CAPITOLO IV.

_FEDERICO prosiegue la guerra contra i Lombardi nell'istesso tempo, che

CORRADO suo figliuolo è travagliato in Alemagna da ERRICO di Turingia,

e da GUGLIELMO Conte d'Olanda. Muore in Fiorentino, e gli succede

CORRADO._

Intanto il Re Enzio seguitava a travagliar con aspra guerra la

Lombardia: ed in Alemagna non minori e men crudeli erano le battaglie

tra Corrado ed Errico di Turingia, il quale ancorchè avesse data

una gran rotta a Corrado, fu poi ucciso da un colpo di saetta mentre

combattea la città d'Ulma: onde Innocenzio saputa la morte d'Errico,

inviò di nuovo quattro altri suoi Legati ad istigare i Principi

tedeschi contro Federico; e per essere stato dal Re Enzio d'ordine del

padre fatto morir impiccato per la gola un parente d'esso Pontefice,

di nuovo amendue scomunicò, e tanto operò co' Tedeschi, che fu eletto

in nuovo Re de' Romani Guglielmo Conte d'Olanda, il quale incamminatosi

dopo la sua elezione a prendere la Corona in Aquisgrana, se gli oppose

intrepidamente col suo esercito Corrado, il quale occupata e munita

quella città lungamente dentro d'essa da Guglielmo, e dai suoi si

schermì. Non avea il Pontefice trascurata ogni opera di far ribellare

Corrado istesso contro il suo padre, e per mezzo del Cardinal Ubaldino

suo Legato, dell'Arcivescovo di Colonia, e di molti altri Baroni

alemani, faceva continuamente insinuare al medesimo a non seguire

l'imprese e le dannate vestigia, com'essi diceano, di suo padre: ma

Corrado Principe pio e costante gli rispose, che avrebbe difese le sue

parti insino all'ultimo spirito di sua vita.

Federico intanto racchetati i rumori del Regno partì di Puglia, e

passò a Pisa, e di là per li confini dei Parmegiani a Cremona. Quivi

essendo, fugli da alcuni insinuato di dover trovare qualche modo di

riconciliarsi colla Chiesa, e conchiuse perciò di conferirsi di persona

in Lione per umiliarsi al Pontefice; sicchè tolto in sua compagnia

onesto numero di famigliari, passò da Cremona a Torino, e celebrata

quivi un'altra Assemblea, partiva già per Lione; ma giunto appena

alle radici dell'Alpi gli fu per particolar messo significato, per

opra d'Innocenzio essergli stata dai suoi partigiani ribellata Parma;

onde accorse immantenente per riaverla, ed intrigato col Re Enzio suo

figliuolo in questa guerra, ampiamente scritta da Sigonio, passò quivi

tutto quest'anno, e nel seguente anno 1248 per occasione di questa

guerra, nella quale ora perdente, ora vincente, perdè Vittoria città

novellamente da lui edificata a fronte di Parma, nel qual fatto i suoi

nemici uccisero, e fecer prigioni la maggior parte degli assediati,

fra' quali morì _Taddeo di Sessa_, quel celebre nostro Giureconsulto,

e che in questi tempi avea anche avuto l'onore d'essere stato fatto

General Capitano in quell'esercito. E mentre con tali successi era

afflitta Italia, Guglielmo Conte d'Olanda creato Re de' Romani, dopo

un lungo contrasto, presa la città d'Aquisgrana, era stato in essa

dall'Arcivescovo di Colonia incoronato nel dì primo di novembre di

quest'anno; e poco stante azzuffatosi con Corrado, ch'era col suo

esercito di nuovo sopra detta città venuto, il ruppe e pose in fuga.

Nel seguente anno 1249 Federico lasciato il Re Enzio suo Vicario in

Lombardia, se ne passò in Toscana, ove giunto, se creder vogliamo

a Giovanni Villani, non volle entrare in Firenze, perchè per vana

predizione di _Michele Scoto_ grande Astrologo e Mago di que' tempi,

gli era stato detto, che aveva da morirvi dentro, e fermatosi ad un

luogo ivi vicino, poco da poi passò l'Imperadore in Puglia, ove finchè

visse, che fu molto poco, dimorò.

In questo medesimo anno avendo i Bolognesi data una terribile rotta

al Re Enzio, lo fecero prigione; onde crebbe oltremodo la fortuna e

potenza de' Bolognesi, e per la fama dell'acquistata vittoria per sì

riguardevole personaggio, e per la nobiltà del suo aspetto, e per la

fiorita età, che non passava 25 anni, e per la grandezza del padre;

e avendolo condotto con gran trionfo prigioniero a Bologna, diede

manifesto esempio dell'incostanza ed infelicità delle cose umane,

ed i Bolognesi statuito con pubblico decreto, che mai non s'avesse

a riporre in libertà, regiamente a spese del Pubblico, mentre egli

visse lo sostennero, non si movendo a liberarlo, nè per le minacce del

Padre, che sopra di ciò scrisse loro una sua lettera, nè per offerta

di grossa somma d'oro in suo riscatto. In tal maniera ventidue anni, e

nove mesi dimorato, come scrive Cuspiniano, fu poi venendo a morte con

nobilissima pompa sepolto da' Bolognesi nella chiesa di S. Domenico in

un ricchissimo avello di marmo con la sua statua indorata, ove sino al

presente, secondo che scrive Stradero, si legge l'inscrizione in una

piastra di bronzo.

Ricevette, non molto tempo dopo tal successo, l'Imperadore lettere

da' Modanesi, ove significandogli la ricevuta sconfitta si dolevano

della prigionia del figliuolo, a' quali egli rispose magnanimamente

ringraziandogli del loro ben volere, con minacciare aspramente i

Bolognesi, e tutti i partigiani della Chiesa. Ma questi col favor

dell'ottenuta vittoria, dopo aver soggiogate molte città e castelli

di Lombardia e di Romagna, e fra essi Modana, che per alcun tempo

strettamente assediarono, mossero Federico per non perdere affatto

il dominio di quei paesi, essendo già entrato l'anno di Cristo 1250

a raccorre soldati, e moneta per rinovar la guerra, e tentare di

riporre il figliuolo in libertà, e mentre a ciò badava, ammalò del

suo ultimo male nel castel di Fiorentino, ora disfatto, in Capitanata

di Puglia, sei miglia lungi da Lucera, e come scrive Cuspiniano, non

senza sospetto, che Manfredi Principe di Taranto suo figliuol bastardo

l'avesse avvelenato, o come è più verisimile, perchè aspirando al

dominio del Reame, voleva torsi dinanzi il padre, per tentare di porre

il suo pensiero ad effetto, come si conobbe da poi.

L'Imperadore aggravato dal male, pentitosi de' suoi falli, e

chiedendone a Dio perdono, si confessò a Bernardo Arcivescovo

di Palermo, e da lui ricevette l'assoluzione, ed il sacramento

dell'Eucaristia, se creder dobbiamo ad Alberto Abate di Strada; e

persuaso dall'istesso Arcivescovo fece il suo testamento, il qual tutto

intero, come quello, che contiene più notabili cose, addurremo.

Soggiunge Cuspiniano, che mentre superando la forza del veleno o della

malattia, o per la sua robusta complessione, o per la diligente cura

de' Medici, stava per riaversi, Manfredi aggiungendo fallo a fallo per

tema non il padre campasse, di notte tempo, postogli un piumaccio alla

bocca crudelmente il soffocò; alla qual opinione di violenta morte par

che concorra lo Scrittor di Giovennazzo, quando dice, che a tempo si

sparse voce, che l'Imperadore era già guarito, e che il seguente giorno

voleva uscir di letto, per aver mangiato la sera certe pera cotte con

zuccaro, si ritrovò poi il mattino morto nel letto, verificandosi il

vaticinio fattogli (se tai vanità son degne di fede) che aveva a morir

in Fiorenza, ma secondo le solite anfibologie degl'Astrologi non in

Fiorenza di Toscana, ma in Fiorentino di Puglia; se bene l'Anonimo[383]

Autor della Cronaca di Manfredi, come troppo appassionato di questo

Principe, passa sotto silenzio le circostanze di questa morte violenta,

per non incolpar Manfredi suo Eroe.

Cotal fu dunque il fine di Federico II Imperador romano, il quale morì

in età di cinquantasei anni, e nel trentesimo ottavo del suo Imperio,

lo stesso giorno, che fu eletto a cotal dignità in Alemagna, dopo aver

cinquantatre anni dominato il Reame di Napoli e di Sicilia, e 28 quello

di Gerusalemme, Principe degno di chiara ed immortal memoria, per le

molte e singolari virtù, che così nell'animo, come nel corpo di pari

in lui fiorirono; perciò, lasciando star da parte quello, che alcuni

Scrittori italiani di lui con troppa malevoglienza, e alcuni altri

tedeschi con troppa adulazione scrissero: egli è certo, che fu un savio

ed avveduto Signore, valoroso e prode di sua persona, e di nobile, e

signoril presenza: fu liberale e magnanimo, perchè premiò ampiamente

coloro, che l'aveano servito, così nell'opere di pace, come nella

guerra, ed onorò i Signori dell'Imperio di grandissime prerogative e

privilegi; poichè primieramente creò Federico, detto il _Bellicoso_,

di Duca, che in prima egli era, Arciduca d'Austria[384], e gli diede

l'insegne reali per quel, che ne scrive il Cuspiniani; ma nel sesto

libro delle Pistole di Pietro delle Vigne appare, che nel creò Re,

benchè secondo il Zurita, di cotai titoli di Re, e d'Arciduca non si

servì niuno de' suoi seguenti Signori, che quella provincia dominarono

fin all'Imperador Federico III ch'il concedette di nuovo a Filippo suo

nipote, quando stava trattando d'ammogliarsi con una delle figliuole

di Ferdinando Re di Castiglia e d'Aragona, detto poi il Re Cattolico,

nell'anno di Cristo 1488.

Fu nella militar disciplina espertissimo, per la quale ottenne

nobilissime vittorie de' suoi nemici; e mostrò non men fortezza ne'

casi avversi, che temperanza e continenza ne' prosperi. E provvido

ne' consigli, e prudente nel riordinare i suoi Regni di molte utili e

giuste leggi.

Per aver avuti nemici tre romani Pontefici, Onorio, Gregorio ed

Innocenzio, e le città Guelfe partigiane dei medesimi, acquistò egli

presso i posteri nome di spergiuro, e di crudele con tutti i Prelati

e Ministri della Chiesa; e per averne perseguitati molti, e scacciati

dalle loro sedi, altri imprigionati, e fatti morire in esilio, ed avere

in altre strane guise fatto impiccare grosso stuolo di Frati e Preti;

e per aver taglieggiate le chiese, i monasterj, e gli Ecclesiastici,

con torre loro i beni e facoltà: pose timore a tutti gli Ecclesiastici,

non volesse ridurgli alla strettezza e povertà della primitiva Chiesa,

tanto maggiormente ch'era lor riferito, che l'Imperadore soleva avere

spesso in bocca cotali voci; onde Matteo Paris, che prima che Federico

fosse stato deposto, avea sempre nella sua Cronaca aderito al suo

partito, quando da poi intese, che Federico soleva dir queste parole,

come che egli si trovava Abate di Monte Albano d'Inghilterra, e ricco

di molti Beneficj e Commende, dispiacendogli tal proponimento, cominciò

a mutar stile e scrivere contro di lui in altra maniera, che prima avea

fatto.

Se questo fece _Paris_, ognun può credere, che cosa mai facesser gli

altri Scrittori italiani partigiani dei Pontefici romani, e tutti

Guelfi: e particolarmente i Frati. Paolo Pansa nella Vita d'Innocenzio

IV rapporta, che Fr. _Salimbene_ da Parma Frate Minore, che visse

in que' tempi, e conobbe Federico, in una sua Cronaca a penna lasciò

scritto, che Federico in quest'ultima sua infermità fu afflitto da'

vermi, che scaturivano dalle sue carni, e che morto che fu, usciva tal

puzza da quel cadavere, che non si poteva in alcun modo tollerare, e

che per allora non gli si potè dar sepoltura: ch'era poco cattolico,

anzi epicureo, come quegli, che non credea trovarsi altra vita, che

questa; soggiungendo, che quando e' fu in Oriente, e vide la Terra, che

si chiama di _Promissione_, si pose a ridere, e facendosene beffe, ebbe

a dire che se il Dio de' Giudei avesse veduto il Reame di Napoli, e

massimamente Terra di Lavoro, non avrebbe fatto sì gran conto di quella

sua terra di Promissione.

(Oltre a ciò i Monaci nelle loro Croniche anche scrissero, che Federico

passando un giorno col suo esercito vicino alcuni campi di formento,

che avea le spiche già mature, e danneggiando i Soldati coi loro

cavalli le spiche, e rapportato ciò a Federico, avesse motteggiando

risposto, che se ne astenessero, e le portassero rispetto, poichè un

giorno i grani di quelle spiche potevano divenire tanti CRISTI. Le

parole sono rapportate da _Simone Hanh, Hist. Germ. in Friderico II_).

Lo dipinsero perciò, ch'egli fosse ateo, e che negando l'immortalità

dell'anima avesse posto ogni suo intendimento ne' diletti del corpo,

godendosi, e sollazzandosi con quel, che più gli aggradiva, e che

perciò si contaminasse con ogni sorte di lussuria, tenendo sempre,

oltre alla moglie, uno stuolo di concubine attorno, alcune delle

quali erano anche Saracene; della quale opinione mostra essere

stato anche Dante[385], ancorchè Ghibellino, ponendolo a patire

le pene dell'Inferno, in un luogo, ove era simil peccato d'eresia

punito, con il padre di Guido Cavalcanti, e Farinata degli Uberti

Cavaliere Fiorentino, e col Cardinale Ottavio degli Ubaldini, facendo

dall'istesso Farinata dire:

_Qua entro è lo secondo Federico,_

_E 'l Cardinale, e degli altri mi taccio._

Ma da ciò, che s'è in questi libri veduto, si conosce, che Federico

quando fu corrisposto da' Pontefici, fu cotanto attaccato alla Chiesa

romana, ed ai suoi Ministri, che Ottone soleva perciò chiamarlo il _Re

de' Preti_. E si vede ancora dalle tante sue Costituzioni promulgate

tutte favorevoli alla giurisdizione della Chiesa, le quali insino oggi

s'osservano. Quanto perseguitasse gli Eretici ben si è di sopra veduto,

e ben lo dimostrano le severe sue Costituzioni, che promulgò contro i

medesimi, non meno per estirpargli da Italia, che dalla Germania[386].

E se dobbiam credere a Capecelatro[387], Inveges[388], e ad alcuni

Scrittori, egli fu, che per osservar la promessa fatta al Pontefice

Innocenzio III istituì nell'anno 1213 il Tribunal dell'Inquisizione in

Sicilia.

In questo nostro Reame si è ancor veduto quanto fosse grande il suo

zelo in estirpargli; poichè oltre d'aver pubblicata quella celebre

Costituzione _Inconsutilem_, avendo preinteso, che in queste nostre

province, e particolarmente in Napoli, era penetrata l'eresia de'

_Patareni_, mandò l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di Principato

suo Maresciallo a carcerargli. Non istituì però (che che si facesse

in Sicilia, di che alcuni anche ne dubitano, non essendovi Scrittor

contemporaneo, che lo rapporti) per queste nostre Province particolar

Tribunale d'_Inquisizione_ contro i medesimi. Solo comandò a' suoi

Ufficiali, che contro di loro, ancorchè non accusati, procedessero

_ex inquisitione_, siccome si costumava negli altri enormi e gravi

delitti, e con molto più rigore di quello, che si praticava ne' delitti

di lesa Maestà umana. Perciò stabilì, che gl'indiziati, ancorchè

per leggieri sospetti, si dovessero portare ad esaminarsi avanti i

Prelati e persone ecclesiastiche, come coloro, a' quali appartiene,

ed è della lor perizia di conoscere se le opinioni deviano dalla fede

cattolica in qualche articolo; i quali Prelati se evidentemente,

e con manifeste e chiare pruove conosceranno essere i rei convinti

d'eresia, era solamente della loro incumbenza di ammonirgli _pastorali

more_, affinchè lasciassero gli errori, e l'insidie del Demonio; e

se, così ammoniti, pertinacemente s'ostineranno ne' loro errori, e

costantemente vorranno in quelli perseverare, era terminata la loro

incumbenza[389]; e de' rei in cotal guisa convinti, prendevano cura

i Magistrati secolari, i quali a tenore di quella sua Costituzione

gli sentenziavano a morte, e ad esser bruciati vivi nel cospetto del

Popolo. Stabilì ancora che nelle Corti generali, che due volte l'anno

doveano tenersi nel Regno, i Prelati dovessero denunciar gli Eretici

al suo Legato, ed agli Ufficiali, che componevano quella Corte[390],

affinchè ne prendessero severo castigo. E quantunque presso di noi

non istituisse particolar Tribunale, volendo, che que' medesimi suoi

Ufficiali, a' quali era commessa la punizione di tutti gli altri

delitti, procedessero anche in quello: i modi però, che prescrisse di

procedere contro gli Eretici, e le pene, ed i mezzi per iscovrirgli,

furono troppo diligenti e rigorosi. Egli fu il primo, che generalmente

gli condennò a pena di morte: egli castigava severamente i loro

recettatori, e coloro, dai quali erano ajutati: favoreggiò le pruove,

e volle, che contro di quelli si procedesse anche _ex inquisitione_,

come in tutti gli altri enormi delitti, e che a somiglianza di questi,

per inquisirgli bastassero leggieri indizj: separò con ben fermi e

chiari confini le conoscenze, che gli Ecclesiastici, ed il Magistrato

secolare doveano avere intorno a questo delitto. La conoscenza del

diritto, se tal opinione era eretica, o no, tutta intera la lasciò

agli Ecclesiastici; e perciò volle, che gl'imputati d'eresia fossero

esaminati da persone ecclesiastiche, perchè non altronde poteva

conoscersi se l'errore era dannabile o no, se s'opponeva alla nostra

Fede, ed a' suoi Dogmi, o non s'opponeva. Essi doveano ricercarli,

essendo ciò della lor perizia, non altrimente che negli altri delitti,

ne' quali accade richiedersi il giudicio de' periti. La conoscenza

del fatto, e la condanna era del Magistrato secolare, non potendo

la Chiesa, come altrove fu notato, in questi delitti, toltone di

separargli dal consorzio de' Fedeli, condennar a morte, nè a mutilazion

di membra, nè d'affliggere i rei con altre temporali pene.

A torto adunque vien lacerata la fama di Federico da' nostri Scrittori

italiani, per lo più tutti Guelfi. E se egli fu crudele contro alcuni

Prelati, e più contro i Frati e Monaci, ben nel corso di questo libro

si sono vedute le cagioni di tanta severità, e delle occasioni dategli

d'usarla. Nè deve riputarsi estraneo dalla potestà del Principe,

quando si mova con giuste cagioni, e precisamente se lo faccia per

ragion di Stato, d'esiliare i Vescovi, discacciargli dalle loro sedi,

imprigionare i Frati, ed incrudelire contro di essi, quando sono

perturbatori dello Stato, e della pubblica quiete. E molto meno deve

parer cosa strana di taglieggiare i beni degli Ecclesiastici, quando il

bisogno del Principe e della Repubblica lo richieda.

I Principi, sempre che il bisogno de' loro Regni il richiedeva,

sono stati soliti imporre alle Chiese e Monasterj certo tributo, che

esigevano unitamente dalle città e Feudatarj; e come altrove fu notato,

li _Patrimonj_ delle nostre Chiese pagavano il tributo agli Imperadori

d'Oriente.

Carlo M., discacciato Desiderio, e resosi padrone del Regno d'Italia,

lo impose alle Chiese e Monasterj d'Italia, come lo testimonia il

Sigonio[391]. E coloro, che sotto il nome di Principi di Benevento

ressero la maggior parte di queste province, che oggi compongono

il nostro Regno, han sempre esatto questi tributi dalle Chiese e

monasterj che si tassavan a proporzione, dal valore delle robe, che

possedevano. Così quando nell'anno 851 sotto Lotario Imperadore,

e Lodovico Re d'Italia suo figliuolo, fu diviso il Principato di

Benevento, ed eretto in Principato di Salerno tra Radelchiso Principe

di Benevento e Siconolfo Principe di Salerno, abbiamo, che fra l'altre

cose, che furono accordate tra questi due Principi, fu che di tutte le

robe de' Vescovadi e monasterj, ovvero _Xenodochii_, se ne prendesse

conto, e secondo il valore delle medesime si tassasse il censo solito

a contribuirsi al Principe: nel che furono solamente eccettuati i

monasterj di Monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Vulturno, i

quali perchè stavano sotto l'immediata protezione dell'Imperador

Lotario, e del Re Lodovico, furono esentati per li privilegi e

prerogative, che ne tenevano. Siccome ne furono anche eccettuate le

robe degli Abati e d'altri Ecclesiastici, che servivano al Principe

nel proprio palazzo[392]. Ma poi mutate le cose ed innalzato da' Papi

l'Ordine ecclesiastico in più sublime stato, sottraendogli, così per

ciò che riguarda le loro persone, come le loro robe, dalla potestà e

giurisdizione del Principe; sembrava Federico empio e tiranno, il quale

seguendo gli antichi esempj, si studiava restituire l'antiche ragioni,

e preminenze sopra le loro persone e beni.

Del rimanente, tolte da lui queste false accuse, fu Federico un

Principe, in cui di pari gareggiavano la giustizia, la magnificenza e

la dottrina. Egli ci lasciò molte sagge ed utili leggi; ed a cui molto

deve questo Regno, e Napoli più d'ogni altra città del medesimo. Egli

amantissimo delle lettere vi fondò una famosa Accademia, ove chiamò gli

scolari da tutti i suoi dominj. Egli ancora dottissimo in filosofia,

ed in ogni altra scienza, pose in grande onoranza lo studio pubblico

di Salerno per la medicina, e ne fondò un altro di nuovo in Padova,

togliendolo da Bologna città sua inimica, ordinando, che in questi

Studj non dovessero gire a studiare i cittadini delle città Guelfe sue

nemiche di Lombardia, di Toscana e di Romagna.

E ciò che è da ammirare, in un secolo, nel quale, come dice

l'Anonimo[393], _erant Literati pauci, vel nulli_, egli non solo fu

amante delle buone lettere, ma come studiosissimo di filosofia e d'ogni

altra scienza compose un libro _de Natura, et Cura Animalium_[394].

Egli spinse _Giordano Ruffo_ Maestro della sua Manescalchia reale a

comporre un Trattato della cura e medicamenti de' cavalli, il quale

nel fine del libro, che si conserva in S. Giovanni a Carbonara, fra i

libri, che furono del Cardinal Seripando, dice, che egli di quanto avea

scritto n'era stato istrutto da Federico suo Signore.

Fece dal Greco e dall'Arabico traslatare molti libri in linguaggio

latino, come l'_Almagesto di Tolomeo_, l'opere di Aristotele, e molti

altri di medicina, e di altre scienze, de' quali, siccome scrive

Giovanni Pontano, inviò a donare con sua particolar lettera, che si

legge nel terzo libro dell'epistole di Pietro delle Vigne, alcune opere

d'Aristotele a' Maestri e Scolari dello Studio di Bologna, prima che

divenissero suoi nemici.

Fece parimente comporre da _Michele Scotto_ famoso Medico ed Astrologo

di que' tempi, e suo carissimo famigliare molti libri di filosofia, di

medicina, e di astrologia, come testifica l'istesso Michele in alcuni

d'essi, che li dedica, e Corrado Gesnero nel suo Compendio; ond'è,

che le cose filosofiche e le matematiche cominciarono ad aver vita:

e per essersi queste opere d'Aristotele, e libri di Galeno, e degli

altri Medici arabi lette nelle nostre Scuole, e favorite da Federico,

quindi la filosofia d'Aristotele, e la medicina di Galeno, acquistarono

appresso di noi, e fecero quei progressi nelle Scuole, che insino a'

nostri tempi abbiam veduto.

Fece ancora ridurre in ordine quelle sue Costituzioni, donde furon

prese molte Autentiche ed inserite nel Codice di che altrove abbiam

ragionato; siccome i libri delle nostre _Costituzioni_ pur a lui li

dobbiamo che fece compilare da Pietro delle Vigne celebre Giureconsulto

di questi tempi. Compose ancora un libro della Caccia de' Falconi,

della quale non s'avea allora notizia alcuna; e Manfredi suo figliuolo

vi aggiunse poscia molte altre cose.

E se in sì gran Principe questo anche annoverar si dee, fu egli

versatissimo in molte lingue, così nella latina, come nella greca,

nella italiana, nella francese ed anche nella saracena, oltre della

tedesca sua natia; e si dilettò di poesia italiana, e vagamente

molti Sonetti e Canzoni compose, che insino ad ora si leggono unite

con quelle di Pietro delle Vigne, di Enzio suo figliuolo e d'alcuni

altri Poeti di que' tempi, quando la nostra lingua italiana surta dal

mescuglio di tante altre lingue e dalla latina precisamente, cominciava

a diffondersi, e che raffinata poi da valenti Scrittori, meritò d'esser

paragonata alla latina, ed alla greca istessa, anzi contendere con

quelle di maggioranza, ed al suo genio verso la poesia deve questo

secolo tanto numero di Poeti antichi, de' quali Lione Allacci[395]

tessè lungo catalogo; e fra noi l'_Abate di Napoli: Giacomo dell'Uva

di Capua: Folco di Calabria: Guglielmo d'Otranto: Guezolo da Taranto:

Ruggiero e Giacomo Pugliesi: Cola d'Alessandro_, e tanti altri antichi

Rimatori nell'infanzia della lingua italiana.

Principe magnificentissimo, che ornò Italia e questo nostro Reame

di molti nobili edifici, e particolarmente Capua e Napoli, avendo in

questa ampliato e ridotto in miglior forma il castello Capuano; ed in

quella rifatto con gran magnificenza l'antico ponte di Casilino sopra

il fiume Vulturno con due fortissime torri, ove fece porre la sua

statua di marmo, che ancora oggi ivi s'addita.

Fondò molte città in questi suoi Reami, le quali furono Alitea e Monte

Lione in Calabria; Flagella in Terra di Lavoro a fronte di Cepparano

e Dondona in Puglia, delle quali due oggi non vi è vestigio, essendo

subito dopo il lor principio disfatte; Augusta ed Eraclea in Sicilia;

e l'Aquila in Apruzzi a' confini del Regno per fronteggiare allo Stato

della Chiesa.

Ma quello, di che questo nostro Reame è principalmente debitore a

questo Principe, si è il vedere, che sotto di lui con miglior ordine

e distinzione si videro divise queste nostre province: ciocchè bisogna

minutamente notare, per lo rapporto, che si tiene ancora oggi di questa

divisione.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 45 / 58 题