USCIERE. — Silenzio! silenzio!
PRES. _(agitando violentemente il campanello)_. — Silenzio, faccio
sgombrare le gallerie senz'altro! _(a Tullio)_ Mi duole doverle dire che
viene meno alle sue promesse, e se crede di poter continuare su questo
tono, s'inganna a gran partito...
TULLIO. — Illustrissimo...
PRES. _(troncandogli la parola)_. — Lasci parlare il cavaliere Valori! E
lei, mi raccomando, nessuna discussione!
VAL. _(si alza: con calore e risentimento)_. — Non sono avvocato io; e
mi basta dire al signore che il suo protetto non fu cacciato da me, ma
da' suoi compagni, solennemente, siccome indegno del nome di operaio;
che io non ho mai obbligato nessuno a lavorare, e che la gran
maggioranza dei nostri operai trova la propria felicità, non il castigo,
nel lavoro e nella famiglia. Le mie orgie ed i miei tripudi li metto in
conto della sua facile retorica; quanto a quello che posseggo sappia che
mi è caro perchè è il premio della mia attività, e che lo difenderei
come difenderei il mio onore e la mia famiglia, come ho difeso il mio
paese. _(siede)_
PRES. _(a Silvestri)_. — La parola è al Pubblico Ministero.
SILV. _(in piedi)_. — L'onorevole signor avvocato della difesa mi
attribuisce un monte di cose che non ho mai sognato di dire.
TULLIO. — Mi dà forse del mentitore? Lo richiami all'ordine!
PRES. — Vuole compiacersi una volta di non interrompere?
SILV. — Non mi arresterò quindi, o signori Giurati, a soffiare sopra un
castello di carte che va giù da sè...
TULLIO _(al Presidente)_. — Sente? sente?
PRES. _(a Tullio)_. — Ma vuol lasciar parlare un pochino anche gli
altri?
TULLIO. — Allora dica che la difesa deve tacere.
PRES. — Sicuro, quando ho dato ad altri la parola! E mi meraviglio che
la prima volta che si fa sentire in tribunale si voglia arrogare il
diritto di regolare la discussione.
TULLIO. — Mi perdoni, ma le faccio osservare...
PRES. _(a Silvestri)_. — Ma che fa lei, aspetta forse che lui stia
zitto?
SILV. _(che è sempre rimasto in piedi)_. — Tutte le divagazioni della
difesa, io diceva...
TULLIO _(al Presidente)_. — Vede? vede?
PRES. _(a Silvestri)_. — Tiri via per carità o non si finisce più!
SILV. _(continuando)_. — Non possono mutare i fatti. Qui ci sono due
uomini: uno che ha fatto molto male, ed uno che ha fatto molto bene. Si
può assolvere il primo senza ferire la giustizia e scoraggiare quanti
fanno il bene? Tutta la questione è qui! C'è qualche cosa di più
semplice? Ebbene, nossignori, non è così; anzi colla nostra felice razza
latina è tutto l'opposto. Cerchiamo cento persone oneste, intelligenti e
tanto coraggiose da difendere, anche con pericolo della vita, la
proprietà del loro orologio, e mettiamole assieme per giudicare un
ladro, un falsario, un assassino; ebbene, appena debbono far rispettata
la legge che pure tutela anche il loro orologio, queste brave persone,
così terribili nel loro caso particolare, mi diventano subito subito
miti, misericordiose, indulgenti sino all'assoluzione di ogni più atroce
delitto; e così un cantore di canzonaccie da trivio può passare per il
vergine poeta, un poltrone vigliacco per un fiero campione di libertà; e
la vittima non è più chi ha toccato il danno e le busse, la vittima non
è più il morto od il ferito — quello diventa il provocatore — la vittima
è il grassatore, è il povero assassino!
TULLIO. — Non insulti alla sventura!
SILV. — Gli è appunto perciò che non vorrei che s'insultasse neanche la
gente onesta e laboriosa che arricchisce la patria e la difende sui
campi di battaglia, lieta ed orgogliosa dei suoi sacrifizi, per mettere
invece sul candeliere gli eroi del trivio, i martiri del vizio! Ah!
sarebbe davvero una cosa da ridere questo travolgimento di criteri, se
non accennasse a mancanza di convinzioni, se non avessimo vicino
l'esempio di ciò che ha fruttato ad una nazione gloriosa e potente la
derisione di ogni fede e disciplina!
GIUS, _e_ VAL. _(ad un tempo)_. — Bene! Bene!