CAPITOLO VI.

_Corti generali, e Fiere istituite da Federico in queste nostre

province: suoi figliuoli, che rimasero; e suo testamento._

Tutti questi Giustizieri eran subordinati al Gran Giustiziero del

Regno, che in tempo de' Normanni per aver que' Re collocata la loro

sede regia in Palermo, quivi risedeva appresso il Re nella sua Gran

Corte; ma Federico, che non seppe star fermo in alcun luogo ma per

accorrere a' bisogni scorreva sempre per tutte le province de' suoi

Reami, presso di lui in ogni città ove si fermava, era la sua Gran

Corte, ed il Gran Giustiziero ed i Giudici, che la componevano. E

questo savio Principe per meglio riordinare queste province, come

amante della giustizia, avendo nell'anno 1233 convocato in Messina

un general Parlamento, statuì, che due volte l'anno in certe province

del nostro Regno si dovesse tener Corte generale[421], ove qualunque

persona, che si sentisse gravata, o mal soddisfatta de' Giustizieri,

o di qualunque altro suo Ufficiale esponesse le sue querele ad un

suo Nunzio, quivi a quest'effetto da lui mandato, il quale dovesse le

querele di tutti porre in iscrittura, e questa ben suggellata con suo

suggello, e di quattro altre persone ecclesiastiche di provata fama e

probità, dovea presentarla alla sua imperial Corte.

Le querele poi date contro coloro, che non erano Ufficiali, doveano

i Giustizieri delle regioni deciderle. Doveano intervenire in queste

Corti generali quattro persone di ciascuna città di quella provincia

delle migliori, di buona fede ed opinione, come anche di ciascuna

terra o castello. E quando non gli scusasse qualche giusto impedimento,

stabilì ancora, che vi dovessero assistere i Prelati di que' luoghi,

i quali o per essi, quando v'intervenivano, o per altri, quando non

erano presenti, dovessero denunciare se nella loro provincia vi erano

_Patareni_, o altri infettati d'eretica pravità, affinchè fossero

esterminati e severamente da lui puniti. Doveano queste Corti durare

otto dì, e quando occorreva di doversi trattar negozio di momento,

poteva prorogarsi il tempo per quindici giorni.

I luoghi, ove doveano celebrarsi, erano in Sicilia, _Plazza_. In

Calabria, _Cosenza_, ove doveano comparire le due province, cioè Terra

Jordana e Valle di Grati, oggi dette Calabria ultra, e Calabria citra.

Nella città di _Gravina_ convenir doveano le province di Puglia,

Capitanata e Basilicata. Nella città di Salerno, ambedue le province

Principato, Terra di Lavoro e Contado di Molise, insino a Sora. E nella

città di _Sulmona_ convenir doveano le due province d'Abruzzo.

Il tempo nel quale doveano congregarsi i Ministri per tener queste

Corti, era il primo di maggio, ed il primo di novembre. Ed in esse

doveano assistere in presenza del Legato, o Nunzio dell'Imperadore,

il Maestro Giustiziero, i Giustizieri delle province, il Maestro

Camerario, i Camerari, i Baglivi e gli altri Ufficiali della Corte ed

i Prelati, i Conti, i Baroni, e' cittadini di que' luoghi e di quella

provincia, che secondo erasi stabilito, doveano convenire a quella

città designata per la Corte.

In questo medesimo general Parlamento tenuto in Messina, per provedere

all'abbondanza di questo nostro Reame, stabilì in sette parti di

quello le _Fiere_ generali[422], ove dovessero i mercatanti portar le

loro merci, e sin tanto che quelle durassero, non fosse lor permesso

portarle altrove. Le prime le stabilì in _Sulmona_, e volle che

durassero, dal dì di S. Giorgio insino alla festa dell'Invenzione di

S. Arcangelo. Le seconde in Capua, e volle che durassero, da' 22 di

maggio, insino alli 8 di giugno. Le terze in _Lucera_ e duravano, dal

dì del B. Giovanni Papa per otto giorni. Le quarte in Bari e duravano

dal dì di S. Maria Maddalena, insino alla festa di S. Lorenzo. Le

quinte in _Taranto_, e duravano, dal dì di S. Bartolommeo, insino alla

festività della Nascita della Beata Vergine. Le seste in _Cosenza_, e

duravano dalla festa di S. Matteo, insino a quella di S. Dionigi. Le

settime in _Reggio_, e duravano, dal dì di S. Luca, insino al primo di

novembre, giorno di tutti i Santi.

Ecco come questo saviissimo Principe pose in miglior ordine lo stato

di queste nostre province, alla di cui providenza e saviezza molto

debbono; e se non fosse stato nel meglio de' suoi progressi tolto

a' mortali, di molte altre provide leggi, e di molti altri pregi, ed

utilità avrebbele fornite; ma la sua morte pur troppo immatura, troncò

il corso della sua felicità, ed in istato pur troppo lagrimevole da poi

si videro, quando per l'ambizione di dominare furono da più invasori

combattute e perturbate, e miseramente afflitte, insino che estinta la

regal stirpe degli Svevi, ad altra Gente non fossero trasferite; ciò

che sarà il soggetto del libro seguente.

Lasciò Federico di varie mogli, e d'alcune concubine, molti figliuoli.

Ebbe egli, secondo scrive Giovanni Cuspiniano, sei mogli. La I fu

_Costanza_ figliuola del Re Alfonso II d'Aragona e della Regina Sancia

di Castiglia; dalla quale generò _Errico_ Re di Alemagna, che morì in

prigione, e _Giordano_, che morì fanciullo. La II fu _Jole_ figliuola

di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, la quale gli recò in dote le

ragioni di quel Reame, pervenute a Jole per cagione della madre Maria,

e con lei generò _Corrado_ Re de' Romani. La III fu _Agnesa_ figliuola

d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiata, si maritò ad

Udelrico Duca di Carintia. La IV fu _Rutina_ figliuola d'Ottone Conte

di Wolffenshausen in Baviera. La V fu _Isabella_ figliuola di Lodovico

Duca di Baviera; e di niuna di queste tre generò prole alcuna.

La VI fu pure nomata _Isabella_, ovvero Elisabetta nata di Giovanni

Re d'Inghilterra, sorella del Principe di Galles, poi Re d'Inghilterra

e detto Errico III. E notasi negli Atti pubblici di quel Regno, fatti

ultimamente stampare dalla Regina Anna, che Federico per trattar questo

matrimonio inviò in Inghilterra Pietro delle Vigne; dal qual matrimonio

essendone nato _Errico_, che poi si credette essere stato fatto

avvelenar da Corrado, ne nacquero que' disturbi tra il Re d'Inghilterra

zio di Errico con Corrado che si noteranno appresso; dalla quale

Isabella ebbe anche alcune figliuole femmine oltre Errico; onde mal

credette Cuspiniano, che scrisse non esservi nato alcun maschio di

questo matrimonio; poichè i più appurati Autori, e fra essi Girolamo

Zurita, con più verità dicono, che di lei gli nacque _Errico_, a cui

lasciò il padre il Reame di Gerusalemme, e centomila oncie d'oro; e

fu fatto poi avvelenar da Corrado, siccome diremo nel seguente libro.

Delle figliuole femmine la primiera nominata _Agnesa_ si maritò con

Corrado Langravio di Turingia, e la seconda detta Costanza con Lodovico

Langravio d'Assia.

Ebbe anche di _Beatrice_ Principessa d'Antiochia (la quale egli, come

dice lo stesso Zurita, tolse illegittimamente per moglie) _Federico_

Principe d'Antiochia, e Conte d'Albi, di Celano, e di Loreto, dal padre

intitolato Re di Toscana, secondo che alcuni Autori scrivono: da costui

nacque Corrado d'Antiochia, che ammogliatosi con Beatrice figliuola del

Conte Galvano Lancia generò Federico, Errico e Galvano d'Antiochia; il

cui legnaggio durò alcun tempo chiarissimo in Sicilia.

Generò ancora l'Imperador Federico dalla sorella di Goffredo Maletta

Conte del Minio e di Trivento, Signor del Monte S. Angelo, e Gran

Camerlengo del Regno, _Manfredi_ Principe di Taranto, e poi Re di

Napoli e di Sicilia, e _Costanza_, che si maritò in vita del padre

con Carlo Gio. Vatasio Imperador di Costantinopoli scismatico e

nemico della Chiesa romana, siccome appare nel reale Archivio:

ciocchè gli rimproverò Innocenzio IV, quando lo privò dell'Imperio;

e dal testamento di Federico si raccoglie, che Manfredi da Federico

fosse stato reputato, come nato da legittimo matrimonio, giacchè,

non altrimenti che Errico, vien invitato Manfredi alla successione

de' suoi Stati, in mancanza de' figliuoli di Corrado, e di Errico, e

così credettero alcuni Scrittori, che reputarono Manfredi figliuolo

legittimo, non bastardo di Federico; ed in ciò ha preso errore Matteo

Paris, mentre nella sua istoria crede, che Manfredi sia nato di Bianca

Lanza, e che con lei l'Imperadore avesse celebrato il matrimonio,

stando infermo poco prima di morire. E dalla detta Bianca Lanza

Marchesana, come alcuni dicono, di Monferrato, e da altre donne, gli

nacquero Errico Re di Sardegna, nominato comunalmente Enzio, che morì

prigioniero in Bologna, ed alcune altre figliuole femmine, delle quali

_Selvaggia_ fu moglie d'Ezzelino Tiranno di Padova, un'altra di Tommaso

d'Aquino Conte dell'Acerra, ed un'altra del Conte Caserta.

Federico prima di morire fece il suo testamento, nel quale lasciò erede

dell'Imperio, e di tutti gli altri suoi Stati, e particolarmente del

Reame di Puglia, e di Sicilia _Corrado_ Re de' Romani suo figliuolo;

e questi mancando senza figliuoli ordinò, che dovesse succedere

_Errico_ altro suo figliuolo, e questi pure morendo senza figliuoli,

che gli dovesse succedere _Manfredi_ Principe di Taranto, parimente

suo figliuolo; e dimorando Corrado in Alemagna, o in qualsivoglia altro

luogo, statuì per suo Balio in Italia, e particolarmente in Puglia ed

in Sicilia, Manfredi con amplissima autorità. Lasciò al detto Manfredi

il Principato di Taranto con li Contadi di Montescaglioso, di Tricarico

e di Gravina, ed il Contado di Monte S. Angelo, con il titolo ed

onor suo, che gli aveva in vita donati, con tutte le città, terre e

castella, a' detti luoghi appartenenti, con riconoscere Corrado come

Sovrano Signore.

Lasciò a Federico suo nipote il Ducato d'Austria, e di Stiria,

con condizione, che dovesse egli riconoscerlo da Corrado, e di più

diecemila once d'oro.

(Chi fosse questo Federico suo nipote, ce lo additta Matteo Paris ad

An. 1251 pag. 102 il quale raccorciando il Testamento di Federico,

scrisse: _Item Nepoti meo, (scilicet Filii mei Henrici) relinquo

Ducatum Austriae, et decem millia unciarum auri_).

Lasciò a Errico per suo figliuolo il Regno di Gerusalemme, o Arelatense

ad arbitrio del Re Corrado (non com'altri credettero il Regno di

Sicilia, di cui insieme con quello di Puglia ne fu Corrado erede; onde

mal fece d'Inveges a dividere da ora questo Regno in due, e quel ch'è

peggio, chiamare la Puglia Regno di Napoli) e centomila once d'oro;

ed altre centomila ne lasciò da spendersi in sussidio di Terra Santa

per la salute della sua anima, secondo che avesse ordinato il medesimo

Corrado, ed altri nobili Crocesegnati.

Ordinò che si restituissero tutti i beni tolti a' Templarj, ed a tutte

l'altre Chiese e Religiosi, de' quali avessero da godere la solita

libertà e franchezza che lor si dovea.

Lasciò ordinato, che i suoi vassalli del Reame di Napoli e di Sicilia

fossero liberi ed esenti da tutte le generali Collette, secondo che

erano a tempo del buon Re Guglielmo; e che tutti i Conti, Cavalieri,

Baroni e Feudatarj de' suoi Regni godessero delle loro giurisdizioni,

privilegi e franchezza, come goder soleano al tempo del detto Re

Guglielmo.

Ordinò, che si rifacessero i danni fatti da' suoi Ministri alle Chiese

di Lucera e di Sora, ed a ciascun'altra, che nell'istessa guisa fosse

stata danneggiata.

Ordinò, che si ponessero in libertà tutti i prigioni, fuorchè quelli

dell'Imperio e del Reame, ch'eran sostenuti per la congiura fatta

contro di lui.

Ordinò parimente, che si soddisfacessero tutti coloro, che doveano aver

da lui alcuna somma di moneta, e che si restituisse alla Santa Romana

Chiesa tutto ciò che s'apparteneva alle ragioni dell'Imperio.

Ordinò, che il suo corpo si dovesse trasportare in Sicilia, e sepellire

nel Duomo di Palermo (siccome da Manfredi suo figliuolo fu eseguito)

ove eran parimente sepolti il Padre Errico, e la madre Costanza, alla

qual Chiesa lasciò cinquecento once d'oro da spendersi in suo servigio

per l'anima del padre, e della madre sua, secondo il parere di Bernardo

Arcivescovo di Palermo, con alcune altre cose, che nel suo testamento

si leggono, fatte non già come eretico o cattivo uomo, ma come buono

e fedel Cristiano: il qual testamento, e per queste e per l'altre

cose, che contiene degne di memoria abbiam voluto far qui imprimere,

essendo l'istesso, che si vedea gli anni addietro nel regale Archivio,

siccome scrive Matteo d'Afflitto nelle Costituzioni del Regno, e

se ne fa menzione dal Bzovio negli Annali Ecclesiastici, e da altri

Scrittori regnicoli, e che da Capece-Latro fu tolto da un original

Cronaca scritta da antichissimo tempo degli avvenimenti dell'Imperador

Federico, e di alcuni altri de' seguenti Re, che si conservava in suo

potere: e si vede esser lo stesso, del quale han fatta menzione il

Costanzo, il Summonte, il Tutini[423], e gli altri Autori, che ne han

favellato.

(Questo Testamento di Federico è stato anche impresso da Lunig[424]

il qual dice averlo trascritto _ex Editione P. Octavii Cajetani in sua

Isagoge ad Historiam Sacram Siculam; collatum et suppletum ex vetusto

Codice Manuscripto Bibliothecae Marchionis Jurattanae_.)

_Testamento di FEDERICO II._

_In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi. Anno ab

Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo primo, et primo

anno Regni Domini nostri Corradi gloriosissimi Romanorum, Hierusalem,

Siciliae, et Italiae Regis, mense Januarii, 9 Indictione. Dum in

Archiepiscopali Salernitano Palatio, in praesentia Domini Caesaris, Dei

gratia Venerabilis Salernitani Archiepiscopi essemus nos Philippus,

Matthaeus, Romoaldus, et Philippus Judices, praesentibus Matthaeo de

Vallone Straticoto Salerni Philippo Greco, et Gulielmo Curiali Notariis

ad hoc specialiter rogatis: Illustris Vir Dominus Bertoldus Marchio de

Hohenburch Dei, et Domini nostri Regis Corradi gratia, Dominus Montis

fortis, et Argentii, Castri S. Severini, et honoris ejus, ostendit, et

praesentavit praedicto Domino Archiepiscopo testamentum, sive ultimam

voluntatem quondam Domini nostri Serenissimi Imperatoris Friderici II

cerea, et pendente Bulla ejusdem Domini Imperatoris insignitum, quod

vidimus, et legimus, et omni vitio, et suspicione carebat, et erat

continentiae talis._

_In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi, Anno ab

Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo, die Sabati,

decimoseptimo Decembris, nonae Indictionis. Primi parentis incauta

transgressio sic posteris legem conditionis indixit, ut eam nec diluvii

proclivis ad poenam effugio effrenis adduceret, nec Baptismatis

tam celebris, tam salubris unda lineret, quin fatalitatis cu.....

mortalibus senescentis aevi.... lascivia transgressionis in poenam

culpae transfuga tanquam cicatrix ex vulnere remaneret. Nos igitur

Fridericus II Divina favente Clementia Romanorum Imperator semper

Augustus, Hierusalem, et Siciliae Rex, memor conditionis humanae, quam

semper comitatur humana fragilitas, dum vitae nobis instaret terminus,

loquelae, et memoriae in nobis integritate vigentibus, aegri corpore,

sani mente, sic animae nostrae consulendum providimus, sic de Imperio,

et Regnis nostris duximus disponendum, ut rebus humanis assumpti

videamur, et filiis nostris, quibus nos Divina Clementia faecundavit,

quos praesenti dispositione sub poena benedictionis nostrae volumus

esse contentos, ambitione sublata, omnis materia scandali sopiatur.

Statuimus itaque Conradum Romanorum in Regem electum, et Regni

Hierosolymitani haeredem dilectum filium nostrum, nobis haeredem

in Imperio, et in omnibus aliis... et quoquo modo acquisitis, et

specialiter in Regno nostro Siciliae: quem si decedere contingeret

sine liberis, succedat ei Henricus filius noster, quo defuncto sine

liberis succedat ei Manfredus filius noster: Corrado vero morante in

Alemannia, vel alibi extra Regnum, statuimus praedictum Manfredum

Balium dicti Corradi in Italia, et specialiter in Regno Siciliae,

dantes ei plenariam potestatem omnia faciendi, quae persona nostra

facere posset, si viveremus, videlicet, in concedendis Terris, Castris,

et Villis, parentelis, et dignitatibus, beneficiis, et omnibus aliis

juxta dispositionem suam, praeter antiqua demania Regni Siciliae,

quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et eorum haeredes

omnia, quae ipse fecerit firma, et rata teneant, et observent. Item

concedimus, et confirmamus dicto Manfredo filio Principatum Tarenti,

videlicet, a Portu Rositi, usque ad ortum fluminis Brandani, cum

Comitatibus Montis Caveosi, Tricarici, et Gravinae, prout Comitatus

ipse protenditur, a maritima Terrae Bari usque Palinurum, cum Terris

omnibus a Palinuro per totam maritimam usque ad dictum Portum Rositi,

cum Comitatibus, Castris, et Villis infra contentis cum omnibus

Justitiis, pertinentiis, et rationibus omnibus tam ipsius Principatus,

quam Comitatuum praedictorum. Concedimus etiam eidem Comitatum

Montis S. Angeli, cum titulo, et honore suo, et omnibus Civitatibus,

Castris, Villis, Terris, Pertinentiis, Justitiis, et rationibus eidem

Comitatui pertinentibus, videlicet, usque de demanio in demanium,

et quae de servitio in servitium. Concedimus, et confirmamus eidem

quidquid sibi in Imperio etiam a nostra majestate concessum, ita tamen

quod praedicta omnia a praefato Corrado teneat, et recognoscat. Item

statuimus, quod Federicus nepos noster habeat Ducatus Austriae, et

Stiriae, quos a praefato Corrado teneat, et recognoscat, cui Federico

judicamus duri pro expensis suis decem millia unciarum auri. Item

statuimus, ut Henricus filius noster habeat Regnum Arelatense, vel

Regnum Hierosolymitanum, quorum alterum dictus Corradus praefatum

Henricum habere voluerit, cui Henrico judicamus dari centum millia

unciarum auri pro expensis. Item statuimus, ut centum millia unciarum

auri expendantur pro salute animae nostrae in subsidium Terrae

Sanctae secundum ordinationem dicti Corradi, et aliorum nobilium

Crucesignatorum. Item statuimus, quod omnia bona Militiae Domus

Templi, quae Curia nostra tenet restituantur eidem, ea videlicet,

quae de Jure debent habere. Item statuimus, ut Ecclesiae, et Domibus

Religiosis restituantur jura earum, et gaudeant solita libertate.

Item statuimus, quod homines Regni nostri sint liberi, et exempti ab

omnibus generalibus collectis, sicut consueverunt esse tempore Regis

Gulielmi II Consobrini nostri. Item statuimus, quod Comites, Barone,

et Milites, et alii Feudatarii Regni gaudeant juribus, et rationibus,

quae consueverunt, habere praedicti Regis Gulielmi in collectis,

et aliis. Item statuimus, ut Ecclesiae Luceriae, Sorae, et si quae

aliae Ecclesiae laesae sunt per Officiales nostros, reficiantur, et

restituantur. Item statuimus, ut tota massaria nostra, quam habemus

apud S. Nicolaum de Aufido, et omnes proventus ipsius deputentur ad

reparationem, et conservationem Pontis ibi constructi, vel construendi.

Item statuimus, ut omnes captivi in carcere nostro detenti liberentur,

praeter illos de Imperio, et praeter illos de Regno, qui capti sunt

ex proditionis nota. Item statuimus, quod praefatus Manfredus filius

noster omnibus benemeritis de Familia nostra provideat vice nostra in

Terris, Castris, et Villis, salvo demanio Regni nostri Siciliae, et

quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et haeredes corum

ratum, et firmum habeant quicquid idem Manfredus super hoc duxerit

faciendum. Item volumus, et mandamus quod nullus de proditoribus Regni

aliquo tempore reverti debeat in Regnum, nec alicui de eorum genere

succurrere possint, imo haeredes nostri teneantur de eis vindictam

sumere. Item statuimus, quod Mercatoribus creditoribus nostris debita

solvantur. Item statuimus, ut Sanctae Romanae Ecclesiae Matri nostrae,

et aliorum nostrorum fidelium jura restituantur, si ipsa Ecclesia

restituat jura Imperii. Item statuimus, ut si de praesenti infirmitate

nostra mori contigerit, in majori Ecclesia Panormitana, in qua Divi

Imperatoris Henrici, et Divae Imperatricis Constantiae parentum

nostrorum, memoriae recolendae tumulata sunt corpora, corpus nostrum

debeat sepeliri; cui Ecclesiae dimittimus uncias auri quingentas pro

salute animarum dictorum parentum nostrorum, et nostrae, per manus

Berardi Venerabilis Panormitani Archiepiscopi, familiaris, et fidelis

nostri, in reparatione ipsius Ecclesiae erogandas. Praedicta autem

omnia, quae acta sunt in praesentia praedicti Archiepiscopi, Bertoldi

Marchionis de Hohenburch dilecti consanguinei, et familiaris nostri,

Riccardi Comitis Casertani dilecti generi nostri, Petri Ruffi de

Calabria Marescallae nostrae Magistri, Riccardi de Monte Nigro Magnae

Curiae nostrae Magistri Justitiarii, Magistri Joannis de Idrunto

Notarii nostri, Fulconis Ruffi, Magistri Joannis de Procida, Magistri

Roberti de Panormo Imperii, et Regni Siciliae, et Magnae Curiae

nostrae Notarii, meorum fidelium, quos praesenti dispositioni nostrae

mandavimus interesse, per praedictum Corradum filium, et haeredem

nostrum, et alios successive sub poena benedictionis nostrae tenaciter

disponimus observari, alioquin haereditate nostra non gaudeant.

Ita autem universis fidelibus nostris praesentibus, et futuris sub

sacramento fidelitatis, qua nobis, et haeredibus nostris tenentur,

injungimus, ut praedicta omnia illibata teneant, et observent. Praesens

autem testamentum nostrum, et ultimam voluntatem nostram, quam robur

firmitatis volumus obtinere, per praedictum Magnificum Nicolaum de

Brundusio scribi, et signo Sanctae Crucis propriae manus nostrae

sigillo nostro, et praedictorum subscriptionibus jussimus communiri.

Actum apud Florentinum in Capitanata, anno, mense, die, et indictione

praedicta. Anno Imperii nostri XXXII. Regni Hierusalem XXVIII. et Regni

Siciliae LI. Signum Sanctae Crucis propriae manus praedicti Domini

Imperatoris Federici. Qui supra Berardus Panormitanus Archiepiscopus

Domini Imperatoris familiaris. Ego Bertoldus Marchio de Hohenburch iis

interfui, et subscripsi. Ego Riccardus Comes Casertae iis interfui,

et me subscribi feci. Ego Petrus Ruffus de Calabria Imperialis

Maresciallus Magister interfui his, et subscribi feci. Ego Riccardus

de Monte Nigro Magnae Imperialis Curiae Magister Justitiarius. Ego

Magister Robertus de Panormo, qui supra Judex. Ego Joannes de Idrunto,

qui supra interfui. Ego Fulcus Ruffus de Calabria his interfui, et

subscripsi. Ego Joannes de Procida Domini Imperatoris Medicus testis

sum. Ego, qui supra Notarius Nicolaus de Brundusio, quia omnibus

praedictis interfui, praesens testamentum propria manu subscripsi, et

meo signo signavi._

_Cum autem testamentum praedictum a nobis lectum fuisset, idem Dominus

Archiepiscopus tunc nos rogavit, ut quia quaedam in dicto testamento

continentur, quae ad utilitatem Salernitanae Ecclesiae Matris nostrae

pertinere noscuntur, ipsum insinuare, seu publicare deberemus, ut ex

insinuatione, seu publicatione ipsius possit inde fidelis assumi. Nos

autem preces juri consentaneas admittentes ipsum testamentum totum per

ordinem de verbo ad verbum nihil in eo addito, vel subtracto in hanc

scripturam publicam per manum Thomasii publici Salerni Notarii transumi

fecimus, et transcribi, quod scripsi Ego praedictus Thomasius publicus

Salerni Notarius, qui rogatus interfui, vidi, et legi, et illud in hanc

scripturam redigens publicam, meo signo signavi, quod autem superius

nititur virgulas scriptum, et legitur nostra, et quod disturbatum est,

legitur, recognoscat..... Adest signum ✠. Ego qui supra Philippus

Judex ✠. Ego qui supra Matthaeus Judex ✠. Ego qui supra Romoaldus

Judex ✠.

Ego qui supra Philippus Judex._

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 47 / 58 题