LIBRO DECIMOTERZO

La morte di Guglielmo I, e l'innalzamento al Trono di Guglielmo II

suo figliuolo fece mutar tantosto in tranquillità lo stato delle cose

del Regno; poichè l'avvenenza del fanciullo e la sua benignità trasse

di modo a se l'amore e la benevolenza di tutti, che ancor quelli,

ch'erano stati acerbi nemici del padre, fecero proponimento di essergli

fedelissimi, dicendo bastare con la morte del vecchio Re essersi tolto

di mezzo l'autor di tutti i mali, nè doversi all'innocente fanciullo

imputar la colpa della tirannia del padre. Intanto la Reina Margherita

sua madre, fatti convocar tutti i Prelati e Baroni del Regno, lo fece

solennemente coronare nel Duomo di Palermo da Romoaldo Arcivescovo

di Salerno: alla qual celebrità, oltre i Prelati ed i Baroni, fuvvi

innumerabil concorso del Popolo della città, che accompagnollo, finita

l'incoronazione, insino al palagio reale con molti segni d'amore e

d'allegrezza. E la Reina, la quale per la tenera età del figliuolo,

che appena dodici anni compiva e non era atto a governare il Regno,

avea di quello presa la cura, volendo, come saggia, accrescere l'amor

dei Popoli verso di lui, fece porre in libertà tutti i prigioni, e

rivocò dal bando quelli, che v'erano stati mandati dal Re Guglielmo,

richiamando Tancredi Conte di Lecce, e togliendo parimente via molte

gravezze imposte da lui, scrisse a tutti i Maestri Camerarj della

Puglia e Terra di Lavoro, che per l'avvenire non esigessero più

quell'insopportabile peso, chiamato _redemptionis_, che avea ridotte

all'ultima disperazione quelle province[55]. Restituì i Baronaggi a cui

erano stati tolti, e ne concedè molti altri di nuovo a diverse persone,

donando ancora con larga mano molti beni a varie Chiese.

Ma l'aver ella voluto, contro quel che suo marito avea disposto nel

suo testamento, innalzar soverchio Gaito Pietro, e farlo superiore nel

Governo a Matteo Notajo, ed all'Eletto di Siracusa, dandogli tutto il

Governo nelle mani, cagionò nuovi disturbi nel palazzo reale; poichè

gli altri Cortigiani invidiosi della sua grandezza, presa baldanza

dalla fanciullezza del Re, e poco stimando il non fermo imperio della

donna, cominciarono di nuovo a porre in rivoltura la Casa del Re,

consigliere della quale fu Gentile Vescovo d'Agrigento, il quale,

resosi carissimo all'arcivescovo di Reggio, cominciò a tender insidie

all'Eletto di Siracusa, ed a corrompere insieme Matteo Notajo; e

portarono la cosa in tale sconvolgimento, che obbligarono ancora a

Gaito Pietro di fuggirsene in Marocco sotto la protezione di quel Re.

Ma sedati (dopo varj avvenimenti, che ben a lungo vengon narrati dal

Falcando) questi rumori, ed essendo rimaso l'Eletto nel suo luogo, come

prima era, giunsero poco da poi in Palermo gli Ambasciadori mandati

da Emanuele Imperadore d'Oriente, il quale avendo avuta contezza della

morte di Guglielmo, inviò a rinovar la pace col nuovo Re, ed offerirgli

per moglie l'unica sua figliuola con l'Imperio in dote: li cui

Ambasciadori furon lietamente accolti, e rinovossi di presente la pace;

ma il parentato non si potè conchiudere allora per le molte difficoltà,

che occorsero nel trattarlo.

Passarono nel secondo anno del Regno di Guglielmo, non meno in Sicilia,

che in Puglia alcune turbolenze cagionate, non da forze esteriori,

ma dalle discordie di que' del Palazzo, e di alcuni Baroni del Regno,

che obbligarono al Gran Cancelliere, ch'era allora Stefano di Parzio,

figlio del Conte di Parzio parente della Regina (che lo chiamò di

Francia, ed a cui la somma del Governo dopo molti avvenimenti era

caduta) di persuadere al Re, che partisse da Palermo, e lo fece andare

a Messina, ove più dappresso potesse por quiete alle cose di Puglia.

Ma questi moti del Regno, a riguardo di que' maggiori, che si vedeano

in Lombardia, ed a petto di ciò, che allora passava tra il Pontefice

Alessandro III coll'Imperadore Federico Barbarossa, erano di piccola

considerazione, e riputati come di facile componimento: siccome non

passò guari, che il tutto fu posto in pace e tranquillità. Erano gli

occhi di tutti rivolti all'Imperadore Federico, il quale con grande

e poderosa oste era calato in Italia, per far guerra al Pontefice

Alessandro, ed a' Romani, i quali avendo voluto combattere senz'ordine

alcuno, e con troppa baldanza, furono da Federico posti in rotta,

uccidendone, e facendone prigioni grosso numero, essendosi gli altri

appena potuto con la fuga salvare entro le mura della loro città. Il

Papa e tutto il Popolo si vide in grande afflizione, e l'Imperadore

avuta contezza del felice successo, avendo già presa Ancona, e stando

in pensiero di passare in Puglia sopra gli Stati del Re Guglielmo,

venne prestamente anch'egli col rimanente del suo esercito a Roma[56],

ed avendo dato un gagliardo assalto alla porta del Castel S. Angelo,

combattè poscia la chiesa di S. Pietro, e non potendola agevolmente

prendere vi fece attaccare il fuoco: il perchè smarriti i defensori,

la diedero in sua balia, ed Alessandro temendo della furia di

lui, abbandonato il palagio di Laterano, si ricovrò nella casa de'

Frangipani, e colà si afforzò con tutti i Cardinali entro una torre

della Cartolaria.

L'Imperadore nella vegnente domenica fece dal suo Antipapa Guidone da

Crema cantar solennemente la messa nella chiesa di S. Pietro, e fece

coronarsi colla Corona reale, e 'l lunedì, in cui si celebrò la festa

di S. Pietro in Vincula, si fece dal medesimo Antipapa con nobil pompa

coronare Imperadore insieme con Beatrice sua moglie.

Il nostro Guglielmo, che seguitando in ciò l'esempio di suo padre

continuava con Alessandro la medesima corrispondenza ed unione, tanto

che costui non s'offese punto, che Guglielmo si fosse fatto incoronare

Re senza sua saputa, come gli altri suoi predecessori avean preteso:

avendo inteso l'angustie nelle quali si ritrovava il Papa, e saputo

il pensiero di Federico di passare in Puglia sopra i suoi Stati,

ritrovandosi, come si è detto in Messina, mandò tosto ad Alessandro due

sue galee con molta moneta, acciocchè avesse potuto sopra esse partir

di Roma, le quali giunte improvviso al Tevere, consolarono estremamente

con la lor venuta Alessandro; il quale non volendo per allora partirsi

dalla città, trattenuti seco gli Ambasciadori del Re otto giorni,

gli rimandò indietro, rendendo molte grazie al loro Signore di così

opportuno soccorso, e diede parte della moneta a' Frangipani, e parte

a Pier Leoni, acciocchè con maggior costanza, e valore avesser difesa

la città. Ma vedendo poscia, che l'Imperadore tentava di farlo deporre

dal Papato, e che i Romani cominciavano a mancargli di fede; vestitosi

da peregrino, uscì con pochi de' suoi assistenti di Roma, e si ricovrò

a Gaeta, ove essendo prestamente seguito da' Cardinali, ripreso l'abito

ponteficale, se n'andò a Benevento.

Ma non passò guari, che Federico fu obbligato tornarsene in Alemagna;

perciocchè essendo stato assalito il suo esercito da mortifera

pestilenza, fra lo spazio di otto giorni morirono quasi tutti i

suoi soldati, e i suoi maggiori Baroni che avea seco, fra' quali

furono Federico Duca di Baviera, il Conte di Vastone, Bercardo Conte

d'Arlemonte, il Conte di Sesia, Rinaldo Arcivescovo di Colonia con

un suo fratello, ed il Vescovo di Verdun; ond'egli con pochi de' suoi

arrivò in Alemagna.

Intanto nella Sicilia eran accadute nuove turbolenze, e nuovi tumulti,

pure per le medesime cagioni di cortigiani, e degli antichi familiari

della Casa del Re, che per non appartenere all'istituto dell'Istoria

presente molto volentieri le tralasciamo; tanto più che minutamente

furono alla memoria de' posteri tramandate da Ugone Falcando, e

modernamente con molta diligenza raccolte da Francesco Capecelatro

nella sua Istoria de' Re normanni, e da Agostino Inveges nella sua

Istoria di Palermo. Seguì ancora in questi medesimi tempi la famosa

congiura fatta da' Siciliani contro il Cancellier Stefano di Parzio,

che finalmente l'obbligarono a partirsi da Palermo, e ricovrarsi

in Palestina, ove morì, scritta in più luoghi da Pietro di Blois

Arcidiacono di Battona, uomo chiarissimo, il quale da Francia passò

con lui nell'isola, ed insegnò per un anno lettere al Re Guglielmo, e

fu suo Segretario e Consigliere, ed essendo stato eletto Arcivescovo

di Napoli per opera de' suoi nemici per allontanarlo con sì fatta

cagione dalla Corte, rinunciò il Vescovado. E dimorato per cagion

della sua infermità, dopo la partita del Cancelliere, per alcuno

spazio in Sicilia, quantunque pregato da Guglielmo a restarvi per

sempre, promettendogli di tenerlo in grande stima, perchè avea preso in

orrore i costumi de' Siciliani per ciò che aveano fatto al Cancelliere

Stefano; non volle a patto alcuno rimanervi. Di lui abbiamo oggi

giorno molte sue opere, ed un volume di epistole, e fu uno de' maggiori

Letterati, che fiorissero in questo secolo[57]. Fin qui distese la sua

famosa Istoria Ugone Falcando siciliano, il quale avendo cominciato

la sua narrazione dalla morte del Re Ruggiero seguita nel principio

del 1154, e dandole fine nel presente anno 1170, egli ordì un'erudita

istoria di 15 anni, con tanta eleganza, ch'è veramente cosa da

recar maraviglia, come in tempi così incolti, egli sì politamente la

scrivesse.

Era in questo mentre morto in Roma Guido da Crema Antipapa, detto

Pascale III, ch'era stato creato in luogo d'Ottaviano per opera

dell'Imperador Federico; e perchè non vollero i suoi seguaci cedere

al Pontefice Alessandro, ne crearono in quest'anno 1170 tantosto il

terzo, che fu un tal Giovanni Ungaro Abate di Strumi, che Calisto III

chiamarono; benchè Alessandro che dimorava a Benevento, fosse stato

intanto riconosciuto come vero Pontefice da tutti i Cristiani, fuor

che da Cesare, e da alcuni suoi Tedeschi. Partissi poscia Alessandro da

Benevento per andar in Roma; ma li Romani sdegnati con lui, perchè avea

ricevuto in sua grazia il Conte di Tuscolo loro scoverto nemico, non lo

vollero ricevere, laonde ritornò in dietro a Gaeta, e quivi molto tempo

si trattenne; indi si partì per Alagna, ove fermò sua residenza.

Inviò in questo l'Imperador Emanuele nuovi messi a Guglielmo, i quali

conchiusero con lui il maritaggio di sua figliuola nomata Icoramutria,

e statuirono il tempo da condurla per mare in Puglia; ed il Re poco

stante col fratello Errico Principe di Capua, se ne passò a Taranto

per ricever colà la novella sposa; ma il perfido Greco, non sapendosi

la cagione, spregiando le pattovite nozze, non curò d'inviar la

fanciulla. Altri[58] niente scrivono di questo fatto, anzi rapportano,

che Guglielmo per non disgustarsi col Papa, ricusò queste nozze. Che

che ne sia, Guglielmo partissi da Taranto, e gitosene a Benevento

inviò il Principe suo fratello, ch'era infermato gravemente, a

Salerno, acciocchè imbarcandosi sulle galee passasse più agiatamente

a Palermo per ricuperar sua salute, la qual cosa non gli giovò;

perciocchè gli si aggravò di modo il male, che giuntovi appena, se ne

morì nel decimoterzo anno della sua vita, e nell'anno 1172 dell'umana

Redenzione. Fu con nobil pompa seppellito nel Duomo presso il sepolcro

dell'Avolo Ruggiero, e di là poi trasportato nella chiesa di Monreale,

ove si vede sinora il suo avello[59].

In questo Errico finirono i Principi di Capua normanni, i quali tennero

questo Principato 114 anni, incominciando dal primo, che fu Riccardo

Conte d'Aversa nell'anno 1058, insino ad Errico figliuolo di Guglielmo

I in quest'anno 1172, nel quale mancò la lor successione, poichè non

essendo a Guglielmo II nati figliuoli, non potè ad esempio di suo

padre, e del suo Avolo Ruggieri continuar quest'istituto, che coloro

tennero di crear uno de' loro figliuoli Principe di Capua; e quantunque

del Re Tancredi, che a Guglielmo II succedette, si dovesse credere,

che avrebbe continuato il medesimo costume; nulladimanco, stando

questi sempre implicato in continue guerre, e mancandogli figliuoli

maggiori, prevenuto egli poco da poi dalla morte, non potè praticarlo.

E gli altri Re posteriori estinsero affatto questo Principato, e

_Dinastia_; poichè sebbene ne' pubblici Atti avessero serbato il nome

del Principato, come s'osserva essersi praticato insino all'anno 1435

nel Regno di Giovanna II[60], nulladimanco, toltone questo nome, fu

in tutto il resto il Principato estinto, e coloro che ne' seguenti

anni tennero Capua, non devono così nella dignità, come nel dominio

esser paragonati a questi Principi a' quali furono di molto intervallo

inferiori.

La morte d'Errico recò a Guglielmo gravissimo cordoglio, il quale poco

da poi portossi anch'egli in Sicilia, donde nell'anno 1174 avendo

ragunata una grossa armata, la inviò in Alessandria d'Egitto contro

il Saladino, per favoreggiare i Cristiani, che colà militavano, sotto

il comando di Gualtieri di Moac, che pochi anni da poi fu creato

suo Ammiraglio[61]. E volendo il medesimo Re nella pietà superare i

suoi maggiori, parte de' tesori, che aveano essi accumulati, impiegò

nella fabbrica d'un superbo tempio non guari da Palermo lontano in un

colle chiamato _Monreale_, che ornollo di superbi lavori di marmo e

di mosaico; ed avendolo arricchito di grosse rendite consistenti in

molte città e castelli, ed in ricchi poderi, e fornitolo di arredi

regali e preziosi, lo dedicò a nostra Signora, sotto il nome di S. M.

Maria Nuova, dandolo a' PP. dell'Ordine di S. Benedetto. Nè qui deve

tralasciarsi, che i primi ch'ebbero la cura di questo tempio furono i

Monaci del monastero della Trinità della Cava, che da Guglielmo furono

da queste nostre parti richiamati in Sicilia; perchè per la fama della

lor santità, essendo sparsa da per tutto, erano da' Principi normanni,

e sopra tutti da Guglielmo, in sommo pregio tenuti. Crebbe poi il

Santuario, poichè oltre la santità de' Monaci ivi adoperati per li

divini Uffici, per consiglio di Matteo Gran Protonotario di Sicilia,

creato, come scrive Riccardo da S. Germano, già Vicecancelliere del

Regno, Guglielmo impetrò da Papa Alessandro III, che la chiesa suddetta

non fosse sottoposta a niuno Arcivescovo, Vescovo o altra persona

ecclesiastica, ma solamente al Pontefice romano, ed indi da Lucio

III la fece ergere in Arcivescovado. Il tutto si fece da Matteo per

dispetto di Gualtieri Arcivescovo di Palermo, nella cui giurisdizione

ella era, il quale per le gare solite della Corte era suo fiero nemico,

e Gualtieri in processo di tempo ben seppe vendicarsene, e gliene rese

il contraccambio, come diremo. Il primo Arcivescovo, che fu creato di

Monreale fu Fr. Guglielmo Monaco del monastero della Cava, che n'era

stato in prima Priore. Questo luogo, per cagion del famoso tempio quivi

edificato, concorrendovi ad abitare molta gente, divenne in breve una

famosa e ricca città, ed ora il suo Prelato per le numerose rendite,

ch'egli tiene, è un de' maggiori e più stimati della Sicilia.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 11 / 58 题