[389] Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia
tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo
ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi
nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo
titolo: _Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino
Carrera_ (Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il
capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide
dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora
soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per
godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella
frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni
montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la
testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri
svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la
stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato,
tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al
primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche
carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita
tutta laboriosa e parca.
E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù
badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di
Zumsteg.
Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con
incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola,
onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano
lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a
far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così
gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena
usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente
mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di
questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza
quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha
ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra
una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo
di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura,
il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di
sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che
inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un
vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate,
cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto
splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo
d'Achille.
Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è
travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.
Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli
sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno
un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad
assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta
festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente
barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi
evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.
Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano
all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto
carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo,
mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati,
pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque
ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la
felicità della sposa.
Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la
notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed
egli solo ebbe a pensare a tutti.»
[390] «Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro
l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»
[391] Perugino.
[392] Sardegna.
[393] Sicilia.
[394] Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi
nel mosto.
[395] Trentino.
[396] Grecia antica. Cfr. BECKER. _Charikles_, III.
[397] Cfr. MUSSO. _Chronicon Placentinum_, presso il Muratori, R. It.
Ser. XVI: «_Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum
caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas;
et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et
confectum zuchari et post dant bibere._»
[398] Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415,
lib. IV.
[399] _Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam_
[400] _In Nuptias Juliæ et Manlii:_
_Neu nuces pueris neget_
_Desertum domini audiens_
<i<Concubinus amorem._
_Da nuces pueris, iners_
_Concubine. Satis diu_
_Lusisti nucibus. Lubet_
_Jam servire Thalassio._
_Concubine, nuces da._
_Sordebant tibi villuli,_
_Concubine, hodie atque heri_
_Nunc tuum cinerarius_
_Tondet os. Miser, ah miser_
_Concubine, nuces da._
[401] Pane e noci, Vita da sposi.
[402] Cfr. CABALLERO. _Cuentos y poesias populares andaluces_, nel
cuento che s'intitola: _La suegra del diablo._ «Siendo para Panfila el
pelar la pava una perspectiva mas halagüeña que la caldera de la
lejía, dejò que se degañotase su madre, y acudió à la reja.»
[403] Lo riferisco in nota per la sua stranezza:
Che bel piasì ch' l'è p'r mi Esse si tant bin vestì. Im ved propi a
sté bin In grassia d'l spus Giuvanin. S'era bütame a t'rmolé, Quand la
cüsinera l'è vnüme a ciapé; Ma, avend sentì che, p'r mia mercede, Am
fasìu vnì a pusséde Tüta la bela cumpagnia D' sta spusiña tant'alegra
e ardìa, Sübit sunt vultame in alegrìa. Oh! am pias pi esse an mes a
ste spusiñe Ch'andè tüt 'l dì cun cule galiñe. An sissì i god üna
perfeta tranquilità Suvra sta taula tan bin parià. Pitu l'é 'l me nom
e sun ün nubilass, L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.
Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegrament A vnì fin adess che
vöi fé me testament. Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöi Ch'as fan
d'tuiru fin an s'y öi, Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so
anbröi. 'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me. A j'é
pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné. Andé dunque dal nudar; i vöi
agiüsté bin i me afé, P'r ch'ai sia pöi nen da litighé. Sì a j'é i
testimoni ch'a sun Simon Gervas e Peru Carlin Bastian Giüspin e Toni
'l gneru. Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntenté
P'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé. Lass i me oss a ün can bel
gross. La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà, A
smijrà bin buña à tüta quanta la taulà. Tüta la mia piüma pi fiña Ch'a
serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta. E arivand la
necessità, A sarà pöi già parià. Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar, Vöi
pa passé da avar. I lass dal bech an sü e dal pnass an giù: E se a n'a
pa pru, ch'as grata 'l cü.
[404]
_Missa haec face,_
_Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas._
[405] «O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora
che avete maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre
dello sposo, vi presenteremo il fior di ortica, affinchè non la
teniate nè peggio nè meglio che se fosse vostra figlia. O voi, signora
sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il nostro mandorlo
quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì bene
vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi,
signora sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà
tanto più gentile. O voi, signore sposo, vi daremo da intendere che
abbiamo portati questi fiori, perchè ce li facciate vendere.»
[406] «Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando
l'uomo venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si
trova lesta, si butta giù dalla finestra; se si trova snella, essa
piglia la valle dei prati.»
[407] Dintorni di Fenestrelle.
[408] _In Nuptias Juliae et Manlii._
[409] Gli _Statuti di Modena_, pubblicati e illustrati dal Campori,
prescrivevano che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero
intervenire al banchetto nuziale; e lo stesso Campori cita il
banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale presero parte 1214
uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in questo
caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.
[410] Cfr. _De Habitu Virginum_, opera, 1726, p. 179: «_Quasdam
virgines non pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium
libertate sermonum colloquia incesta miscere, audire quod non licet
dicere, observare et esse præsentes inter verba turpia et temulenta
convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa ad patientiam
stupri, ad audaciam sponsus animatur._»
Varrone, presso Nonio Marcellino: «_Pueri obscoenis novae nuptulae
aures restaurant._»
Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a
Geronzia: «_Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista
nuptura es? Quem acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid
utrumque sequatur intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi
rauco sonitu buccina concrepabit, ut quas habeas pronubas, habeas
forte lugentes._»