XCI.

Conclusione.

Trascorsero otto giorni d'angoscia, durante i quali Riccardo attese

invano una risposta.

Col cuore agitato da mille paure, egli fantasticava senza frutto sulle

cause di quel silenzio; alla notte si spingeva istintivamente fin

presso l'abitazione di Camilla, e guardava ai vetri delle finestre con

l'ansia d'un innamorato. Ma le finestre non erano mai illuminate.

Questa volta però egli pareva fermo nel suo proposito; gli pesava

più che mai la vita di paure che l'orgia non sapeva soffocare. Perchè

egli aveva visto il dolore santo, perchè egli aveva guardato in faccia

l'amore generoso; perchè le fatue compiacenze della sua _grand'anima_

avevano per la prima volta taciuto dinanzi alla beatitudine serena

d'una madre che ama e che soffre.

Non diciamo che il suo pentimento fosse durevole; e molto meno ch'egli

stesso lo credesse — ma era sincero. Oh! perchè dunque Camilla non apre

le braccia a quell'anima pentita?... —

Riccardo, dopo molte titubanze, fece il gran passo — andò in casa

del signor Pool. Ma si era appena accostato al limitare, e se ne

ritrasse.... aveva udito il pianto del nuovo nato. E gli si compose

alla fantasia una scena d'amore, una tortura: Bice guarita, felice, che

insegna alla propria creatura a sorridere; che ne bacia con avidità i

labbruzzi, la fronte, le guancie e le manine; accanto a Bice il signor

Pool, l'uomo dozzinale, il negoziante che ha trattato la felicità come

una derrata, e se l'è fatta venire in casa legalmente, alla muta...

Dopo essersi scostato titubante, Riccardo scese le scale e fuggì

comprimendo il petto nel punto in cui doveva essere il suo gran cuore

d'innamorato.

Passarono alcuni giorni prima che egli si rammentasse ancora di

Camilla; questa volta si recò bruscamente in casa della moglie, salì le

scale senza arrestarsi e picchiò più volte all'uscio...

Nessuno rispose.

Nel ridiscendere incontrò il portinaio e seppe da lui che Camilla

era partita da quindici giorni. Per dove? Questo, il portinaio non lo

sapeva, ma egli era certo del fatto suo.

Riccardo non ascoltò altro, e corse a casa del signor Pool. E qui lo

aspettava un contrasto nuovo: «il signor Pool aveva abbandonato il

commercio, ed era partito da quattro giorni _colla famiglia_.»

— Per dove?

— Per l'Olanda. —

L'Olanda! Questa parola gli dice tutto... Egli non si arresterà un

istante... correrà in Olanda a raggiungere la sua donna, a cementare

il suo nido rovinato! Così egli deve rispondere alla voce beffarda che

gli ripete le parole della sua lettera: «seguirò i vostri passi come un

demente, sempre e da per tutto.»...

. . . . . . .

Lo sappiano i lettori meno avveduti: Riccardo non è andato in Olanda...

. . . . . . .

Un lungo viaggio. Ma chi non vorrà seguirci fino ad Amsterdam, per

rivedere Bice, Emanuele Pool e il piccolo Biagio che ha imparato a

sorridere?

Noi non ci ritrarremo innanzi al limitare della casa tranquilla del

negoziante, che ha trattato la felicità come una derrata, perchè nelle

pareti che chiudono quella derrata vi è pure uno scrigno di cui nessuno

potè mai numerare i tesori fino a oggi. Quello è uno scrigno che si

nasconde, quella è una felicità che si nasconde — è il loro segreto.

Andiamo innanzi; lasciamo i terrori alle anime fatte vuote per aver

prodigato affetti alle aure e alle stelle, lasciamoli agli sciagurati

che non comprendono la casta avarizia del cuore e solo ne conoscono il

lusso e la miseria.

L'uomo imbronciato, lo spauracchio del sentimentalismo è nel suo nido;

si crede al sicuro da ogni sguardo indiscreto, e sorride, ed ama, e si

abbandona pazzamente alla gioia.

Anch'egli sa essere felice!

E sa rendere felici!... Domandatelo alla madre di suo figlio s'egli sa

rendere felici!

Ecco: è il tramonto d'una delle ultime giornate d'inverno;

l'oscurità scende a poco a poco in una camera silenziosa, dove dorme

il bambinello; i tizzi agitano le loro lingue di fuoco lottando

allegramente con le ombre, e i due sposi, seduti l'uno accanto

all'altro, si stringono in silenzio la mano.

A che pensano? Alla neve che scende al di fuori e copre i tetti, le

vie e gli alberi; a un viale che hanno percorso il mattino, ad un

vasto campo in cui le lagrime fecondano gli amaranti, ad un monumento

marmoreo nascosto sotto la neve, ed al nome scolpito su quel marmo

e alle care sembianze che la terra non invola interamente agli occhi

dell'amore.

Bice lo ha sulle labbra quel nome diletto: Fratel Biagio... Cento

domande corrono dietro a quel nome...

— Oggi sono forte, — dice alla fine con un sorriso.

Emanuele comprende e tace, l'altra insiste collo sguardo.

— Eccola lì, la mia bella melanconica che ha voglia di piangere

un'altra volta...

— Non piangerò, te lo prometto... dillo, dillo: come è morto?

— ... Nelle mie braccia...

— E soffriva? e ti parlava di me?.... dimmi tutto, lo vedi... non

piango...»

Ma la voce le esce rotta dai singhiozzi. Lo zio Emanuele si turba a

quelle lagrime, balbetta.... poi, pigliando le mani della moglie e

tirandosele al petto, le dice affannosamente:

— Ebbene, sì, ti voglio dir tutto.... quando ti lasciai sapevo il _suo_

proposito, e partivo sperando di arrivare in tempo a trattenerlo.... lo

trovai invece morente... aveva voluto colpirsi nel cuore, ma la palla

aveva deviato... gli aveva concesso alcuni giorni d'agonia:... poi morì

nelle mie braccia... col tuo nome sulle labbra... Ed ora che sai tutto,

piangi, qui, sul mio petto, cattivella; e se tu la duri un pochino, mi

ci metto anch'io e faremo un bel duetto... —

Oh! la mestizia profonda di quei singhiozzi, di quella neve che scende

lenta lenta, di quelle ombre che avviluppano i cuori amanti, di quei

tizzi semispenti che rotolano fumigando nel caminetto!

Ma un grido scioglie l'incanto melanconico delle memorie, un piccolo

grido partito dalla culla... È l'avvenire che si sveglia! —

Si accendano i lumi, perchè l'infanzia non ama le tenebre, si ridoni la

fiamma al focolare.

Ecco: la scena è mutata, le ombre sono in rotta, le lagrime luccicano

come perle, e un bacio le rasciuga; torna il sorriso e il bambinello

tace fra le carezze della mamma.

— Lo vedi, Emanuele, tutto è passato, non ti affliggere più. —

È una festa, è un tripudio, è un tesoro di parole affettuose che si

rovescia dallo scrigno.

— Non facciamo chiasso, interrompe Bice, Camilla potrebbe udirci...

— Povera Camilla! —

Essi temono d'affliggerla, la povera Camilla, e perciò le nascondono

la propria felicità; mentre la disgraziata donna spia in segreto le

loro gioie perchè non si crede degna di esserne testimone, e prega

ardentemente il cielo, quando Bice, mostrando la sua creaturina al

marito, gli domanda di nascosto:

— Non ti pare che _gli_ somigli?... —

Frutti proibiti · 第 103 / 108 题