CAPITOLO I.

_Nozze del Re GUGLIELMO II con GIOVANNA figliuola d'ERRICO II Re

d'Inghilterra. Sconfitta data dai Milanesi all'esercito dell'Imperador

FEDERICO; e pace indi conchiusa dal medesimo con Papa ALESSANDRO III._

Intanto l'Imperador Federico di Svevia era calato di nuovo in Italia

con grande e poderoso esercito, ed avea cominciata crudel guerra in

Lombardia; e mentre quella con varj avvenimenti seguiva, considerando

Federico di quanta potenza fosse il Re di Sicilia, tentò di distorlo

dall'amicizia e confederazione del Pontefice, e trarlo dalla sua parte;

onde per mezzo di Tristano suo Cancelliere gl'inviò in quest'anno

1176 ad offerire la figliuola per moglie, ed a persuadergli, che

avesse fatta parimente con lui perpetua lega e compagnia[62]. Ma il

Re considerando, che questo maritaggio e questa pace non sarebbero

piaciute ad Alessandro, ed avrebbero recato grave danno agli affari

della Chiesa, ributtando l'offerta dell'Imperadore non ne volle far

nulla. Sdegnato sommamente Federico del rifiuto, tosto scrisse in

Alemagna per nuovo soccorso di gente da guerra per domare i Lombardi,

che gli facevano valorosa resistenza, e sollecitò Tristano suo

Cancelliere, che calasse col suo esercito ad assalire il Reame di

Puglia. Giunsero nel principio della state Filippo Arcivescovo di

Colonia, con molti altri gran Baroni tedeschi, e grosso stuolo di

valorosi soldati, co' quali unitosi Cesare presso l'Alpi, calò nel

Milanese per danneggiar que' luoghi; ed affrontatosi con l'esercito

de' Collegati, che gli andò all'incontro, vi cominciò crudele ed

ostinata battaglia, nella quale furon rotti ed uccisi per la maggior

parte gli Alemanni, e Federico abbattuto da cavallo corse gran rischio

di lasciarvi anch'esso la vita, e si salvò a gran fatica, fuggendo

con pochi de' suoi dentro Pavia, ove giunto consolò l'Imperadrice sua

moglie, che per quattro giorni, non avendo di lui novella, l'avea

pianto come morto[63]. Tristano, ch'era già venuto con un altro

esercito ad assalire il Reame, ed avea campeggiata la Terra di Celle,

essendogli giti all'incontro Tancredi Conte di Lecce, che rivocato

dall'esilio, era stato già ricevuto in grazia del Re, e Ruggiero Conte

d'Andria con molti altri Baroni, e buona mano di soldati Regnicoli,

ributtato da loro se ne ritornò anch'egli addietro senza poter far

effetto alcuno.

Intanto Guglielmo, non avendo avuto alcun effetto il matrimonio

maneggiato colla figliuola dell'Imperador d'Oriente, ed avendo

rifiutato l'altro della figliuola di quello d'Occidente, trovandosi in

età di ventitrè anni e solo, pensò seriamente a non dover differire

di vantaggio il suo ammogliamento: onde per consiglio del Papa inviò

Elia Vescovo di Troja, Arnolfo Vescovo di Capaccio e Florio Camerota

Giustiziero, ad Errico II Re d'Inghilterra a chiedergli Giovanna sua

figliuola per moglie; li quali ricevuti lietamente dal Re, e ragunata

un'Assemblea de' suoi Baroni con il di loro consiglio gradì la

dimanda degli Ambasciadori, e conchiuse il parentado[64]. E tantosto

dall'Arcivescovo d'Eborace, e da altri Signori inglesi fece condurre

la figliuola insino alla città di S. Egidio, ove si trovarono presti a

riceverla Alfano Arcivescovo di Capua, Riccardo Vescovo di Siracusa e

Roberto Conte di Caserta con venticinque galee condotte dall'Ammiraglio

Gualtieri di Moac, e la condussero a Napoli, ove celebrarono la Pasqua

di Resurrezione. Ma infastidita la fanciulla dal mare, per la via di

Salerno e di Calabria n'andò per terra, e passato il Faro, in Palermo

si condusse, dove fu pomposamente accolta dal Re suo marito, e fatte le

nozze fu coronata Regina di Sicilia.

Allora fu, che Gualtieri Arcivescovo di Palermo, per mano di cui

passarono queste funzioni, presentandosegli sì opportuna congiuntura

richiese al Re, che i delitti d'adulterio fossero castigati da'

Vescovi nella diocesi ove eran commessi, e che i delitti dei Cherici

fossero conosciuti da' loro Prelati; ond'è, che a sua richiesta fosse

stata da Guglielmo fatta quella Costituzione, che ancor oggi leggiamo

nel volume delle nostre Costituzioni sotto il titolo _de Adulteriis

coërcendis_, la quale con errore de' nostri s'attribuisce a Guglielmo

I suo padre. Ma se deve prestarsi fede ad Inveges[65], questi rapporta

un privilegio di Guglielmo fatto alcuni anni prima colla data in aprile

dell'anno 1172 e drizzato _Comitibus, Justitiariis, Baronibus, et

universis Bajulis, qui sunt de Parochia, et Dioecesi Archiepiscopatus

Panormi_, ove il Re comanda, che il delitto dell'adulterio sia della

giurisdizione di Gualtieri Arcivescovo di Palermo. Ed in fatti nel

Regno della Regina Costanza vedesi, che la conoscenza di questo delitto

per privilegio de' nostri Re s'apparteneva agli Ecclesiastici, ciocchè

poi andò in disuso, e solamente loro rimase la conoscenza sopra i

delitti de' Cherici delle loro diocesi.

Era a questi tempi costume, che anche i Re soleano costituire i dotarj

alle loro mogli, onde Guglielmo costituì alla Regina Giovanna il suo;

e nelle addizioni fatte dall'Abate Giovanni alle Cronache di Sigeberto

abbiamo la scrittura, nella quale questo dotario[66] fu costituito[67],

concedendosi alla Regina a questo nome la città di Monte S. Angelo, la

città di Vesti con tutti i suoi tenimenti e tutte le loro pertinenze;

ed in suo servigio le concedè ancora de' tenimenti del Conte Gaufrido,

Lesina, Peschici, Vico, Caprino, Varano, Ischitella e tutto ciò che il

Conte suddetto teneva del Contado di Monte S. Angelo. Di vantaggio le

concedè Candelaro, Santo Chierico, Castel Pagano, Bisentino e Conavo.

In oltre il monastero di S. Giovanni in Lama, ed il monastero di S. M.

di Pulsano con tutti i tenimenti che i suddetti monasteri tenevano del

Contado suddetto di Monte Sant'Angelo.

L'Imperador Federico, dopo ricevuta sì grande sconfitta da' Milanesi,

seriamente pensando, che mal poteva sostenere la guerra contro i

Lombardi nell'istesso tempo, che avea per suoi nemici il Papa ed

il Re Guglielmo, si dispose, esortato anche da' suoi Baroni, che

si protestavano non volerlo più seguire, se non si riconciliava col

Pontefice, di chiedere schiettamente, e senza fraude alcuna la pace ad

Alessandro; e poichè i maneggi di questa pace, e l'andata del Papa in

Vinegia, variamente sono stati narrati da' moderni Scrittori, i quali

avendo di molte favole riempiute le loro istorie, diedero anche la

spinta a' dipintori di prendersi queste licenze; però seguitando le

orme de' più diligenti Scrittori, e sopra tutto degli accuratissimi

Capecelatro ed Agostino Inveges, i quali con più diligenza degli

altri rintracciarono questi successi dagli Autori contemporanei, e

spezialmente dall'Istoria di Romualdo Arcivescovo di Salerno, il quale

a tutto personalmente intervenne come Ambasciadore del Re Guglielmo,

non dovrò aver rincrescimento di partitamente narrargli, quali

realmente avvennero, giacchè non saranno riputati estranei e lontani

dal nostro istituto, anzi a quello molto proprj e confacenti.

Disposto pertanto Federico d'unirsi con Alessandro, inviò ad Alagna,

ove dimorava, suoi Ambasciadori a chiedergli la pace: questi furono il

Vescovo di Maddeburg, l'Arcivescovo di Magonza, l'Eletto di Vormazia, e

'l Protonotario dell'Imperio, uomini tutti quattro di grandissima stima

e più volte adoperati da lui in simili affari. Questi avendo esposto

le loro commessioni al Papa, dopo vari trattati, che durarono quindici

giorni continui, finalmente diedero qualche sesto alle differenze

tra il Papa, ed il loro Signore; ma premendo assai più per la pace

d'Italia, che si accomodassero gli affari de' Milanesi e delle altre

città di Lombardia, il quali non era convenevole, che si trattassero in

loro assenza; e considerandosi ancora, che non potevasi dar perfetto

compimento ad una sicura pace senza la persona dell'Imperadore e

de' Deputati di quelle città, che v'aveano da intervenire; fu perciò

conchiuso, che il Papa passasse tantosto in Lombardia, per abboccarsi

con Federico, e che perciò si dasse libero il passaggio e salvocondotto

da ciascuna delle parti di potere chiunque volesse liberamente andare

ove dovea ragunarsi tal Assemblea e dimorarvi e partirsi a suo piacere.

A tal effetto inviò il Papa il Cardinal Ubaldo Vescovo d'Ostia,

Rinaldo Abate di Monte Cassino Cardinal di S. Marcellino, e Pietro del

lignaggio de' Conti di Marsi a ricevere il giuramento di serbar tal

sicurezza da Cesare e dagli altri Collegati, e ad eleggere il luogo,

ove s'avea a far l'abboccamento; e fu stabilito di consentimento di

ambe le parti, che fosse la città di Bologna. Inviò anche il Papa suoi

messi al Re Guglielmo a significargli, che avesse mandati alcuni de'

suoi Baroni per assistere a tal bisogno in nome di lui; perciocchè

non intendeva conchiudere pace alcuna con l'Imperadore, ove non fosse

compreso anch'egli, che così costantemente avea sempre favoreggiati gli

affari della Chiesa[68]; la quale ambasciata udita dal Re, v'inviò di

presente Romualdo Arcivescovo di Salerno, autore di questa relazione,

e Ruggiero Conte d'Andria Gran Contestabile; acciocchè intervenissero

in suo nome a tutto quello, che fosse stato mestiere. E dopo questo

partì il Pontefice d'Alagna, e per la via di Campagna venne a Benevento

e di là passò a Siponto ed a Vesti, ove s'imbarcò su le galee fattegli

apprestare dal Re Guglielmo con molti Cardinali, che girono in sua

compagnia, e con i suddetti Ambasciadori navigò felicemente a Vinegia,

ove a grand'onore ricevuto, albergò nel monastero di S. Niccolò del

Lito, e nel seguente giorno fu dal Doge e dal Patriarca e da numeroso

stuolo di Vescovi con gran concorso di Popolo condotto nella chiesa di

S. Marco, e di là se ne passò al palagio del Patriarca, ch'era stato

apprestato con gran pompa per suo alloggiamento.

L'Imperador Federico intesa la venuta del Pontefice a Vinegia

inviò colà il Vescovo di Maddeburg, l'Eletto di Vormazia, e 'l suo

Protonotario a chiedergli, che gli fosse a grado di stabilire altro

luogo per l'appuntato abboccamento, avendo la città di Bologna

sospetta, per esser colà entro molti suoi nemici. Alla qual dimanda

rispose Alessandro, ch'essendosi quel luogo statuito non solo da

lui, ma da' comuni Ambasciadori e da tutti i Collegati lombardi, non

poteva senza il voler di ciascuno d'essi cambiarlo in altro; ma che

non perciò s'impedirebbe la comune concordia; onde prestamente fece

convocar i Deputati di tutte le parti a Ferrara e gitovi anch'egli

ragunò una Assemblea entro la chiesa maggiore di quella città dedicata

a S. Giorgio, ove convennero tutti, ed egli ragionò lungamente sopra

gli affari della pace. Ed essendo sopraggiunti sette Legati da parte

di Cesare, si deputarono dal Pontefice altri sette Cardinali; e per

la Lega de' Lombardi furon destinati il Vescovo di Turino, e quelli

di Bergamo e di Como, l'Eletto d'Asti, Gerardo Pesce milanese, Goezzo

Giudice da Verona ed Alberto Gammaro bresciano, i quali dopo vari

contrasti, intervenendovi parimente gli Ambasciadori del Re Guglielmo,

di comun consentimento statuirono che l'abboccamento si facesse a

Vinegia.

Il Pontefice prestamente spedì Ugone da Bologna e Ranieri Cardinali con

alcuni altri Lombardi al Doge ed al Popolo vinegiano (essendo a questi

tempi la potestà pubblica presso i Nobili ed il Popolo insieme, non

come oggi ne' soli Nobili ristretta[69]) a chieder loro, che avesser

data sicuranza che potesse egli, e tutti gli altri, ch'eran seco per

lo detto trattato di pace entrar nella loro città e dimorarvi, ed

uscirne a lor talento senza ricever noia alcuna, aggiungendo che non

consentissero, che Cesare contro il voler del Papa vi potesse venire;

ed avendo i Vinegiani senza molto riflettere a quest'ultima dimanda

conceduto ad Alessandro quel che chiedeva, si partì egli immantenente

da Ferrara ed a Vinegia ritornò. Si diede quivi per tanto principio a'

negoziati della pace, ma riuscendo per le molte difficoltà e differenze

insorte, malagevole a potersi conchiudere, perchè non andasse a vuoto

tutto ciò, che fin allora erasi adoperato, pensò Alessandro, che

almeno dovesse conchiudersi una triegua, che durasse sei anni con i

Lombardi, e quindici col Re di Sicilia; nel che essendo venuti gli

altri, s'attendeva solo il consenso di Cesare per istabilirla; e gito

il Cancelliere all'Imperadore con tal proposta, prima si sdegnò; ma

da poi acconsentì con condizione, che il Papa restituisse all'Imperio

lo Stato della Contessa Matilde; ma questa proposta non fu accettata

da Alessandro; onde dilungandosi l'affare, perchè l'Imperadore era a

Pomposa, luogo di piacere presso Ravenna, e vi voleva molto tempo ad

andare e ritornare i messi, che gli s'inviavano per gli affari, che

occorrevano in tal bisogno si contentò Alessandro per agevolare il

trattato a richiesta del Cancelliere e degli altri Deputati di Cesare

ch'esso venisse insino a Chiozza luogo quindici sole miglia lungi da

Vinegia e che di là non passasse avanti senza espressa sua licenza. Ma

venuto che vi fu Federico, ne girono alcuni de' popolani di Vinegia

a ritrovarlo, e dirgli che non indugiasse ad entrare nella città,

perchè colla sua presenza avrebbero sicuramente fatta la pace in suo

vantaggio, ed essi avrebbero adoperato ogni sforzo per farlo entrare.

Aveva mandato in questo mentre Alessandro a Chiozza suoi Legati a dire

a Cesare, che se egli era risoluto di far triegua per sei anni con i

Lombardi e per quindici col Re Guglielmo, il giurasse nelle lor mani,

perchè poscia con la sua benedizione sarebbe potuto entrar nella città.

Ma Federico a cui eran piaciute l'offerte de' popolani, ed aspettava,

che l'avesser recate ad effetto, simulando essergli nuovo il trattato,

e consumando il tempo in varie consulte, trasportava di giorno in

giorno la risposta; onde sospettando i Cardinali che l'Imperadore

macchinasse qualche inganno, erano entrati in gran confusione, nè

sapean che farsi: ed i popolani di Vinegia volendo porre in opera

la promessa fatta a Federico, si ragunarono insieme nella chiesa di

S. Marco, e tumultuando contro il Doge, gridavano ch'era cosa molto

biasimevole, che Cesare dimorasse travagliato dal calor della stagione,

da' pulci e dalle zanzare senza potere entrare in Vinegia, la qual

ingiuria riserbando egli nel suo animo, l'avria poscia sfogata a più

opportuno tempo contro di loro e contro i lor figliuoli; perlocchè

volevano, che invitatovi dalla Repubblica, e di voler di tutti loro

v'entrasse di presente: le quali cose avendo con molta baldanza

significate al Doge, fu da lui risposto, che s'era giurato al Pontefice

di non far entrare l'Imperadore senza sua licenza: ma nulla giovandogli

presso il Popolo tumultuante questa scusa, alla fine bisognò cedere, e

mandare alcuni de' medesimi a dire al Papa, ch'era loro intendimento

di far entrare Cesare in Vinegia, i quali ritrovandolo che dormiva,

senza voler soprastare menomo tempo, irreverentemente lo svegliarono ed

espostagli con arroganza l'ambasciata, a gran pena si contennero per

le parole del Pontefice d'indugiare fino al vegnente giorno a farlo

venire.

Sparsasi di repente per la città la novella di tal fatto, temendo i

Lombardi e gli altri, ch'erano ivi per lo trattato della pace, che se

Federico entrasse contro il voler del Papa, non gli facesse prigioni,

avendo già sospetta la corta fede de' Vinegiani, sgombrarono tantosto

via, e ne girono a Trivigi. Ma gli Ambasciadori del Re Guglielmo niente

spaventati di tal fatto, furono prestamente a ritrovare il Papa, ad

avvalorarlo e dargli animo, che di nulla temesse, poich'essi avean

quattro galee ben armate; su le quali l'avrebbero eziandio contro

il volere de' Vinegiani trasportato ove gli fosse stato a grado, e

avrebber saputo farsi attendere la fede data da' Vinegiani; dopo di

che ne girono a casa del Doge, e ritrovandolo con molti Vinegiani,

cominciarono a rinfacciargli i beneficj, che il loro Signore avea lor

fatti, che non meritavano questo tratto, e che se sapessero, che essi

permettevano di far entrare Federico nella lor città senza licenza

del Pontefice, essi non avriano attesa tal venuta, ma che subito se

ne sariano andati via in Sicilia, ed avriano detto al lor Principe

ciò che ne conveniva per vendicar questi torti. Ma non montando nulla

tai parole col Doge, ancor ch'egli con dolci risposte s'ingegnasse

di trargli al suo volere, con assicurargli, che non avesser niun

timore della venuta dell'Imperadore, sdegnosamente ritornarono al

loro albergo e dissero sul partire dal Doge, che avrebber procacciato,

che il lor Signore si vendicasse con convenevol castigo dell'ingiuria

che riceveva; e fecero apprestare i legni per partirsi nel seguente

mattino. La qual cosa sparsasi tra' Vinegiani, recò loro grandissima

paura, temendo, se costoro si fossero andati via così sdegnati,

non avesse con tal cagione il Re Guglielmo fatti prigionieri tutti

i Vinegiani, che dimoravano nel suo Reame. Il perchè grosso stuolo

di coloro, ch'eran congiunti di sangue a que' ch'erano in Puglia,

mossi a tumulto ne girono al Doge a dirgli che non era convenevole,

che per aggradire a Cesare, dal quale mai non avean ricevuto comodo

alcuno, si facesse nimistà, sdegnando in cotal guisa i suoi Legati,

col Re Guglielmo, da' cui Stati traean continuamente tante utilità,

arrischiando di più la vita ed i beni de' lor parenti che colà

dimoravano; e che lor palesasse chi erano stati coloro, ch'avean

consigliato a far entrar l'Imperadore in Vinegia prima di conchiudere

la pace col Pontefice, ch'erano apparecchiati con l'armi alle mani di

farne vendette.

Vedendo il Doge ed il Senato sì ostinata risoluzione e temendo non

si movesse grave sedizione e si venisse dentro la città all'armi,

inviarono prestamente persone di molta stima a pregare il Papa che lor

perdonasse la noia, che gli avean data e che facesse ogni sforzo con

gli Ambasciadori di Guglielmo, di non fargli partire: ma mostrando di

star saldi nel loro proponimento non ostante le preghiere del Papa

e del Doge, fur cagione, che nel seguente mattino si pubblicasse

una grida in Rialto d'ordine della Repubblica, che niuno avesse più

ardito di favellar dell'entrata di Cesare nella città, se in prima non

l'avesse comandato il Pontefice.

Pervenuta a Federico in Chiozza questa novella, vedendosi fallita

ogni speranza, cominciò a parlar benignamente co' Cardinali, che

colà dimoravano, degli affari della pace; ed essendogli altresì

apertamente detto dal suo Cancelliere, e dagli altri Baroni tedeschi,

che bisognava finirla con Alessandro e riconoscerlo per legittimo

Pontefice, finalmente alle persuasioni de' medesimi s'indusse ad inviar

addietro a Vinegia co' Cardinali il Conte Errico da Diessa a prometter

con giuramento, che tosto ch'egli vi fosse entrato avrebbe giurata e

confermata la triegua con la Chiesa, col Re di Sicilia, e co' Lombardi

nella stessa guisa appunto, ch'era stata trattata per li Deputati

d'ambe le parti.

La qual cosa posta ad effetto dal Conte, ne girono d'ordine del

Pontefice i Vinegiani con sei galee a levar l'Imperadore, e 'l

condussero insino al monastero di S. Niccolò, e nel seguente giorno,

avendo Alessandro udita la sua venuta, se n'andò con tutti i Cardinali,

con gli Ambasciadori del Re, e co' Deputati de' Lombardi alla chiesa di

S. Marco, ed inviò tre Cardinali con alcuni altri a Federico, i quali

assolvettero lui e tutti i suoi Baroni dalle censure della Chiesa.

Dopo questo andarono il Doge e 'l Patriarca, accompagnati co' primi

Nobili di Vinegia, a S. Niccolò, e fatto salir l'Imperadore sopra i

loro legni con molta pompa il condussero insino a S. Marco; ove per

veder sì famoso spettacolo era ragunata immensa moltitudine di Popolo:

e Federico disceso dalla nave n'andò tantosto a' piedi d'Alessandro,

il quale coi Cardinali e con molti altri Prelati era pontificalmente

assiso nel portico della Chiesa e deposta l'alterigia della Maestà

imperiale, levatosi il mantello, si prostrò innanzi a lui con il corpo

disteso in terra, umilmente adorandolo: dal qual atto commosso il

Pontefice lagrimando, da terra il sollevò, e baciandolo il benedisse:

e poi cantando i Tedeschi il _Te Deum_ entrarono ambedue in S. Marco,

donde l'Imperadore, ricevuta la benedizione dal Papa, ne andò ad

albergare al palagio del Doge, ed il Papa con tutti i suoi ritornò al

solito ostello.

Così ne' principj d'agosto di quest'anno 1177 fu conchiusa e confermata

la triegua[70] data da Federico a' Lombardi per sei anni, ed a

Guglielmo per quindici, che fu giurata da Federico, ed anche dal

Conte di Diessa, e da dodici Baroni dell'Imperio in nome di Errico suo

figliuolo. La giurarono ancora dalla lor parte l'Arcivescovo Romualdo e

Ruggiero Conte di Andria, Ambasciadori del Re, promettendo, che fra due

mesi l'avrebbe Guglielmo confermata, e fatta altresì giurare da diece

altri suoi Baroni: siccome per tal effetto furono da Federico mandati

suoi Ambasciadori in Sicilia, i quali giunti il nono giorno di agosto

di quest'anno 1177 a Barletta, quindi si portarono in Palermo, ove

furono lietamente accolti dal Re, il quale per Ruggiero dell'Aquila in

nome di lui, e per undici altri suoi Baroni diede compimento al dovuto

giuramento: e fatto simigliante giuramento dai Deputati delle città

di Lombardia, scioltasi l'Assemblea, ritornò ciascuno lieto al suo

albergo.

Stabilita in cotal guisa la concordia fra il Papa e Federico, ne

corse tantosto la novella a' seguaci dell'Antipapa, i quali anch'essi

cedendo, ne vennero ai piedi d'Alessandro, rinunciando lo scisma, e

furon da lui benignamente ricevuti in sua grazia: e Giovanni da Struma

Antipapa, detto da' suoi seguaci Calisto III nell'anno seguente 1178,

uscendo da Monte Albano, ove s'era ricoverato, essendo già il Papa

Alessandro partito da Vinegia, ed andato a Tuscolo, venne anche egli

a porsi a' suoi piedi, e l'adorò come vero Pontefice, dando fine allo

scisma, che per diciassette anni continui era durato, e ne fu Giovanni

dal Papa creato Arcivescovo e Governador di Benevento, ove poco da poi

morì di dolor d'animo.

Ed intanto il Papa e l'Imperadore erano già partiti da Vinegia,

essendosene Cesare, che fu il primiero, andato a Ravenna, ed il

Pontefice sopra quattro galee de' Vinegiani passato a Siponto, e di

là per lo cammino di Troia e di Benevento portossi ad Alagna: e poco

da poi chiamato da' Romani nella lor città, vi entrò il giorno della

festa del B. Gregorio, e vi fu con nobil pompa ricevuto. E l'Imperadore

dimorato non guari a Ravenna, se n'andò in Lombardia, e di la passò in

Alemagna.

Ed in cotal guisa terminarono questi successi, che variamente scritti

da' moderni Istorici, e particolarmente da alcuni Siciliani, a' quali

l'istesso Agostino Inveges da Palermo non potè prestar fede alcuna,

aveano di mille favole riempiuto i lor volumi. Noi intorno a ciò non

potevamo aver miglior testimonio, che Romualdo Arcivescovo di Salerno

della regal schiatta de' Normanni, e Prelato di grande stima, il quale

come Ambasciador del Re Guglielmo personalmente intervenne a tutto, e

che nella sua Cronaca lo tramandò alla notizia de' posteri, al quale

più che ad ogni altro Scrittore deve prestarsi indubitata fede.

§. I. _Dominio del Mare Adriatico._

Favola dunque è tutto ciò, che si narra d'esser Alessandro gito a

Vinegia sotto mentito abito di peregrino, e quel ch'è più degno di

riso, che quivi per molto tempo si fosse trattenuto, e nascosto con far

il mestiere di cuoco. Favola parimente dee riputarsi ciò, che scrissero

delle parole dette da Alessandro quando Federico fu ad inchinarsegli,

e le risposte da costui date al medesimo. La pugna navale, che si

figurò tra l'armata de' Vinegiani con quella finta di Federico, che

non avea allora armata di mare, e quel ch'è più, di avervi preposto per

capitano Ottone suo figliuolo, che secondo il Sigonio, non potea aver

più che cinque anni, e mille altri sognati avvenimenti, infelicemente

sostenuti da Cornelio Francipane in quella _allegazione_, che si vede

ora impressa nel sesto tomo dell'opere del P. Paolo Servita.

Ma non meno deve riputarsi vano quel che parimente scrissero, che

in quest'incontro Papa Alessandro avesse conceduto a' Vinegiani

amplissimi privilegi della superiorità e custodia del Mare Adriatico,

e che quindi sia nata quella celebrità, che ogni anno costumasi in

quella città nel dì dell'Ascensione di sposar il mare; quasi che ad

Alessandro appartenesse conceder il dominio de' mari, siccome gli altri

Pontefici lo pretesero della terra. Dalla moderazione d'Alessandro

tali esorbitanze non doveano credersi, e gran torto si è fatto alla

memoria di quel Pontefice, che conosceva i confini della sua potestà,

e se Federico gli fu avverso, e sovente ebbe a contender con lui, non

fu per altro, se non perchè a torto non voleva riconoscerlo per vero

Pontefice, della qual discordia approfittandosi le città di Lombardia,

quindi fu, che sursero le tante contese e travagli che 17 anni tennero

miseramente afflitta la Chiesa di Roma.

Conobbe questa verità quel bravissimo istorico Francesco

Guicciardino[71], il qual parimente scrive di tal concessione

d'Alessandro non apparire nè in istorie, nè in iscritture memoria o

fede alcuna, eccetto il testimonio de' Vinegiani, il quale in causa lor

propria, e sì ponderosa deve esser pur troppo sospetto. Ma i Vinegiani

stessi più saggi, ed intesi delle memorie andate, ben anche han

riprovata questa falsa credenza de' loro compatrioti; ed il lor famoso

Teologo e Consiglier di Stato, Fr. Paolo Servita, nel _Dominio del

Mar Adriatico_, si è sforzato ben a lungo di pruovare, che i Vinegiani

siano padroni del Golfo non già per concessione d'Alessandro, o d'altri

Pontefici o Imperadori, ma, come nato insieme colla Repubblica, per

altro titolo, che da' nostri Giureconsulti verrebbe chiamato _pro

derelicto_: pretendendo egli, che gli ultimi Imperadori d'Oriente

distratti in varie imprese, non avendo potuto per mancanza d'armate

mantener la custodia del Golfo, l'abbandonarono, nulla curando che

altri l'occupasse, e quindi essere avvenuto, che i Vinegiani resisi

da poi potenti in mare, trovando il possesso vacuo; e non essendo

allora il Golfo sotto il dominio d'alcuno, se ne fossero impadroniti, e

contrastatolo da poi contra chiunque ha voluto tentare di disturbargli.

Ma se mai, siccome della terra, potesse acquistarsi dominio alcuno

del mare, e non ripugnasse la natura istessa, come ben a lungo provò

l'incomparabile Ugon Grozio in quel suo libro che a tal fine intitolò

_Mare liberum_; e volesse ammettersi ciò che in contrario scrisse

Giovanni Seldeno in quell'altro suo libro, che per opporlo a quello

di Grozio intitolò _Mare clausum_; pure con maggior ragione pretesero

i nostri maggiori, che il dominio del Mare Adriatico dovesse più

tosto appartenere a' nostri Re di Sicilia, che alla Repubblica di

Vinegia; non per quel titolo al quale invano ricorrono i Vinegiani;

poichè niun Principe ebbe quel Golfo per abbandonato, tenendo sempre

in animo di racquistarlo, quando le forze potevan somministrargli il

modo; ma per ragion di conquista, che i nostri Normanni fecero sopra

i Greci, i quali, declinando l'Imperio di Oriente, furono padroni di

tutti questi Golfi, che circondano queste nostre regioni; non potendo

(secondo che s'è potuto notare ne' precedenti libri di questa Istoria)

porsi in dubbio, che sino a' tempi di Carlo M. gl'Imperadori Greci

eran Signori dell'Adriatico, e che quivi spesso mandavano le loro

armate per mantenere in Puglia la lor dominazione, contro l'invasione

delle Nazioni straniere; anzi sovente i Vinegiani s'univano co' Greci

contro gli sforzi di Carlo M. e di Pipino suo figliuolo, che cercavano

disturbargli dal dominio dell'Adriatico; di che una volta sdegnato

fieramente Pipino, per essere i Vinegiani concorsi a favorire, e

soccorrere di denaro, e di gente li Greci: dopo avergli scacciati

dall'Adriatico, e distrutta la loro armata, si inoltrò negli ultimi

recessi del Golfo contro i Vinegiani, e prese una gran parte della

loro città, che si componeva allora di molte isolette; ed avrebbero

i Vinegiani patito l'ultimo sterminio, e sarebbero passati sotto la

dominazione di Pipino Re d'Italia, se Carlo M. suo padre non avesse

tosto riprovato il fatto, e data loro pace, incolpando i Duci loro

d'essersi uniti coi Greci, non già i Vinegiani[72]. La qual guerra però

fu a' medesimi profittevole, perchè una gran parte di quelle genti,

che per tutti que' stagni, e lidi diversi abitavano (ch'erano pure a

Vinegia soggette, e come parte, e membri di questa città) lasciando le

stanze loro, se ne vennero ad abitare sopra sessanta isolette picciole,

ch'erano intorno a Rialto, giungendole insieme con ponti, alle quali

poi fu dato aspetto d'una grande e magnifica città, e stabilitavi la

presidenza de' Duchi, ed il Consiglio pubblico.

Ed avendo da poi i Normanni discacciati i Greci dalla Sicilia, dalla

Puglia e dalla Calabria, non può dubitarsi, che i nostri Principi

scorrevano a lor posta con poderose armate l'Adriatico, e tralasciando

cento altre occasioni, ch'ebbero di navigarvi con armate, nell'anno

1071, quando il famoso Duca Roberto Guiscardo fu chiamato in ajuto da

Ruggiero suo fratello mentr'era nell'assedio di Palermo, v'accorse

egli con poderosa armata di 58 navi traversando l'Adriatico, come

scrisse Lupo Protospata[73]. E ne' tempi, che seguirono, essendo

passate sotto la dominazione di essi Normanni tutte queste province, il

famoso Ruggiero I Re, non contento di tanti e sì sterminati acquisti,

resosi potente in mare assai più che non erano gl'Imperadori istessi

d'Oriente, portò le sue vittoriose insegne non pur in Dalmazia, nella

Tracia, e fin alle porte di Costantinopoli, ma corsero le sue poderose

armate insino all'Affrica, ove fece notabili conquiste di città e di

province. Nè vi fu Principe al Mondo in questi tempi, che lo superasse

per forze marittime, e d'armate navali, le quali sovente combattendo

con quelle dell'Imperadore d'Oriente, anche potente in mare, ne riportò

sempre trionfi e piene vittorie. Ciò si è potuto anche conoscere dalle

tante armate, che mantenevano, tanto che non bastando un Ammiraglio

per averne cura; fu d'uopo crearne molti, a' quali prepose un solo,

che perciò fu chiamato _Admiratus Admiratorum_; siccome era appellato

Giorgio Antiocheno Grand Ammiraglio ne tempi di Ruggiero, e Majone

ne tempi di Guglielmo suo figliuolo. E fu ne' tempi di questi Re

normanni così grande la loro potenza in mare, che non vi era lido, o

porto ne' loro dominj, che (oltre d'esser provista ciascuna provincia

d'Ammiraglio) non avessero questi ancora altri Ufficiali minori a

lor subordinati, alla cura de' quali si apparteneva la costruzione

de' vascelli e delle navi, di reparargli, e disporgli per mantener

libero il commercio e di tener li Porti in sicurezza, e ciò in tutta

l'estensione de' loro Reami, e in tutti i lati marittimi, ed avendo

l'Adriatico molti Porti nella Puglia, e per tutta quell'estensione,

ch'è la più grande di quel Golfo (ne' quali sovente anche l'armate,

che venivano da Sicilia solevano ricovrarsi) nel Regno di Ruggiero, dei

due Guglielmi, e degli altri Re suoi successori, fu quel Golfo sempre

guardato, e ripieno di navi e d'armate de' Re di Sicilia; anzi in

congiunture di viaggi e di espedizioni navali, i Porti più frequentati

e scelti a tal fine erano que' di Vesti, di Barletta, Trani,

Bisceglia, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Mola, e di Monopoli, oltre a

quelli di Brindisi, d'Otranto, di Gallipoli, e di Taranto posti quasi

tutti nell'Adriatico; ed i pellegrinaggi per Terra Santa in Soria,

sovente per l'Adriatico si facevano. L'armate di Federico, e d'Errico

Imperadori indifferentemente ne' Porti dell'Adriatico si fermavano: per

l'Adriatico si trasportava l'oste per Soria, ed in fine tutte l'altre

imprese della Grecia, e di Levante per questo Golfo si disponevano.

E se bene nel Regno degli Angioini non fosse stata tanta la potenza in

mare de' Re di Sicilia, nulladimanco non è, che i due Carli d'Angiò, e

gli altri Re di quella stirpe, non avessero mantenute poderose armate

di mare, tanto che non avessero potuto disporre di quel Golfo a loro

arbitrio e piacere, siccome quando dall'occasione si richiedeva il

facevano.

Ne' tempi posteriori, e particolarmente sotto gli Aragonesi, per

essere a' nostri Re mancate tante forze di mare, ed all'incontro

cresciute quelle de' Vinegiani, nacque, che navigando essi nel Golfo

a lor piacere, senza temer d'armata di Principe vicino, avessero essi

preteso il dominio di quel Golfo, ed avessero da poi preteso d'impor

legge a coloro, che vi navigavano: di non permettere che entrassero in

quello armate navali: di vendicar le prede, che in esso si facevano,

e con loro licenza permettersi il trasporto delle merci; e per la

debolezza de' Principi vicini, giunsero insino a non permetter che

altre armate potessero navigare il Golfo, siccome con non piccol scorno

de' Spagnuoli avvenne, quando essendosi casata Maria con Ferdinando

Re di Ungheria figliuolo di Cesare, sorella del Re Filippo IV e con

numeroso stuolo di galee, e con pompa degna di tanti Principi, giunta

a Napoli, per passare per l'Adriatico a Trieste con la stessa armata

Spagnuola: i Vinegiani per non pregiudicare al loro preteso dominio

di quel Mare, s'opposero con tal ostinazione, che si dichiararono,

che se gli Spagnuoli non accettavano la loro offerta, di condurla

essi colla loro armata, stassero sicuri, che converrebbe alla Reina

tra le battaglie, ed i cannoni passare alle nozze; tanto che bisognò

vergognosamente cedere, e la Reina per la strada d'Abruzzi giunta in

Ancona, fu ricevuta da Antonio Pisani con tredici galee sottili, che

la sbarcò a Trieste[74]. In tanta declinazione si videro le nostre

forze marittime a tempo degli ultimi Re di Spagna; ma se si voglia

aver riguardo a' secoli andati, e spezialmente a questi tempi de' Re

Normanni con maggior ragione potevano vantar il dominio di quel Mare

i Re di Sicilia, che i Vinegiani. Quindi è che presso di noi, tra'

manuscritti della regal giurisdizione rapportati dal Chioccarello[75],

si trovi notato per uno de' punti controvertiti, se il dominio del Mare

Adriatico sia dei Vinegiani, o più tosto de' Re di Napoli.

(Si conferma tutto ciò dal vedersi, che le scritture che uscirono a'

tempi del Re _Filippo III_ de' Veneziani per sostenere questo dominio,

siccome quella del P. _Paolo_ Servita (dove nell'ultima parte si

risponde a' Dottori napolitani, infra i quali al Reggente de _Ponte_)

e del _Francipane_, furono composte per rispondere ad alcune Scritture

date fuori in contrario da' Napolitani; siccom'è manifesto dall'ultima

Edizione dell'Opere del P. _Paolo_ stampate in Venezia in 4.º ancorchè

colla data di _Halmstat_, dove nel frontispizio nell'Allegazione del

_Francipane_ si legge: contra alcune scritture de' Napolitani).

§. II. _I Veneziani sono stati Soggetti degli Imperadori d'Oriente e

d'Occidente._

Chiunque attenderà lo stato delle cose di quei tempi, secondo che ce

lo rappresentano non meno gli antichi Annali, e Monumenti estratti

dalla voracità del tempo, che gli Storici contemporanei, si accorgerà,

che le province di Venezia e d'Istria col seno del mare Adriatico,

che le bagna, nella decadenza dell'Imperio di Occidente, ubbidivano

agl'Imperadori di Oriente. Quando _Giustiniano_ Imperadore riunì

al suo Imperio di Oriente tutta l'Italia per lo valore di quei due

celebri Capitani _Belisario e Narsete_, non è dubbio, che l'Istria e

le regioni de' Veneti erano appartenenze dell'Orientale Imperio. Le

Regioni marittime de' Veneti dall'Istria si stendevano sino alla città

di Ravenna: siccome ce n'assicura _Procopio_ scrittor contemporaneo,

il quale descrivendo queste regioni, così ne parla[76]: _Sequitur,

cui Dalmatiae nomen, et quae cum ipsa Occidentalis Imperii finibus

comprehenduntur: proxima Liburnia, huic Istria; dein Regio Venetorum,

ad Ravennam urbem porrecta._

Quando la prima volta i Franzesi sotto que' loro famosi Capitani

Leutario, e Buccellino invasero questa parte d'Italia, ed occuparono

i luoghi terrestri dei Veneti, tenendo i Greci i luoghi marittimi,

siccome ci rende testimonianza lo stesso _Procopio_[77]; _Narsete_

mandato da _Giustiniano_ in Italia in luogo di Belisario gli scacciò da

tutti que' luoghi terrestri del tratto Veneto, siccome fece anche dalla

Liguria, avendo sconfitto interamente i Franzesi; a segno che in Italia

non gli restò nè pur un picciolo castello.

Queste province dopo la morte di Giustiniano passarono al suo successor

_Giustino_: e questi avendo istituito in Italia l'Esarcato di Ravenna,

non vi è dubbio, che gran parte del territorio Veneto fosse porzione

dell'Esarcato, giacchè _Procopio_ ci descrive, che la Region Veneta

si distendeva fin alla città di Ravenna: _Regio Venetorum ad Ravennam

urbem porrecta_. Ciocchè per antichi monumenti fin'all'ultima evidenza

dimostrano _Girolamo Rubeo_[78] e _Ludewig_[79], il quale nella

vita di _Giustiniano M._[80], non ebbe difficoltà di dire esser cosa

chiara: _Venetum agrum vel territorium portionem fuisse Exarchatus non

infimam_.

Ma avendo da poi _Carlo M_. interamente scacciati da questa parte

d'Italia non meno i Greci, che i Longobardi, e fatto Re d'Italia

_Pipino_ suo figliuolo, le Venezie sottratte dall'Imperio d'Oriente,

furon rese province del Regno Italico, siccome con verità scrisse

_Costantino Porfirogeneta_[81], dicendo, che d'indi in poi le Venezie

non soggiacquero all'Oriente, ma furon fatte _Provincia Italici

Regni_. Quindi gl'Imperadori di Oriente per reintegrare all'Imperio,

da questa parte, i lor confini, ebbero con _Carlo M._ or guerre,

or tregue, or convenzioni e paci, per le quali finalmente, siccome

rapporta Eginardo[82], fu convenuto, che a Carlo fossero aggiudicate

le due Pannonie, l'Istria, le Venezie, la Liburnia, e la Dalmazia,

lasciandosi all'Imperadore costantinopolitano le città marittime della

Puglia, la Calabria e la Sicilia. _Carolus_, scrive Eginardo, _utramque

Pannoniam, et appositam in altera Danubii ripa Daciam, Histriam quoque

et Liburniam, atque Dalmatiam, exceptis maritimis Civitatibus, quas ob

amicitiam, et junctum cum eo foedus Constantinopolitanum Imperatorem

habere permisit, adquisivit._

Ma per i luoghi terrestri di quelle province rimasti a Carlo, e per le

città marittime lasciate a gl'Imperadori greci; non durò fra medesimi

ed i Re francesi lungo tempo buona armonia; poichè nell'anno 806.

_Paolo_ Principe di _Zara_, ed i Legati di Dalmazia, non meno che i

Duchi di Venezia, che riconoscevano per loro Sovrani gl'Imperadori

di Oriente, mal sofferendo la potenza de' Francesi, come troppo lor

vicina, ricorsero all'Imperadore _Niceforo_, perchè gli prestasse

ajuto per non essere da quelli oppressi, siccome leggesi negli Annali

_Laurisheimensi_ ad An. 806 de' quali non si dimenticò _Simone Stanh.

Histor. Germ. in Carolo M._ che ne rapporta varj pezzi: _Statim post

Natalem Domini_ (si legge ne' medesimi) _venerunt Wilharius et Beatus

Duces Venetiae_; _nec non et Paulus Dux Jaderae, atque Donatus, ejusdem

civitatis Episcopus, Legati Dalmatorum, ad praesentiam Imperatoris cum

magnis donis, et facta est ibi ordinatio ab Imperatore de Ducibus et

Populis tam Venetiae, quam Dalmatiae._

Ed in effetto l'Imperadore _Niceforo_ non tardò in gennaro del seguente

anno 807 di mandar una classe marittima ne' porti di Venezia sotto il

comando di _Niceta_, per ricuperar la Dalmazia, siccome si aggiunge

negli Annali stessi: _Classis a Nicephoro Imperatore, cui Niceta

Patricius pracerat, ad recuperandam Dalmatiam mittitur_. Ma giunta che

fu questa flotta ne' porti di Venezia, _Pipino_ costituito Re d'Italia

da _Carlo_ suo padre, fatta tregua con _Niceta_ fino al mese d'agosto,

tanto fece sicchè l'indusse a ritornarsene, come soggiungono gli Annali

stessi ad An. 807 _Niceta Patricius, qui cum Classe Costantinopolitana

in Venetia se continebat, pace facta cum_ Pipino _Rege, et induciis

usque ad Augustum constitutis, regreditur._

Ma i Veneziani e i Dalmatini, che desideravano, che sempre fosse accesa

guerra tra' Greci e' Franzesi, per profittare nel torbido, nutrendo per

ciò fra di loro gare e contenzioni, indussero l'Imperadore Niceforo nel

809 che mandasse la seconda volta in Dalmazia e Venezia un'altra armata

sotto _Paolo_: la quale spedizione ebbe varj successi: nel principio

giunta l'armata a Venezia, si rese padrona dell'Isola di Comiaclo, ma

attaccata poi l'armata da _Pipino_ e fugata; fu obbligata ritirarsi ne'

Porti di Venezia, come dicono gli Annali suddetti Laurisheimensi ad An.

809 _Classis de Constantinopoli missa, primo Dalmatiam, deinde Venetiam

adpulit, cumque ibi hiemaret pars ejus Comiaclum Insulam accessit,

commisso praelio, victa atque fugata Venetiam recessit._

_Paolo_ Prefetto dell'armata, vedendo non poter resistere alle forze

di _Pipino_, cominciò a trattar di pace col medesimo; ma i Duchi di

Venezia _Wilhario_, e _Beato_, i quali di mala voglia soffrivano, che

_Paolo_ volesse trattar di pace con _Pipino_, fecer ogni sforzo per

impedirla, anzi con frodi ed inganni tentarono d'insidiar la di lui

persona: sicchè avendo _Paolo_ conosciute le loro insidie e frodi

l'obbligarono a partire; come soggiungono gli annali stessi: _Dux

autem, qui Classi praeerat, nomine Paulus, cum de pace inter Francos

et Graecos constituenda, quasi sibi hoc esset injunctum, apud Pipinum,

Italiae Regem, agere moliretur, Wilhario et Beato Venetiae Ducibus,

omnes conatus ejus impedientibus, atque ipsi etiam insidias parantibus,

cognita illorum fraude discessit_.

Il Re Pipino conosciuta la perfidia de' Duchi di Venezia, i quali

proccuravano fomentar gare e guerre irreconciliabili tra Greci e

Franzesi per sottrarsi in questi torbidi dagli uni, e dagli altri, si

risolse di soggiogarli affatto; e mossa la sua armata per mare, ed il

suo esercito per terra; soggiogata Venezia, li obbligò a rendersi, e di

passare, come tutti gli altri Popoli d'Italia, sotto il suo dominio,

come narra il Monaco Egolismense pag. 63 scrivendo _Pipinus Rex,

perfidia Ducum Venetiarum incitatus, Venetiani bello, terra marique

jussit adpetere subjectaque Venetia, ac Ducibus ejus in deditionem

acceptis etc_.

Ma il generoso e magnanimo Carlo suo padre, non volendo rompere gli

antichi patti e convenzioni per le quali s'erano lasciati questi

luoghi marittimi di Dalmazia e di Venezia all'Imperio greco, trattò

egli la pace coll'Imperadore _Niceforo_, e nel seguente anno 810 gli

ristituì Venezia, siccome rapportano gli annali di Francia ad An.

810 _Carolus pacem cum Nicephoro Imperatore fecit, et ei Venetiam

reddidit_. E di vantaggio, avendo fatto imprigionare, e privato di

tutti gli onori _Wilhario_ per la sua perfidia, dovendo mandare

suoi Legati in Costantinopoli a confermar questa pace, nell'anno

seguente 811 co' Legati suddetti fece condurre _Wilhario_ Duca di

Venezia all'Imperadore, perchè come suo Signore il riconoscesse,

siccome portano gli Annali Laurisheimensi ad An. 811 dicendo: _Pacis

confirmandae gratia Legati Costantinopolim mittuntur.... et cum eis....

Wilharius, Dux Venetorum... qui propter perfidiam honore spoliatus,

Constantinopolim ad Dominum suum duci jubetur_.

Quindi è, che degl'Imperadori d'Oriente successori di _Niceforo_,

e spezialmente di Lione V Armeno restano ancora monumenti d'aver

esercitata la loro piena sovranità sopra i Veneziani, ridotti ad

abitare in quelle Isolette negl'ultimi recessi di quelle Lagune: i

quali sebbene avessero loro Duchi, che gli governavano, questi però

non eran riputati, che Ufficiali dell'Imperadore, decorati dell'onore

d'_Ippato_, ch'era una dignità Imperiale; e tutte quelle insegne, come

il Manto, il Corno ducale, e gli altri ornamenti, onde sono fregiati,

tutti erano onori, che gli provenivano dalla Corte di Costantinopoli.

Quindi i Veneziani vestivano alla greca con abiti talari, che ancor

ritengono, a differenza degli altri popoli d'Italia, come all'Imperio

d'Oriente sottoposti.

Onde quel Monumento, che prima si conservava nell'Archivio del

Monasterio delle Monache di S. Zaccheria di Venezia, e che ora insieme

con altri consimili leggiamo impresso in un libro stampato in Venezia

stessa _con licenza de' superiori_ nell'anno 1678 intitolato, _il

silenzio di S. Zaccheria snodato_: non dee sembrar cotanto ingiurioso

a' Veneziani: sicchè severamente, proibiscano il tenerlo proccurando di

sopprimerlo, perchè non ne resti vestigio.

In questo Libro si legge un Attestato di _Giustiniano Participatio_

Doge di Venezia, a' tempi dell'Imperadore _Lione V Armeno_, che sedè

nell'Imperio d'Oriente dopo _Niceforo_ intorno l'anno 813, nel quale

la fondazione, o sia ampliazione di quel Monasterio si attribuisce

a _Lione_, chiamato dal Doge suo Signore, con obbligo alle Monache

d'incessantemente pregare Dio per la salute dell'Imperadore, e suoi

Eredi: Eccone le parole: _Cognitum sit omnibus CHRISTI, et Sancti

Romani Imperii Fidelibus tam praesentibus, quam ex illis, qui post

nos futuri erunt, tam Ducibus quam Patriarchis, atque Episcopis,

seu caeteris Primatibus. Quod ego Justinianus Imperialis Hippatus

et Venetiarum Dux, per revelationem Domini nostri Omnipotentis, et

jussione Domini Serenissimi Imperatoris pacis seu, et Conservatoris

totius Mundi LEONIS: Post multa nobis beneficia concessa, feci

hoc Monasterium Virginum hic in Venetia, secundum quod ipse jussit

edificare de propria Camera Imperiali, et secundum quod iussit mihi,

statim cuncta necessaria auri, sive argenti dari jussit. Tum etiam

nobis Reliquias Sancti Zaccariae Prophetae, et lignum Crucis Domini,

atque Sanctae Mariae pannum, sive de vestimentis Salvatoris et alias

reliquias Sanctorum nobis ad Ecclesiam Sanctam consecrandam dari fecit.

Ad necessaria hujus operis etiam Magistros tribuit, ut citius opus

explerent, et expleto opere congregatio sancta incessanter pro salute

Serenissimi Imperatoris et suorum heredum orarent. De Thesauro vero,

quod manifestat sua carta cum litteris aureis, et totum donum, quod in

hoc loco ipse transmisit, in ipsa Camera salvum esse statuimus: Tamen

ipsam cartam in Camera nostri Palatii volumus, ut semper permaneat,

et ut non valeat aliquis hoc dicere, quod illud Monasterium Sancti

Zaccariae de alicujus Thesauro esset constructum, nisi de Sanctissimi

Domini nostri Imperatoris LEONIS_.

Nè l'aver mandato l'Imperadore quelle reliquie, perchè si riponessero

nella Chiesa, adombra punto l'autenticità della scrittura, come se

ciò non potesse attribuirsi a _Lione V_ creduto Iconoclasta; perchè

i Greci aveano tutta la venerazione a reliquie cotanto insigni; ma

volevano, che per ciò non segli prestasse _Culto Religioso_; oltre

che dopo il Concilio II di Nicea celebrato nell'anno 787 favorevole

alle Reliquie e Imagini, i Greci furon divisi, e chi stava per lo

Concilio Costantinopolitano, che le proibiva, chi per questo II Niceno;

e _Lione_ si adattò al costume d'Italia, dove non soleva consecrarsi

Chiesa senza qualche Reliquia di Martire, o di Santo.

I savj e dotti Veneziani, che non si lasciano trasportare dall'enfatico

stile de' loro moderni Storici, e singolarmente del Nani, con quelle

ampollose frasi di _Libertà nata colla Repubblica stessa_, non riputano

tali monumenti apocrifi, o strani, anzi riguardandosi ai passati tempi,

sono ben proprj e conformi allo stato delle cose d'allora: poichè ad

una Repubblica nuova stabilita negli ultimi tempi, non può certamente

adattarsi quella _innata Libertà_, che vantano: se non fosse caduto dal

Cielo in Terra un pezzo di Luna, o di altro Pianeta, sopra il quale

da' nuovi uomini si fosse stabilita libera; ma sempre che si parla

di nuova Repubblica fondata nell'Imperio, duopo è che riconoscano i

loro maggiori la subordinazione degl'Imperadori sian d'Oriente, ovvero

d'Occidente.

Anzi i Veneziani non meno degli uni che degli altri devono confessarla;

poichè in decorso di tempo sempre più decadendo le forze dell'Imperio

Greco in Italia, i successori di _Carlo M._ profittando della sua

ruina, tornarono ad aggiunger Venezia al Regno Italico, sicchè

_Lodovico_ e _Lotario_, se ne reser padroni, e v'esercitarono

sovranità, sino a far battere le loro monete col nome di _Venecias_,

come facevano delle altre città d'Italia da lor possedute.

Di queste Monete più Musei ne conservano le originali d'indubitata

fede, ed antichità. L'Autore dello _Squittinio della Libertà Veneta_,

nella _Giunta_ non se ne dimenticò. Il Sig. Petau Consigliere nel

Parlamento di Parigi, fece imprimere quella dell'Imperadore _Lodovico

il Buono_, dove da una parte si legge HLVDOVICUS IMP. e dall'altra

VENECIAS. Il Sig. le Blanc ha altresì fatto stampare una moneta di

_Lotario_, che porta da una parte VENECIAS. Ecco quella di Lodovico.

[Illustrazione: Moneta]

Ma da poi nella decadenza dell'Imperio d'Occidente ne' Successori

di _Carlo M._ i Veneziani cominciarono, non essendo chi potesse

resistergli, a stabilire la Sovranità sopra la lor città, e luoghi

marittimi intorno sopra le ruine dell'Imperio d'Oriente, non meno che

di Occidente, decaduto ed avvilito anche esso ne' successori di _Carlo

M._ prima che facesse passaggio a' Germani sotto il grande, e poderoso

_Ottone_.

Questo Imperadore ristabilendo l'Imperio d'Occidente nello stato

primiero, e volendo essere riputato non meno che _Carlo M._ Signore

di tutte quelle Province, che costituivano il Regno Italico: sopra i

Veneziani esercitò pure la Sovranità, e tutte le alte ed Imperiali sue

preminenze: concedendo privilegj ed immunità alle loro Chiese co' loro

precetti, chiamati a que' tempi _Mundiburdj_, a richiesta de' Veneziani

stessi.

Quindi non dee sembrargli strano, se nel Libro medesimo _del Silenzio

di S. Zaccheria snodato_, si leggono de' consimili _Mundiburdj_,

conceduti a petizione di quelle Monache da varj Imperadori Germani

d'Occidente, continuati da _Ottone I_ sino all'Imperadore _Federico

Barbarossa_. Trascriveremo solamente quello di _Ottone_, istromentato

nell'anno 963 poichè gli altri susseguenti non sono che conformi di

questo primo, secondo il costume di que' tempi, che le Chiese secondo

si rifaceva un nuovo Imperadore, ricorrevano dal medesimo per ottener

la conferma de' precedenti: Eccone le parole.

_In nomine Sanctae et individuae Trinitatis._ OTTO, _divina favente

Clementia, Imperator Augustus._

_Si petitionibus Servorum, et Ancillarum, justis et rationalibus

acquiescimius, ad animae nostrae salutem proficere non diffidimus.

Idcirco omnium fidelium Sanctae Ecclesiae nostrorum praesentium, ac

futurorum devotio noverit. Qualiter Joanna Abbatissa de Monasterio

Sancti Zachariae in finibus Venetiarum constructo, prope Palacium de

Rivoalto, et Joannes Presbyter, et Monachus noster Fidelis suggesserunt

nostrae Clementiae, quatenus pro Dei amore, et remedio animae nostrae,

cum cunctis facultatibus, rebusque mobilibus, et immobilibus, seu

familiis utriusque sexus ad eundem Monasterium Sancti Zachariae juste

pertinentibus, scilicet infra ditionem Regni nostri consistentibus,

tam per loca denominata, quae ibi contulit per Cartulas offeritionis

Ingelfredus Comes Filiusque Grimaldi, et Ildeburga Comitissa Uxor

Adalberti Comitis, cum suis haeredibus, sicut in textu ipsorum Cartulae

legitur: Videlicet, Curtem unam cum omnibus suis pertinentiis, in

finibus Montis Siricani positam in villa quae Petriolo nuncupatur,

similiter, et in Cona, et in Sacco, et in Lupa, et in Liquentia,

et Laurentiaca, una cum Terris, Vineis, Campis, Olivetis, Pratis,

Massaritiis, Piscariis, Silvis, Casis, Capellis, Pascuis, Aquis,

aquarumque decursibus, Montibus, Vallibus, Servis, et Ancillis, ad

ipsam Curtem de Petriolo aspicientibus in integrum, ut pars praedicti

Cenobii, cui nunc Joanna Ravennalis Venerabilis Abbatissa praeesse

videtur, cum omni integritate in usu, et sumptu Monacharum inibi

per tempora Deo famulantium perpetualiter permaneant, et sub nostrae

tuicionis, ac defensionis Mundiburdio consistant._

_Nos autem saluberrimas earum petitiones inspicientes hoc nostrae

immunitatis praeceptum fieri jussimus, per quod sancimus, ut jam

dictum Monasterium; cum suis rebus mobilibus, et immobilibus,

omnibusque mancipiis, et Colonis, Idventitiis et Peregrinis, Servis

et Ancillis, super terram ipsius praedicti Monasterii, infra Regni

nostri fines residentibus, sub nostra maneat immunitatis defensione;

ita ut nullus Marchio, Comes, vel quislibet pubblicus Actionarius,

seu alia, magna, parvaque persona, ex rebus saepe dicti Monasterii

modo juste, et legaliter vestita esse videtur, aut in antea ibidem

divina pietas amplificare voluerit, abstrahere aliquod, aut minuere,

quandoque praesumant; sed liceat supradicti Monasterii Abbattissae,

ejusque Successoribus in perpetuum res ejusdem Monasterii, sub nostrae

immunitatis defensione, quieto ordine possidere, cum omnibus ad se

pertinentibus, vel aspicientibus, tam rebus, quamque et mancipiis

liberis, et servis, super res jam dicti Monasterii residentibus.

Nullusque audeat eas injuste distringere, neque ab eis ullas illicitas

redibitiones, aut publicas angarias exigere. Ante omnia autem Abbatissa

ejusdem Monasterii, ejusque Successores, et omnes Monachae ibidem Deo

servientes, sub nostrae defensionis quiete perenni vivere permaneant.

Nullusque Reipublicae Minister eas per placita ventilare pertemptet,

nisi in praesentia Abbatissae quae per tempora ibi praeesse visa

fuerit, quatenus ipsas Ancillas Dei, quae ibidem Deo famulantur, pro

nobis statusque Regni nostri jugiter exorare delectent. Si quis igitur

hoc nostrae auctoritatis praeceptum et Mundiburdium infregerit, sciat

se compositurum auri optimi libras centum, medietatem Camerae nostrae,

et medietatem praedictae Abbatissae Joannae, vel ejus Successoribus.

Quod, ut verius credatur, et diligentius ab hominibus observetur, manu

propria roborantes, Annulo nostro sigillari jussimus. Signum Domini

OTTONIS Invictissimi, ac Magni Imperatoris Augusti._

[Illustrazione: Sigillo]

_Lyurtgerius Cancellarius ad vicem Vidonis Episcopi Barda Cancellarii

recognovi et subscripsi._

_Acta 7. Kal. Septembris. Anno Dominicae Incarnationis 963. Indictione

6 Anno Imperii OTTONIS Magni Imperatoris Augusti secundo; Actum Monte

Feretrano ad Petrum S. Leonis._

Dopo gli _Ottoni_, sotto gli Errici, come sono varie le vicende

mondane, cominciò l'Imperio occidentale altra volta a decadere.

L'Imperadore _Federico Barbarossa_, pensava ristabilirlo; ma distratto

nella guerra di Soria, e dalle brighe, che gli diedero le città

di Longobardia, ed i Pontefici romani, non potè ridurre a fine la

magnanima impresa; e molto meno poteron tentarla i di lui successori,

_Errico_ e _Federico II_ per le gare e contenzioni, ch'ebbero colle

città medesime, e co' Papi, e co' loro Emoli dell'Imperio.

Morto Federico II, e contrastando i Germani fra di loro per l'elezione

del successore si vide nell'Imperio quel lungo interregno, che ciascun

sa; ed allora i più Potenti, e più città d'Italia cominciarono a

scuotere il giogo, e porsi in libertà, poichè non era chi potesse

validamente opporsi. Così i Veneziani che ne aveano gettati già i

fondamenti, stabilirono la sovranità sopra la loro città e luoghi

marittimi intorno, la quale poi col correr degli anni con lunga

prescrizione se la resero più stabile e ferma, non altrimente che

fecero gli altri Principi d'Italia sopra le ruine dell'Imperio

d'Occidente. Queste mondane vicende recarono a' Veneziani la loro

libertà, non già patto, o convenzione alcuna, siccome alcuni sognarono,

esser seguita tra gl'Imperadori greci, e que' di Occidente della linea

di _Carlo M._, dicendo, che questi per porre fra di loro un confine

stabile e fermo, avessero dichiarati immuni, e liberi i Veneziani

dall'uno, e dall'altro Imperio, siccome scrisse il _Sigonio_[83];

_Venetos inter utrumque Imperium positos, liberos atque immunes,

et ab utroque Imperatore securos vixisse_: e nell'anno 812 _novo

pacto libertati atque immunitati Venetorum imprimis cautum_. Nè fin

qui è stato chi avesse potuto mostrarci documento alcuno di questa

nuova convenzione e patto. Nè tante Collezioni, Cronache, ed antichi

annali, che a' tempi nostri sono stati impressi; nè Scrittore alcun

contemporaneo fa memoria d'una tal convenzione passata tra gl'Imperii

d'Oriente e que' di Occidente; nè si sa il _Sigonio_ onde l'abbia

tratta.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 12 / 58 题