo averla piegata con le sue proprie mani, sembrava che contenta della

opera vi avesse impresso un bacio, stella di gaiezza divina: adesso

l'astro era impallidito; ombre succedevano ad ombre quasi nuvole

traverso il disco della luna; e gli occhi suoi ella appuntava pugnaci

contro il cielo, nel modo stesso che gli Sciti ci vibravano gli strali.

Abbandonato il bel corpo, genuflessa, con le braccia pendenti e le mani

intrecciate agitava pensieri turbinosi e molesti; tuttavia non definiti;

di un tratto cantando con celere curva un uccello traversa e passa via;

allora ella pensò allo arcano potente che dà all'uccello il volo, il

canto, la libertà dello spazio e lo studio del nido, e al cacciatore il

piombo che gli tronca a un punto il volo, il canto e il dolce amore del

nido; e pensò eziandio alla vita non supplicata da lei, e concessa

insieme a tanta dote di giocondità con la insidia di fargliela scontare

più amara; le parvero, come sono, fisime di sacerdoti parabolani, la

pazienza figlia dello impossibile convincimento, che quanto la

Provvidenza manda è ordinato a fine di bene; imperciocchè onde avviene

che ciò non si rimanga chiarito? E se il sacerdote contrappone essere lo

umano intelletto imbecille, e senza presumere troppo, doversi stare

contento al _quia_, ella rispondeva in cuor suo: e perchè non dilatava

il Creatore il mio spirito? Egli tagliava dalla pezza onde nessuno gli

reggeva le mani per tenersi al largo. Da capo il prete la tambussava con

parole inani: vuolci fede. E fede sia, rispondeva ella; dove la si

compera? Non si vende, nè si compra la fede. Dove dimora ella perchè mi

vi possa condurre in pellegrinaggio? Alberga in alto, allato a Dio, nè

con piè mortale si viaggia laggiù. Ma almeno dite con quali opere, con

quali supplicazioni si acquista? Non valgono opere nè preghiere, è

grazia gratis data che scende dal cielo sopra cui lo aspetta meno, e

sopra cui meno la merita. Dio vi confonda, parabolani, che vi attentate

ridurre a scienza l'assurdo. Quando cesserete, o nefari, giocare co'

cervelli umani come se fossero aliossi. -- E del vaneggiare lungo la

conclusione era: meglio morire; l'anima mia è un atomo, però di

diamante, che nè anco la macina del fato vale a stritolare; aperta alla

vita una porta, alla morte infinite; in questo, e in questo solo

veramente misericordioso Dio. --

Di siffatti pensieri parte uscì dalle labbra di Tuda vestita di parole,

altra no; questi che succedono ella favellava con voce piena

d'inestimabile amarezza:

-- Maria; il sole arrivato a mezzogiorno da ogni lato ci avvampa co' suoi

raggi, è tempo partirci di sotto agli arbori che non danno più ombra; la

sorgente qui non manda più stilla, nel pozzo vuoto tu cali la secchia

invano, vieni, portiamo altrove le nostre tende. --

E Maria, che fin lì troppo diversa dagl'importuni amici di Giobbe aveva

tentato consolare Tuda col pio silenzio e l'aspetto benigno, rispondeva:

-- Tuda di poca fede, perchè hai dubitato?

-- Non dubito, bensì provo; fino a ieri tenuta cara quasi pupilla degli

occhi, oggi con vicenda brutale mi si fa manifesto, come l'amor materno

non proceda meco disforme all'amore del villano pel ciacco; lo ingrassa

per ammazzarlo; custodita dianzi come una gioia ora buttata là per

giunta, ad aggiustare la misura, a pareggiare la soma all'asino...

-- Qualche santo aiuterà...

-- Quando la madre ti abbandona, qual santo vuoi che pigli cura della

povera figliuola? Ieri tutto si pesava alla bilancia dei diamanti, ogni

cosa si speculava traverso la lente, oggi la propria utilità ha murato

gli occhi e impietrito il cuore; l'odiato Pelliccioni non si può

nascondere per quanto si affatichi; come il lume della lanterna del

ladro, comunque chiuso, vibra un raggio obliquamente sinistro; che

importa questo? Il mostro acquistò potenza di nocere e tanto basterebbe

per gittargli nelle mascelle il pasto che chiede; ma il mostro, oltre la

potenza di nocere, possiede quella di giovare.... quale uomo, qual donna

gli negherà il miglior sangue, il più puro, a patto che non sia il loro?

-- Maria, tu conosci meglio di me la virtù delle erbe: domani fa con

qualche pretesto di tornare a casa, la campagna va ingombra di

aconito... se sempre sia stato così, ignoro; ma adesso per la campagna

romana l'aconito cresce spontaneo e rigoglioso, il frumento va seminato;

noi ne caveremo il liquore che concilia il sonno donde l'uomo si

risveglia in grembo alla eternità.

-- Tuda, riprese Maria, tu offendi il Signore mentre egli già t'inviava

il soccorso che deve consolare le tue tribolazioni.

-- E dov'è questo soccorso?

-- Qui, in questa stanza, accanto a te.

-- Ma dove? dove?

-- Nel cuore della tua sorella; noi abbiamo bevuto la vita alla medesima

sorgente, le nostre braccia strinsero insieme il medesimo collo, le

nostre mani si cercavano sul medesimo seno; ora il seno della madre non

vale quanto un altare per giurarci amicizia? Siamo due nella carne, una

nello spirito: io ti salverò. --

E con parlare succinto le aperse l'animo suo; Tuda procurasse tirare le

nozze per le lunghe; cause oneste occorrerne più di venti; ad ogni modo

pria mancherebbero alla primavera fiori, che a femmina pretesti, ella

intanto s'industrierebbe acconciarsi in casa al Cavaliere, dove spiando

sottilmente confidava venire a capo di qualche cosa capace a sturbare il

negozio. Non difficile il compimento del disegno, imperciocchè la natura

le avesse dato forme più atte a garzone, che a donzella, essendo robusta

molto, di colore ulivigno, capello ruvido, e nelle sembianze adombrata

di calugine: aggiungi certi bucherellamenti di vaiolo, i quali certo non

le aveva condotto sul viso la mano delle grazie.

Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2) · 第 5 / 10 段