Ricambi di doni nuziali.
Le nozze non son fatte per gli avari; si dà e si riceve in esse con
allegra spensieratezza, e nessuno tien conto di quello che vi ha
speso. Si mangia e si beve in casa altrui; si dà da mangiare e da bere
in casa propria; è sempre la stessa abbondanza; le economie verranno
poi. In Toscana il popolo si burla di chi _fa le nozze col baccalà_,
per indicare che le sue nozze furono meschine, senza confetti, senza
regali, senza feste. I doni, per augurio di fecondità volano per
tutte le parti; oltre agli sposi, ne hanno gli stretti parenti, i
convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più
che non si è ricevuto. Riesce difficile pertanto tener conto esatto di
tutti i doni che sogliono farsi nelle nozze; ma importa il sapere di
qual sorta particolarmente siano, ed in qual modo particolarmente si
facciano.
I cibi, fra i doni, non contano, tanto più ch'essi ci daranno
occasione di un articoletto speciale, come saremo, nel secondo libro
di quest'operetta, a banchettar con gli sposi. Ma conterà bene il dono
d'una vacca che lo sposo indiano faceva alla sposa e al prete
maestro[228], e il dono germanico della stessa vacca fatto, ai tempi
di Tacito, dallo sposo alla sposa[229]; importerà il dono d'una
camicia che la sposa indiana[230] tesseva e cuciva pel dì delle nozze
allo sposo, certo, come la sposa russa, _affinchè il principe_[231]
vedesse il lavoro della sposa; e il dono è popolare a quasi tutto
l'uso indo-europeo[232]; un canto illirico[233] ricorda, fra gli
altri doni della sposa allo sposo, una elegante camicia che non era
stata nè filata nè tessuta, ma che la fanciulla stessa (figlia del
doge di Venezia) aveva per tre anni, giorno e notte, con le proprie
mani, lavorata e contesta d'oro finissimo. Io cito, fra gli altri
luoghi d'Italia, la Liguria, il Piemonte, il Milanese, il Pesarese e
il Perugino, ove la fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia
ch'ella regala allo sposo; nell'Arpinate poi, nell'Abruzzo Teramano e
presso il Lago Maggiore, la sposa non regala solamente d'una camicia
lo sposo, ma quanti parenti maschi si trovano nella casa di lui; nel
Pistoiese, oltre lo sposo, si regalano della camicia i due paraninfi
detti _scozzoni_.
In molti luoghi d'Italia, lo sposo veste a nuovo, per intiero, la
sposa, per quanto ne deve al di fuori apparire; in altri, una sola
parte del vestiario vien regalata. In alcuni paesi del Tarentino, a
Gallarate e Turbigo di Lombardia, a Cossato-Biellese e a Palermo,
trovo indicate particolarmente le scarpe come dono nuziale; il che mi
richiama all'uso germanico, per cui lo sposo diventa padrone della
sposa, mettendole un nuovo paio di scarpe; ed al russo, che fa mandare
le scarpe alla sposa sopra un piatto, certo, affinchè, pur nel toccare
per la prima volta la soglia maritale, la sposa appaia intatta, per la
stessa ragione per cui la sposa romana nell'entrare in casa dello
sposo non dovea toccarne coi piedi la soglia. In altri luoghi
finalmente, come per esempio a Carpignano in Lombardia, si regalano
solo oggetti da lavoro, cioè un coltellino, un agoraio, un par di
forbici e un ditale; o, come nel Pesarese, fra poveri, una rocca o
conocchia lavorata e ornata. Questi ultimi usi confermano gli antichi
romani del _camillus_ che portava gli utensili della donna, e della
conocchia apprestata che accompagnava la sposa[234]. Il medesimo uso
romano della conocchia nuziale, si mantiene ancora nel Monferrato
Albese, a Monte Crestese nell'Ossola, nella valle d'Andorno
(Biellese), in Sardegna, in Corsica, come rilevo da un canto popolare
côrso[235], il quale dice:
Quando andereti sposata
Purtereti li frineri;
e in Toscana ove un canto popolare satirico, che somiglia ad una
novella, motteggia così la donna che non sa filare:
La bella donna che ha perso la rocca!
E tutto il lunedì la va cercando;
Il martedì la trova mezza rotta,
Mercoledì la porta rassettando,
Il giovedì le pettina la stoppa,
Il venerdì la va inconocchiando,
Il sabato si liscia un po' la testa,
Domenica non fila perch'è festa.
Che la conocchia poi sia pure indispensabile compagna della fanciulla
tedesca che va a marito lo raccolgo da un canto popolare che, fra i
Tedeschi, dice:
Riceve il miglior marito,
Quella che sa meglio filare[236].
Un altro de' doni nuziali più caratteristici, è il _cinto_, _cingolo_,
_centurino_ o _cintone_, o _nastro_, o _zona_ che si voglia
addomandare, onde le nostre spose si ricingono la vita mentre vanno
pomposamente vestite al tempio.
Talora, invece del semplice nastro, le spose portano un grembiale;
ond'è, che fra i doni nuziali, ora troviamo un nastro, ora un
grembiule, e che le espressioni _solvere zonam_ e _sciogliere_ o _far
cadere il grembiule_ valgono il medesimo.
Il Symes[237], sullo scorcio del secolo passato, notava
nell'Indo-Cina, fra gli altri doni nuziali alla sposa quello di tre
_tubbeck_ o cinture. E la cintura non mancava alle spose indiane,
greche, romane[238], celtiche; ma forse l'avevano in proprio; che, in
Francia, invece, fosse consueto dono dello sposo, lo si può supporre
dal _Jeu de Robin et de Marion_ nella pastorale di _Adam de la
Hale_[239]. È nota la virtù attribuita dalla leggenda germanica alla
cintura delle fanciulle. Brunilde, finchè questa non si scioglie, è
prodigiosa; caduta questa, riesce una donna come le altre[240]. E alla
cintura nuziale allude pure un canto popolare dell'Estonia, ove la
leggendaria _Salma_ va dicendo allo sposo da lei eletto: «Caro
giovine, caro fidanzato, tu m'hai dato il tempo di crescere, dammi
ancora quello di vestirmi. L'orfanella si veste con fatica; essa è
lenta, la povera, a cingersi _la cintura_[241].»
Meno importanti i doni della sposa allo sposo, e meno significativi:
così non credo che la cintura a fil d'argento e perle tessuta dalla
sposa di Zante[242], secondo il canto popolare, allo sposo, abbia un
simbolo speciale[243]. La camicia vedemmo già per qual desiderio di
raccomandarsi la sposa regali al suo fidanzato; e d'altri doni molto
caratteristici che si facciano allo sposo io non so; nè il canto
russo[244] che accompagna una di cosiffatte donazioni li determina:
Per la città, per la città sono incominciati i suoni,
Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni,
Faceva doni, faceva doni la giovinetta:
Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine,
E contro i doni miei non isdegnarti,
I doni miei, i doni miei son magri,
Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.
Più larga si mostra la sposa verso il procolo; verso la sposa poi
abbondano di generosità, oltre lo sposo, i parenti e gli amici di lui
e di lei; di maniera che, ove questi sian molti, la sposa per le sue
nozze ha quasi da farsi un corredo. In qualche raro luogo, interviene
pure fra i donatori il prete, che altrove e per lo più, sull'esempio
indiano, ripete, per contro, un regalo per sè. Presso il Lago
Maggiore, alla sposa che viene a visitarlo, il parroco offre danaro,
ed in Como era l'uso, forse vivo ancora, che il vescovo inviasse la
magnifica _palma_ che gli viene offerta per la settimana santa, alla
prima sposa nobile che s'impalmasse dopo la domenica delle Palme.
Presso il Lago Maggiore, la _guidazza_ o pronuba regala alla sposa
danaro o tela da camicie. A Monte Crestese, nell'Ossola, mentre dura
il finto piagnisteo in casa della sposa, per la vicina separazione,
una vecchia, alla quale danno nome di _landa_, prende il grembiule
della sposa all'ingiù, e fa con essa che piange o finge di piangere,
un giro davanti a tutti i parenti ed amici, i quali gettano i loro
doni nel grembiule. A riva di Chieri, quando una povera giovine si
marita, i parenti delle due parti vanno presso i ricchi e dicono loro:
_Noi vi invitiamo pel giorno_, ecc., _se voi volete venire a regalare
la sposa_. Quelli che accettano si recano all'ora fissata presso la
sposa, l'accompagnano in chiesa e quindi alla sua nuova dimora. Colà
giunta, essa si mette sulla soglia, tiene con una mano rialzato il
grembiule e con l'altra una borsa, e le donne mettono nel grembiule
una camicia o qualche altro abito che, fino a quel momento, portarono
sul braccio; gli uomini offrono danaro; se essi lo mettono nella
borsa, la sposa deve dividerlo con la famiglia; se lo mettono in seno
alla sposa, rimane esclusivamente per lei. I donatori hanno diritto di
baciare la sposa. Così nei paesi montani dell'Abruzzo Teramano, mentre
gli sposi stanno a sedere, gli astanti si baciano e versano danaro in
un fazzoletto disteso apposta presso di loro. A Vistronio, nel
Canavese, la sposa impalmata usava sedersi sui gradini esterni della
chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano danaro sul piatto
ch'ella teneva in mano.
Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige
ancora, sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle
di Susa, dove quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa
hanno diritto di baciarla, all'Allumiere, presso Civitavecchia[245],
nella Sardegna di mezzo e settentrionale[246] e altrove; ma non vien
detto e non ebbi modo di sapere se il bacio vi sia mercato come a
Riva di Chieri, nell'Abruzzo e nel Canavese, o gratuitamente concesso,
in obbedienza alla consuetudine.
Ma, per tornare ai doni, recherà meraviglia che tanti abbondino ancora
in Italia per nozze, quando i nostri Statuti concordemente intesero a
rimuoverli; egli è che, se ora la liberalità è ancora molta, in
passato essa era immensa e fuor d'ogni consiglio; temendosi pertanto
che il fasto di un solo giorno nuziale portasse la miseria nelle
famiglie, si posero decreti a frenarli; poichè non si trattava di far
donativi alla sposa, alla maniera di Aureliano, presso Flavio
Vopisco[247], e di tutti i principi antichi e moderni che sono
liberali, per le nozze da loro combinate, della sostanza pubblica, ma
di impoverire solamente sè stessi, volendo ornare sovra ogni altra
donna la nuova sposa. Ma la legge statutaria, nel voler togliere via
uno scandalo, esagerò senza dubbio la restrizione de' doni, e, per
ciò ch'ella aveva di eccessivo, non fu osservata, mentre l'abuso
massimo, che forse intendeva ferire, cessò del tutto.
Questo abuso è il così detto _morgincap_ che ci offrirà soggetto d'un
capitolo a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di
fatto, lo nomina esplicitamente, come, per esempio, quello di
Casalmaggiore[248]; ma l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso,
fece abusare ed eccedere il primo anonimo legislatore statutario ed i
suoi pedissequi anonimi imitatori, con la stranezza de' loro rigori
proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva delle nozze potevano
veramente perturbare l'ordine economico delle famiglie; ma lo scambio
di doni che l'onesta allegrezza d'una festa domestica consigliava e
consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non riuscendo
pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo
pretesto di correggere la vanità femminile, e il lusso smodato, come
appena la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo[249].