CAPITOLO II.

F. D. Guerrazzi.

Da tutto ci risulta evidente quanto l'eredità morbosa predomina nella

famiglia del Guerrazzi: lipemania, alterazioni del tono sentimentale,

della volontà, del senso morale, delirio orgoglioso, e in genere,

tendenza alle monomanie, indole inquieta, violenza e impulsività,

epilessia psichica etc. sono tutti caratteri patologici che in

Francesco Domenico si ripetono e si svolgono contemporaneamente alla

genialità.

Ma prima di cominciare a parlare di Francesco Domenico, conviene

avvertire non doversi accettare a occhi chiusi le testimonianze di lui:

preoccupato sempre di ingigantire la propria figura (come vedremo poi,

parlando della sua mania di grandezza), egli esagera, in tutto ciò

che a lui si riferiva, le proporzioni e le tinte, giungendo spesso a

falsare del tutto la verità. Premesso ciò, e riservandoci di vagliare

caso per caso le sue affermazioni, quando alla realtà delle cose ci

risultino non conformi, passiamo a considerare in lui lo svolgimento

dei caratteri patologici.

_Precocità_. — La precocità nel Guerrazzi si manifesta così per

riguardo all'ingegno come per riguardo alla melanconia, alla

misantropia, al misticismo, all'impulsività, all'orgoglio. Le Note

autobiografiche contengono per questo lato attestazioni interessanti,

per quanto, secondo il solito, non del tutto accettabili.

Le anomalie psichiche sono nel loro svolgersi favorite, oltre che dalla

naturale predisposizione, dall'orgoglio. Nel Guerrazzi fanciullo noi

abbiamo un impasto di un fondo sdegnoso e superbo che dalla compagnia

dei coetanei rifugge, desideroso e orgoglioso quasi della solitudine,

e di un'alternarsi di impulsi generosi che lo spingono a soccorrer

gli altri, e di impulsi criminali che l'aizzano ad associarsi, nel

vagabondaggio, nelle sassaiole e perfino nelle coltellate, a quella

ragazzaglia che la forzata incuria dei genitori e la condizione

sociale caccian per le vie a impararvi il vizio e il delitto[39]. E

là asserisce di esser sempre stato pronto a battersi in difesa dei

compagni e a far loro i compiti di scuola (e in ciò forse aveva parte

anche il bisogno della rissa e l'orgoglio), ma confessa d'altra parte

di essersi sempre allontanato dai comuni ritrovi perchè _nessuno lo

aveva invitato, nessuno lo cercava_; così restava solo, "e questo,

dice, talora mi piaceva, talora mi angustiava; la superbia m'impediva

di accostarmi a loro, e non pertanto mi travagliava nel trovarmi

così solo." Quindi dal naturale orgoglio è favorito lo sviluppo della

misantropia e della melanconia; "il mio carattere si fece concentrato,

cupo, e a undici anni il dolore mi aveva svelato cose, che altri non

pensa a venti." Allontanandosi dai lieti giochi fanciulleschi se ne

andava solo a passeggiare per i boschi, e al cimitero, dandosi in balìa

alle meditazioni più tetre e più contrarie alla sua età, immaginando

orrendi assassinî nel cupo del bosco, che poi riprodurrà nei suoi

romanzi (v. s.) o meditando sulle miserie della vita e sulla morte; e

da queste meditazioni, che in lui dimostrano una morbosa precocità e

uno straordinario sviluppo del misticismo, usciva poi fuori un poema,

_La Società_, scritto pur esso in età giovanissima[40].

Certamente la melanconia, che egli chiama malattia di famiglia,

cominciò a manifestarsi di per sè stessa e indipendentemente da ogni

circostanza esteriore, essendo in lui congenita. Ma il suo aggravarsi

fu favorito dall'orgoglio, che più tardi degenera in vero delirio di

grandezza, e dal quale, come poi vedremo, si sviluppa anche, vero o

finto che sia, il delirio di persecuzione, per un procedimento affatto

inverso a quello descritto dal Roncoroni a proposito del Tasso (v. o.

c.).

La precoce misantropia e melanconia del Guerrazzi è attestata anche

dal Giusti: "Svegliato di ingegno, profittò nelle scuole tanto che

andò a Pisa non so come, e là si distinse per una certa cupezza di

vita, aliena dalle gaiezze che portano quell'età e quel tempo. Della

precocità dell'ingegno, qui pure attestata dal Giusti, e confermataci

da quanto sopra si è detto intorno alle meditazioni della sua

fanciullezza, e dal poema _La Società_, un'altra prova troviamo nelle

Note autobiografiche: "A 14 anni il padre si determinava inviarmi alla

Università di Pisa; a ciò lo mossero i conforti di D. Bartolomeo e di

altri familiari di casa, i quali non cessavano dal ripetergli ch'io era

un mostro, un portento d'ingegno."

_Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro

intellettuale_. — Le cause della nevrosi nel Guerrazzi si possono

distinguere in congenite ed acquisite, fisiologiche e parafisiologiche.

Esse sono: l'eredità e la debolezza congenita, le malattie, i dolori

morali e il soverchio lavoro intellettuale (Mondolfo o. c.).

La debolezza si manifesta con anomalie delle funzioni sessuali,

digestive e vasomotorie (intolleranza agli alcoolici): "io, di stomaco

debole, non ebbi mai vaghezza di cibi diversi da quelli imbanditi

su la mensa domestica, e se talora me ne venne talento, il dolore mi

costringeva a tornare alla solita sobrietà; io, di sangue acre, non

potei senza danno usare liquori; io, debole creatura, dovei rinunziare

e tuttavia devo a buona parte dei piaceri sensuali". "Anche me vinse il

reo costume (del piacere sensuale), non però tanto che mi danneggiasse

il corpo, imperciocchè la immaginazione prostrava le mie forze già per

natura fievoli, sicchè mi convenne stare più temperato di quello che

non volessi."

Su questo terreno, già predisposto alla nevrosi, vengono a fecondare

il mal seme, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro. Va

qui notata un'intima connessione tra le malattie, da cui il Guerrazzi

fu afflitto, e i dolori morali, che sempre in lui ne provocarono la

ricaduta[41].

I dolori morali cominciarono ad esercitare la loro azione depressiva

sul Guerrazzi fin dalla tenera età: "Quali sono le dolcezze dello

infante? — egli scrive nel 1844 al Capponi: — Quelle che derivano

dalla madre.... Ah io non le ho avute; io porto nella coscia sinistra

una profonda cicatrice di ferita fattami da.... Mi trema la mano a

scriverlo. — Dello adolescente? Gli amici io li ho sepolti tutti e

qualcheduno prima di morire ferì questo mio cuore superbo, geloso,

amante, ma irritabilissimo; — insomma fa' conto di vedere in me

un fiore annacquato con l'acqua forte. Poi le ingratitudini dei

beneficati, e le disoneste persecuzioni degli invidiosi e le delusioni

politiche, la guerra del Governo, gli astii del foro etc.".

Molti, e forse la maggior parte, di questi dolori ritrovavano in lui

stesso, nella sua indole, la loro causa; ma non perciò meno fortemente

cooperarono ad inasprirgli l'anima e il corpo.

Anche il soverchio lavoro intellettuale contribuì di buon'ora allo

sviluppo delle sue anomalie psichiche. Nelle Memorie al Mazzini egli

racconta come, avendogli il padre donata una cassa di libri (romanzi,

poemi, opere storiche e filosofiche), egli tutto avidamente si diede

alla lettura, alzandosi perfino la notte per leggere, tanto che infine

"si posero a molinarmi in testa un ballo infernale: Bacone, il gran

cancelliere, teneva per la mano messer Ludovico Ariosto, il Frate

Passavanti veniva dietro a Voltaire: nei moti veloci la gonnella

bianca della Radcliffe si mescolava con la toga rossa del presidente

di Montesquieu: _stetti_, aggiunge, _per acquistarne una infiammazione

cerebrale_".

E più oltre: a Pisa "leggeva da mattina a sera; mi chiusi fino quindici

interi giorni in casa fingendomi ammalato per istudiare." Questa

medesima foga con la quale si era rivolto alla lettura, impiega negli

scritti, il cui numero veramente grande (romanzi, lettere, opere

letterarie, politiche etc., alcune anche voluminose, scritte in pochi

giorni — si cfr. ad es. la lettera del luglio 59 al Mangini) attesta

della sua straordinaria attività, che tanto più appar maggiore, quando

si pensi che gran parte delle sue lettere è ancora inedita, e che al

tempo stesso che rivolgeva le sue cure alla letteratura, si occupava

anche febbrilmente delle faccende forensi.

_Esaurimento_. — Ora questo soverchio lavoro mentale, efficacemente

aiutato nella sua opera devastatrice dalle afflizioni morali, dalle

lunghe prigionie e dalle malattie (sopra tutto dall'epilessia), doveva

finire per produrre in lui l'esaurimento. La fatica della imaginazione

era in lui così intensa, che riusciva a prostrare tutte le sue forze:

"Per me non conosco fatica, che tanto vaglia a prostrarmi quanto la

imaginazione di un qualche concetto; mi riesce di osservare una intera

giornata; immaginare nè anche un'ora senza che il capo mi dolga, e

le pulsazioni accelerate delle arterie mi scompiglian tutto.... La

immaginazione si assomiglia alla febbre e spesso ne assume tutti i

caratteri." (Note autobiogr.). L'esaurimento cresce coll'avanzar negli

anni: A Niccolò Puccini (febb. 47 da Livorno): "Io ho scritto, scrivo e

scriverò, come la cicala canta e canterà finchè non iscoppi; ma a che

pro'? A nulla. Basta: _Ardendo mi consumo_, e questo è il meglio. Io,

come Dio vuole, sento aver poco più tempo di vita, perchè intemperante

e ingordo mi sono mangiato a un pasto il viatico d'intelligenza e di

cuore che la natura dà all'uomo perchè gli basti per tutta la vita.

Meglio così."

Al Bertani da Firenze (dic. 49): "Ti ripeto che ho cessato di scrivere:

così doveva essere: la mente e la mano stanche cadono sopra le pagine."

Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni) · 第 44 / 60 题