Negli ultimi giorni di novembre arrivò l'invito da Londra. Era scritto
su carta molto grande, color viola pallido, e fortemente profumata.
Anche la calligrafia era assai grande, perpendicolare, con molti
ghirigori e svolazzi.
Lady Randolph Grey invitava formalmente le signorine Harding a passare a
Londra qualche settimana in casa sua. Erano attese per i primi giorni di
dicembre; vi sarebbe qualcuno alla stazione di Liverpool-Street a
riceverle. Mandava i suoi più distinti saluti all'esimio scienziato,
professor Harding, e si protestava la loro affettuosa e sincera amica.
Miranda Randolph Grey.
Seguiva un P. S. — «Sarà mia ospite in quei giorni anche la dama d'onore
della Regina d'Olanda. Senza dubbio le signorine Harding saranno liete
di fare la conoscenza di quella illustre gentildonna e delle sue due
graziosissime figlie».
La dama d'onore della Regina d'Olanda! L'agitazione a Rose Cottage
crebbe fino al parossismo. Anche il dottor Harding ne fu blandamente
commosso. Il dolore amarissimo di separarsi anche per breve tempo dalle
sue figliole fu un poco lenito dal pensiero delle conoscenze illustri
che le sue piccole dilette farebbero nella casa patrizia della bella
dama, la cui affabilità non gli era mai uscita dalla memoria.
La dama d'onore della Regina di Olanda!... Myosotis corse colla lettera
da Miss Jones.
Miss Jones ne fu assai impressionata.
— In tal caso, — dichiarò, — vi dovrete far fare dei vestiti nuovi da
Miss Knox.
— Già, già! — esclamarono le fanciulle.
— Ed è impossibile che arriviate a Londra coi vostri cappelli
dell'inverno scorso.
— Impossibile! — fecero in coro le due.
— Bisognerà comperare qualche cosa di moderno ed elegante. Una piccola
_toque_ da viaggio con bordo di pelliccia per Myosotis; un cappellino
con ghirlanda di rose per Leslie.
Le fanciulle furono perfettamente d'accordo; ma dove trovare quelle
eleganti creazioni? I copricapi esposti nella vetrina dell'unica modista
di Wild-Forest non erano soverchiamente pittoreschi.
Non c'era che un partito da prendere: andare a Leeds, dove secondo Miss
Jones i negozi potevano stare a pari con quelli di Londra.
Dopo molte discussioni e riflessioni e indecisioni fu stabilito che
Myosotis andrebbe a Leeds il lunedì seguente; e Miss Jones, da buona
amica, consentì ad accompagnarla.
Passarono l'indomani, che era domenica, a fare delle lunghe liste di ciò
che dovevano comperare, e il lunedì mattina prestissimo partirono....
dimenticando a casa le liste.
Durante tutto il viaggio Miss Jones si alambiccò il cervello per
rifarle, guardando dal finestrino con occhi distratti e la punta della
matita in bocca; mentre Myosotis fantasticava intorno a un suo progetto
da tanti giorni silenziosamente vagheggiato: — una visita alla zia
Marianna!
Arrivate a Leeds fecero le loro compere, dimenticando sempre qualche
cosa; ciò che — con grande mortificazione di Myosotis — le obbligava a
ritornare due o tre volte nello stesso negozio per comperare altri
oggetti o cercare involti e pacchi scordati sulle sedie e sul banco.
— È strano, — disse Miss Jones, ferma sotto un portone, contando per la
decima volta i pacchi, — prima ce ne mancavano tre; adesso ne abbiamo
due di troppo.
Dopo molti calcoli e riflessioni e un gran tastare e pigiare e riaprire
di pacchi, si trovò che difatti, dal banco del «_World's Emporium_» ne
avevano portati via due che probabilmente appartenevano ad una signora
che stava facendo delle compere accanto a loro.
Bisognò tornare indietro ancora una volta a quel negozio e riportarli
con molte scuse e spiegazioni.
Esauste e snervate entrarono per far colazione in un democratico e
affollato ristorante chiamato «A. B. C.», dove delle imperiose
damigelle, con pettinature piramidali sormontate da piccolissime cuffie
inamidate, passavano avanti e indietro con piatti e vassoi. Sedettero in
un angolo, ma le signorine continuarono a passare, davanti al loro
tavolo senza degnarsi di guardarle nè di ascoltare i loro timidi
appelli. Dopo circa mezz'ora una di esse, che pareva la regina di Saba,
si fermò al loro tavolo, porse un elaborato _menù_ e attese con
sprezzante inarcar di sopracciglia e impaziente battito della punta d'un
piede, la loro ordinazione. Questo le confuse a tal punto che finirono
coll'ordinare in gran fretta dei cibi che detestavano; e Miss Jones rese
vieppiù cupo ed affliggente il pasto con dettagliate e lugubri
previsioni riguardanti il suo stomaco e la sua digestione.
Finito il lunch Miss Jones si accinse a raccogliere gli involti.
— Sarà ora di andare alla stazione, — disse. Ma Myosotis la trattenne. —
No; lascieremo qui in consegna i pacchi. Abbiamo ancora una cosa da
fare.
— Che cosa? — fece Miss Jones, ancora acidetta, ma alquanto placata da
due tazze di thè e vari _plumcakes_.
— Adesso andiamo a fare una visita.
— Una visita? — esclamò Miss Jones. — Ma non conosciamo anima viva a
Leeds!
— Si, sì, ne conosciamo una, — rise Myosotis, deliziosa sotto alla nuova
«toque» con una ghirlandetta dei suoi fiori omonimi intorno al bordo, e
con una cravatta «bleu Nattier» legata a fiocco sotto il largo colletto
aperto. — Adesso andiamo a trovare.... la zia Marianna!
Miss Jones fece molte proteste ed obbiezioni. — Non le siamo state
presentate.... non si può andare senza un permesso speciale in una
redazione di giornale....
Ma Myosotis non si lasciò stornare dal suo proposito.
— È assolutamente indispensabile che io le domandi in che modo si deve
salutare la dama d'onore di una regina. Vi saranno pure delle regole
d'etichetta speciale!
Questo argomento convinse anche Miss Jones; e dopo aver consegnato, con
raccomandazioni e mancia, i pacchi alla Regina di Saba, si informarono
dell'indirizzo degli uffici del «Mondo e Focolare». Indi s'avviarono per
le affollate vie di Leeds verso un alto e nero fabbricato torreggiante
in fondo alla High Street.
— Non sappiamo neanche il vero nome di questa «zia Marianna», — brontolò
Miss Jones. — E poi, andando così a domandar consiglio, certo bisognerà
pagarla!
— Non credo, — fece Myosotis con un sorriso, pensando alla
corrispondenza intima e tenera, scambiata tra lei e la buona amica
sconosciuta.
Passando davanti ad un negozio di fiori Myosotis volle entrarvi; e ne
uscì portando in mano un gran mazzo fragrante di delicate rose thee.
— Certo le farà piacere, — disse, volgendo a Miss Jones sopra le rose la
dolce faccia ridente. — Forse, poverina, poichè è vecchia, nessuno pensa
a regalarle dei fiori.
— Come fai a sapere che è vecchia? — chiese Miss Jones, con asprezza.
Ma Myosotis non rispose.
Arrivarono davanti al portone del giornale e, un pochino timide,
entrarono nel cortile dove un autocarro stazionava, carico di enormi
rotoli di carta. La macchina rotativa della stamperia faceva udire il
suo rullo continuo ed assordante.
Spinsero una porta di vetro ed entrarono in un atrio. Miss Jones,
affacciandosi a un finestrino dietro al quale lavoravano molte
signorine, chiese:
— Si potrebbe parlare colla zia Marianna?
La signorina più vicina al finestrino rispose senza alzare gli occhi: —
Redazione. Primo piano.
Salirono le scale oscure e strette e si trovarono davanti a un'altra
porta di vetro: «Direzione e Redazione».
Seduto nell'anticamera un ragazzo con un berretto in testa portante la
scritta: «Mondo e Focolare», stava leggendo un giornale illustrato e
fumando un mozzicone di sigaretta. Anche lui, come la signorina, non
alzò la testa al loro entrare.
Miss Jones ripetè la sua domanda:
— Si potrebbe parlare colla zia Marianna?
Soltanto allora il ragazzo — il tipico «_messenger-boy_» inglese — alzò
la faccia pallida, sporca, e impertinente, e squadrò le visitatrici.
— Cosa volete? — chiese lui, senza togliersi di testa il berretto nè di
bocca il mozzicone. — Non si lascia passar nessuno senza sapere che cosa
vogliono.
Myosotis e Miss Jones si scambiarono uno sguardo. Impossibile dire a
questo antipatico ragazzo: — Vogliamo sapere il modo corretto di
salutare la dama d'onore della regina di Olanda.
Il ragazzo stette un poco a guardarle, poi guardò le rose in mano a
Myosotis; indi, facendo a questa una smorfia che somigliava a una
strizzatina d'occhio, disse:
— Potete scrivere qui i vostri nomi.... — E spinse verso di loro un
foglietto di carta bianca non troppo pulita.
— Metterò io il mio nome, — disse la fanciulla. E china sul tavolo
scrisse sul foglietto: — Myosotis. —
Indi, porgendolo al ragazzo, soggiunse:
— Dite alla signora che non la tratterremo che pochi istanti.
Stavolta non c'era da sbagliarsi; il ragazzo, con aria di burla, chiuse
un occhio, poi gonfiò le guancie come se volesse scoppiare dalle risa.
— Lo dirò.... alla signora! — disse. E se ne andò sventolando il
foglietto.
Rimase assente qualche minuto. Poi riapparve.
— Passate pure, — disse, e ancora facendo le viste di torcersi in
silenziosa ilarità, riprese il suo posto e il suo giornale.
— Odiosa persona, — mormorò Miss Jones avviandosi per l'oscuro
corridoio.
— Porta 7, — le gridò dietro il ragazzo.
Alla porta 7 Miss Jones bussò con molta decisione e risolutezza, poi
entrò senza aspettare risposta.
Myosotis, timida, colle sue rose in mano, s'era fermata un poco
indietro; ma d'un tratto pensò:
— La zia Marianna crederà che Miss Jones sia io! — Allora si avanzò
rapida. Ed anche lei entrò dietro alla maestra.
Si trovò in un piccolo ufficio buio, colla finestra che dava su un muro
annerito dal fumo e dagli anni. Ed ivi, davanti a una grande tavola
ingombra di carte, sedeva un uomo.
Era un uomo sulla quarantina, largo di spalle, con una gran barba bruna.
Egli teneva in mano il foglietto scritto da Myosotis, e contemplava Miss
Jones con evidente stupefazione. Quella, traverso i suoi occhiali, lo
contemplava con non minore sorpresa.
Dopo un momento di incertezza Miss Jones ripetè per la terza volta la
sua domanda:
— Posso parlare colla zia Marianna?
Ora gli occhi di lui avevano oltrepassato Miss Jones, e si fermarono
sulla figuretta nel vano della porta col suo mazzo di rose in mano. Un
riso gli balenò negli occhi, e, alzandosi lentamente dal suo posto,
disse:
— La zia Marianna sono io.