LIBRO DECIMOQUARTO

Quanto la morte di Guglielmo il Malo, e l'innalzamento al trono del

suo figliuolo, fece quietare i disordini e i mali, onde il Regno era

involto, altrettanto l'acerba e dolorosa perdita di Guglielmo II, recò

al medesimo molto maggiori e più fiere turbulenze. Non videro queste

nostre regioni tempi più miserabili di quelli, che corsero dalla morte

di questo buon Principe insino a Federico II, il quale colla sua virtù

e grandezza d'animo seppe abbattere i perturbatori del Regno, e dar a

quello una più tranquilla riposata pace.

L'esser Guglielmo mancato senza lasciar di se prole alcuna, pose molti

nella pretensione di succedere al Reame. Ancorch'egli avesse dichiarata

erede del Regno Costanza sua zia, ed in vita in un'Assemblea tenuta per

tal cagione in Troja avesse fatto giurar da' suoi vassalli fedeltà a

Costanza e ad Errico suo marito; nulladimanco abborrendo i Siciliani

la dominazione d'Errico, come di Principe straniero, e ritrovandosi

costui lontano in Alemagna colla sua moglie Costanza, cominciarono i

Siciliani a pensare di sorrogar altri al soglio di quel Reame, ed a

Tancredi Conte di Lecce erano gli occhi di tutti rivolti. I Baroni del

Regno, ed i famigliari della Casa reale erano perciò entrati in grande

discordia; perciocchè tutti coloro ch'erano del regal legnaggio, o

che possedevano grossi Baronaggi, non volendo l'uno all'altro cedere,

aspiravano alla Corona[129], e que' ch'erano in minore stato, aderendo

a' più potenti, posero il tutto in rivolta e contrasto, dimenticandosi

tosto del giuramento di fedeltà fatto a Costanza e ad Errico in Troja.

Vi è ancora chi scrive[130], che il Pontefice Clemente III, vedendo

mancata la stirpe legittima dei Normanni, avesse preteso, che il Reame

come suo Feudo fosse devoluto alla Chiesa romana, e che a questo fine

avesse unite sue truppe per ridurvelo. Ma questa è una favola molto mal

tessuta: non erano a questi tempi i Pontefici romani entrati ancora

in simili pretensioni: essi a passi corti e lenti s'inoltravano, e

per allora eran contenti dell'investiture, le quali in progresso di

tempo, secondo le congiunture propizie, che si sarebbon offerte, ben

conoscevano, che potevan lor recare maggiori vantaggi, come ben se ne

seppero profittare da poi Innocenzio IV e Clemente IV. La situazione

presente delle cose non permetteva di farlo, essendo i pretensori per

forze formidabili, come Errico: gli animi de' Siciliani erano tutti

rivolti a Tancredi, ed i principali Baroni tutti aspiravano per se

stessi al Regno. Non v'era chi potesse somministrare al Papa aiuto, e

per se medesimo era pur troppo debole, e di soldati, e di denari, in

modo che avesse Clemente potuto imprender questa novità. Ed era ciò

tanto lontano da' pensieri di Clemente, che subito ch'egli ebbe la

notizia d'aver i Siciliani innalzato al trono ed incoronato Tancredi,

tosto gli mandò la solita investitura: rendendo a lui miglior conto,

che al Reame di Sicilia fosse acceduto Tancredi, che Errico Re di

Germania.

Ma i Siciliani, e que' particolarmente, che seguivano il partito

di Matteo Vice-Cancelliere contro l'Arcivescovo Gualtieri, liberi

dal timore de' Ministri reali, cominciarono a gridar per loro Re

Tancredi: ed essendosi ad essi unita la fazione del Vice-Cancelliere,

per abbattere l'Arcivescovo Gualtieri e suoi seguaci, che favorivano

Costanza, innalzarono al trono Tancredi, onde finalmente ottennero,

che si chiamasse al Regno Tancredi Conte di Lecce, il qual venuto in

Palermo, ne fu prestamente con pubbliche acclamazioni gridato Re, ed

incoronato con solenne celebrità nel principio di quest'anno 1190[131].

Nè tutto ciò essendo bastato a' Siciliani, spedirono prestamente

in Roma al Pontefice Clemente, il quale per maggiormente stabilirlo

nel Trono, gli mandò la solita investitura: come per cosa indubitata

scrissero il Neubrigense, Riccardo da S. Germano e la Cronaca, che si

conserva in Monte Cassino: il perchè fu Matteo dal grato Re creato Gran

Cancelliero del Regno, e 'l suo figliuolo Riccardo, Conte d'Ajello.

Nacque Tancredi di illegittimo, come si disse, da Ruggiero Duca di

Puglia figliuolo primogenito di Ruggiero il Vecchio, I Re di Sicilia, e

da una figliuola di Roberto Conte di Lecce; perciocchè usando il Duca

Ruggiero in casa del Conte Roberto, gli venne per avventura veduta

la figliuola, bella ed avvenente giovane, della quelle s'innamorò

focosamente, ed ella similmente di lui, nè guari di tempo passò, che al

desiderato fine del loro amore pervennero; ed andò di modo la bisogna,

che ingravidando colei due volte, ne partorì Tancredi e Guglielmo[132].

Ma continuando troppo Ruggiero negli amorosi diletti con l'amata

sua donna, cadde per questo in una grave malattia: perlaqualcosa il

padre il fece ritornare a lui, e risaputa la cagione del suo male,

s'adirò grandemente contro il Conte, credendosi, che il tutto fosse

stato sua opera; e poco da poi essendo Ruggiero morto, nel prese sì

fattamente a perseguitare, che fu forzato il Conte a fuggirsene in

Grecia, ritenendosi seco il Re Ruggiero, racchiusi nel suo Palagio a

guisa di prigionieri, i due fanciulli, ove dimorarono finchè succedette

la congiura del Bonello contro il primo Guglielmo, ed iti in Grecia,

essendo quivi morto Guglielmo suo fratello, fu da poi Tancredi

richiamato da Guglielmo II, e graziosamente accolto e rinvestito del

Contado di Lecce, che fu di Roberto suo avolo materno.

Non è mancato chi scrisse[133], che il Duca Ruggiero avesse finalmente

ottenuto dal Re suo padre licenza di sposarsi la sua amata donna, ma

che prevenuto dalla morte non potè eseguirlo, e che niente altro vi

mancasse per render legittimo questo congiungimento, che la celebrità

della Chiesa essendovi già preceduto il vero e legittimo consenso;

onde è che Tancredi dovesse reputarsi non bastardo, ma legittimo; e

quindi esser avvenuto che da Guglielmo il Buono fosse stato rinvestito

del Contado di Lecce, che fu del suo avolo, e che Clemente gli avesse

perciò data la solita investitura del Regno. Ma questi racconti,

come non appoggiati a verun fondamento, meritamente da' più gravi

e diligenti Scrittori sono stati reputati favolosi; e Clemente per

opporlo ad Errico fu mosso a concedergli l'investitura, non già che lo

reputasse legittimo. Quindi è che Federico II reputasse sempre gli atti

di questi Principi, cioè di Tancredi e di Guglielmo III, suo figliuolo,

per nulli e illegittimi, e come di Principi intrusi ed invasori del

Regno, che dopo la morte di Guglielmo II, a Costanza sua madre per

successione e per volontà di Guglielmo II, si dovea.

Nè faceva ostacolo a Costanza esser donna; poichè se bene in Italia

prima di Federico II, le femmine, non altrimenti che i mutoli ed i

sordi, venivan escluse dalla successione de' Feudi, ne' quali solamente

i maschi succedevano, per quella ragione, acciocchè il Feudo dalla

lancia non passasse al fuso; nondimeno nella succession de' Regni

presso i Normanni (che che altrimenti avessero reputato i Longobardi)

le femmine non si stimavano incapaci della Corona; tanto maggiormente

perchè, regolandosi la successione secondo l'investiture de' Pontefici

romani, nelle quali venivano compresi così i maschi, come le femmine,

dandosi le investiture per gli eredi e successori indifferentemente:

venivan perciò ammessi alla successione così i maschi, come le donne,

in mancanza di quelli; e la prima investitura d'Innocenzio II, fatta

a Ruggiero così fu conceputa: _Rogerio illustri, et glorioso Siciliae

Regi, ejusque haeredibus in perpetuum_; ed in quella data da Adriano

IV, a Guglielmo I, chiaramente si concede _haeredibus nostris, qui in

Regnum pro voluntaria ordinatione nostra successerint_; siccome da poi

seguirono tutte le altre. Tanto che perciò Federico II, soleva chiamar

sempre il Regno di Sicilia ereditario, e che a lui era dovuto come

ereditario per le ragioni di Costanza sua madre: nè la successione

de' Regni si è giammai regolata colle massime e con quelle leggi,

colle quali si regolano i Feudi, come ha bene provato l'incomparabile

Francesco d'Andrea in quella sua dotta scrittura della successione del

Brabante: e quindi è nato che a' Regni di Sicilia indifferentemente

sian succeduti così i maschi, come le donne, e salvo che negli ultimi

tempi del Re Alfonso e degli altri Re aragonesi, per li mali cagionati

a questo Regno dalle due Regine Giovanna I e II, non si pensò a darvi

rimedio, come al suo luogo noteremo. Fu questo costume non solo in

Sicilia ed in Puglia da lunghissimo tempo introdotto; ma in quasi

tutti gli altri Regni d'Europa, la quale perciò dagli Asiani e dalle

altre Nazioni del Mondo vien chiamata _il Regno delle femmine_; non

solo perchè alle medesime rendiamo quegli onori ed adorazioni, come

se fossero nostri idoli, contro il costume degli Orientali, ma ancora

perchè le veggono innalzate sopra i più alti sogli delle Monarchie e

de' Reami. Anzi presso i Normanni, se bene le medesime erano escluse

dalla successione dei Feudi, non era però, che sovente i Re non le

investissero di Baronie e di Contadi, siccome presso Ugone Falcando

abbiamo veduto di Clemenzia figliuola naturale di Ruggiero I, la quale

fu investita del Contado di Catanzaro da suo padre.

Tancredi adunque non altro titolo più plausibile poteva allegar

per se, se non la volontà de' Popoli, i quali l'aveano proclamato

Re ed innalzato al trono di Sicilia; ma molti Baroni per opra

dell'Arcivescovo Gualtieri gli negavano ubbidienza, e particolarmente

quelli del nostro Regno di Puglia; onde bisognò a Tancredi usar tutte

le arti per ridurgli alla sua parte. Teneva egli per moglie Sibilia,

sorella di Riccardo Conte della Cerra[134]; onde mandò al medesimo

grossa somma di denaro, acciocchè ragunasse gente armata per debellar

chi gli avesse contrastato, e procacciasse insieme amichevolmente,

e con preghiere, e con premi di trarre il maggior numero de' nostri

Regnicoli dalla sua parte. Fu l'opera del Conte Riccardo così efficace,

che in breve tempo, posto insieme grosso esercito, sottopose al Re

quasi tutti i Baroni del Principato e di Terra di Lavoro, e pose a

ruba ed a ruina i castelli del monastero di Monte Cassino, infinchè

Roffredo Abate di quel luogo non gli giurasse fedeltà anch'egli. Ma

ciò non ostante gli fecero resistenza le città di Capua e di Aversa. E

Ruggiero Conte di Andria e Gran Contestabile (colui che da Guglielmo,

come abbiam detto, fu mandato suo Ambasciador in Vinegia) non cedendo

di nulla a Tancredi, e sdegnando, che gli fosse stato anteposto nella

corona del Regno, con Riccardo Conte di Calvi, e con molti altri suoi

partigiani, e con grosso stuolo d'armati ne andò a fronteggiar le

genti del Conte Riccardo, acciocchè non avesse occupata la Puglia; e

scrisse ad Errico in Alemagna, che venisse ad acquistarsi il Regno di

Sicilia, che a sua moglie di ragion perveniva, togliendolo al Conte

di Lecce, che l'avea ingiustamente occupato. Scrisse ancora ad Errico

l'Arcivescovo Gualtieri dandogli parte di quanto era accaduto in

Sicilia: ma soprastando Errico a venire ed a mandar gente, Tancredi

tosto personalmente venne a queste nostre province, e felicemente

soggiogò la maggior parte della Puglia, non ostante il contrasto

fattogli dal Conte Ruggiero.

Intanto Errico avea spedito per Italia con numeroso esercito Errico

Testa Maresciallo dell'Imperio, il quale giunto in Italia dopo i

progressi fatti da Tancredi in Puglia, per lo cammino dell'Aquila entrò

in Terra di Lavoro con abbruciare, dar a saccomanno tutti i luoghi,

ch'e' prese; e congiuntosi col Conte Ruggiero passò prestamente in

Puglia, ove disfecero altresì molti castelli, tra' quali abbatterono

sino dai fondamenti Corneto, luogo sottoposto all'Abate di Venosa, in

dispetto di costui, perchè avea aderito a Tancredi. Intanto l'esercito

del Re non volendo arrischiarsi a far giornata in campagna con i

soldati tedeschi, s'afforzò entro la città d'Ariano, ed in alcuni

altri castelli circonvicini, ed avvedutamente temporeggiando, vide in

breve disfarsi l'oste nemica; perciocchè Errico Testa, assediato per

alcun tempo Ariano, essendo il maggior fervor della State, tra per la

noia del caldo, e per lo mancamento delle cose da vivere, infermando e

morendo i suoi soldati, fu costretto alla fine dal timor di non rimaner

del tutto disfatto a partirsi di là, e senza aver fatto alcun progresso

notabile a ritornarsene indietro in Alemagna.

Ma Ruggiero Conte d'Andria, troppo nelle sue forze confidando, volle

mantener la guerra; onde munita la Rocca di S. Agata, si ritrasse

in Ascoli per difendersi colà entro dal Conte della Cerra; il quale,

ripreso ardire per la partita de' Tedeschi, gli era andato addosso, e

cintolo d'uno stretto assedio, nè potendolo recare al suo volere, nè

con preghiere, nè per forza, si rivolse agl'inganni; onde chiamatolo

sotto la sua fede un giorno a parlamento fuori della Terra, ove

tese gli avea l'insidie, il fece prigione, e poco stante il privò

crudelmente di vita. Dopo la qual cosa andò a campeggiar Capua; i cui

cittadini, smarriti per la morte del Conte Ruggiero, se gli resero

con troppo precipitoso consiglio, perciocchè Errico Re d'Alemagna, le

cui parti seguivano, era già con grande e potente esercito entrato in

Italia per l'acquisto del Reame.

Erano in questo mentre, essendo morto Errico suo padre, Riccardo

Re d'Inghilterra e Filippo Re di Francia con grossa armata partiti

da' loro Stati per andare in Palestina; e giunti, benchè per

diverso cammino amendue a Messina su la fine del mese di settembre,

sopraggiunti ivi dal verno, fu di mestiere, che v'albergassero sino

alla vegnente primavera per potere proseguire la navigazione. Il Re

Riccardo vi si trattenne ancora per dar sesto ad alcune differenze, che

eran nate fra la Reina Giovanna sua sorella vedova del Re Guglielmo,

e Tancredi Re di Sicilia, ed avendole composte, Tancredi promise

di dar per moglie ad Arturo Duca di Brettagna nipote del Re inglese

e successor nel Reame, per non aver Riccardo prole alcuna, una sua

figliuola ancor fanciulla, venuta che fosse all'età convenevole al

maritaggio, con ventimila oncie d'oro di dote[135].

(Le differenze eran insorte per lo Dotario della vedova Regina, e per

alcuni tumulti accaduti in Messina fra gl'Inglesi ed i Messinesi,

mentre _Riccardo_ fu di passaggio a Messina; e l'istromento di

questa pace stipulato nell'anno 1190 è rapportato da _Lunig_[136];

dove si leggono pattuiti gli sponsali tra _Arturo_ e la figliuola di

_Tancredi_, e costituita la Dote di ventimila oncie d'oro).

Era in questi tempi disseminata per tutta Europa la fama di

Giovacchino Calabrese Monaco Cisterciense, ed Abate di Curacio,

riputato comunemente per Profeta, onde venne curiosità al Re Riccardo

di favellargli, il quale dalle sue parole s'avvide incontanente,

ch'era un cianciatore, e quello ch'egli disse dovere fra pochi anni

avvenire in Terra Santa, succedette tutto al contrario. Fu egli però

di uno spirito molto vivace, accorto e scaltro, e sopra tutti que'

della sua età, intendentissimo delle sacre scritture, e dalla somma

perizia, che avea delle medesime col suo gran cervello pronto e vivace,

imposturava la gente facendosi tenere per Profeta. Dagl'infiniti libri

che compose tutti con titoli speziosi e stravaganti, ben si conosce,

che sopra i Teologi di que' tempi fu riputato d'alto e di sottile

accorgimento e dottrina[137]. Se la prese con _Pietro Lombardo_,

uomo anch'egli rinomato in questi tempi, detto il _Maestro delle

Sentenze_, trattandolo con molta acerbità, nè ebbe riparo di chiamarlo

in un suo libro, che gli scrisse contro, eretico e pazzo; ma perchè

la dottrina di Pietro era tutta cattolica, che non meritava tali

rimproveri dal Calabrese, Innocenzio III, nel Concilio che celebrò in

Laterano, condannò il libro dell'Abate, e trattò come eretici coloro,

che ardiranno di difendere la sua dottrina in questa parte contro il

Lombardo.

Non è però, che per la sua grande perspicacia e talento, non fosse

stato anche da uomini dotti riputato saggio e dotato di spirito, se

non di profezia, almeno d'intelligenza, come scrisse di lui Guglielmo

parisiense Vescovo di Parigi, che fiorì intorno all'anno 1240. Ed

il nostro Dante non ebbe difficoltà di metterlo nel Paradiso e di

celebrarlo ancora per Profeta:

_Raban è quivi, e lucemi da lato,_

_Il Calabrese Abate Giovacchino_

_Di spirito profetico dotato_[138].

Siccome la Cronaca di Matteo Palmieri, Sisto Sanese, Errico Cornelio

Agrippa, il Paleotto e moltissimi altri riportati dall'Autor della

Giunta alla Biblioteca del Toppi.

Intanto Errico Re d'Alemagna, essendogli in questo mentre arrivata

la novella della morte di Federico Barbarossa suo padre, che, come

si disse, morì nella minore Armenia, volendo acquistarsi il buon

volere de' Tedeschi, restituì ad Errico Duca di Sassonia, ed a ciascun

altro, ciò che l'Imperadore suo padre gli avea tolto; e racchetati in

cotal guisa gli affari di Alemagna, inviò suoi Ambasciadori in Roma

al Pontefice Clemente ed a' Senatori della città, dando loro avviso,

che egli era per calare in Italia a torre la Corona imperiale nella

prossima Pasqua; ed entrato l'anno di Cristo 1191, mentre si stava

attendendo la sua venuta, morì Papa Clemente, il quarto giorno di

aprile, e sopraggiunto intanto il Re Errico in Roma, fu creato suo

successore Giacinto Bubone romano nato di nobil sangue e vecchio di

85 anni, il quale si nomò _Celestino_ III. Con questo nuovo Pontefice

fu accordata l'incoronazione d'Errico, il quale nella chiesa di S.

Pietro con la solita pompa insieme con la moglie Costanza fu coronato

Imperadore[139].

Il Re Tancredi era da Palermo passato di nuovo in Puglia, ove ragunato

un Parlamento di suoi Baroni a Termoli, e dato sesto a molti affari

del Regno, se n'andò poi in Apruzzi; e debellato il Conte Rainaldo il

costrinse venire alla sua ubbidienza. Indi passato a Brindisi conchiuse

il maritaggio tra Ruggiero suo figliuolo primogenito, ed _Ircoe_, detta

ancora talvolta _Urania_, figliuola d'Isaac Imperador greco[140]; e

poco stante, venuta da Costantinopoli a Brindisi, si celebrarono nella

medesima città pomposamente le nozze. Fece ancora Tancredi coronar

quivi Ruggiero Re di Sicilia; onde riflette Inveges[141], che questo

fu il primo Re coronato fuori di Palermo; e fatta l'incoronazione se

ne tornò Tancredi lietamente a Palermo, avendo conceduto prima del suo

partire a Roffredo Abate di Montecassino la Rocca di Evandro e la rocca

di Guglielmo.

Ma l'Imperador Errico, tosto che fu coronato in Roma raccolse il

suo esercito, ed accompagnato da Costanza sua moglie per la via di

Campagna assalì il Reame per conquistarlo; ma Celestino fece tutti

i suoi sforzi per frastornarlo dall'impresa, e si sdegnò assai, che

per tal cagione movesse guerra a Tancredi, quando del Regno n'era

investito da Clemente suo predecessore[142]. Niente però valse l'opera

di Celestino, poichè i Tedeschi pervenuti alla Rocca d'Arce, luogo

fortissimo posto alle frontiere dello Stato della Chiesa, lo presero

per forza d'arme in un subito: il qual avvenimento, siccome rincorò,

e diede baldanza a' soldati dell'Imperadore, così all'incontro scemò

in gran parte il valor de' Regnicoli; onde Sorella, Atino e Colle,

sbigottite, senza aspettar altro assalto, se gli diedero; e Roffredo

Abate di Monte Cassino, che gravemente era infermo in letto, con

quelli di S. Germano, inviarono a giurargli fedeltà anch'essi; e poco

stante Cesare e Costanza ne girono a quel monastero a visitar quel

Santuario. Seguitando poi il lor cammino, se gli diedero il Conte di

Fondi, e quel di Molise, e passando in Terra di Lavoro si rivolse

alla lor parte Guglielmo Conte di Caserta, e le città di Teano,

Capua ed Aversa; nè ritrovarono resistenza alcuna sino a Napoli, ove

essendosi ricovrato il Conte della Cerra, e non volendo que' cittadini

mancar di fede a Tancredi, s'apprestarono francamente alla difesa. Si

governava allora questa città da _Aligerno_, di cui fu quel privilegio

spedito agli Amalfitani, come si disse; e sebbene riconoscesse per

suo Signore Tancredi, siccome conobbe tutti gli altri Re normanni suoi

predecessori, riteneva però quella forma stessa di Governo, che avea

prima, che da Ruggiero fosse manomessa. Entrato ora in sua difesa il

Conte Riccardo, potè far valida resistenza ad Errico; il quale inviata

l'Imperadrice Costanza a Salerno, che in questo mentre era passato

sotto la sua dominazione, cinse Napoli d'uno stretto assedio da tutti i

lati; ma non perciò fu bastevole a prenderla a patto alcuno, così per

la valida difesa del Conte e de' Napoletani, com'ancora perchè negli

eccessivi ardori di quella state, infermando per lo soverchio mangiar

de' frutti, e per l'intemperie dell'aria in que' luoghi paludosi,

i Tedeschi, ne cominciarono a morire in grosso numero, fra' quali

morì l'Arcivescovo di Colonia, il cui corpo portarono i famigliari a

seppellire in Alemagna; ed ammalatosi alla fine il medesimo Imperadore,

veggendo non poter venire a capo della sua impresa, dato a saccomanno

tutto il Contado, ed abbruciato ogni sorta d'alberi fruttiferi, lasciò

la città libera dall'assedio. Ed avendo lasciata Costanza in Salerno,

ed un suo Capitano chiamato Mosca in Cervello, alla guardia del castel

di Capua, Diepoldo Alemanno alla Rocca d'Arce, e Corrado di Marlei alla

Terra di Sorella; e presi gli ostaggi da que' di S. Germano, i quali

recò seco con l'Abate Roffredo, per lo cammin delle terre di Pietro

Conte di Celano uscì dal Reame, e s'avviò verso Lombardia per girsene

in Alemagna.

Riccardo Conte della Cerra avendo intesa la partita d'Errico, uscì

prestamente con suoi soldati da Napoli, e con molti Napoletani, che

parimente li seguirono, ed essendo andato a Capua, que' cittadini

tosto se gli diedero, uccidendo grosso numero di Tedeschi, che in essa

dimoravano, ed assediato il castello, non potendovisi Mosca in Cervello

mantenere per difetto di vettovaglie, glielo rese, uscendone libero

con tutti i suoi[143]. Indi prese il Conte Atino, Aversa, Teano, e S.

Germano con tutte le terre della Badia di Monte Cassino; e richiesto

Adenolfo da Caserta Decano del monastero, che v'era rimasto in guardia

per l'assenza di Roffredo, a darsegli, non potè a patto alcuno, nè con

preghiere, nè per forza recarlo al suo volere. Soggiogò poscia Riccardo

Mandra Conte di Molise, e pose in guardia di S. Germano, e di S. Angelo

Teodico Masnedam. Per li cui felici progressi sgomentato Riccardo

Conte di Fondi, il quale avea comperato dall'Imperadore Sessa e Teano,

abbandonando il suo Stato si fuggì in Campagna di Roma: e Tancredi

volendo gratificar _Aligerno_ napoletano per li servigi resigli nella

difesa di Napoli, donogli il Contado di Fondi, che a Riccardo era stato

confiscato.

Ma tutti questi progressi niente sbigottirono Adenolfo Decano

Cassinense, il quale non ostante, che Papa Celestino l'avesse perciò

scomunicato, ed avesse parimente interdetto il suo monastero[144], pur

volle ostinatamente co' suoi Monaci mantenersi nella parte imperiale.

Tutto al contrario de' Salernitani, i quali volendo ricuperar la grazia

del Re Tancredi, gli dieron presa la Imperadrice _Costanza_, la quale

egli con animo generoso avendo a grand'onore raccolta in Palermo, non

molto da poi a richiesta del Papa in libertà la ripose, e con molti

doni in compagnia d'Egidio Cardinal d'Aragona al suo marito in Alemagna

la rimandò[145].

Fu però con dubbia sorte lungamente guerreggiato in Terra di Lavoro;

poichè Adenolfo Decano di Monte Cassino, unite alquante truppe de'

suoi, e de' Tedeschi, ricuperò tutte le terre sottoposte al suo

monistero; ed avendo da poi l'Imperadore Errico rimandato in Italia

l'Abate Roffredo col Conte Bertoldo, e buona mano di soldati Tedeschi,

si congiunse l'Abate col Decano, ed insieme uniti fecero notabili

progressi; ed entrato poscia il Conte Bertoldo nel Reame con molti

soldati Alemanni e Fiorentini, che 'l seguirono, pose sossopra questa

provincia, ed il Contado di Molise, con distruggere la città di

Venafro, e gli altri castelli intorno, ove fecero prigionieri molti

soldati del Re Tancredi.

Mentre in cotal guisa si travagliava nel Regno, Riccardo Re

d'Inghilterra, il quale con Filippo Re di Francia era passato in Soria,

ed avea preso Accone[146], venuto in discordia col detto Re Filippo, fu

di tutti il primiero a concordarsi col Saladino, facendovi tregua per

tre anni: il che conchiusero nell'anno 1192. E dato il titolo di Re di

Gerusalemme al nipote Errico, ed a Guido da Lusignano, invece del detto

Reame, che a lui apparteneva, l'isola di Cipri, sciolse l'armata da

que' lidi per ritornare al suo paese; ma sopraggiunto da grave tempesta

nel mare Adriatico, corse rischio di sommergersi, ed appena con pochi

de' suoi giunse a salvamento in terra. E camminando occultamente per

Alemagna per passare in Inghilterra, fu vicino Vienna per revelazione

de' suoi familiari conosciuto, e da Leopoldo Duca d'Austria fu dato

prigioniere in poter dell'Imperadore, ch'era suo nemico, dal quale,

dopo varj avvenimenti, essendo dimorato un anno, e poco men che due

mesi prigione, per mezzo di molta moneta, ch'egli pagò, fu riposto

in libertà, e rimandato nel suo Regno. Non aveva intanto mancato il

Pontefice Celestino per tal presura scomunicare così l'Imperadore, come

il Duca d'Austria, pretendendo non poter essere da quella assoluti, se

non restituivano i denari, che per isprigionarlo aveano estorti dal

Re; onde non volendo quelli rendergli a patto veruno, amendue così

scomunicati com'erano si morirono.

Ma ritornando agli avvenimenti del nostro Reame, il Conte Bertoldo

proseguendo i suoi acquisti in Terra di Lavoro e Contado di Molise, e

concorrendo a lui ogni giorno grosso numero di Regnicoli, che bramavano

il dominio de' Tedeschi, tutte queste cose obbligarono il Re Tancredi

per dubbio, che non si mettesse in rivoltura tutto il Regno, di

passare da Palermo di nuovo in Puglia; onde avendo ragunato numeroso

esercito, andò a fronteggiar il Conte[147]; ed affrontatosi amendue

sotto Montefuscolo, furono per venire a battaglia; ma consigliato

il Re, che non era convenevole arrischiar la sua persona reale in un

fatto d'arme contro Bertoldo, che non era che un semplice condottiere,

sfuggì di combattere[148]; la qual cosa al Conte, che avea gente men

di lui, sommamente aggradì, e partitosi da Montefuscolo ritornò nel

Contado di Molise, dove campeggiando il castel di Monte Rodano, fu,

mentre il combattea, ucciso da una palla scagliata da que' di dentro

con una manganella, ch'era una macchina da trar pietre, che in vece

dell'artiglierie s'usava in que' tempi, e fu in suo luogo eletto lor

Duca da' Tedeschi Mosca in Cervello. E Tancredi partito anch'egli da

Montefuscolo riprese la Rocca di S. Agata, e tutti i luoghi di quella

provincia, e passato poscia in Terra di Lavoro tosto a lui si resero

Guglielmo Conte di Caserta, e la città d'Aversa con alcuni altri

luoghi. Ed avendo in cotal guisa ridotti in pace i confini di Puglia

e di Campagna ritornò in Sicilia, con aver prima del suo partire con

ogni suo potere, ma invano, tentato di trarre alla sua parte Roffredo

Abate Cassinense, che quasi presago di quel che poi avvenne, nè per le

preghiere del Re, nè per le minaccie del Pontefice volle a patto alcuno

scompagnarsi da' Tedeschi.

Ma tosto si rivoltarono in lutto questi fortunati avvenimenti di

Tancredi; poichè non guari dopo questo suo ritorno in Palermo,

s'infermò Ruggiero suo figliuol primogenito, dal quale, quando

attendeva numerosa prole, avendolo ammogliato con Irene, per esser

sano, ed ajutante della persona, essendo fallaci i disegni di questa

vita, con pur troppo acerba ed immatura morte fugli involato. Una

perdita cotanto grave trafisse sì amaramente l'animo del Re suo

padre, che poco stante, avendo fatto coronar Re Guglielmo suo secondo

figliuolo[149], infermò anch'egli per grandissimo dolor d'animo,

nè ritrovando rimedio valevole a superar la forza del male, uscì

medesimamente di vita in Palermo l'anno 1193 secondo Riccardo da S.

Germano Scrittor contemporaneo, e fu con pompose esequie nel Duomo

sepolto nello stesso avello, ove era in prima stato seppellito il

figliuolo Ruggiero, siccome egli, avanti che morisse, comandato avea.

Fu il Regno di questo Principe non men breve, che pieno di travagli e

di rivolture; nè gli fu dato spazio, che avesse potuto d'altre leggi in

miglior forma ristabilirlo, non permettendogli gli affari più premurosi

della guerra di poter pensare a quelli della pace; perciò leggi di

questo Principe non abbiamo; nè se pure ne avesse promulgate, avrebbe

sofferto Federico II d'unirle colle sue, e con quelle di Ruggiero,

e de' due Guglielmi. Riputò egli così Tancredi, come Guglielmo suo

figliuolo che gli succedette, per intrusi, e volle che qualunque

concessione, privilegio o donazione, che si trovasse de' medesimi, come

di tiranni ed invasori, non avessero niun vigore, nè fermezza[150];

non altrimenti che stabilì Giustiniano Imperadore dei Re goti, il

quale approvò tutti gli atti e le gesta di Teodorico, e d'Atalarico

suo figliuolo, ma non già quelli di Teodato, Vitige e degli altri Re

successori, i quali reputò tiranni, ed invasori del Regno d'Italia.

Ebbe Tancredi, di Sibilia di Medania figliuola di Roberto Conte della

Cerra fratello uterino di Ruggiero da Sanseverino figliuolo di Trogisio

normanno, i due maschi che di sopra abbiam mentovati, ed alquante

femmine; delle quali sopravvissero al Re solamente Albirnia e Mandonia,

che col fratello Guglielmo, e con la madre Sibilia languirono lungo

tempo in Alemagna prigioniere di Errico, come appresso diremo; e

secondo che rapporta Inveges[151], ebbene una altra chiamata Costanza

moglie di Pietro, zio del Doge di Venezia.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 17 / 58 题