Il bagno; la sposa si veste.
In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza,
ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da
alcuna solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a
Roma, come lo conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco,
egli commenta, i mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si
portano innanzi le faci e l'acqua attinta da una limpida fonte per
mezzo di un fanciullo assortito[277] o d'una fanciulla che prende
parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i piedi agli sposi».
Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne maritate non
possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole fanciulle
possono farlo.
Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una
fonte particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.
In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o
di fiume, essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per
tale uso lo Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si
bagna, volge questa preghiera: «_togliti, o Scamandro, la mia
verginità_[278]; in Magnesia, godeva della stessa fama il Meandro; in
Atene, la fontana Kallirhoe, intorno alla quale così informa
Tucidide[279]: «d'appresso è la fontana di cui si servivano per gli
usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata dai
tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima,
quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti
tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua,
prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in
Grecia ancora, era un fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e
una fanciulla l'acqua per la sposa[280].
Nell'India, il paese dalle abluzioni per eccellenza, sono innumerevoli
le fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno
nuziale. Ma sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta.
Nell'_Atharvaveda_[281] si conservano parecchie formole per una tale
benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo
sposo con acqua, latte e sterco di vacca[282]; segue la congiunzione
delle mani e la libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.
Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti
sudicie al procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi
questo versetto: «Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle
nozze e nel trasporto della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il
procolo levava i panni sudici con un bastone di _udumbara_, e andava
ad appenderli nella selva ad un albero, a fine di purificarli; intanto
la sposa si ornava e vestiva di nuovo, mentre le si recitavano
versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo e felice.
Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con augurii
perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano
dell'asta[283], con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace
richiamare il russo, per cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo
di pettine alla sposa già pettinata e depone una moneta sul vassoio
che le sta innanzi.
Tra i canti albanesi di Sicilia[284] è questo che accompagna la sposa,
quando essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta
della neve e del ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico
della migrazione degli Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i
monti dell'Epiro:
Fiocca neve e fa pioggia
E la bella andò a lavare.
Ruppe il ghiaccio col piede
E la neve con la mano.
Spirò un venticello dritto dritto
Che le tolse il velo delicato,
E glie lo raccolse il di lei vecchio padre,
E col velo ritornarono a casa.
In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per
traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del
bagno si scherza, si ride e si canta; le compagne lavano la giovine
sposa, la quale, uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:
Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio,
Lo stesso Cristo del cielo,
La Santa Madre di Dio,
Nella mia bellezza di vergine,
Con le mie care giovani compagne,
O larga strada, luce mia,
O larga strada aperta ai sollazzi,
Ho finito di camminare sopra di te,
Ho finito di sollazzarmi
Con le mie care giovani compagne,
Nella mia bellezza di vergine.
Vicini miei, cari vicini a me più prossimi,
Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze;
Attribuite, miei cari vicini,
Le insolenze alla semplicità della vergine,
I piccoli dispetti alla bellezza della vergine;
Amara lamentatrice, mi accosto
Alla mia pulita camera,
Al mio vasto cortile,
Alla nuova porta,
Agli intagliati pilastri.
E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna
le dice tutta carezzante:
Tu, mia cara sorella, tortorella,
N. N.
Intrecciami la mia treccia castagna,
Che sia fortissima, che sia finissima.
Intrecciami un nastro rosso,
Legami, tortorella mia,
Tre nodi,
Tali che mai non si disfacciano.
Presso gli Albanesi di Calabria incontriamo pure canti, che ricreano
la fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la
_keza_, specie di cuffia o berretta, mentre le si indossa la _tzoga_ o
gonnella nuziale, e le si attacca alla _keza_, un velo con uno
spillone sormontato da colomba[285]. Ma invece di essere la sposa
quella che canta, cantano le compagne ora unite, ora divise in due
cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto così:
O tu sposa, avventurata sposa!
È venuta l'ora che vai sposa.
Va sposa questa signora
Al fianco di un signore:
Voi dunque, signore e vicine,
Pettinatele bene la treccia,
Intrecciategliela mollemente, e fatene palla;
Non le spezzate alcun filo,
Sì che le sia grave quest'ora.
Allora il primo dei cori incomincia:
Sul trono del padronato
Ora leggiadramente acconcia il crine
Colla keza fulgente,
Coll'animo altero del tuo signore,
O decoro delle donzelle,
Levati, chè tardasti assai.
Il secondo coro risponde:
Non fu tardo alcuno,
Chè solo tardò la signora madre
A comprarle la tzoga,
Acciò non le s'involasse ratta;
Ora che volete affrettarla
In quest'ultima ora?
Appena folgora il sole.
Tutte le donne insieme intuonano finalmente il canto:
O sorella e signora sposa,
Ecco il difuori per te si chiude,
Il difuori e tutto il mondo estraneo.
Come la colomba dei cieli
Coll'amore del compagno tuo
Tu felice sotto la pioggia,
E al fragore delle quercie,
Abbi decoro, sorella mia,
Come il sole quando sorge,
Come il sole nelle saliere,
Come la torta in sulle tovaglie.
Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima
consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti
nuziali[286], forse per la stessa cagione che in Russia si siedono
innanzi di imprendere gravi negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio
più grave, di fatto, e nessun viaggio più lungo di quello che imprende
la giovine sposa. Ella viaggia da un mondo ad un altro, da una vita
all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo sonno di vergine
dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete speranze!