_LUIGIA dalla sinistra. DETTO._
LUIG. — Tullio?
TULLIO _(aprendo le braccia)_. — Luigia?
LUIG. _(stendendogli la destra)_. — Con quanto piacere ti rivedo!
TULLIO. — E io! Ma non mi dai che una stretta di mano, cuginetta sempre
più bella, cara ed elegante?
LUIG. — Zitto, zitto, e basti anche per l'avvenire.
TULLIO. — Tu vuoi far star zitto un avvocato e un avvocato che ti vuol
bene? Ma non sai che quando pensavo a te non c'era più verso di
studiare?
LUIG. — Dimmi, pensavi spesso a me?
TULLIO. — Ma ogni ora, ogni momento!
LUIG. — E allora devi aver studiato benino.
TULLIO. — Ma che studiare: avvocato si nasce.
LUIG. — E tu sei di quelli nati apposta?
TULLIO. — Mi lusingo che sì; ma non c'è merito, come a nascer sani,
belli e spiritosi..... Parlo degli uomini che lo sono!
LUIG. — Ho capito, si nasce avvocati come si nasce modesti. Ma lascia
che avverta lo zio del tuo arrivo, e faccia servire il vermouth agli
amici tuoi e suoi.
TULLIO. — Senti: non ho il piacere di conoscere gli amici di tuo padre;
ma se, in fatto d'appetito, somigliano ai miei, ti assicuro che non
hanno bisogno di stuzzicanti per farsi onore. Siccome poi tuo padre mi
rimanda in città, lascia che io approfitti di questo momento per
assicurarti che nessuna delle tante cose belle e preziose che possiede
m'è più cara del tuo affetto.
LUIG. — Del mio affetto? Ma tu parli di cosa che ancora non hai.
TULLIO _(stupito)_. — Tu non mi vuoi più bene?
LUIG. — Come cugino, sempre. Ma, come aspirante alla mia mano...
TULLIO. — Poco?
LUIG. — Nulla.
TULLIO. — È meno che poco... Oh! Anche tuo padre mi ha detto che tocca a
me a conquistarti; ebbene, io ti farò vicino e lontano una corte così
assidua ed insistente, che se anche tu avessi il cuore freddo e duro...
come quello d'un Pubblico Ministero, bisogna tuttavia che tu venga a
quelle conclusioni che debbono formare la felicità della mia vita.
LUIG. — Ed io ti dico subito che ho tanta stima di mio padre, che, senza
rinunziare al diritto di dire la mia opinione, lascio fin d'ora al suo
criterio il giudizio definitivo.
TULLIO. — Ho capito. Egli farà da tribunale, e senza appello;
qualcheduno si incaricherà certo di contrastarmi la vittoria, e questo
farà da Procuratore del Re...
LUIG. — Può essere!
TULLIO. — Ma tu sola sei la Giurìa! E io so come si fa coi Giurati. Io
ho la mano leggera, delicata e svelta che fa bisogno per toccare i tasti
più commoventi!
LUIG. — Tu parli della Giurìa come d'un pianoforte?
TULLIO. — Già, mentre non è che un piano debole! Mi sentirai; sono così
sicuro di me, che ti dico subito che la sinfonia che io suonerò ha tre
parti: prima, la parte seria, andante maestoso, per persuaderti che sono
un giovane ammodo, serio quando occorre, con qualche cosa qui in mezzo
alle ciglia; parte seconda, mi bemol minore, violini colle sordine,
clarini e viole d'amore, indirizzata al cuore... prepara molte pezzuole;
parte terza, _(con un gesto)_ la stretta finale, con un prestissimo e
una corona, per te sola, invocata da tutti e due!
LUIG. — Ebbene, io sentirò la sinfonia, e, se mi commoverà, se mi
convincerà che tu sei veramente l'uomo che corrisponde al mio ideale, lo
dirò al babbo.