Il jus primæ noctis.
Dalle notizie de' viaggiatori italiani nelle Indie orientali
raccogliamo come l'erede, nelle famiglie, non fosse già il
primogenito, ma il secondogenito. Che il medesimo uso vivesse nel
medioevo germanico lo raccogliamo dal Du Cange[427]. Quest'uso trae la
sua origine dalla costumanza presso certi popoli, certe caste, certe
famiglie di concedere il godimento della sposa per la prima notte non
allo sposo, ma ad uno straniero; e questo straniero era un viaggiatore
qualsiasi a Tarnassari, e un bràhmano nel Malabar[428]. In origine,
dovea considerarsi come una pena l'esercizio di un tale diritto,
poichè troviamo che nell'India il viaggiatore e il bràhmano non solo
ne venivano pregati come di un favore, ma specialmente ricompensati.
Il figlio che ne nasceva, come spurio, non poteva ereditare; e, per lo
più, se ne faceva un prete, come negli usi nostri si fa ordinariamente
prete o frate il figlio di nobile che abbia poca sostanza da eredare.
È da notarsi come nell'antica credenza vedica si supponeva che un
demonio si nascondesse nella vergine, il quale ne venisse via col
sangue[429]; è da ricordarsi ancora come i panni insanguinati si
davano al prete, il quale solo, dicevasi, aveva ancora virtù di
purificarli[430]; quindi si comprenderà, parmi, perchè lo sposo
cedesse volentieri ad altri il suo posto per la prima notte.
Lo stesso uso viveva ancora in Europa nel medioevo; ma quello che, in
Asia, facevasi dai preti, come per grazia e per mestiere, in Europa si
continuò a fare dai medesimi e dai feudatarii, come per diritto finchè
la pazienza de' sudditi potè reggere al sopruso. L'idea di purificare
la sposa essendo scomparsa, rimaneva soltanto più la cura di
pregustarla; gli sposi, resi accorti dell'inganno, e riconosciuta la
iniquità della gravezza, si levarono contro i loro tiranni che in
parte spensero, in parte obbligarono a desistere dalle loro nefande
pretese, od a convertirle, almeno, in un tributo di danaro o di dono o
di cibi. Non potendo o non volendo il signore partecipare al banchetto
nuziale, delegava talora a rappresentarlo qualche suo servo con due
cani[431].
Presso il Du Cange[432], troviamo numerosi esempii di feudatarii ed
anche di vescovi che si usurparono nel medio evo un tale diritto, e si
nota pure sull'autorità dell'_Historia Sabaudiæ_, come la stessa
consuetudine, sotto il nome _cazzagio_, esisteva anche in Piemonte.
Era mio debito adunque il rintracciare nelle nostre storie la presenza
dell'uso; ed ecco quanto pervenni a raccogliere in proposito.
Quello che il Du Cange riferisce da Lattanzio intorno a Massimiano
Galerio, pregustatore delle vergini spose, può essere un caso isolato
di arbitrio sovrano, somigliante a quello di re Giovanni d'Aragona, il
quale tuttavia dopo aver desiderata la vergine sposa del conte di
Prata si decise a farla sua legittima moglie[433]. Ma ricorda un uso
feudale inveterato la lega offensiva e difensiva fatta dalla comunità
di Pergine con la comunità e città di Vicenza contro i signori di
Castel di Pergine ed altri loro collegati, nell'anno 1166. Tommaso
Gar, in una sua dotta memoria, che gli piacque modestamente
intitolare: _Episodio del medio-evo trentino_[434], lo ha già
rilevato: «Codesto stupido e ferino abuso, egli scrive, che offende la
dignità umana nel sentimento più delicato, era stato assunto a quei
tempi fra i diritti regali e non solamente si esercitava di fatto o
nei casi più favorevoli redimevasi per danaro, ma figurava bruttamente
anche nel gius pubblico di qualche estraneo principato ecclesiastico.»
Nel 1525, Pietro Buzzi venne arso vivo dai contadini di Nonci presso
Roveredo, per avere usurpato il diritto d'uno sposo nella prima notte
delle nozze. Il dottor Zecchini ci fa sapere che un uso simile vigeva
nel medio evo presso i feudatarii del Friuli.
Quanto al Piemonte, mi aiutano a riscontrarlo alcune utili notizie che
trovo sparse qua e là in un'opera di amena ed istruttiva lettura che
va pubblicando ad Ivrea il signor Antonio Bertolotti[435]. Le
cerimonie con le quali si compie tuttora il carnevale d'Ivrea, il più
caratteristico fra quelli dell'alta Italia, alludono evidentemente ad
una festa, per la morte di un feudatario, che voleva deflorare una
vergine sposa, o sia riserbarsi il _jus primae noctis_. La tradizione
fa del tiranno un marchese di Monferrato, il quale si rappresenta oggi
ancora per mezzo d'un fantoccione, che viene fatto ardere, sovra un
terreno zappato, ogni anno, dai più recenti sposi della parrocchia.
Oltre i marchesi di Monferrato, sembrano avere usato del _jus primae
noctis_, che il popolo oggidì stranamente chiama il diritto del
_fodro_, forse per esprimere il diritto sovrano, il diritto del
signore, anche i Conti di S. Martino a Vische, i conti Valperga a
Castellamonte, i Tizzoni a Crescentino ed i Biandrate a san Giorgio.
Per i Biandrate mi sembra una prova eloquente l'udire, per relazione
del signor Bertolotti, come nella storia manoscritta di San Giorgio di
Vitale Priè, l'autore, segretario comunale, ed anche, per qualche
tempo, della stessa casa Biandrate, si adoperi a combattere la
tradizione vigente in paese, secondo la quale anche quei feudatari si
usurpavano il diritto della prima notte. Il popolo pazienta, ma non
dimentica. Quei di Feletto poi sono oggi ancora canzonati per l'antico
barbaro diritto che pesava sopra di loro, per la tirannide dei conti
di San Martino di Rivarolo; e, pel nome di Feletto, sebbene
filologicamente non sia da tenersene alcun conto, merita nota
l'etimologia che il popolo gli attribuisce da _flere_, piangere. Le
etimologie che il popolo trova per i suoi villaggi e le sue città,
per quanto ridicole, rispetto al linguaggio, si riferiscono pure quasi
sempre ad una tradizione storica, che ha un valore[436]. Il popolo
sostiene che Feletto si chiamò dal pianto, perchè il feudatario
usurpava ai mariti la sposa per la prima notte; nè io posso trovar più
accettabile l'etimologia del signor Bertolotti, che fa piangere
Feletto, per i danni recati dal fiumicello Orco. Io mi fido assai più,
in questo caso, alla tradizione del volgo, per quanto _Felectum_ non
abbia niente di comune con _flere_. Nella memoria del popolo rimaneva
un triste ricordo che la occupava tutta; per quel ricordo, volendo
spiegarsi la sua origine, non seppe principiare altrimenti che da
esso. Ed a chi consideri la monotonia della vita ne' villaggi non
parrà strano che vi si rammentino per secoli le violenze patite, per
causa d'insolenti signori, che vennero un giorno a turbare l'ordine e
la pace uniforme delle famiglie.
Le vendette del popolo, quando pure esso riesca a vendicarsi,
proporzionandosi ordinariamente al ricevuto insulto, noi possiamo
dalla natura della vendetta argomentare quella dell'insulto. Molti de'
feudatarii venivano dal popolo indignato offesi ne' genitali; è lecito
argomentare che, per quelli, i tiranni avessero peccato. Un
simigliante caso trovo ricordato, come avvenuto a Vische, ove i
testimonii, secondo gli atti di quell'archivio comunale, e consultati
dalla diligenza del signor Bertolotti, deponevano per un orrendo
sfregio fatto ad una giovine sposa, ed ove il popolo rese al suo
signore la pariglia[437]. E, secondo ogni probabilità, la rivolta
canavesana, detta il _tuchinaggio_ o _tusinaggio_[438], che quanto ci
rimane ancora oscura, tanto merita di venire illustrata, ebbe
principio dalla stancata pazienza de' mariti, sebbene più cause
abbiano forse contribuito a riscaldarla. Chè, se la mediazione di
Amedeo VI e VII di Savoia salvò dall'ira popolare molti signori, non
consta che, sopita la ribellione, siansi dai signori rinnovati gli
scandali antichi; ed i San Martino e i Tizzoni di Vische e
Crescentino, che sul principio del secolo decimosesto probabilmente il
tentarono, fecero misera fine tra le mani del popolo risollevato.