CAPITOLO I.

Eredità.

In Donato, nonno di Francesco Domenico, cominciano a intravvedersi

alcuni dei caratteri degenerativi che troveremo esagerati nel grande

scrittore: il nipote nota in lui _indole inquieta_, delirio di

grandezza e delirio melanconico, accompagnato da abulia e aggravato

dall'erpete e dall'alcoolismo; tutti caratteri che si ritrovano poi,

tranne quest'ultimo, largamente svolti nei suoi discendenti; la sua

famiglia abitava in campagna, ma Donato non seppe sopportare la vita

troppo quieta; lasciò la famiglia e il paese ed andò soldato con gli

spagnuoli, spintovi anche da una grande ambizione e orgoglio; egli

credeva, — scrive il Guerrazzi, — di ritornare almeno maresciallo;

tornò invece povero e ferito a Livorno. Vergognandosi di mostrarsi

in quello stato là donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui si

stanziò. Roso dal tedio, condusse _tardi_ in moglie una del popolo. Le

nozze furono a lungo sterili; ma quando egli, _già vecchio_, "dopo una

vita a sè e ad altrui fastidiosa morì d'erpete, di vino e di cruccio",

lasciava incinta la moglie.

Così il padre di Francesco Domenico nasceva da un uomo vecchio e,

verosimilmente di età affatto sproporzionata a quella della moglie

che lo aveva inoltre generato in condizioni fisiche e psichiche

tutt'altro che buone, il che, come dimostra Marro, doveva favorirne

la degenerazione e la tendenza alla follia. Dal padre, inoltre,

egli ereditava la melanconia (_infermità di famiglia_, la chiama

più volte il Guerrazzi), accompagnata anche in lui, almeno negli

ultimi anni, da gravissima abulia, e dall'orgoglio (_malattia che

si è resa fidecommissaria in famiglia_) e l'erpete che, coadiuvato

dai dolori morali, contribuì a rendere sempre più acuto il delirio

melanconico. Se questo si manifestasse fin dai primi anni, o solo

in età matura, non possiamo sapere con certezza: le notizie delle

Note autobiografiche sono in ciò alquanto discordi da quelle delle

Memorie al Mazzini. Nelle prime scrive il Guerrazzi: "Da giovane,

sostenuto dalla naturale gagliardia dell'età, si accostò agli esempi

materni, _la quale_ (sic) fu donna buona, operosa e d'animo oltre il

suo stato gentile; avanzando negli anni prevalse in lui la indolenza,

il cruccio, la misantropia del padre; io mi ricordo che una volta

durò bene otto mesi senza parlare.... La moglie e i dolori sofferti a

cagione dei figli gl'incrudirono il sangue per modo, che l'erpete gli

guastò tutto il corpo; le infermità fisiche tornando, come sogliono,

ad agir sopra lo spirito, terminarono di guastare una delle più belle

indoli che uscirono di mano alla natura. Io lo conobbi liberalissimo

del suo, poi diventò avaro; l'ho veduto animoso, e in processo di

tempo tutto sconfortato; operoso, gagliardo, quindi languido, inerte

passare giorni e giorni in letto senza voglia di nulla". Nella memoria

al Mazzini, invece, quella che qui è data come malattia dell'età

avanzata, si riferisce anche agli anni più giovani, prima che cause

esterne intervenissero a determinarne lo sviluppo. "Fin dai primi anni

mio padre si mostrò taciturno e mesto, malinconia che di mano in mano

crebbe in cupezza; costumò tenere stanza appartata dalla famiglia e

quivi stette solo intere giornate; silenzioso durò con noi perfino un

mese, e i nostri pranzi spesso si assomigliavano a quelli dei cenobiti.

Solo che il padre mio sollevasse le ciglia, ogni giovanile gaiezza

vedevi andare in bando". Per altro, sia che si accolga la versione

delle memorie, sia quella delle note autobiografiche, l'eredità paterna

si manifesta chiaramente per questo riguardo in Francesco Donato.

In lui inoltre si dimostra una grande tendenza p. es. al classicismo

e a quella impulsività che nel figlio poi chiaramente sale all'accesso

epilettico.

Ai figli "quasi ad ogni istante rampognava: Pompeo avrebbe fatto in

tale e in tale altra maniera". Della virtù romanamente severa era

così fervido seguace, che non volle per il figlio accettare l'eredità

di una ricca zia, per quanto pregatone insistentemente: "perchè,

disse, ho letto una volta che ricchezza fa ignoranza, ignoranza fa

prosunzione, prosunzione ozio, ozio miseria". Quando accompagnò il

figlio all'Università, se ne partì senza baci e senza lacrime, chè

siffatte cose non sapeva neppure dove stessero di casa. La mania della

virtus romana e l'impulsività si rivelano del pari nel fatto, narrato

così nelle note come nelle memorie, delle percosse al figlio ferito;

colpito da un grosso sasso sul capo in una rissa, Francesco Domenico,

che era allora ragazzo, sbigottito dal colpo e dal sangue che in

copia si versava su per la faccia, corse a casa lamentandosi: Il padre

vedutolo e senza punto informarsi della ferita, invece di soccorrerlo,

lo percosse sulla parte della testa rimasta sana, dicendogli: _Quando

si temono ferite, non si va alla guerra_.

Ma contemporaneamente a questi caratteri patologici si sviluppa in lui

una genialità che, a tenersi alle affermazioni del figlio, parrebbe

non comune. La madre non potè fargli insegnar altro che il leggere e

lo scrivere; ma egli, _dotato naturalmente d'ingegno_, e aiutato dallo

scultore Corneille e dal pittore Fabre, studiò disegno e divenne nella

scultura in legno "assai valente e senza dubbio il primo artista di

Livorno", secondo dice il figlio.

Intorno alla madre nulla aveva scritto Francesco Domenico nelle memorie

al Mazzini. Ma già nelle Memorie del Giusti ella era detta "una madre

indiavolata, che accarezzava i figliuoli cogli urli e con le percosse.

Una volta a lui (Francesco Domenico) che le era scappato di tra le

mani, scaraventò dalla finestra un ferro da stirare del quale serba

tutt'ora la cicatrice". Il Giusti è, per le cose guerrazziane, un

testimone un po' sospetto; ma che questo giudizio non fosse punto

esagerato vengono ora a dimostrare le note autobiografiche, ricche di

indicazioni sul carattere della Teresa Ramponi.

"A me duole, — dice il Guerrazzi, — di non potere scrivere di mia

madre quel bene che avrei desiderato; certo carità sarebbe che per me

s'imitasse Jafet piuttosto che Cam, e lo farei _se il carattere di lei

non avesse troppo influito sulla mia vita_". Egli dice di non averla

potuta amare, solo aver potuto impedirsi di odiarla. "Ella nacque di

sangue siciliano: d'imaginazione caldissima, furiosa, feroce, ardita,

qualche volta sublime; non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli

nei suoi furori, o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo

in ambi due i casi". Nelle sue ire si mostrava in lei una mania

bestemmiatrice, che si rinnoverà poi in uno dei figli, Temistocle:

— "_Prenderei Cristo per la barba_!" era la sua frase prediletta,

allorchè l'agitava la rabbia". Furiosa in tutto, anche nelle faccende

domestiche impiegava la stessa furia: "alzata col giorno, smuoveva

e riponeva ogni cosa; si moltiplicava nell'opera; non tenne serve

mai, prima perchè nessuna la contentava, poi perchè nessuna voleva

rimanere con lei; lavare, stirare, cucinare, insomma fare tutto quanto

abbisogna ad una numerosa famiglia; attingere ogni tre giorni l'acqua

per i bagni, ogni cosa eseguiva con una specie di rabbia, tempestando,

urlando, irritandosi contro le cose inanimate quando alcuna le si

parava dinnanzi, e perfino mordendole.... Fu vendicativa oltre misura:

usava sempre dire: _Cane non mi morse mai che che io non volli del

suo pelo_. Proterva, contumeliosa, più pronta di mani, che di parole:

persecutrice insistente, all'improvviso amorevole; forse in casa aveva

in quel punto o maledetto o percosso un suo figliuolo, se uscendo ne

udiva parlarne meno che bene, era donna da strozzare nè più nè meno il

maldicente: nella contrada la temevano tutti e la chiamavano il gallo".

Queste parole, — osserva il Guastalla, — che il Guerrazzi scrive contro

sua madre, sono gravi, gravissime, ma sono ugualmente meritate? Ed

egli qui riferisce un'affettuosa lettera da lei diretta a Francesco

Domenico, per mostrare come questa donna non fu in tutto e per tutto

quale viene descritta. Ora si osservi: Anzi tutto il Guerrazzi non dice

che sua madre non amasse i figli; ma li amava in un modo suo speciale,

che non poteva riuscire se non ad alienarsene l'animo: "non so se abbia

fatto più male ai suoi figliuoli coi suoi furori o nei suoi amori, ma

certo ne ha recato moltissimo in ambedue i casi". Da questa lettera,

che il Guastalla riporta, non traspare la solita furia che, al dir

del figlio, in ogni cosa la dominava; ma è naturale che in una persona

poco meno che analfabeta, costretta a scrivere con estrema lentezza,

senza per ciò salvarsi dai più grossolani errori, l'impeto della

passione animatrice non possa trasfondersi nelle espressioni scritte.

L'indole impetuosa, impulsiva, apparrà piena ed intera nelle lettere

di chi, come Francesco Domenico o suo fratello Temistocle, scrive così

velocemente quasi come pensa, non in quelle di chi, con grande stento,

riesce a metter insieme le lettere per compor le sillabe e le sillabe

per compor le parole; nelle prime si ha la rapida e pronta espressione

del pensiero spontaneo, nelle seconde il frutto faticato del pensiero

riflesso. D'altra parte, se pure nelle parole di Francesco Domenico

fossevi qualche esagerazione, non per ciò potremmo con minor sicurezza

conchiudere che la violenza e l'impulsività furono il carattere

fondamentale dell'indole sua sino a produrre vere manifestazioni di

epilessia psichica. Lo prova ad esuberanza un fatto in queste note

raccontato: "Circa questo tempo (quando il figlio era sui 14 anni)

accadde che, possedendo io un bello stile, ella lo prese per nettare

certe erbe; increscendomi vederlo guastare in un uso pel quale ella

aveva in pronto i coltelli a ciò destinati, dolcemente le dissi di

posarlo: sia che male intendesse, o qualche cruccio a me ignoto la

turbasse, tolta fuori di sè da cieca ira me lo scagliò contro; io

balzai da terra con un salto, sicchè il ferro mi aggiunse la coscia

sinistra e squarciando le carni vi rimase confitto; dove non avessi

spiccato quel salto mi percuoteva nel fianco e certo con quella forza

con la quale venne lanciato mi traforava le viscere. Il sangue sgorgò

copioso dalla ferita, ed io senza aprir bocca guardava il sangue, e

poi.... Ella si spaventò, e subito mutata mi si fece addosso piangendo,

ed estrasse lo stile, e siccome continuava a piangere, e mi lasciava

perdere il sangue, la pregai con fermo sembiante a portarmi acqua

tepida etc..."

Da questa unione di un lipemaniaco con una impulsiva epilettoide

nascevano cinque figli: Riccarda, Giovanni Gualberto, Francesco

Domenico, Temistocle e Giorgio. Sulla prima ha il Guerrazzi queste

parole di colore oscuro: "la sorella era oppressa dalla sciagura

e meritata; parola dura ma giusta", dalle quali non è difficile il

dedurre che non dovette essere d'indole onesta. Giovanni Gualberto

fu "uomo buono, però di sensi poco alti: nelle cose meccaniche

valentissimo, nelle intellettuali anzi grosso che no"; da lui nasce

Francesco Michele, di cui il Guerrazzi fu poi tutore e nel quale, come

l'epistolario del Guerrazzi attesta, torna a manifestarsi in grado

acuto l'_indole inquieta_ (morbosa tendenza ambulatoria) del nonno

Donato. Questa è pure caratteristica di Giorgio: "Io mi chiudo gli

occhi sul futuro di questo giovane (dice il Guerrazzi); in così poca

età egli ha sviluppato inclinazioni perniciosissime: ozioso, inquieto,

a quanti mestieri si applicava di subito gli riuscivano fastidiosi; ha

già viaggiato per l'Egitto, poi lo prese talento di navigare e se ne

andò fino al Brasile; quivi mercè le cure di un mio amico ottenne certo

impiego nella marina dello Stato, ma quando stava per dirigersi alla

volta del mare del Sud, non gli andò a grado il travaglioso mestiere;

e se ne tornò a casa". È a dolersi che, per essere rimaste incompiute

le note, il Guerrazzi non abbia potuto tenere la promessa di dire più a

lungo di questi fratelli: solo di Temistocle, il quarto, egli parla un

poco più distesamente, ed altre notizie intorno a lui il Mandolfo potè

ricavare da sue lettere inedite e dall'incartamento di un suo processo.

L'indole di Temistocle si presenta per molti riguardi simile a

quella di Francesco Domenico, il quale già osservava che la causa dei

frequenti loro bisticci era non già differenza, ma piuttosto soverchia

uguaglianza di carattere: ambedue impetuosi, ambedue ostinati, ambedue

orgogliosi, ambedue tormentati dalla melanconia. "Giovane d'ingegno

quasi smisurato" lo dice il fratello; e sebbene dalle opere che di lui

si conservano questo genio straordinario non appaia, conviene tener

conto dell'asserzione del fratello che la scultura mal si confaceva

con il suo animo orgoglioso e i suoi scarsi mezzi. "Quella sua indole

energica inasprita dalle vicende contrarie si esala in continuo

ruggito; diventa increscioso a sè e ad altrui; vivergli appresso

è cosa piena di gravezza.... Di mani pronte, gagliardo e di cuore

generosissimo. Una volta è tornato a casa senza calzoni per averne

coperto un miserabile assiderato".

L'indole impetuosa, che si intuisce dal ritratto che il Guastalla

ne pubblica, con l'aria inspirata e i capelli al vento, si rivela

anche nelle sue lettere, nelle quali torna a mostrarsi quella mania

bestemmiatrice che già vedemmo propria di sua madre. Queste lettere

provano anche all'evidenza come sian giuste le parole, che su lui

scrive il fratello: "Quella sua indole inasprita dalle vicende si esala

in continuo ruggito". "Io pensava, scrisse in una lettera al fratello,

Giovedì essere in viaggio per Livorno; se tu vuoi mi tratterrò...

ma non per andare dal Sovrano, perchè promessi a me nell'ora della

disperazione che non sarei andato mai da un Sovrano, altro che a

ricever degli onori. Caro fratello, compatiscimi; di' pure che faccio

il mio danno; ma promessi a me e, vedi bene, che passerei da uomo

debole con me stesso. È inutile, non vi anderò; _lo giuro urlando

ancora adesso_".[38] La rigidità nell'osservare le promesse fatte a

se stesso è un insegnamento paterno, il cui effetto si vedrà anche

in Francesco Domenico, per il quale ogni proponimento fatto, sia pure

il più assurdo, diventa decreto fatale. Ciò almeno in teoria, perchè

nella pratica non sempre riesce loro di salvarsi dalle contraddizioni,

nè a Temistocle vale giurarvi — _urlando_ — che la promessa fatta a sè

stesso va mantenuta. In una lettera posteriore infatti egli consente

anche a recarsi dal Sovrano; ma l'ira scoppia ed erompe dalla sua

lettera, sfogandosi in bestemmie per la costrizione che sopra sè

stesso deve esercitare. "Io spero di finire il mio san Giovanni fra

breve tempo; consigliami se lo debbo presentare al Sovrano. Un senso

segreto e voce di potente natura mi fa arrossire al pensarne; pure il

bisogno e la speranza mi strascinerebbero, Dio infame! a chiedere a

un uomo.... Pure chiederei; ma credimi, l'evento non sarà che il mio

avvilimento." La lotta contro le avversità, il contrasto fra l'orgoglio

intimo che pretenderebbe gl'inchini dei sovrani, e la realtà della

vita che ai sovrani lo costringe ad inchinarsi, induce in lui l'odio

della vita e l'amore al suicidio, che pare comune all'intera famiglia,

sia nel ramo degli ascendenti diretti (padre e nonno lipemaniaci)

sia nei rami collaterali dei consanguinei, in uno dei quali, Pietro,

assume le forme di una vera e propria monomania suicida. Al fratello,

che gli aveva narrato di un suicidio, egli scrive: "Non mi accenni il

nome di quel giovane che si è ucciso; sebbene non meni a nulla amerei

saperlo: io amo il suicida, lo stimo e piango a calde lacrime alla

memoria di quello che seppe liberarsi da tutto. Io non spero nulla,

e quando il mio sperare conseguir si dovesse per disperar di te e

di altri pochi a me cari, ci rinunzio, per il core di Dio. Speriamo,

forse nel corso della nostra vita avremo un momento che ci consolerà;

ma quale... la morte!...". Non so se per usarli eventualmente contro

sè stesso o contro altri egli chiedeva in altra lettera al fratello

che gli portasse "quei certi pugnali, che ritiene tuttora il vecchio

Guerrazzi". Nell'interrogatorio subito il 31 luglio 1832, chiestagli

spiegazione di questa frase, egli mostra un'amnesia completa, simulata

certamente, e attribuisce quelle espressioni, che dice non sapersi

neppur egli spiegare, a mente smarrita ed alterata. "Se dovessi dirgli

il perchè rammentassi quei pugnali che diceva ritenere il vecchio

Guerrazzi, io non potrei davvero, perchè non so che nessun della mia

famiglia abbia mai ritenuto armi di nessuna specie, e sicuramente poi

non mi son pervenute nè per parte di mio fratello nè di altri armi

di sorta, per cui ne deduco che quelle espressioni fossero l'effetto

di mente smarrita ed alterata...". In questo medesimo interrogatorio

gli chiedono conto di altre gravi alterazioni del senso morale,

che dalle sue lettere appaiono: la mania bestemmiatrice, l'amore al

suicidio, il consiglio che dà al fratello di rubare se ne ha bisogno;

e di tutte egli si giustifica coll'attribuirle a mente alterata:

"Dettogli che l'empie espressioni contro la divinità le quali passo

passo s'incontrano nelle citate di lui lettere, le ripetute proteste

di amare il suicida e di essere pronto a togliersi la vita quando non

potesse altrimenti soffrirne le avversità, ed il consiglio che dà

al fratello di rubare liberamente qualora ingenti strettezze ve lo

richiamino, provare chiaramente le sue massime corrotte, ed il suo

carattere immorale affatto e irreligioso — R.: Le massime che io ho

emesse in queste lettere non sono al certo quelle che ho, e ben si

conosce dal contesto delle lettere stesse che sono scritte da un uomo

di mente alterata." — Ora questa alterazione di mente che egli recava

a sua discolpa, senza probabilmente crederla realmente esistente, non

può essere messa in dubbio da chi ne studi oggettivamente il carattere

e le manifestazioni. Con la differenza che dove egli invocava a sua

difesa un'alterazione mentale momentanea, e prodotta dalle avversità

del momento, noi ritroviamo anomalie permanenti prodotte da cause solo

in parte esterne, ma sopratutto congenite, ereditarie. Temistocle è,

tra i fratelli del Guerrazzi, quello che più a lui si avvicina nello

eccesso così della genialità come della degenerazione; e la somiglianza

dell'indole loro meglio apparrà quando, esposti i caratteri personali

più notevoli di Francesco Domenico, sarà più agevole ed evidente

il confronto. Chiude la rassegna dei congiunti del Guerrazzi — il

Pietro, tipico esempio di lipemaniaco, con delirio ipocondriaco, —

di disperazione — fors'anche di persecuzione, con forme larvate di

epilessia, impulsività, assenze e allucinazioni, e con acuta mania

suicida. Di lui parla il Guerrazzi nelle Memorie al Mazzini: "Pietro

Guerrazzi mio congiunto, nelle scienze fisiche peritissimo, roso

dalla domestica malinconia, preso dal tedio degli uomini, venne in

pensiero di uccidersi. Ruggiva vedendo la codardia, la inerzia, e

la bassezza dell'uomo degradato dalla diuturna servitù...; da prima

l'anima sua si dispose allo scherno, poi al disprezzo, e finalmente al

tedio invincibile della vita...; prese a curare poco la persona, ad

assottigliare il cibo onde ne apparve squallido e macilento; sempre

solo, iracondo, e spesso avviluppato in cupo silenzio, talvolta

prorompente in focosissime filippiche contro il genere umano. Allora

gli occhi suoi mandavano faville, e il labbro, tumido e acceso,

gli tremolava convulso. Alle gravi ammonizioni del padre mio non

rispondeva; si empiva la bocca di carta e la masticava come un cavallo

impaziente rode il freno." Se il vecchio Guerrazzi gli parlava del

dolore che avrebbe recato alla famiglia, si commoveva, ma senza

recedere dal fatale proponimento ed esclamava affannosamente: Dio mio

che cosa ho da fare? La mia esistenza mi pesa.... Spesso io lo sorpresi

seduto col mento giù declinato sul petto, le gambe stese, le braccia

penzoloni; le tempie e le guance incavate e con gli occhi più lustri

del vetro guardare intensissimo qualche cosa che certamente non era

in questo mondo. Se battendogli leggermente sopra la spalla taluno si

avvisava domandargli come stesse, sorgeva dispettoso e quinci partivasi

senza profferire parola". Saputo che aveva comprato due pistole e

le teneva cariche in tasca, il padre di Francesco Domenico cercò

d'indurlo a desistere dai suoi pensieri di suicidio; non riuscendogli,

gli chiese che volesse restar in vita ancora un anno. All'altro parve

troppo e offerse un mese; allora, quasi si trattasse della scadenza di

una cambiale, cominciarono a contrattare e alla fine si concordarono

per due mesi. Allo spirar di questi, chiamato in disparte il vecchio

Guerrazzi, gli disse: "Domani sono libero." A gran fatica potè

strappargli un altro mese.

Quando si uccise, Francesco Domenico era a confino; Carlo Bini

nell'annunziargli il fatto così gli scriveva: "Tre giorni prima che

morisse io lo trovai lungo una strada così tramutato nel sembiante

e negli atti, che provai fatica a conoscerlo, e passava ratto e

sospettoso come l'uomo perseguitato. Gli dimandai come stesse, ed egli

mi strinse la mano e mi guardò di traverso, e quasi fuggì fremendo come

una belva. La più parte del mondo, che non può comprendere il sublime,

e la necessità di un'azione che non sa, o non deve fare, diè nome di

pazzo al povero giovane." In una lettera del marzo '59 al Carletti, il

Guerrazzi racconta come suo cugino Pietro, "sdegnato della viltà del

tempo, si fracassava la testa di una pistolettata, sollecitava lui con

lettera scritta poco prima di morire, a imitarlo."

Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni) · 第 43 / 60 题