PREFAZIONE

alla prima edizione

_Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva

molto più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono

ogni secolo a popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra,

infimo è al certo il numero de' privilegiati, che, per lustro od

infamia, sono eletti all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini

nasce, lavora e si estingue, martire uniforme, ne' periodi veloci di

oscure generazioni, io non so se come fiore o come crusca, alla

superficie, si agita e dà spettacolo di sè un'aristocratica famiglia

di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte, le moltitudini e

seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma, come nella

prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più

delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima,

precipitando essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli

non è stato il solo autore della sua così detta nazionale grandezza, e

però, quando questa appare più gloriosa, egli la gode assai male; per

altro verso, egli prende pure una minima parte alla sua rovina; e,

però, continuerà facilmente a vivere anche dopo che questa, o per suo

vizio organico, o per alcuna violenza di interni ed esterni nemici,

sia cessata. I protagonisti della storia raccomandano il nome loro

alla posterità col monumento, ma periscono come le loro istituzioni;

il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per compenso e quasi direi

per vendetta della natura, vive immortale come le sue tradizioni e le

sue patriarcali consuetudini._

_Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi

medesimi, per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue

fila, a traverso le quali presumeranno le generazioni future giudicare

la nostra, come noi giudichiamo, senza appello, le passate, io non

credo che seguiremmo con tanta passione il racconto delle gesta

consegnate da autenticissimi, se si voglia, ma poco sinceri documenti,

alla storia; delle gesta, io dico, le quali, per essere state

pubbliche, immaginiamo universali, per essere state pompose,

supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo._

_Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale

converte spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne

ragione di Stato, non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si

ritenga per fermo che lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo

rettorico, nè da vigliacca assentazione ad esagerare, a travestire, ad

inventar nulla di ciò ch'ei narra, ha pure la sua importanza la

narrazione delle pubbliche vicende di un popolo costituito in proprio

Stato; ma, come nello studio della natura, prima del fenomeno, vuole

osservarsi la legge, così ragion vuole che si ricerchi la vita intima

ed immutabile di un popolo, innanzi di rappresentarcelo nelle sue

esteriori, più aperte bensì, ma assai meno complete e assai più

combinate manifestazioni. Il più delle volte, il fenomeno non è la

legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge, l'anomalia;

così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il

suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune

circostanze eccezionali._

_A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda

eresia, piglio la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non

chiamo la così detta storia d'un popolo altrimenti che la sua_

caricatura, _quando pure esso non sia qualcosa di peggio, destinato a

mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi una distinzione molto larga

fra la storia delle democrazie e quella delle monarchie, oligarchie e

teocrazie, non può sfuggire come presso le prime ancora non di rado

avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per consentire

fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o sia

ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità._

_Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla

è necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che

il vago e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono

imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le

imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni

loro si attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni

segrete; anche ai popoli si vuole tener conto di cosiffatta

eccitabilità e di certe ragioni occulte; ma, evidentemente, nè quella

nè queste non bastano di certo a lasciarci intendere quello che un

popolo abbia potuto essere o quello che sia._

_Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che

addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe

forse chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel

loro intimo focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno.

Questa storia accetta o subisce dalle vicende e dalle istituzioni

politiche quello che le conviene o quello che non può evitare; ma

conserva, a traverso le fasi della storia esterna che hanno potuto

alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è tanto più solido e

puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita pubblica. Questa

nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso que' popoli

che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più: sopprimendo le

storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza, nel

legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero

ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non

risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di

quelle che determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle

famiglie, la distinzione delle famiglie in tribù, e la loro

dispersione, varietà che il diverso clima e la diversa regione hanno

quindi potuto accrescere ed alimentare, molte consuetudini d'un popolo

essendo intimamente legate con le condizioni fisiche le quali esso,

nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi antichi si

depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto qualcosa

che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo qualcosa

è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi: ma

non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano

diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due

fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero

all'altro; essi saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e

pure, se noi, che ci troviamo al di fuori delle loro differenze, li

osserviamo senza alcuna preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la

somiglianza e la consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso

parente. Basta una linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora

questa linea lega tuttora il gran quadro delle famiglie alle quali

diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso della prima famiglia patriarcale

si moltiplicò nelle famiglie successive, e, nel moltiplicarsi,

naturalmente prese modo differente; ma nè le varie inclinazioni che

divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica famiglia e

talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del

colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta

l'espressione, il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo

estinguere i caratteri essenziali della primitiva sua stirpe._

_Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito

degli usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva:

«Varii sono gli usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono

osservarsi nelle nozze; noi recheremo soltanto quello che essi hanno

di comune[1].» Lo stesso pressapoco debbo io qui ripetere, in questo

primo saggio di una storia comparata degli usi nuziali. Ma poichè

l'Italia formerà l'oggetto speciale delle mie ricerche, ho bisogno di

prevenire il giudizio del lettore italiano, affinchè per avventura

non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il nostro paese

sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo

superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà,

invece, essi provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri

d'ogni nazione; Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel

settentrione hanno più largamente contribuito, invadendo la nostra

contrada, e confondendosi quindi con noi, a trasformarci in parte

nelle nostre consuetudini; e soltanto nell'Italia di mezzo e nella

Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno, l'antica tradizione

italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta più

originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali

d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati;

quelli dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in

digrosso fra l'antica Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana,

sono, per lo più, indigeni; quelli della rimanente Italia, non di

rado, importati. Il che non toglie che spesso fra usi indigeni ed

importati si trovi somiglianza; poichè la somiglianza ha la sua

ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea. Solamente, dove, per

esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente di

feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando

per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente

ancora il pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e

forse un poco a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo

latino._

_E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere

il presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema

d'aggiungere, se non che, prima di offrire ai concittadini miei il

povero frutto delle mie povere fatiche, mi è necessario render grazie

alle cortesi persone che mi vennero in aiuto nelle ricerche. So bene

che non si troveranno nel mio libro tutte le notizie relative agli usi

nuziali, e che quest'opera potrà col concorso di futuri scrittori

ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere punto punto

esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho detto

possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro

ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per

appagare una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio

all'uomo Indo-Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e

mandarsi ad effetto da qualche nostro felice ingegno._

_In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che

io descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per

cavarne notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna,

io debbo specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie,

della signora Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing.

Giuseppe Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba,

di Agostino Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie

Genovesi cav. Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti

Canavesani, di monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio

Chilovi Tridentino, di Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella

Lunigiana, del prof. Giuliano Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini

da Fano, del professor Luigi Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti

Valtellinese, del prof. Ferdinando Santini residente ad Arpino, del

cav. Gabriello Cherubini da Atri e del prof. Giuseppe Pitrè

Palermitano. Per gli usi Russi, oltre all'esserne io medesimo stato

testimonio oculare ed essenzial parte, mi giovarono assai le

rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per alcuni canti

popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di Tarszok,

i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora Tatiana

Lvoff._

_Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene

forse di più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero

compenso a tanta gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere

nè troppo indiscreto nè troppo pesante._

Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 10 / 141 题