Cibi e banchetti nuziali.
Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto
da sposi vennero a significare il medesimo[389]. La novellina
piemontese, che finisce ordinariamente in un matrimonio dell'eroe con
l'eroina conchiude con questo ritornello: «_A l'an fait tante nosse e
tanti spatüss; e mi i j'era daré d'l'üss; a l'an gnanca name na f'tta
d'prüss_[390].» Qui la parola nozze vale evidentemente banchetto
nuziale; così, a quanto pare, nel _Bestiaire_ francese:
Et feroît pour nous grant mangier,
Et grans noces et gran convi.
E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più
specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di
nozze, onde probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia
allegro suolsi domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e
si beve meglio, come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel
_Mogliazzo_ del Berni:
E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,
Ch'io voglio a queste nozze scorporare!
Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio,
si canta:
Andiam di brigata
Intanto a bere
E a godere
Una 'nsalata
E doman cialde
Faremo a falde,
Berlingozzi e bastoncelli
Per le nozze di duo' anelli.
Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto
_croccante_, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto,
tutti i convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa
cerimonia. A questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de'
convitati va di soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta
della sposa e lo cuce ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che
la loro unione è fatta e non può più disfarsi.
Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette[391], i confetti,
gli zuccherini, la grazia[392], gli spinnagghi[393], gli
uccelli[394], i trionfi[395], i pemmata[396], i lunghetti[397], i
tortelletti, i ravioli[398], accompagnano ogni festa nuziale nell'uso
indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova nelle nozze
tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite
nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze
le noci ai fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri
fanciulleschi, ci è reso popolare dai versi di Virgilio[399] e di
Catullo[400]. E il citato proverbio piemontese conferma ancora tal
uso:
Pan e nus
Vita da spus[401].
Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali
del banchetto nuziale, quando sono giunti _ad mala_, prendono ciascuno
un frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una
moneta d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di
vino in un bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde
il frutto, assaggia il vino, e raccoglie la moneta.
Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle
nozze, veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta
all'ingiù, e battuto sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin
ch'ei non si riscattasse con qualche regalo.
Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago
Maggiore e nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio,
agli sposi. E un altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino
ornato di nastri rossi, che a Riva di Chieri in Piemonte, nella
campagna d'Alba Monferrina e in Ispagna[402], si riserva per l'ultimo
giorno del banchetto nuziale, banchettandovisi tre giorni. L'arrivo
del tacchino in tavola viene anzi accolto a Riva di Chieri con
singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o torottotela, prima che
lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo componimento, in
dialetto, di qualche moderno poetastro[403]. Oltre il buffone, appare
ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci ricorda i
suonatori di tibia[404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini,
rallegrano i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è
un pitocco del paese, cantati da lui al suono della sua mandola,
mentre due danzatori grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti.
Omero (Odiss. III) ci dipinge questa festa tale quale la si vede
presentemente:
«Rallegravansi assisi a lauta mensa
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo
Contempravano al canto i dotti salti.»
A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo
che porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo
nella sala del banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:
Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:
Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.
Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,
Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.
Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,
Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;
Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,
I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.
Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,
E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.
Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intende
Che l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende[405].
Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno
distribuendo mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi
presentano una ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia
batterla, a pigliare la valle de' prati:
Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;
Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.
Se chila as tröva lesta,
As campa giü d'la fnesta,
S'as tröva d'sgagià,
A pìa la val di prà.[406]
Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti;
ma le caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi
sguaiati strambotti che si permettono oggi ancora nelle campagne
marchigiane i buffoni alle nozze; come neppure certe uscite
smodatamente allegre, con le quali la compagnia tentata dai fumi del
vino, promuove in ogni rustico banchetto il rossore sul volto alla
giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice un proverbio
piemontese[407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente, poichè la
_procax fescennina locutio_ evocata da Catullo[408] non si tace,
poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli
scandali, vollero ridurre il numero de' convitati permessi ne'
banchetti nuziali[409] a proporzioni modeste, la madre addolorata e le
vergini sorelle e parenti e compagne della sposa se ne astengono quasi
sempre, più per naturale pudore, che per obbedienza al precetto degli
antichi padri della Chiesa, i quali non si stancavano di predicare
contro l'indecenza de' banchetti nuziali. Fin dai tempi di Varrone
solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa novella i motti
più insolenti ed osceni[410]; chè, se i doni dello sposo li facevano
spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il pianto
della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano
date per farle coraggio. _Prætextatis_, dice Festo, _nefas erat
obsceno verbo uti_, quasi che il far dire cose oscene ai soli
fanciulli non fosse delitto assai più grande.