APPENDICE

Alessandro — Cambise — G. Agnesi — Strindberg — Wagner — Goldoni —

Maisonneuve — Rousseau.

Nè con questi la lista dei nuovi casi dei geni malati è chiusa.

Ad ogni sguardo che si getti sulla storia dei grandi uomini ne troviamo

nuove prove, sian pure frammentarie, che giovano però a completare la

dimostrazione della nevrosi del genio.

=Alessandro Magno=. — Troviamo p. e. in una bella monografia di Grasso

Gabriele (_Questioni concernenti la vita di Antipatro_, 1889, Ariano)

molti dati sulla follia morale di Alessandro: accessi di megalomania,

di impulsività, di deliri religiosi, non che certe bizzarie simili a

quelle or notate in Napoleone, la _Gamomania_, per esempio, per cui

obbligò ottanta dei suoi ufficiali e dieci mila soldati ad unirsi in

matrimonio con donne persiane.

Soprattutto spiccata ebbe l'eredità morbosa nella madre dissoluta,

invidiosa, egoista, superstiziosa, altera, impetuosa, e nel fratello

Filippo Avrideo, parzialmente imbecille.

=Cambise=. — _Criminalità e genio con epilessia in Cambise_. Leggo in

Erodoto, III Libro, informazioni sulla pazzia morale, sull'epilessia e

sul genio di Cambise sfuggite finora alle osservazioni degli alienisti.

Cambise, figlio di Ciro, re dei Persiani, trascinato dal genio

della conquista, pensò prima a conquistare l'Egitto, nel che riesci

facilmente; ma subito dopo volle conquistare contemporaneamente gli

Ammoniti, gli Etiopi e i Cartaginesi, e senza le precauzioni e le

alleanze che aveva saputo prendere nella prima conquista, quando si

era alleato cogli Arabi provvedendosi, cioè di otri d'acqua, e fatto

riconoscere il terreno, ecc. — E così dell'armata contro gli Ammoniti

non rimase più uno che tornasse indietro; tutti morirono di sete e

di fame. Anche nelle spedizioni contro gli Etiopi un quinto dei suoi

soldati perì di fame dopo esser ricorsa fino a mangiare i propri

compagni. Trascinato dalla violenza del potere, commise in Egitto

crudeltà bestiali: non potendo più trovare vivo il re Amasi, ne volle

far bastonare la mummia; poi con un'ordinanza che feriva profondamente

il senso religioso dei Persiani insieme degli Egiziani, la fece

abbruciare. Vedendo che i reggitori del Municipio di Memfi facevano

allegrezze per il bue Api, (quando cioè si manifestava un bue con certi

segni simbolici sulla schiena), li fece morire; e di più fece bastonare

a morte i sacerdoti e lo stesso bue Api.

Sposò due sorelle, contro la legge persiana, poi ne uccise una con un

calcio nel ventre.

Aveva un fido ministro, Procaste, a cui domandando che opinione

dominasse nel pubblico su lui, e sentendo dire che lo si biasimava

per gli eccessi alcoolici, gli fece vedere come fosse bene in gamba

collo spaccare con una freccia il cuore di suo figlio; più tardi fece

seppellire dodici Persiani vivi col capo in giù; per un sogno fece

uccidere il fratello Smerti.

Nè debbon destare meraviglia, continua Erodoto, prevenendo la nostra

teoria dell'equivalenza dell'epilessia colla criminalità, questi

eccessi, _perchè fin dagli anni dieci patì il morbo sacro_.

Ora a chi soccorre in mente il grande epilettico del nostri tempi,

Napoleone, vede, salvo il colorito dei tempi, quasi uguali analogie:

— le spedizioni in Russia, gli amori incestuosi, le crudeltà inutili

sotto forma politica[49]; anche soccorre in mente il tipo dei

conquistatori quasi sempre pazzi ed impulsivi che ci dà il Ferrero nel

_Militarismo_.

È singolare che nella storia di Appiano si legga pure come Cesare

per sfogare la sua malattia epilettica che s'aggravava nell'inerzia

conquistasse le Gallie, dandoci fin da quei tempi un equivalente

epilettico nell'anelare continuamente a dietro lontane conquiste!

=Gaetana Agnesi=. — AMATI e Luigia ANZOLETTI[50] ci esumano sulla

famosa matematica Gaetana Agnesi, notizie che ne mostrano la nevrosi.

— Ed anzitutto la grande precocità. A 5 anni era già forte nella

lingua francese, a 9 nel latino, a 11 nel greco, nell'ebraico, nello

spagnuolo, e pochi anni dopo apprendeva la filosofia e la matematica.

Anche da bimba mostrò quelle disposizioni ascetiche che più tardi

crebbero tanto in lei da deciderla a 30 anni ad abbandonar gli studi.

Giova notare pure un altro fatto singolarissimo e che giova anche a

dimostrare l'influenza grande dell'incoscienza nell'opera geniale,

(Vedi Vol. II): che essa trovò molte soluzioni dei problemi matematici

nel sonno, o meglio nei sogni, "Pensando in sogno, dice il Frisi[51],

ad un quesito meditato nel giorno, balzava dal letto, andava allo

studio, annotava la soluzione, poi andava a letto e alla mattina

trovava sul tavolino l'annotazione stesa nella notte incoscientemente."

E a 12 anni all'epoca della pubertà fu presa da accessi isterepilettici

che poi si dissiparono. Si notò in lei anche completa anafrodisia; e

come accennammo, a 30 anni la scienziata si trasformava in filantropa,

anzi in devota.

Sua sorella Maria Teresa emerse nella musica e compose il celebrato

dramma musicale _Sofonisba_. Maritata sui trent'anni compose il _Ciro_,

il _Nitocri_, e fu una delle compositrici di musica più ricche di

fantasia che vanti la storia dell'arte.

La sorella Paolina era d'una mirabile filantropia.

Il padre Don Pietro, egli pure matematico, ebbe da 2 mogli 23 figli;

artritico, era vecchio quando nacque la Agnesi, e passò ai suoi

tempi per un famoso egoista, che non voleva maritare le figliuole per

conservare il vanto del loro nome alla famiglia.

=Strindberg=. — Strindberg fu quello che in tedesco si chiama un

_selbstqualer_, un torturatore del proprio corpo e della propria anima;

e tutto ciò per speciale disposizione ereditaria e per le condizioni

della prima giovinezza; forsanco per la troppa coltura. Volle essere

artista e scienziato, comico, giornalista, pittore, musico e teologo,

e infine terminò per essere bibliotecario, passò dal socialismo

all'anarchia, e dall'anarchia al cattolicismo, come dal monastero al

manicomio. Vuolsi che la monomania di cui era afflitto derivasse da un

colpo di pietra alla fronte ch'ebbe da giovane e che fu seguito subito

da afasia duratagli vario tempo.

=Riccardo Wagner=. — Roncoroni (_La lotta per la vita e per l'arte,

"Rivista moderna di coltura_" anno I, fascicoli 3, 5, 6. — 1898),

ci dimostra la grande sua precocità nell'ingegno e la violenza delle

emozioni nella _megalomania_, nel "_gigantismo monoemozionale_" che lo

caratterizzarono poi sempre. Fin dall'età che per gli altri ragazzi

è destinata ai giuochi dell'infanzia, si rivelarono in Wagner la

passione per l'arte e per la gloria, e il tratto caratteristico della

impossibilità di battere la via comune, di assoggettarsi alle leggi

stabilite. Spirito fantastico, dominato da un misticismo esagerato,

"faceva dei sogni in pieno giorno", scrive egli stesso, "durante i

quali la nota fondamentale, le terze e le quinte mi apparivano in

persona e mi rivelavano la loro significazione importante." A 17 anni

compone un'_ouverture_ a tessuto complicatissimo, e la scrive con tre

inchiostri differenti, pei varî strumenti.

Anche il suo egoismo è dimostrato dalla sua relazione con Meyerbeer, e

con molti amici.

La violenza delle sue emozioni è rivelata dall'importanza che

attribuiva alle critiche altrui: _Mi si lodi, o mi si biasimi_ —

scriveva — _è come mi si pugnalassero le intestina_.

Agilissimo, saliva sugli alberi più alti del giardino, ed era

vanitosissimo della sua agilità. Nei momenti di eccitamento sembrava

in preda alla febbre; tutto pieno di fuoco, incapace di star fermo,

saltava, si dimenava, agitava a destra ed a sinistra le sue braccia

di ragno; le parole uscivano dalla sua bocca a fiotti, disordinate;

sempre furioso, sempre in attitudine, scrive il Tissot, di battersi, di

predicare una crociata.

Incontrato un amico che da gran tempo non avea veduto, si mise per la

gioia col capo in basso ed i piedi in alto.

Vero zoofilomaniaco ebbe amicissimi 13 cani, a molti dei quali elevò

tombe: nè se ne privò anche quando versava nella massima miseria.

Odiava (vere fobie), la barba, gli occhiali, i velluti, i merletti, e

amava i vecchi vestiti che ricomprava dai servi (Kienz, Deutsche Revue,

1900).

Soffrì spesso di cefalea: "I miei nervi", scrive, "sono sempre eccitati

e stanchi, mai in riposo: il mio male è incurabile". Talora invece,

ha periodi di euforia, e gode di un'ebbrezza eterea in confronto alla

quale l'eccitazione del vino gli pare infinitamente grossolana.

Uno dei suoi tratti caratteristici fu l'instabilità delle idee e della

condotta, rivelata specialmente dalle sue opinioni politiche e dai suoi

atti, come pure dai viaggi frequentissimi spesso fatti senza alcuna

necessità. Caratteri dominanti erano pure il bisogno di esteriorità e

l'imprevidenza per la ricerca dei mezzi di sussistenza.

Andò soggetto a vere _assenze_, di cui una descritta in modo tipico

dal Noufflard. Ebbe, secondo il Nisbet, _accessi epilettici_ prima di

morire. Il rapporto tra l'ispirazione generale e l'accesso epilettico

appare alle parole stesse del Wagner sul suo estro: "_I miei occhi

si oscurano, il mondo mortale scompare, e l'ispirazione si espande in

lacrime divine_". Anche, la sua amicizia per Luigi II di Baviera, "il

re psicopatico, lipemaniaco", dimostra l'affinità elettiva.

=Goldoni=. — G. BROGNOLIGO (_Nevrasteria di Goldoni. — "Il Medico

Olandese" di Carlo Goldoni. — "Biblioteca della Scuola Italiana_" n.

12-15 marzo 1899), mostra Goldoni come abbia nel _Medico Olandese_

riprodotto la nevrastenia o meglio lipamania che ebbe in gioventù

dal 1754 al 1756, acutizzata dalla morte di un altro nevrastenico suo

amico, Angeleri, morto mentre recitava.

Questi versi, messi in bocca al curato del _Medico Olandese_, sono

un'immagine spiccatissima di un nevrastenico:

"Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a poco

Stendersi per le membra e dilatarsi in foco,

Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento,

Più non mi reggo, e credo morir in quel momento,

Stendo al polso la mano, parmi più non sentirlo.

Corro così tremante, fin dove non so dirlo,

Acqua gridando, andava, chi mi soccorre? Io spiro.

Recanmi alfin dell'acqua; alfin bevo, e respiro,

Ma che? quel dì fatale l'epoca è sventurata

Di tai barbari assalti, ch'io provo alla giornata.

Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento.

Quando la sera imbruna, s'accresce il mio spavento,

Parmi, che mi si stacchino le viscere dal petto:

Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto.

E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto!

Veggo leoni, e domani, e con tremor mi desto,

A tavola, a teatro, in un festino, al gioco,

Sentomi questa fiamma salire a poco a poco;

E funestar temendo altrui colla mia morte,

Mi forza un rio timor fuggir da quella parte.

Niente mi consola, ogni piacer m'è odioso,

Son diventato agli altri, a me stesso noioso."

È curioso che dopo ciò suggerisca la cura di cacciar chiodo con chiodo,

cioè di innamorarsi, per cacciare una passione con un'altra.

=Maisonneuve=. — Maissonneuve per mostrare la benignità del suo

terribile uretrotomo davanti al pubblico, ordinava ai malati di

operarsi da se: metteva la lama nelle loro mani, smarginava le guide,

e poi diceva: "Spingete fermo come fosse la bacchetta di un fucile";

quelli eseguivano mezzo rovinandosi; poi li rimandava: e ve n'erano che

morivano per via.

Per impedire la setticemia pretendeva sostituire il bisturi con

macchine spaventevoli, schiacciatoi, garrot, diaclasti, osteoclasti,

caustici solidi e liquidi così orrendi che si dovette pregarlo di

ritirarsi, perchè terrorizzava i malati.

Del resto tagliava tutto: si pretende che un assistente gli abbia

una volta chiesto dopo una di quelle due brutali operazioni o meglio

carnificine quale fosse la parte del malato che doveva riportare nel

letto.

Soleva dire: "Parigi non ha che due chirurghi: Chassagnac e me;

Chassagnac però è un imbecille."

=Rousseau=. — Di Rousseau io avea a lungo dimostrato la neuropatia

nell'_Uomo di Genio_ p. 3, 34, 41, 106, 180, 204, 352, 365 — ma nulla

avevo detto sugli antenati, che ci son rivelati dal Dufour-Vernes[52].

La famiglia di Rousseau discende da Francesi protestanti perseguitati

ed esigliati, e precisamente da un Didier, vinaio e libraio, nel 1550,

che fece fortuna negli affari, e si sposò con una brava savoiarda

e ne ebbe 5 figli, 4 morti da piccini: e uno che fu il Giovanni,

ammogliatosi con una Blouet, protestante francese. La figlia loro

primogenita sposò un orologiaio: e per tre generazioni divenne questa

la professione della famiglia.

Giovanni II Rousseau, 1654, ebbe 19 figli; David, il settimo di questi

figli, fu il nonno del grande Rousseau, e morì quasi centenario; era un

orologiaio attivissimo, sposò a 24 anni una Cartier e ne ebbe 14 figli.

Egli fece carriera molto modesta, anzi avendo mostrato qualche simpatia

per i ribelli del 1707, fu destituito da un piccolo ufficio di giudice

di pace — e rimproverati e sospettati pare ne siano stati i fratelli.

Isacco Rousseau, un altro figlio, si ammogliò con una Bernard. I

Bernard erano dei borghesi modesti ma imparentati con ricchi e con

nobili. Uno fra gli altri che era pastore ebbe a figlio Jacques, il

nonno materno di Rousseau. Fu costui un libertino; dopo aver tradito

molte fanciulle morì a trentatre anni, pare di esaurimento; mentre due

suoi fratelli, uno negoziante ed un altro pastore, erano stati uomini

saggi.

La madre di Rousseau, era intelligente, seducente ma anche poco onesta,

o almeno squilibrata, come l'era certo il marito Isacco Rousseau. Dopo

due mesi di matrimonio aveva costui cominciato a fare cambiali; tre

volte fu minacciato e punito per risse e litigi. Tutto ad un tratto si

mise in mente un anno dopo il matrimonio di partire per Costantinopoli

e stette via sei anni; ammesso a 22 anni nella _Compagnia_ degli

orologiai, un bel giorno lascia il mestiere, prende un violino, e si

mette a dare lezioni di ballo.

Al suo ritorno dalla Turchia nacque Rousseau; morendone dopo il parto

la madre.

Il padre, rimasto vedovo, chiamò una sorella a dirigere la casa; e

la direzione fu ottima, ma il padre la guastava. Leggeva delle notti

intere, col futuro filosofo, dei romanzi leggeri, il che gli preparava

una fantasia sbrigliata; peggio è che malgrado la età matura riprese

le sue vecchie abitudini litigiose. — Un giorno percorrendo un prato

non suo ne fu rimproverato dal proprietario, ed egli lo minacciò

coll'archibuso; pochi giorni dopo incontrandolo, lo apostrofò, lo

minacciò, e sfidò, e ferì sicchè dovette esigliarsi.

=Savonarola=. — Sul Savonarola abbiam nuove ricerche del Dottor Vetrani

di Ferrara (Genio e Pazzia in Savonarola, 1899, Bologna). E prima di

tutto pare che Savonarola avesse strane anomalia craniane.

"Tutti i ritratti (scrive Villari) dipingono il Savonarola col

cappuccio in testa, accettuatone solo quello dell'Accademia di Belle

Arti, _nel quale si vede che il giro del suo cranio mancava verso il

vertice_ (cimbocefalo?), _ragione secondo alcuni che gli faceva portare

sempre il capo coperto_."

La sua adolescenza è tutta oscurata da una sconsolata tristezza. È il

tempo che Ferrara è piena di quelle feste, celebri nelle memorie, nelle

quali i dominatori profondevano una inaudita opulenza? corteggi ducali,

papali, imperiali procedevano per le sue vie tra la gioia del popolo

che gavazzava, ubriaco di sollazzi, in un carnevale perpetuo. E mentre

la sua famiglia si compiace nei favori della corte, egli pervaso dalle

predilette letture ascetiche vi ripugna:

E nella canzone "_De ruina mundi_" scritta a vent'anni, trovò il primo

grido della sua anima offesa dallo spettacolo dell'ingiustizia e della

iniquità degli uomini.

Fece ormai chi vive di rapina

E chi dell'altrui sangue più si pasce:

Chi vede spoglia e i suoi pupilli in fasce

E chi di povri corre alla ruina

Quell'anima è gentile e peregrina

Che per fraude e per forza fa più acquisto

Così egli apriva la sua guerra col mondo.

Ma già egli era in piena neuropatia. Fin d'allora ebbe visioni: lo

confessò più tardi nella predica della Rinnovazione: "Io le ebbi

fin dalla mia prima giovanezza; ma cominciai a manifestarle solo a

Brescia".

Di ventidue anni trovandosi a una predica "_una parola_ sulla quale

tenne sempre un segreto quasi misterioso", tanto gli rimane impressa,

lo decide a farsi frate.

"Ed avendo (racconta il Burlamacchi) consumato più giorni in questo

pensiero, una notte dormendo _sentì spargersi il corpo d'acqua

freddissima_, per il che subito destandosi e narrando quanto gli era

occorso, fermò l'animo a lasciare la gloria del mondo, ecc."

Nell'_Officio del venerabile Savonarola_ scritto nel secolo XVI ed

illustrato dal Carducci, si legge che "l'anima di lui era spesso

rapita, e alla luce divina per guisa accoppiavasi che _il corpo

venendogli meno ai servigi dei sensi ne restava come morto_". Forse di

questi accidenti neuropatici egli intendeva parlare quando diceva "che

accade qualche volta alli profeti che per le visioni li viene qualche

impedimento", perchè quando nelle sue prediche discorre di profeti è

sempre manifesta l'allusione a sè stesso. Della quale sua persuasione

(di essere cioè profeta) io non starò qui a ridire ciò che già ho

espresso nell'_Uomo di genio_. Balenatagli alla mente colla luce di un

lampo un giorno in chiesa, non l'abbandona più: egli la proclama dal

pergamo; la riafferma dopo che la tortura gli ha straziate le misere

carni; la difende in due volumi che sono, evidentemente, per chi sa

leggere, l'opera di un paranoico.

Forse tale sarà stato giudicato da taluno anche a' suoi tempi, se egli

più d'una volta nelle prediche protesta di non esser pazzo, e nel

"_Compendio di rivelazione_" s'immagina che altri gli opponga e gli

dica "che pare ad alcuno questo suo profetare proceda da spirito di

malinconia, il quale ti fa pensare e parlare in questo modo o vero che

proceda da tuoi sogni e forte immaginazione".

Ed ora analizziamo la storia di queste visioni, come è da lui tracciata

nel "Compendio di rivelatione dello inutile servo di Jesu Christo,

Frate Hieronimo da Ferrara".

"Essendochè (così comincia) lungo tempo in molti modi per inspirazione

divina io abbia predetto molte cose future: nientemeno considerando la

sentenzia del nostro salvatore Christo Jesu che dice: _Nolite sanctos

dare canis nec mittatis margaritas vestras ante porcos; ne forte

conculcent eas pedibus_, sono sempre stato scarso nel dire... servando

sempre segreto il modo e la moltitudine delle visioni e molte altre

rivelazioni, le quali non ho mai detto, non essendo io stato inspirato

a dirle e non parendomi necessario alla salute, nè essendo ancora

disposti gli uomini a crederle".

E seguita dicendo più avanti come "vedendo lo onnipotente Dio

multiplicare li peccati nella bella Italia massime nelli Capi così

ecclesiastici come seculari non potendo ciò sostenere determinò purgare

la chiesa sua per un grande flagello". E poichè "vuolsi che questo

flagello fosse prenunziato, avendo tra gli altri suoi servi eletto un

indegno e inutile a questo officio, mi fece venire a Firenze l'anno

1489. Et predicando tutto quell'anno, tre cose continuamente preposi al

popolo: la prima che la Chiesa si aveva a rinnovare in questi tempi; la

seconda che innanzi a questa renovazione Dio darebbe un grande flagello

a tutta l'Italia; la terza che queste cose sarebbero presto.

"E queste tre conclusioni mi sforzai sempre di provarle con ragione

probabile..., non dichiarando che io avessi queste cose per altra via

che per questa ragione.... Da poi vedendo migliore disposizione degli

uomini al credere, produssi fuori qualche volta alcuna visione... Da

poi vedendo la grande contraddizione e derisione che io avevo quasi da

ogni generazione di uomini, molte volte come pusillanime mi proponevo

di predicare altre cose che quelle,... e non lo potevo fare".

Ma poi risolve di non parlarne più: "tutto il giorno e tutta la notte

vigilai infino alla mattina... e non potetti mai volgermi ad altro,

tanto mi fu serrato ogni passo e tolta ogni altra dottrina, eccetta

quella. E sentii la mattina (essendo per la lunga vigilia molto lasso)

dirmi: Stolto, non vedi tu che la voluntà di Dio è che tu predichi in

questo modo? E così quella mattina feci una spaventosa predicazione."

Leggendo questa pagina anche chi non ha conoscenza e pratica di

malattie mentali riconosce senz'altro le allucinazioni, il delirio

di grandezza, la fissità delle idee coatte, la dissimulazione delle

concezioni deliranti; poichè è noto che sul loro delirio molti

paranoici[53] usano custodire gelosamente il segreto: la tempesta

turbina dentro il cranio, ma niente ne apparisce di fuori. O sono

alienati che vivono tra fantasmi di persecuzione che dissimulano a

fine di compiere un proposito di vendetta lungamente accarezzato; o

melanconici, nei quali l'idea del suicidio è avvinta al cervello con

catene di ferro e si propongono tacendo di addormentare l'attenzione

vigile di chi può impedirneli; o sono megalomani, che nascondono il

delirio di grandezza per non esporlo alla derisione. "C'est une affaire

que je garde en moi mème... On n'aime pas à raconter ses secrets",

diceva un megalomane a Briand. (Vetrani o. c.).

L'anno del Signore 1483 cominciò ad essere fatto partecipe delle

divine illuminazioni, come si legge in una sua predica che parla della

_renovazione della Chiesa_ fatta l'anno 1494; e nel principio ebbe

speciale rivelazione del rinnovamento di essa Chiesa... Di più l'anno

medesimo in Brescia disse ad alcune persone private qualche cosa di

flagello futuro..." Così il Burlamacchi.

Ma questi fantasmi di grandezza, i maggiori che potessero attraversare

una coscienza cristiana la quale, tanto più si nobilita e si magnifica,

quanto più si fa umile, non gli apparvero allora per la prima volta.

Il Savonarola, che fin dalle prime allucinazioni, si era persuaso di

esser un profeta mandato da Dio ad annunciare ai popoli la riforma

della Chiesa e i danni imminenti sulla vita d'Italia; aveva trasmesso

quel delirio alla moltitudine. "Al popolo di Firenze, scriveva Nicolò

Machiavelli, non pare essere ignorante nè rozzo; nondimanco da frate

Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio

giudicare s'egli era vero o no, perchè d'un tanto uomo se ne debba

parlare con reverenza: ma io dico bene che infiniti lo credevano, senza

aver visto cosa nessuna straordinaria da farlo loro credere; perchè la

vita sua, la dottrina, il soggetto che prese erano sufficienti a fargli

prestare fede." Spesso il frate avrà visto dipingersi la irrisione

quando gridava con tono profetico: "Firenze, che hai tu fatto? vuoi tu

che te lo dica? Ohimè, egli è pieno il sacco, la tua malizia è venuta

al sommo. Firenze egli è pieno: aspetta, aspetta un grande flagello!"

Allora discendeva col proposito "di non più parlare nè predicare di

queste cose".

Infatti, seguitando la lettura del "_Compendio di rivelazione_"

dov'egli si spoglia di questi pudori, troviamo quanto segue:

"Ritornando al proposito nostro, dico che queste cose future per la

indisposizione del popolo le prenunciavo in quegli primi anni con la

probazione delle scritture e con ragione e diverse similitudini.

"Di poi cominciai a allargarmi et dimostrare che queste cose future io

avevo per altro lume che per sola intelligenza delle scritture. E di

poi ancora cominciai più ad allargarmi e a venire alle parole formali a

me ispirate dal cielo, e tra le altre spesso replicavo queste: _Gladius

domini super terram cito et velociter_, ecc.... Le quali parole non

sono cavate dalle sacre scritture come credevano alcuni, ma sono

nuovamente venute dal cielo. Et poichè in una visione sono molte parole

delle quali parte ne dissi pubblicamente, _benchè la visione celassi

acciò che la non fusse derisa dalli increduli_, mi è parso necessario

questa cosa descrivere....

"Vidi dunque nell'anno 1492 la notte precedente a l'ultima predicazione

che io feci quello avvento in Santa Reparata, una mano in cielo con una

spada sopra la quale era scritto: _Gladius_ ecc.... E di poi venne una

voce grande, ecc." (allucinazioni visive e uditive). Più avanti narrata

un'altra visione, seguita: "E a questo medesimo proposito molte altre

visioni ho avuto molto più chiare di questa così come anche di molte

altre cose che io ho predette, massime della revoluzione della chiesa

e del flagello sono stato confermato per molte visioni e certissime

illuminazioni avute in diversi tempi."

Quando colla mente ancora piena di tali allucinazioni saliva sul

pergamo, allora appunto era più terribile la sua eloquenza.

Quando parlava del reo pontefice e della sua corte, la eloquenza di

lui aveva accensioni improvvise e si illuminava di belli a terribili

lampeggiamenti.

"E fanno tutta questa guerra — egli disse una volta — perchè hanno

in odio la verità, e hanno paura che i loro vizi siano scoperti: sono

come colui che va di notte per far male, e vede venire un lume e non

vorrebbe essere veduto, e grida spegni quel lume. Questa dottrina è un

lume che scopre le loro ribalderie. O sacerdoti, io vi dico che questa

torcia è tanto accesa che voi non la potrete spegnere: soffiate pure

quanto voi volete."

E un'altra volta: "Tu sei stato a Roma, e conosci pure la vita di

questi preti. Dimmi, ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori

temporali? Hanno cortigiani e scodieri e cavalli e cani; le loro case

sono piene di tappeti, di sete, di profumi, di servi: parti che questa

sia la Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo e non è minore la

loro avarizia. Ogni cosa fanno per danaro e le campane loro suonano ad

avarizia e non chiamano che pane, danari e candele. Vendono i benefizi,

vendono i sacramenti, vendono le messe dei matrimoni, vendono ogni

cosa...".

E poi vengon le audaci ribellioni e le minacce profetiche che per

le loro ripetizioni e per le forme simboliche — appaion prettamente

paranoiche:

"Serpente, serpente, corpo ecclesiastico, io non voglio amicizia teco;

io metterò inimicizia tra li buoni e te; li cattivi ti vorranno, ma li

buoni non ti vorranno vedere; noi vogliamo essere tuoi inimici".

Savonarola fu dunque un genio, ma fu anche un paranoico.

=Augusto Comte=. — Renda[54] ci dà nuove prove della follia di Comte;

e, quel che è più, la prova del nesso tra quella e le sue opere.

La madre Rosalia Boyer, mistica fino all'esaltazione delirante,

presentava bizzarrie nel suo carattere.

Un carattere notevole del Comte è una passionalità eccessiva, con

esplicazioni a volte strane ed esagerate. Parecchi sono gli eccessi

che troviamo nella sua esistenza; trascinato impulsivamente a scoppi

improvvisi di furore, costrinse spesso la moglie a mettersi in salvo,

dando di piglio a tutto ciò che gli capitava fra le mani, coltelli,

piatti, e lanciandoseli addosso: lo stesso fece con un domestico.

Egli stesso confessa che le sue emozioni per cose inadeguate, come per

l'esame soddisfacente di un giovinetto, "arrivano facilmente sino alle

lagrime, se io non mi contengo attentamente".

Fu singolarmente precoce. Sotto le apparenze di una natura infantile

e malaticcia, all'età di sedici anni, aveva, digià, a quanto dicono i

suoi compagni, la ragione e la maturità di un uomo: a 21 anno diventa

collaboratore del "Saint-Simon" e scrive quei celebri opuscoli, ricchi

di cognizioni e di osservazioni profonde, in cui è il piano di tutte

le sue concezioni posteriori. Se non che la coscienza smodata di sè

si tramuta in delirio di grandezza. "Dalla sua giovinezza alla sua

morte, scrive Dumas, Comte sogna nientemeno che di riformare il mondo;

e difatti egli ebbe l'orgoglio di tutti i riformatori". In questo

sentimento vi è un dettaglio patologico; egli arriva ad assommare in

sè la potenza indagatrice di Aristotile e quella costruttiva di San

Paolo, a credersi papa dell'umanità rigenerata da lui, e come tale

agisce scrivendo brevi, impartendo i suoi nuovi e singolari sacramenti,

decretandosi un trionfo ed un Pantheon. Il suo linguaggio è quello di

cui ridonda la letteratura psichiatrica dei mattoidi e dei deliranti;

egli parla spesso "di una missione affidatagli dal complesso dei

destini umani", oblia la propria personalità normale e trasforma sè

stesso in un simbolo, in un categoria.

E alla megalomania si aggiunge la mania di persecuzione: egli non

manca di esagerare l'importanza delle animosità che egli sollevava:

egli crede troppo facilmente alle cospirazioni del silenzio attorno al

suo nome; ed attribuisce ai suoi avversari lo strano progetto di farlo

ricadere, con le loro persecuzioni, (mentre non ve n'era bisogno) in

una crisi mentale analoga a quella del 1826.

Come avviene in tutti gl'infelici affetti da delirio, il Comte estende

i suoi timori da un individuo a una categoria di individui; così la

polemica con un matematico diventa lotta contro tutta una scuola,

il dissenso con Bazar, guerra dei rivoluzionari utopisti, congiura

per rubargli le idee. A ciò si aggiungono allucinazioni periodiche,

qualche catalessi, di cui il Comte medesimo ci fa cenno, e assalti

intermittenti di gravi crisi nervose. Egli stesso scrive: "Tutti i

passi decisivi dei miei lavori filosofici hanno dato luogo ad una

crisi patologica: il mio nuovo lavoro non fa eccezione". Anche prima

della crisi del 1826, dettando il suo "Corso di filosofia positiva",

si abbandona, come racconta a Clottide, ad accessi di pianti, di

commozioni, stranissimi, se si pensi alla rigida secchezza di quel

lavoro.

Le sue crisi sopravvenivano generalmente in primavera e in estate

(aprile 1826, primavera 1838, giugno 1842, giugno 1845). Quella del

1845 coincide con la concezione del suo sistema politico.

Ed il Renda, coll'analisi minuta dell'opera politica del Comte,

dimostra il nesso tra essa e i caratteri psicologici del suo autore.

Ora il _Sistema di filosofia positiva_, diceva egli, non è affatto

una derivazione logica del _Corso di filosofia positiva_: la genesi

delle costruzioni politiche del Comte è così aliena dagli ordinari

progressi logici del suo sistema fllosofico, che egli medesimo confessa

di aver sostituito l'analisi soggettiva alla ricerca obbiettiva, e,

quel che è più, in una lettera a Clotilde nota che il carattere del

suo lavoro è l'effetto delle riflessioni _fatte nei tre mesi della

sua crisi nervosa_ ed erotica; ed al Mill scrive: Voi vedete quale

è stata naturalmente la tendenza continua delle mie meditazioni _

involontarie_; tendenza che non è divenuta ora in me sistematica

veramente che dopo di essere stata puramente spontanea tutto il

tempo conveniente per assicurarne la realtà e la consistenza". Nella

prefazione al primo volume egli conclude: "Tal fu dunque il risultato

generale di questa crisi decisiva, _subito seguìta da una profonda

tempesta cerebrale_".

Alla sua emotività enorme corrisponde l'origine soggettiva ed emotiva

dell'opera; alle crisi nervose e allo indebolimento della inibizione,

l'elaborazione incosciente quasi sospinta da un impulso incoercibile:

— alla ipertrofia dell'_io_, le induzioni grandiose, non arrestate da

ostacoli logici o da presupposti scientifici; — alla tendenza mistica,

ereditata dalla madre, il carattere religioso dell'opera.

=Leopardi=. — Mentre le fiere polemiche degli avversari non sanno

portare un solo argomento contro le prove della grave nevrosi di

Leopardi, ecco i lavori poderosi di Sergi e di Patrizi accumularci una

vera valanga di fatti che pienamente la riconfermano e completano.

È curiosissimo, sopratutto, e da nessuno mai finora avvertito, il

fatto ricordato dal Patrizi[55] che il Leopardi in quei giorni in cui

dicevasi perseguitato dai suoi concittadini ne era invece onorato,

certo come viventi non furono mai nel nostro paese, così fiero odiatore

degli ingegni ed ammiratore dei mediocri.

Nel 1882, una epigrafe stampata e pubblicata nel Teatro di Recanati,

durante la rappresentazione d'un lavoro del padre, chiamavalo "padre

famoso di celebre figlio"; eppure in una lettera di Giacomo del giugno

1821 al Origlienti, è scritto: _Io sto qui deriso, sputacchiato, preso

a calci da tutti, menando l'intera vita in una stanza, in maniera che,

se ci penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia mi avvezzo a ridere e

ci riesco. E nessuno trionferà di me finchè non potrà spargermi per

la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria_. Così

informava un amico, che ogni ora "gli pareva mill'anni di scappar via

da quella porca città, dove non sapeva se gli uomini erano più asini o

birbanti". "Ora il solo documento" osserva il Patrizi, "non fantastico,

non leggendario, delle ingiurie patite in quel tempo da Giacomo, è un

sonetto, che, salutando il ritorno di lui in patria, lo diceva "Genio

sublime". Nell'autunno del 1829 egli flagella i Recanatesi nelle

"Ricordanze....", e nell'ottobre dell'anno avanti; egli avea ricevuto

in casa l'omaggio di vecchi e modesti rappresentanti della coltura

paesana; e per la via, le riverenze in massa dei giovanetti studiosi;

nel marzo del 1831, con unanime acclamazione, veniva prescelto a

Deputato del Distretto per l'Assemblea Nazionale, "atteso il corredo

dei tanti lumi e le già sperimentate prove di eroismo". "Nè, chi ben

rifletta, segue Patrizi, la cosa poteva andare diversamente, anche

per la soggezione e la simpatia che doveva ispirare il figlio del

conte Monaldo-Leopardi-Confalonieri (titolare delle più alte pubbliche

cariche....)" in una piccola città, dove, anche ora, "i più vengono al

mondo, starei per dire, coll'istinto della sudditanza e della paura di

fronte alle Autorità e ai ricchi di vecchio e recente sangue".

Ed aggiunge che "paure di persecuzione da parte dei concittadini

inquietarono anche Carlo e Paolina; e qualche altro della famiglia

non fu salvo da quel segno di nervoso disquilibrio; Leopardi temeva,

a Napoli, di aver che fare a ogni passo coi ladri; ed una volta (per

una "strana allucinazione" dice il Ranieri) sostenne di essere stato

derubato.

È noto che già dall'esame delle liriche fu il Sergi[56] indotto

a concludere di un esagerato predominio dell'elemento subbiettivo

nelle sue opere poetiche e la povertà della rappresentazione della

natura, che è quasi sempre notturna o al tramonto, e la monotonia

dei sentimenti (nullità dell'universo della vita; tedio, giovinezza

perduta, amore insoddisfatto), ne sono le prove.

Volendo poi dimostrare che il dolore del Leopardi è puramente

individuale, non universale, analizza i canti del dolore, concludendo,

che il Leopardi attribuiva agli altri i dolori che egli provava per

le peculiari sue condizioni, mentre l'arte si mantiene uniforme nei

sentimenti e nelle immagini pallide e scure, il che non vuol dire che

sia inefficace, perchè il lettore aggiunge facilmente ciò che manca

alla poesia. Insomma, il carattere della lirica del Leopardi fu un

prodotto della sua degenerazione fisica e psicologica con nessuna

influenza delle idee del secolo, sicchè la infelicità del Leopardi,

come uomo, fu causa della sua gloria come poeta. Ora chi non vede

che così il Sergi ci dimostrava quanto l'analisi antropologica possa

giovare anche all'ermeneutica letteraria?

Ora un sistematico nostro avversario, il PAOLO BELLEZZA (Della forma

superlativa presso il Leopardi, "Giornale storico della Lett. Ital.,

XXXIII, pag. 73-105") scovava un altro carattere letterario, diremo

degenerativo, nelle sue opere: quello di esagerare come il Tasso nella

forma superlativa, sicchè annoveransi 251 superlativi in circa 55

pagine delle Prose, non tenendo calcolo dei frequentissimi superlativi

di significato, come immenso, infinito, usati spesso per grande e

numeroso. Il che proviene dalla sua smania d'esagerare in ogni ordine

di idee e di fatti: e se (scrive il Bellezza) ne volessimo trovare

la prima origine... ricorderemo che fra le stimmate fisiologiche e

psichiche degli uomini di genio e più particolarmente dei pessimisti,

vi è quella d'esagerare.

Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni) · 第 49 / 60 题