IV.

Come si fa l'amore.

Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E

pure il capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che,

dal più al meno, l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella

forma, varia assai; e variano poi non poco fra loro l'amore per

l'amore e l'amore pel matrimonio. Io mi lascio qui occupare da

quest'ultimo soltanto.

A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di

quelli che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è

risolta dalla sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può

permettere d'incominciare a far l'amore.

Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India

odierna, ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene

si consegnino al marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto

dopo che abbiano dato segni di fecondità; presso i turchi ove si

destina la fanciulla a tre o quattro anni, per consegnarla a dodici o

tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le fanciulle a nove anni e a

tredici si sposano, non rimane evidentemente alle fanciulle nessun

tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove l'autorità

paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti che

conducano a nozze.

Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura

alle nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il

padre dispone pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva

nella società romana, ove la tirannide paterna era il solo governo

della famiglia[55].

Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima

di innamorarli[56].

Se molti pertanto di tali matrimoni si fanno ancora tra noi ne ha

colpa il diritto romano[57]. Il diritto germanico portava invece altra

libertà; i Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa

turpe che un uomo conoscesse donna innanzi ai vent'anni[58]; questo

voleva dire, che, prima di imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi

libero e liberamente imporselo. Nè ad una donna era concesso, innanzi

alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè essere fidanzata. Il diritto

longobardico prescriveva i dodici anni compiuti[59]. Anche la Brunilde

dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per darsi uno sposo. In

Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla essere

sposata. In Grecia, non prima de' quindici[60]; Platone, poi, nelle

_Leggi_ e Aristotile nella _Rettorica_, fermano come età giusta per i

maritaggi, alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto;

all'uomo quella che cade fra i trenta e i trentacinque anni[61];

convien dire, che quell'ideale de' due filosofi rispondesse alla

consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e temperata. Così,

nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare bambini e

di sposare i figli giovanissimi, il _Sahityadarpan.a_ viene fuori con

una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle

donne, innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta

il rosso vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».

Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la

legge diventar uso e riparare.

In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di

andar a marito, vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama

di più che fra noi, io non dico certo con maggior forza, ma intendo

con maggior facilità, varietà e gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino

pure in Ispagna i fidanzati si amano cantando; vi è strepito e vi è

pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si prestano agevolmente

a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi tutto

amore: e ci sovrabbonda.

Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda

vittima di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La

fanciulla crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide

sole nè luna[62]». Si lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro

la gelosia de' parenti; ma essa non basta ad arrestare ne' suoi amori

la giovine coppia che si vuol sposare. In un racconto popolare

spagnuolo[63], l'amante inveisce, con una strofa, contro la vecchia

suocera, e in un canto popolare[64] disfida il padre della fanciulla

ch'ei vuole far sua.

Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa

differenza, o, come dice Pietro Belfiore, nella _Tancia_ di Buonarroti

il giovine[65]:

. . . . . . .  non la guarda al casato,

Nè fa provanze, o leggi Prioristi;

Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore,

E nobiltà non guarda, nè onore.

Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo

teramano, piglia talora forma di una caccia[66], e se la fanciulla si

mostra ritrosa, sono schioppettate di versi insolenti che la

maltrattano.

A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa

tanti passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che

chiamano piede, egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la

finestra della innamorata. In altre parti della Sicilia, amore è

seduzione; la comare tenta il cuore della fanciulla, con le lodi del

giovine:

Signura zita[67], signora damuzza[68]

Voi siti ciuri[69] di vera biddizza[70]

Lu vostru zitu si tagghia e sminuzza

E cè sguagghia[71] lu cori a stizza a stizza[72]

Beddu[73] diamanti aviti a ssa[74] manuzza[75]

'N pettini d'oru 'ntra ssa biunna trizza[76]

Quannu[77] si 'nguaggirà[78] ssa zitiduzza

Spinci[79], Amuri, bannera[80] d'alligrizza.

Vi fazzu, 'ngnura[81] zita, la bon'ura,

Cu ssa facciudda[82] di 'na ninfa antera[83]

Aviti li vranchizzi[84] di la luna,

E lu sblennuri[85] di 'na nova sfera[86];

Aviti un garzuneddu ca v'adura,

Ch'è chinu di biddizzi di primera;

Gesù lodatu sia ca junci ss'ura,

Si junci tu stinnardu[87] e la bannera.

'Ngnura zita, vi fazzu la bon'ura,

Facci 'nfatata di ninfa sirena,

Ccà[88] cc'é lu vostru zitu chi v'adura,

Chinu di fantasia tuta sirena:

'Ntra ssu pittuzzu portati la luna,

E 'intra li manu lu suli, Gna Mena[89],

E sia ludata 'sta jurnata e 'st'ura,

Guditivi lu munnu sanza pena.

Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare

piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la

variante del Nisard,

Il faut de l'inédit, n'en fût-il plus au monde,

ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo

com'è, rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove

spesso una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza

che accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si

cantava, un tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine

faceva alla stalla della ragazza. La ragazza finisce con una risposta

insolente, dove accenna, come se ella ama poco, egli ama punto, dopo

la quale, probabilmente, ella si ritirava ridendo, e col suo riso,

impegnava l'amante al ritorno:

— Bela fìa d'l faudal rigà,

Seve cuntenta che 'l me braie a tucu vost faudà?

— El me faudà l'è d' canavassia,

Venta tuchelu cun bela grassia.

— Oh bela fìa, stala fr'sca l'eva ant la sìa?

— A sta fr'sca e dulenta.

— Si turneisa n'autra seira, sariive cuntent?

— O cuntenta, o no, p'r na volta venta nen di che d'no.

— O bella fìa, chi sei tant bin risponde,

L'acqua d'l mar va a bell'unde.

— O bel unde, o bei saut,

Mì sai rispunde sussì e d'autr.

— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?

— La mia füssa parei d'la vostra savrìa deve risposta.

— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?

— La mia l'è sut al tavul, la vostra l'è a ca d'l diavul[90].

Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che

io ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire

all'amante ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il

giorno dopo con l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo,

questa canzone spira tutta la grazia e naturalezza dei canti popolari:

— Chi picca la mia porta?

Chi l'è che picca lì?

— L'è il vostr'amant, Maria;

Vi prego in cortesia,

Bella, vegnì a dervì[91]

— V'ho mai dovert[92] a st'ora,

Nanca vi vôi dervì[93];

Son scalza, in camisola,

Mi[94] dentro e voi di fora,

Sté[95] lì fin che l'è dì.

— La porta di voi, bella,

Mai più la vederò,

Me fate[96] un gran disdegno,

Lo porterò per segno,

Fin che scamperò.

— Se vú mì bandonate,

Mì 'm morirò d' magon[97];

Ma 'm[98] preme il mio onore

Tant come il vostro amore;

Abbié[99] un po' compassion.

— Se il raggio della luna

Splendesse come il sol,

Mì vorris scriv[100], Marìa,

La vostra scortesìa

In lod del vostr'onor.

— Vi las la bonasira[101];

Diman ritornerò;

Vi porterò ú anello[102]

Tutto dorato e bello;

Con quel vi sposerò.

Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse

passato in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura

di serenata provenzale.

Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano _Martina_, la

quale cantata forse, in antico, da un così detto _Martino di Madonna_

che tornava dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il

padre di essa, si ripete ora innanzi alla porta delle stalle dai

giovani pretendenti e dalle ragazze che vi sono ricercate, chiamate

_le vioire_ ossia _le vegliatrici_. È una gara di canto. Vi sono

strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre

intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i

giovani, s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare,

non pure non viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si

raccomandano alle gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il

ridicolo; se, invece, s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani

irrompono nella stalla, urlano e sghignazzano per la riportata

vittoria.

Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre

essi corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar

_Martina_ e dal canto escono pur questi con onore, si apre alla nuova

brigata ed i primi venuti se ne vanno, per la necessità di obbedire

al proverbio canavesano che dice: _chi ch'a l'a môt ch'ansaca_[103].

Ecco ora le strofe obbligate della canzone _Martina_; prima delle

ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali possono essere molte

o poche, secondo la pazienza od impazienza degli innamorati[104]:

_I giovani_: Oh! buña seira, vioire,

Corpo d' mi! buña seira.

Oh! buña seira, vioire,

O vioire, buña seira.

_Le giovani_: Chielu ch'a j'è lì d' fora?

Corpo d' mi, chi ch'a j'è lì?

Sangh d' mi; chi ch'a j'è fora?

Chielu? chi ch'a j'è lì?

_I giovani_: I sun Martin d' Madona,

Corpo d' mi! i sun Martina,

I sun Martin d' Madonna

Sangh d' mi! Martin Martina,

_Le giovani_: Duv sestu stait, Martina?

Corp d' mi! duv sestu stait?

Duv sestu stait Martina?

Sangh d' mi! duv sestu stait?

_I giovani_: A la gran fera, vioire,

Corpo d' mi! a la gran fera,

A la gran fera, vioire,

Sangue d' mi! a la gran fera,

_Le giovani_: Cos l'astu cumprà d' fera,

Corp d' mi! cos t'as cumprà?

Cos l'astu cumprà d' fera,

Sangh d' mi! cos t'as cumprà?

_I giovani_: Un bel caplin, vioire,

Corp d' mi, vioire, ün caplin.

Un bel caplin, vioire,

Sangh d' mi! vioire, ün caplin.

Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il

cappello, quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono

finalmente che esso va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo

più si dichiarano contente; allora i giovani ripigliano:

_I giovani_: Dörbimi l'üss, o vioire,

Corpo d' mi, dörbimi l'üss,

Dörbimi l'üss, vioire,

Sangh d' mi, dörbimi l'üss.

_Le giovani_: Eco düvert, Martina,

Corpo d' mi, l'üss è düvert,

A l'è düvert, Martina,

Sangh d' mi, l'üss è düvert.

Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal

_Curculion_ di Plauto[105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore

visse e vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese

degli amori, mese degli asini[106], _mensis hilaritatis_, si festeggia

qui la natura che si rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo

allegro ridestamento; e poichè il mondo vegetale e l'animale si danno

vita reciproca, si benedice ai campi e si preparano nuove spese, si

porta in giro un albero fronzuto, il così detto _maio_, carico di

fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si pianta

innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella.

Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in

Toscana, ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio,

per l'appunto, si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello,

che dista due sole miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio,

usavano raccogliersi sotto un padiglione dodici garzoni e dodici

fanciulle per cantare il maggio; in altre parti della Toscana e nel

Perugino, usano i maggiaiuoli andare attorno in brigata, di casa in

casa, presso le varie innamorate, che discendono a regalarli di uova,

formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili presenti. Il Tigri[107]

riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per calendimaggio,

ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa all'oggetto

nostro ed è questa:

Or è di maggio, e fiorito è il limone;

Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;

Ora è di maggio che fiorito è i fiori;

Noi salutiamo di casa il padrone.

Salutiam le ragazze co' suoi dami.

Salutiam le ragazze co' suoi amori.

Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da

giuochi; così era in Francia[108]; così ancora in Sardegna e

particolarmente ad Ozieri. «I giovani d'ambo i sessi si adunano e

siedono in circolo innanzi alla casa d'uno di essi; allora ricopronsi

d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a loro un canestro in cui

ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio. Eseguito il

deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose

nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la

giovinetta s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che

compongono il giuoco, intuona una strofa d'una canzone così concepita:

Maju maju beni venga

Cun totu su sole e amore

Cun s'arma e cun su fiore

E cun sa margaritina.

Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento,

finita la quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il

proprietario è designato ad accettare il voto e la felicitazione. La

cantatrice ripetendo poi la strofa primiera, a quella ne aggiunge

un'altra di funesto presagio, che si rivolge e devesi accettare dalla

persona, il cui oggetto è contemporaneamente tratto dal canestro.

Continuando il giuoco in questa maniera sino alla perfetta mancanza di

oggetti, ne avviene che mezza l'assemblea è favorita, l'altra

maltrattata»[109].

Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro

agevola, parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto

originale. I tedeschi dicono: _einen Korb geben_, ossia _dare un

corbello_[110] per rifiutare e particolarmente dare un rifiuto di

matrimonio. È probabile che, in un giuoco di sorte, simile a quello

che si fa in Sardegna, si lasciasse qualcheduno dei giovani senza

regali, ossia col canestro vuoto.

Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per

fine di matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori;

mi giova ora ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia

e qual luogo li favorisca meglio.

Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e

particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.

La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la

prima conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano

o si spanna il granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle.

Nel Pesarese, per esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza,

e si gingilla con essa dichiarando il suo amore alla ragazza, con una

di queste tre formole quasi consacrate «_A vlet donca to'

marit?_[111]» _V' piac'ria la mi' persona?_[112]» «_V' piac'ria chesa

nostra?_[113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e, avvolgendosi

attorno alle dita le fettuccie dello _zinnale_ o copriseno, risponde,

secondo la sua varia modestia e voglia, con un «_magara fussa!_[114]»

oppure con un «_Santit mal bab o malla mama_[115]».

Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro[116], nella vigilia di Natale

o dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di

castagne, di pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un

giovanotto offre frutta, accetta dalle mani di lui qualche cosa, si

intende che accetti anche di amarlo.

Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle

vendemmie, si elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato

della chiesa. Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata

una ragazza, l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa;

e quando ella esce, con un colpo di gomito, le fanno intendere come

sospirano per essa.

Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando

muovono vestite pomposamente nella processione del _Corpus Domini_. E

queste nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci

fa Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la

festa di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio,

per lo spazio di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in

processione tutte le donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne

ecc.... Poichè costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi

alle pulzelle e le donne ai garzoni»[117].

Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle.

Ordinariamente, quando il giovine vi entra, sa già quello che va a

cercarvi; ma rimane, per contro, ancora incerto, se la ragazza da

marito, o _mariora_, come in Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per

non esporsi alla vergogna di un rifiuto, egli manda alcuna volta

innanzi il così detto _messaggiero d'amore_.

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 26 / 141 题