A purtè le büsche pr fe' 'l nì[32].
Ma la vigilia dell'Epifania, e, in genere, il tempo fra il Natale e
l'Epifania, si elegge particolarmente dalle fanciulle così in Italia,
come, a mia notizia, in Germania, in Russia e Scandinavia, per
riscaldare i loro amori. Gli antichi Ateniesi chiamavano col nome di
Gamelione il mese di gennaio, siccome quello in cui celebravasi il
maggior numero di matrimonii.
Altro giorno propizio a tirare l'oroscopo per nozze è in Italia, in
Grecia, in Francia, in Isvezia e, come suppongo, anche in Germania, la
vigilia di San Giovanni.
Nell'Umbria, la sera dell'Epifania, le ragazze, per sapere se
troveranno marito, vanno _nude_ (così almeno, perchè l'oroscopo
riescisse bene, dovrebbero andare) a cogliere un ramo d'olivo verde.
Preparano un posticino sul focolare, staccano una fogliuzza, la
bagnano di saliva e la buttano quindi sul focolare; se la fogliuzza fa
tre salti, o per lo meno gira e rigira sopra sè stessa, ne traggono
augurio di prossimo e felice matrimonio; se, al contrario, la foglia
brucia senza muoversi, ogni speranza di matrimonio è perduta. Mi piace
qui ricordare l'erba che, presso _l'Atharvaveda_[33], si rallegra
innanzi a quello che arriva.
In Piemonte, come in Russia (e forse pure in Germania) usa per
l'Epifania nella focaccia, che in tal giorno si mangia, mettere due
fave, l'una nera, l'altra bianca; l'una rappresenta il re, l'altra la
regina; i due che trovano la fava, ossia il re e la regina, si levano
e si baciano; il re e la regina rappresentano evidentemente gli
sposi[34].
A Riva di Chieri si piglia uno stelo d'erba a più nodi e si rompe
ciascuno di questi nodi, dicendo all'uno: _io mi sposerò qui_, e
all'altro _io mi sposerò fuori_. L'ultimo nodo è quello che deve dir
la verità. Somiglia questo oroscopo a quello che pigliano le
innamorate francesi, e, per riflesso di moda, le nostre sopra i petali
della margheritina per indovinare la forza dell'amore della persona
amata.
A Riva di Chieri ancora, e nel Canavese, all'Epifania, le ragazze da
marito usano lanciare la pantofola o lo zoccolo verso la porta di
casa; se la punta si volge verso la porta, il segno è buono, la
ragazza, entro il carnovale, piglierà marito; se no, no. Lo stesso
pronostico si leva a Pinerolo, ma il primo giorno dell'anno. Una
simile usanza vige ancora in Russia, ove si getta una pianella sopra
la strada; lo sposo dovrà arrivare da quella parte verso la quale si
volge la punta della pantofola.
I pronostici nuziali del Bolognese ci sono descritti così dalla
signora Carolina Coronedi Berti[35]. «Una ragazza si mette alla punta
d'un piede una ciabatta e dal sommo d'una scala la getta in basso;
palpitante discende tosto insieme alle compagne, per vedere da qual
lato sia rivolta la punta; se verso l'uscio di strada, coglie
l'augurio d'andare in quell'anno a marito; se verso la scala, si
prepara a rimanere zitella. Dopo questo viene un altro esperimento:
_Far ai quater canton_. E vuol dire, prendere un anello, un vasetto
pieno di cenere, un altro pieno di acqua, ed una chiave, ponendo ad
uno ad uno questi oggetti a' quattro canti della stanza, e facendo
attenzione di coprirli acciò ne resti nascosta la qualità a chi ne va
in cerca. Quindi si fa entrare una delle giovani che vogliono mettersi
alla prova, la quale si avanza fra il timore e la speranza verso l'uno
de' canti, e a quello a cui si sente più attirata. Se vi troverà
l'anello sarà come la buona notizia di maritarsi; se la chiave, avrà
in quell'anno il governo della casa. Ma se incappa nella cenere, può
esser certa di morire. L'acqua indica ch'ella ha da sparger
lagrime. — L'usanza di consultare gli spilli poche donne la
dimenticano. Prima di coricarsi, mettono alla punta del guanciale tre
spilli; l'uno avrà la capocchia rossa, l'altro bianca, il terzo nera.
Messe in letto, e trovandosi allo scuro, cambiano la posizione agli
spilli in modo da confonderne i colori, poi ne estraggono uno e lo
piantano all'estremo opposto del guanciale. Al primo raggio di luce,
volgono gli occhi allo spillo, e se la sorte è favorevole avran levato
il rosso. Il bianco significa che le cose di famiglia seguiteranno
senza nessun cambiamento; il nero, al solito, è indicazione di
morte. — Si fanno dalle nostre ragazze esperimenti col piombo fuso e
gettato in acqua, e dalle svariate forme che prende, come di martello,
vanga, forbici e simili, fanno giudizio del mestiere a cui il futuro
sposo sarà dedicato.» La stessa scrittrice ci fa ancora conoscere un
altro uso[36]. «Nell'estate le spighe de' prati sono alle fanciulle
strumenti per tentare la sorte. Ne staccano una, la troncano per metà,
e la parte staccata accomodano un'altra volta al posto come intera,
prendono poi la spiga fra le dita della sinistra mano, e dando colla
destra un colpo sul braccio, esclamano: _Viva o morta?_ Se al colpo la
spiga staccata si slancia via, l'amore è vivo, cioè il giovane ama
davvero, ma se l'erba non si muove, oh allora la ragazza non è
riamata; ed ecco il mal augurio. Il seme di certe erbe campestri che a
guisa di leggiero involucro di sottil piuma, staccato dal vento
s'inalza e percorre l'aria, è di buon augurio se volge il suo corso
verso il volto della fidanzata; quel seme chiamano _furtòna_ (fortuna)
e vedendolo in aria si sta fermi per indagare la direzione che
prende.»
Non meno diffusa è l'usanza di consultare il destino intorno allo
sposo futuro, per mezzo delle figure che si osservano sopra il
ghiaccio. A Pinerolo, nel Canavese e nel Mantovano, la notte
dell'Epifania, le fanciulle mettono fuori di casa, possibilmente sul
tetto, una scodella piena d'acqua. L'acqua diacciandosi nella notte,
dalle impronte che si vedranno sul ghiaccio, le quali, nel Canavese,
sono attribuite ai tre Re Magi, la fanciulla al mattino indovinerà il
mestiere dello sposo predestinato.
Poichè le donne credono alla predestinazione; e fu tempo che vi
credevano anche gli uomini. Leggo nella vita di Settimio Severo,
presso gli _Scriptores Historiæ Augustæ_[37], come questo imperatore
sposò una fanciulla, credendola sortita a nozze regie, se pure, come
è probabile, non simulò di credere quello che gli tornava. Così,
presso il _Lalita-Vistara_[38], Buddha non conoscendo ancora la sua
futura sposa, appena la incontra, sente ch'è dessa. Egli ha la piena
intelligenza delle sue virtù. Ora a questi presentimenti che sono
diventati una superstizione particolarmente femminina, io do
volentieri una origine mitica. Mi par difficile che una giovinetta
dica d'una cosa accaduta «il cuore me lo diceva», se simili avvisi del
cuore non abbia mai udito vantare prima da sua madre; la credenza ne'
presentimenti è tradizionale, ereditaria di madre in figlia. Buddha
s'accosta alla sua sposa e ha l'intendimento della sua virtù; Buddha è
il sole, quello che vede tutto; la sua sposa è l'aurora; il sole
s'accosta all'aurora; il sole trova la sua sposa, la indovina alla
prima. Per altra parte, l'aurora è la più sollecita a destarsi; è la
prima a vedere, a scoprire; essa prevede; l'aurora è donna, e la donna
si paragonò all'aurora; ossia si fece indovina. Ma non solo l'aurora è
sposa del sole; anche talora la nuvola: la nuvola tuona; la nuvola
avvisa; la nuvola è donna; e la donna si paragonò alla nuvola, ossia
si fece pitonessa, sibilla, druidessa, fata, profetessa. Come aurora,
presente; come nuvola, predice.
Ad altri pronostici ricorrono ancora in Italia e fuori le fanciulle da
marito.
Nel contado di Pinerolo, per sapere se un matrimonio avrà luogo sì o
no, mettono insieme due pallottole di stoppa destinate a rappresentare
gli sposi desiderati; quindi le due pallottole si abbruciano
nell'aria; se le ceneri si sollevano, buon segno, il matrimonio si fa;
se restano giù, cade pure ogni speranza nella povera villanella.
Un'altra forma dello stesso uso è il così detto _mignofet_; si mettono
due fantoccioni di stoppa l'uno innanzi l'altro e s'appicca loro il
fuoco; cadono essi l'uno verso l'altro? e tutto andrà bene; si voltano
essi da un'altra parte? ed anche le nozze si voltano.
Nell'_Atharvaveda_, è una strofa ove si invita la sposa a salire sopra
una navicella della fortuna che la porterà verso il suo predestinato.
Il Weber, che la scoperse e la citò[39], riferisce alcune usanze
germaniche, le quali mi sembrano bene provare come la formola d'invito
alla fanciulla perchè si imbarchi con la sua fortuna dovesse pure
accompagnare qualche esperimento che le fanciulle indiane facevano
della loro sorte come spose.
Ora una tale corrispondenza de' giuochi a certe popolari usanze, parmi
che renderebbe, a chi lo tentasse, molto interessante un altro libro,
che si potrebbe intitolare la storia dei giuochi. Auguro pertanto che,
fra tanti giuocatori, uno se ne trovi, che il desiderio di illustrar
l'arte, alla quale si appassiona, muova a soddisfare con la vanità sua
la nostra curiosità, raccogliendo materiali per l'opera da me
proposta, alla quale non farebbero certamente difetto i lettori.
Oltre l'Epifania, è vivamente desiderata dalle nostre fanciulle la
notte di S. Giovanni[40], per interrogare l'oracolo d'amore. In Santo
Stefano di Calcinaia, piccolo borgo ad otto miglia toscane da Firenze,
ove io sto scrivendo queste pagine, le fanciulle ricorrono a tre forme
di oroscopi. Verso l'albeggiare, pigliano del piombo e lo liquefanno;
così liquefatto lo mettono nell'acqua, ove il piombo assume figura di
un omino; secondo la figura di quest'omino, argomentano del mestiere
che farà il loro sposo.
Oppure le fanciulle, pigliano tre fave; sbucciano l'una per intero,
l'altra a mezzo, la terza punto e le involgono in tre pezzi di carta
per riporle sotto il guanciale; la notte ne levano a caso una di sotto
il guanciale: se la fava è tutta sbucciata, lo sposo sarà un povero;
se a mezzo, nè povero nè ricco; se punto, lo sposo sarà ricco.
Finalmente, ancora consultano la sera le stelle e ne fissano
particolarmente tre, le quali chiamano de' mercanti; la notte,
com'esse dicono, sogneranno inevitabilmente tre uomini; e l'uomo che
esse vedranno in mezzo sarà lo sposo loro destinato.
A Modica, scrive il signor Amabile, nel primo giorno di ottobre, la
ragazza semina due fave in un vaso, l'una per sè, l'altra per colui
che le diresse qualche occhiatina amorosa; e se le due fave
spunteranno prima della novena o nel corso della novena dell'Arcangelo
Raffaele, il matrimonio pare assicurato; se spunta la sola fava del
maschio, è segno che la fanciulla mancherà di parola, se la sola fava
della fanciulla, essa verrà invece tradita. La fava è un noto simbolo
fallico, uno de' motivi per cui era considerata come cibo impuro dagli
antichi, onde Pitagora si asteneva dal mangiarla.
Mattia di Martino, in uno scritterello sopra gli usi e le credenze
della Sicilia[41], ci fa conoscere un altro pronostico fatto con le
fave: una donna gli raccontò come assistendo ad una di quelle
fattucchierie che sogliono farsi la sera di San Giovanni «vide mettere
in un sacco tre fave, una intera (sana), una senza l'occhio, (la parte
nera pizzicata), ed una terza sgusciata (munnata); ciascuna avvolta in
un pezzetto di carta. Dopo averle mosse ben bene, vi si faceva mettere
dentro la mano a quella ragazza a cui si voleva predire che razza di
marito avesse a pigliare; se si tirava su quella intera, segno che
doveva essere benestante; se quella senza l'occhio, tignoso; se quella
sgusciata, nudo[42].»
A Mineo, in Sicilia, la notte di San Giovanni, le ragazze mettono alla
finestra la così detta spina (il fiore del cardo selvatico); ove la
spina si apra e fiorisca nella notte, esse si sposeranno, oppure il
loro amante sarà fedele.
Ma le più copiose notizie sopra gli usi popolari siciliani del San
Giovanni che si riferiscono alle nozze le trovo in una lettera che il
mio amico Giuseppe Pitrè diresse nell'anno 1871 alla cara e compianta
baronessa Ida Reinsberg von Düringsfeld. «Tutte le fanciulle
insofferenti d'indugio, nei tredici giorni che precedono la festa di
Sant'Antonino, cercano propiziarselo con una tredicina, durante la
quale altre nella chiesa di lui, altre nel silenzio delle pareti
domestiche lo pregano a caldi occhi perchè con S. Pasquale e S.
Onofrio avvii un matrimonio tra lei e un giovane grazioso e simpatico;
di che l'invocazione:
Sant'Antuninu,
Mittitilu 'n caminu;
San Pasquali,
Facitulu fari;
Santu Nofriu gluriusu:
Beddu, picciottu e graziusu!
Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo
mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual
mestiere sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a
saperlo? Niente di più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere
la festa di S. Giovanni Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora
verso il mezzogiorno, quando il sole è più alto, ogni ragazza che
sente il pizzicor d'amore mette innanzi l'uscio di casa sua una
catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo di piombo, e ve
lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente raffreddato, vien
tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo guarda,
lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una
vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un
carrettiere, un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso,
comunello su quel di Catania, si cerca appurare il mestiere
dell'amante per mezzo della farina. La ragazza prende uno staccio, e
colle mani rivolte indietro tanto che nè anche lei veda nulla, si
mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si volta e chinasi a
guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio che c'è a
vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino,
ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima
della festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel
giuoco la volta sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi
messi insieme lo avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una
cosa qualunque; e così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza
pure vederlo, intorno alla persona, e secondo i suoi desiderii ripete:
San Giovanni sì, San Giovanni no;
Sì m'hè pigghiari a iddu,
Pozz'essiri 'mbrugghiatu, o dunca no.
Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il
laccio o la cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del
principio s'hanno a trovare in fine, e quello che è sopra deve passar
sotto. E qui sta, m'ha detto una buona donna di quel comune, il
miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e Salaparuta ogni fanciulla _corta
di sorte_ raccoglie un fiore, detto perciò _Ciura di S. Giovanni_, gli
abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone in un buco
all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono
buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua,
altrimenti egli o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo
questo fiore è un piccolo carciofo selvaggio[43], in Assoro e in
Belpasso un quissimile, ma in Belpasso lo si mette sui forni invece
che in un buco qualunque. A Monte S. Giuliano (l'antico Erice, prov.
di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni ragazza getta dalla sua
casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio finchè altri la
raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà questo
un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa
raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun
matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la
ragazza che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella
morrà nubile. Nè questa maniera di trarre auspicii è solamente per San
Giuliano. Se ci fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa.
Quivi le donne, sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro
intenzione, la _novena_ a San Giovanni. Al nono giorno, si mettono in
via a sentir parole che eventualmente il primo incontrato dirà. Le
prime parole che udranno saranno indizio se l'oggetto per cui han
fatto la novena sarà o non sarà per avverarsi. A mo' d'esempio,
sentiamo a dire: _nenti, nenti, è inutili_; oppure _mmalidittu ddu
jornu_, ovvero _sunu perduti li spisi_, e allora diranno: la cosa non
avverrà, non può avvenire.»
A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i
tarocchi, e poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte,
dicendo: uomo, bell'uomo, mercante, ladro, spia. Se quando passa il
due di spade, si dice bell'uomo, è segno che si sposerà un bell'uomo,
se si dice spia, è segno che si sposerà una spia, e così di seguito.
Il giuoco si fa pure con una variante per sapere se si è amati: si
dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne vuole; la
parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si
prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo,
lo si distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice
dell'altra mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi
si guarda come il capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno
che il damo vuol bene (si può confrontar qui la prova che si fa
nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo); se nè si rizza nè si distende,
l'amante non è caldo, se rimane disteso, l'amante è intieramente
freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San Giovanni si fanno tre
lettere col nome che si vuole, ma differente per ciascuna lettera, che
si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si mettono le tre
lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri
di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in
quella lettera che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a
Venezia la prova del piombo, o quella della chiara d'uovo che le
somiglia, ed anche quella della pantofola, che si getta giù dalla
scala; mancano tanti anni al matrimonio quanti sono gli scalini che la
pantofola ha passati andando giù, onde le ragazze mettono ogni arte
nel buttar con la punta del piede la pantofola perch'ella ritorni allo
scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un vaso, lo si
inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si
trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si
trova bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è
bello, lo si lega con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul
balcone, perchè si vegga quale fortuna sta per toccare alla
fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di quelli che passano la
mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile a quella
toscana e siciliana delle fave[44]. La prova de' fagiuoli riunisce
insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si
buttano ad uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:
Fasiol, bel fasiol,
Va più lontan che ti pol;
Va più lontan del mar,
Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.
Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che
si deve sposare.
Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino
questo santo:
Sant'Agustin de l'abito,
Santo sè e santo sarè,
La mia fortuna vu la savè;
De la del mar, de qua del mar,
Diseme 'l nome che m'à da capitar.
Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si
ode rammentare sarà quello dello sposo futuro.
In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia
alle ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice[45]. Una
simile credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie;
lo rammenta pure S. Farina, nel suo _Tesoro di Donnina_.
Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc[46], la vigilia di San
Giovanni tre ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un
pasticcio, che insieme fanno cuocere e dividono a caso in tre parti;
le quali mangiano. Vanno quindi a dormire e sognano la notte
inevitabilmente un giovane che muove alla lor volta con una dolcissima
bevanda; quello è il giovine destinato a menarle all'altare. È chiara
la somiglianza di quest'uso con quelli di Calcinaia sopra riferiti; un
altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi; ma io temo che il
Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero. Secondo questo
viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi compongono a San
Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali sempre
l'_hypericum_ o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere
raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto
il guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno,
avverrà. Non sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio
significato? e che dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori
si disegni alle fanciulle svedesi il loro destino?[47].
Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai
quali allude pure il canto popolare:
La sorte gettai per provarti
E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:
ed una prova sarebbe accennata in questo distico:
La mia mano ha ben presa la tua tenera mano,
Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna[48].
Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi _Quadri della Grecia
Moderna_[49], ci ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai
quali ricorrono le fanciulle greche. «San Giovanni, egli scrive, è per
queste ragazze quello che San Nicolò è per le giovani di molti paesi
d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre fanciulle _per condurre ad
onor lor giovinezza_, facendo il miracolo del pomo d'oro, venne
generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più che
difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo
in paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le
zitelle dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo,
riunisconsi insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia
nell'aperto de' campi, con un bel pomo in mano, che però è meno bello
delle fiorite lor guance; e la prima cura in cui si occupano dopo
qualche colloquio amichevole, o qualche giuoco innocente, è di farsi
recare dell'acqua da un secchio, o da una sorgente. La persona ch'è
incaricata di tale uffizio non deve proferire alcuna parola, ed è
perciò che quell'acqua è detta _acqua secreta_. Avuta che la s'ebbe,
se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette il
suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa
operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo
elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria
libera durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del
santo, voi vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e
trepidezza inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri
della chiesa; ned è a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue
compagne. Postesi in ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e
divota preghiera a San Giovanni, la quale in conclusione non è che una
invocazione ad Amore. Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il
misterioso vaso pieno d'acqua, che vien portato con somma precauzione;
tosto che l'hanno dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo
aprono e ciascuna alla sua volta prende un po' di quell'acqua secreta
per versarla in un piccolo vaso, nel quale pone anche il pomo che il
giorno addietro aveva tuffato nel vaso maggiore; e fatti tre segni di
croce sì sopra l'uno che l'altro dei due recipienti, comincia così ad
apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo Giovanni! fa che s'io
debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non deve essere
mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che pronunciò
questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e tenendo i
pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle
sue compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca
sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi,
non manca mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso
giorno di san Giovanni pongono in opera un altro mezzo, oltre quello
del vaso pensile; e consiste nel lavarsi il volto con quell'acqua
secreta, in cui dev'essere già stato immerso il pomo di ciascuna; poco
dopo si conducono in istrada, se chiuse erano in camera, o nel paese,
se in campagna; strano è poi il primo nome di un giovine che sentan a
pronunciare, sia quello che debba essere il loro sposo.» Il dottor
Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per assicurarsi
se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il petalo
scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle
egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato
sul braccio non avesse scoppiato.
Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di
volerlo fare suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è
proprio dei figli e delle nuore[50]. Un moto singolare del braccio
avverte il re Dushyanta dell'avvicinarsi della sposa nella _Çakuntalâ_
di Kâlidása. I moti del corpo seguono quelli dell'anima; nell'India e
in Russia, si crede ancora che l'uomo provi il bisogno di starnutare
quando una donna pensa a lui.
In Italia si dice: «_Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno
regalato o mortificato._» A me sembra, per cagione del buon senso
attribuito ai proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la
mortificazione che segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore[51]
fatta da chi non credeva alla sincerità del primo proverbio. Gli
augurii poi che accompagnano fra noi l'uomo che starnuta, i _prosit_,
le _felicità_, i _Dio ti prosperi_, i _bonheur_, gli inchini che
accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono, come
parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo
starnuto come una benedizione.
I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica,
ed avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di
qualsiasi caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello
starnutare. Ma io non so allora perchè non si farebbero simiglianti
augurii per colui che ha un accesso di tosse, per dire d'un caso molto
più pericoloso.
Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso
profetico, e interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il
tuono è uccello di buon augurio, è il gallo che canta e farà piovere,
nella mitologia vedica[52]; è insomma il nunzio della pioggia; l'uomo
suscitato da Prometeo, nella mitologia ellenica, si fa sentire per
mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è un eroe tutto solare e congiunto
ai fenomeni del cielo tempestoso. Raffigurato il tuono come uno
starnuto del Dio, si potè agevolmente dare anco allo starnuto, in
genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto, specialmente
del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i Latini,
era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi
germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che
noi sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (_Donnerstag_).
Perciò il giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro
credenze, giorno di riposo[53] e di festa; ma il giovedì, il giorno
del tuono, viene essenzialmente prescelto per compimento delle nozze,
e i contadini tedeschi chiamano una bella fanciulla da marito _granata
del tuono_[54]. Giove tuona, Giove starnuta, Giove benedice; il giorno
sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di matrimoni, ossia
sacro alle nozze; Giove starnuta; Giove si sposa, l'uomo starnuta;
dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si
possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e
in parte pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli
sono da compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine
della credenza ha quasi sempre un significato naturale che appaga la
ragione. Ora io non so se ho precisamente indovinato qui le fonti del
proverbio italiano, che riguarda lo starnuto, ma son contento di
questa breve digressione che mi porge opportunità di raccomandare ai
nostri raccoglitori e comparatori di proverbi la maggiore importanza
ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno dei proverbi
omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si muovessero
finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro
origine mitica e storica.