Riccardo a Camilla.
«Per pietà, Camilla, non mi opprimete con la vostra indifferenza.
Se poteste numerare le mie torture, direste forse che sono punito
abbastanza.
«Ho bisogno del vostro perdono; mi dovete ridonare, non dico il vostro
affetto, ma una parte almeno della vostra stima. Perchè io soffro;
perchè la vita mi è diventata incresciosa.
«Lo avete detto voi altra volta; lasciatelo ora ripetere a me con
l'accento della disperazione: — salvatemi dal rimorso! —
«Lunga serie di avvenimenti ha legato i nostri destini; vano è il
fingere un'indipendenza che non abbiamo; vano sopratutto tentare di
divincolarci.
«Credetelo — assai più stretti dei nodi con cui ci lega la legge, sono
quelli che ci ha imposto la Natura; viatori smarriti del mondo, la
norma che ci dirige non proviene dal mondo — non la udite dunque voi
pure questa voce di tomba?
«Non è vaneggiamento il mio; il passato ha tracciato la nostra via, che
conduce all'espiazione.
«Attraverso le sventure, attraverso la lontananza, l'indifferenza, il
disprezzo, le anime nostre devono unirsi un'altra volta.
«Abbiamo forse molte lagrime da confondere e molte amarezze da bevere
alla stessa tazza; è il nostro destino; lasciate che si compia. E forse
troveremo qualche pallida gioia, qualche nuovo e sereno orizzonte,
qualche sorriso di Natura.
«Per l'ultima volta, ascoltate il grido dell'anima mia: lasciate che io
venga a voi a domandare in ginocchio il vostro perdono.
«Che se il rancore vi ha chiuso il petto alla pietà, sappiatelo, e il
cielo è testimonio del mio giuramento, io seguirò i vostri passi come
un demente, sempre e da per tutto.»