_Al generale Stefano Canzio._
_Questi ricordi giovanili vengono a te, compagno di adolescenza, amico
di tutta la vita: vengono a te, ti parlano di giorni cari, sebbene
non così fortunati come altri ed altri ond’erano stati preceduti.
Ma li faceva lieti di austera grandezza il Tevere largo, scorrente
tra le ripe sabine ed etrusche, con la sua Roma assisa là in fondo;
tanto bella a vedere dalla vasta campagna, ove il deserto medita e par
sempre che aspetti; tanto bella a’ miei occhi, tanto desiderata e da
lontano allegrante i cuori, che questo libro, in cui ella è veduta in
tal forma, io lo avrei voluto intitolare “Scampagnata epica„; e solo
me ne trattenne il pensiero dei mille fratelli d’arme, al cui occhio,
cercante Roma, i bei giorni della magnifica impresa furono anche gli
ultimi della vita._
_Tu ami lo spazio libero, le vie larghe davanti a te, dove fretta di
contemporanei non faccia di gomito e non incalzi alle spalle, avida
di scavalcare, impaziente di giungere. Laggiù eravamo assai meno a
correre; e nessuno, o mio Stefano, ti contendeva il posto d’onore.
Quello era il buono; tutto l’altro, e l’istessa vita, quanto è lunga,
non vale, il bel sogno che possiamo evocare, a ristoro dell’anima. Ed
io ti evoco qui, non una storia di fatti, che troppo sarebbe per me,
ma una serie di grate sensazioni, con la visione assidua del divino
Garibaldi e il calor vivo della sua benevolenza paterna._