F. D. Guerrazzi.
Da tutto ci risulta evidente quanto l'eredità morbosa predomina nella
famiglia del Guerrazzi: lipemania, alterazioni del tono sentimentale,
della volontà, del senso morale, delirio orgoglioso, e in genere,
tendenza alle monomanie, indole inquieta, violenza e impulsività,
epilessia psichica etc. sono tutti caratteri patologici che in
Francesco Domenico si ripetono e si svolgono contemporaneamente alla
genialità.
Ma prima di cominciare a parlare di Francesco Domenico, conviene
avvertire non doversi accettare a occhi chiusi le testimonianze di lui:
preoccupato sempre di ingigantire la propria figura (come vedremo poi,
parlando della sua mania di grandezza), egli esagera, in tutto ciò
che a lui si riferiva, le proporzioni e le tinte, giungendo spesso a
falsare del tutto la verità. Premesso ciò, e riservandoci di vagliare
caso per caso le sue affermazioni, quando alla realtà delle cose ci
risultino non conformi, passiamo a considerare in lui lo svolgimento
dei caratteri patologici.
_Precocità_. — La precocità nel Guerrazzi si manifesta così per
riguardo all'ingegno come per riguardo alla melanconia, alla
misantropia, al misticismo, all'impulsività, all'orgoglio. Le Note
autobiografiche contengono per questo lato attestazioni interessanti,
per quanto, secondo il solito, non del tutto accettabili.
Le anomalie psichiche sono nel loro svolgersi favorite, oltre che dalla
naturale predisposizione, dall'orgoglio. Nel Guerrazzi fanciullo noi
abbiamo un impasto di un fondo sdegnoso e superbo che dalla compagnia
dei coetanei rifugge, desideroso e orgoglioso quasi della solitudine,
e di un'alternarsi di impulsi generosi che lo spingono a soccorrer
gli altri, e di impulsi criminali che l'aizzano ad associarsi, nel
vagabondaggio, nelle sassaiole e perfino nelle coltellate, a quella
ragazzaglia che la forzata incuria dei genitori e la condizione
sociale caccian per le vie a impararvi il vizio e il delitto[39]. E
là asserisce di esser sempre stato pronto a battersi in difesa dei
compagni e a far loro i compiti di scuola (e in ciò forse aveva parte
anche il bisogno della rissa e l'orgoglio), ma confessa d'altra parte
di essersi sempre allontanato dai comuni ritrovi perchè _nessuno lo
aveva invitato, nessuno lo cercava_; così restava solo, "e questo,
dice, talora mi piaceva, talora mi angustiava; la superbia m'impediva
di accostarmi a loro, e non pertanto mi travagliava nel trovarmi
così solo." Quindi dal naturale orgoglio è favorito lo sviluppo della
misantropia e della melanconia; "il mio carattere si fece concentrato,
cupo, e a undici anni il dolore mi aveva svelato cose, che altri non
pensa a venti." Allontanandosi dai lieti giochi fanciulleschi se ne
andava solo a passeggiare per i boschi, e al cimitero, dandosi in balìa
alle meditazioni più tetre e più contrarie alla sua età, immaginando
orrendi assassinî nel cupo del bosco, che poi riprodurrà nei suoi
romanzi (v. s.) o meditando sulle miserie della vita e sulla morte; e
da queste meditazioni, che in lui dimostrano una morbosa precocità e
uno straordinario sviluppo del misticismo, usciva poi fuori un poema,
_La Società_, scritto pur esso in età giovanissima[40].
Certamente la melanconia, che egli chiama malattia di famiglia,
cominciò a manifestarsi di per sè stessa e indipendentemente da ogni
circostanza esteriore, essendo in lui congenita. Ma il suo aggravarsi
fu favorito dall'orgoglio, che più tardi degenera in vero delirio di
grandezza, e dal quale, come poi vedremo, si sviluppa anche, vero o
finto che sia, il delirio di persecuzione, per un procedimento affatto
inverso a quello descritto dal Roncoroni a proposito del Tasso (v. o.
c.).
La precoce misantropia e melanconia del Guerrazzi è attestata anche
dal Giusti: "Svegliato di ingegno, profittò nelle scuole tanto che
andò a Pisa non so come, e là si distinse per una certa cupezza di
vita, aliena dalle gaiezze che portano quell'età e quel tempo. Della
precocità dell'ingegno, qui pure attestata dal Giusti, e confermataci
da quanto sopra si è detto intorno alle meditazioni della sua
fanciullezza, e dal poema _La Società_, un'altra prova troviamo nelle
Note autobiografiche: "A 14 anni il padre si determinava inviarmi alla
Università di Pisa; a ciò lo mossero i conforti di D. Bartolomeo e di
altri familiari di casa, i quali non cessavano dal ripetergli ch'io era
un mostro, un portento d'ingegno."
_Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro
intellettuale_. — Le cause della nevrosi nel Guerrazzi si possono
distinguere in congenite ed acquisite, fisiologiche e parafisiologiche.
Esse sono: l'eredità e la debolezza congenita, le malattie, i dolori
morali e il soverchio lavoro intellettuale (Mondolfo o. c.).
La debolezza si manifesta con anomalie delle funzioni sessuali,
digestive e vasomotorie (intolleranza agli alcoolici): "io, di stomaco
debole, non ebbi mai vaghezza di cibi diversi da quelli imbanditi
su la mensa domestica, e se talora me ne venne talento, il dolore mi
costringeva a tornare alla solita sobrietà; io, di sangue acre, non
potei senza danno usare liquori; io, debole creatura, dovei rinunziare
e tuttavia devo a buona parte dei piaceri sensuali". "Anche me vinse il
reo costume (del piacere sensuale), non però tanto che mi danneggiasse
il corpo, imperciocchè la immaginazione prostrava le mie forze già per
natura fievoli, sicchè mi convenne stare più temperato di quello che
non volessi."
Su questo terreno, già predisposto alla nevrosi, vengono a fecondare
il mal seme, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro. Va
qui notata un'intima connessione tra le malattie, da cui il Guerrazzi
fu afflitto, e i dolori morali, che sempre in lui ne provocarono la
ricaduta[41].
I dolori morali cominciarono ad esercitare la loro azione depressiva
sul Guerrazzi fin dalla tenera età: "Quali sono le dolcezze dello
infante? — egli scrive nel 1844 al Capponi: — Quelle che derivano
dalla madre.... Ah io non le ho avute; io porto nella coscia sinistra
una profonda cicatrice di ferita fattami da.... Mi trema la mano a
scriverlo. — Dello adolescente? Gli amici io li ho sepolti tutti e
qualcheduno prima di morire ferì questo mio cuore superbo, geloso,
amante, ma irritabilissimo; — insomma fa' conto di vedere in me
un fiore annacquato con l'acqua forte. Poi le ingratitudini dei
beneficati, e le disoneste persecuzioni degli invidiosi e le delusioni
politiche, la guerra del Governo, gli astii del foro etc.".
Molti, e forse la maggior parte, di questi dolori ritrovavano in lui
stesso, nella sua indole, la loro causa; ma non perciò meno fortemente
cooperarono ad inasprirgli l'anima e il corpo.
Anche il soverchio lavoro intellettuale contribuì di buon'ora allo
sviluppo delle sue anomalie psichiche. Nelle Memorie al Mazzini egli
racconta come, avendogli il padre donata una cassa di libri (romanzi,
poemi, opere storiche e filosofiche), egli tutto avidamente si diede
alla lettura, alzandosi perfino la notte per leggere, tanto che infine
"si posero a molinarmi in testa un ballo infernale: Bacone, il gran
cancelliere, teneva per la mano messer Ludovico Ariosto, il Frate
Passavanti veniva dietro a Voltaire: nei moti veloci la gonnella
bianca della Radcliffe si mescolava con la toga rossa del presidente
di Montesquieu: _stetti_, aggiunge, _per acquistarne una infiammazione
cerebrale_".
E più oltre: a Pisa "leggeva da mattina a sera; mi chiusi fino quindici
interi giorni in casa fingendomi ammalato per istudiare." Questa
medesima foga con la quale si era rivolto alla lettura, impiega negli
scritti, il cui numero veramente grande (romanzi, lettere, opere
letterarie, politiche etc., alcune anche voluminose, scritte in pochi
giorni — si cfr. ad es. la lettera del luglio 59 al Mangini) attesta
della sua straordinaria attività, che tanto più appar maggiore, quando
si pensi che gran parte delle sue lettere è ancora inedita, e che al
tempo stesso che rivolgeva le sue cure alla letteratura, si occupava
anche febbrilmente delle faccende forensi.
_Esaurimento_. — Ora questo soverchio lavoro mentale, efficacemente
aiutato nella sua opera devastatrice dalle afflizioni morali, dalle
lunghe prigionie e dalle malattie (sopra tutto dall'epilessia), doveva
finire per produrre in lui l'esaurimento. La fatica della imaginazione
era in lui così intensa, che riusciva a prostrare tutte le sue forze:
"Per me non conosco fatica, che tanto vaglia a prostrarmi quanto la
imaginazione di un qualche concetto; mi riesce di osservare una intera
giornata; immaginare nè anche un'ora senza che il capo mi dolga, e
le pulsazioni accelerate delle arterie mi scompiglian tutto.... La
immaginazione si assomiglia alla febbre e spesso ne assume tutti i
caratteri." (Note autobiogr.). L'esaurimento cresce coll'avanzar negli
anni: A Niccolò Puccini (febb. 47 da Livorno): "Io ho scritto, scrivo e
scriverò, come la cicala canta e canterà finchè non iscoppi; ma a che
pro'? A nulla. Basta: _Ardendo mi consumo_, e questo è il meglio. Io,
come Dio vuole, sento aver poco più tempo di vita, perchè intemperante
e ingordo mi sono mangiato a un pasto il viatico d'intelligenza e di
cuore che la natura dà all'uomo perchè gli basti per tutta la vita.
Meglio così."
Al Bertani da Firenze (dic. 49): "Ti ripeto che ho cessato di scrivere:
così doveva essere: la mente e la mano stanche cadono sopra le pagine."