XXII.

Cibi e banchetti nuziali.

Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto

da sposi vennero a significare il medesimo[389]. La novellina

piemontese, che finisce ordinariamente in un matrimonio dell'eroe con

l'eroina conchiude con questo ritornello: «_A l'an fait tante nosse e

tanti spatüss; e mi i j'era daré d'l'üss; a l'an gnanca name na f'tta

d'prüss_[390].» Qui la parola nozze vale evidentemente banchetto

nuziale; così, a quanto pare, nel _Bestiaire_ francese:

Et feroît pour nous grant mangier,

Et grans noces et gran convi.

E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più

specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di

nozze, onde probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia

allegro suolsi domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e

si beve meglio, come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel

_Mogliazzo_ del Berni:

E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,

Ch'io voglio a queste nozze scorporare!

Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio,

si canta:

Andiam di brigata

Intanto a bere

E a godere

Una 'nsalata

E doman cialde

Faremo a falde,

Berlingozzi e bastoncelli

Per le nozze di duo' anelli.

Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto

_croccante_, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto,

tutti i convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa

cerimonia. A questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de'

convitati va di soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta

della sposa e lo cuce ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che

la loro unione è fatta e non può più disfarsi.

Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette[391], i confetti,

gli zuccherini, la grazia[392], gli spinnagghi[393], gli

uccelli[394], i trionfi[395], i pemmata[396], i lunghetti[397], i

tortelletti, i ravioli[398], accompagnano ogni festa nuziale nell'uso

indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova nelle nozze

tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite

nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze

le noci ai fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri

fanciulleschi, ci è reso popolare dai versi di Virgilio[399] e di

Catullo[400]. E il citato proverbio piemontese conferma ancora tal

uso:

Pan e nus

Vita da spus[401].

Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali

del banchetto nuziale, quando sono giunti _ad mala_, prendono ciascuno

un frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una

moneta d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di

vino in un bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde

il frutto, assaggia il vino, e raccoglie la moneta.

Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle

nozze, veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta

all'ingiù, e battuto sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin

ch'ei non si riscattasse con qualche regalo.

Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago

Maggiore e nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio,

agli sposi. E un altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino

ornato di nastri rossi, che a Riva di Chieri in Piemonte, nella

campagna d'Alba Monferrina e in Ispagna[402], si riserva per l'ultimo

giorno del banchetto nuziale, banchettandovisi tre giorni. L'arrivo

del tacchino in tavola viene anzi accolto a Riva di Chieri con

singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o torottotela, prima che

lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo componimento, in

dialetto, di qualche moderno poetastro[403]. Oltre il buffone, appare

ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci ricorda i

suonatori di tibia[404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini,

rallegrano i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è

un pitocco del paese, cantati da lui al suono della sua mandola,

mentre due danzatori grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti.

Omero (Odiss. III) ci dipinge questa festa tale quale la si vede

presentemente:

«Rallegravansi assisi a lauta mensa

Di Menelao gli amici ed i vicini;

Mentre vate divin tra lor cantava

L'argentea cetra percotendo, e due

Danzatori agilissimi nel mezzo

Contempravano al canto i dotti salti.»

A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo

che porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo

nella sala del banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:

Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:

Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.

Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,

Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.

Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,

Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;

Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,

I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.

Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,

E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.

Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intende

Che l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende[405].

Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno

distribuendo mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi

presentano una ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia

batterla, a pigliare la valle de' prati:

Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;

Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.

Se chila as tröva lesta,

As campa giü d'la fnesta,

S'as tröva d'sgagià,

A pìa la val di prà.[406]

Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti;

ma le caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi

sguaiati strambotti che si permettono oggi ancora nelle campagne

marchigiane i buffoni alle nozze; come neppure certe uscite

smodatamente allegre, con le quali la compagnia tentata dai fumi del

vino, promuove in ogni rustico banchetto il rossore sul volto alla

giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice un proverbio

piemontese[407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente, poichè la

_procax fescennina locutio_ evocata da Catullo[408] non si tace,

poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli

scandali, vollero ridurre il numero de' convitati permessi ne'

banchetti nuziali[409] a proporzioni modeste, la madre addolorata e le

vergini sorelle e parenti e compagne della sposa se ne astengono quasi

sempre, più per naturale pudore, che per obbedienza al precetto degli

antichi padri della Chiesa, i quali non si stancavano di predicare

contro l'indecenza de' banchetti nuziali. Fin dai tempi di Varrone

solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa novella i motti

più insolenti ed osceni[410]; chè, se i doni dello sposo li facevano

spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il pianto

della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano

date per farle coraggio. _Prætextatis_, dice Festo, _nefas erat

obsceno verbo uti_, quasi che il far dire cose oscene ai soli

fanciulli non fosse delitto assai più grande.

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 102 / 141 题