XVI.

La dote.

La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può

ricevere dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge

longobardica col nome di _phaderphium_; l'altra è una specie di

riscatto della sposa che lo sposo fa, pagando alla famiglia di lei una

grossa somma per impossessarsene: il che i Longobardi chiamavano

_mundium_, ossia il diritto di tutela che dal padre passava al marito,

ossia il diritto di farsi _mundualdo_[250]; gli corrisponde, in

parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui,

sopra l'erario pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.

Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i

quali pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola

somma, con la quale si dotavano le povere fanciulle. E una

reminiscenza di questo uso antico mi sembra il decreto emanato dalla

repubblica veneziana, affinchè per rendere più solenne la cerimonia

delle nozze «dodici fanciulle di condotta irreprensibile e di non

comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate

dalla nazione e andassero all'altare accompagnate dal Doge stesso

rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo

seguito»[251].

Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano

alcuni casi capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi;

così, presso il Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto

il Casentino e di parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona

dota le due figlie di messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo

d'Angiò dota le due figlie di messer Neri.

In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o

ai parenti di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che

perdevano. Nell'India antica, la mercede consisteva oltre alla moneta

çulka, in tori o vacche, il qual dono poi il prete sacrificatore

ripeteva per sè. Che presso gli antichi Greci il marito dotasse la

moglie, lo prova ad evidenza un passo dell'Iliade[252], ove Agamennone

offre per isposa una delle sue figlie ad Achille, senza ch'egli si dia

l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la cerimonia della _coemptio_

prova che il marito dovea pure comprare, in certo modo, la moglie; ma,

alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per una ragione che

ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nel _Trinummus_ di

Plauto[253], ove parrebbe al giovine che, se egli non dotasse la

propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che

moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso

antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone[254]

le spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito

aver seco, uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per

l'offerta sacrificale. L'_emptio_ adunque era reciproca, e però il

nome di coemptio, e la formola solenne: _Ubi tu Caius ego Caia_ che

Plutarco ci spiega così: _Ove tu signore e padron di casa, anch'io

signora e padrona di casa_. La qual formola tanto simpatica non trovò

poi presso il Diritto romano quella conferma ed applicazione che

ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola non

possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come

nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la

moglie[255], e pure la moglie veniva rispettata come sacra.

In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazione della moglie per

parte del marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa

l'anello alla sposa, ripeteva dopo il prete: «_con questo io ti

sposo_» e versava tre danari nella mano destra o nella borsa della

sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e con ciò diceva: «_e vi

doto de' miei beni_»[256].

Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i

Turchi e i Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi,

anzi, per informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii

secondo la forza e la bellezza della sposa[257].

Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie

dell'uso di comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia

menar via la figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o

più polli.

Ora sarebbe difficile il giudicare quale de' due usi sia stato

migliore, visto che la compra della sposa che si faceva in Germania

non toglieva alcun rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai

Romani alle figlie affinchè non paressero concubine, non tolse che la

donna romana venisse considerata assai da meno che il _vir_. Certo che

la prima origine dell'uso è barbara; ma l'uso restò in Germania

solamente _pro forma_, mentre a Roma, dove la forma, per una specie di

pudore, si modificò, lo spirito dell'uso religiosamente si mantenne.

Un sentimento invece di vera civiltà progrediente spira negli Statuti

e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove il fratello, per legge

di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la sorella che

va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà con

quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gli _Statuti

Municipali di Cittanuova_[258]: «Per casion, che in le parte del

Istria se contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun

istromento, volemo che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua,

e per lo so destreto, se intenda esser _fra e suor_.» Il qual passo,

per sè, mi sarebbe riuscito alquanto oscuro, se non veniva a

dichiararmelo il riscontro con un altro degli _Statuti Municipali di

Rovigno_[259], che dice: «Costume et consuetudine antica è d'Histria

la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che tutti

li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si

contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se

intenda come per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella

essere se dicernono in questo, massime, che in universal beni mobili

et stabili, ragion e ation tutte al tempo del contrazer matrimonio

speranza esser roba, et la qual si acquistasse per essi, overo ciascun

titolo, modo ragion overo cagion come fratelli si intendano; cioè che

tutti gli beni, ragion et ation siano tutti insieme per essa ragion

per mità, salvo se convention per special patto fra gli preditti fatto

non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo 79 de'

medesimi _Statuti_, dove si prescrive «se tra do sarà copula de

matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto

avanti et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada

e frà et suor, non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per

pubblico instrumento fatto per mano di pubblico nodaro, et se

altram.te fosse fatto sia di nissun valor.».

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 49 / 141 题