_TULLIO, in elegante abito da mattino, seguito da un SERVO che porta una
sacchettina da viaggio, dal fondo._
TULLIO. — Zitto, zitto, che preferisco di fare loro una sorpresa!
SERVO. — La stanza destinata a lei è di qua, nel quartiere del signor
Commendatore. _(esce dalla destra)_
TULLIO. — Non ho bisogno di nulla per ora. Mi tolgo questi guanti, ne
infilo un paio di nuovi, e la mia toeletta è bell'e fatta... Che
sorpresa per Luigia! _(si guarda attorno)_ Ma la sua sorpresa non sarà
certo maggiore della mia: che fattoria è quella dello zio, che villa,
che giardino, che mobili! E come ogni cosa mi sorride! I contadini su
per la salita mi salutano, i cani, invece di abbaiarmi, dimenano la
coda, e tanto i buoi che gli asini mi danno delle occhiate fraterne...
Ci sono delle piante che mi stendono con un fremito d'amore i loro rami
fronzuti sul capo, per difendermi dal sole... E quelle poltrone lì non
mi stendono forse i loro bracciuoli con un amabile s'accomodi? Grazie
tante, più tardi, dopo desinare! Ma io capisco il segreto di così
bell'accoglienza! Contadini e asini, cani e servitori, mobili e piante,
presentite tutti _(abbassando la voce)_ che il vero padrone qui sono io!
_(il servo dalla destra saluta con un profondo inchino Tullio, ed esce
dalla sinistra)_ Che cosa dicevo? E se quello lì non è un imbecille, mi
manda subito la mia Luigia... Se si fosse fatta più bella, se fosse per
giunta allegra e spiritosa, allora io non avrei più nulla a desiderare!
Ma perchè tante immeritate grazie di Dio? Perchè io ho la fortuna di
essere nipote di uno zio che vale tutti gli zii di America!